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Gli uomini non capiscono che l'economia è una grande rendita. Marco Tullio Cicerone
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Sibilla Segatto

category Gli autori Sibilla Segatto 16 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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Psicologa (iscrizione Ordine Psicologi Lombardia n. 14971) e Mediatrice familiare.

Laurea magistrale in Scienze Politico-Sociali (Univ. degli Studi di Milano) ed in Psicologia Clinica (Univ. Cattolica di Milano)
Specializzazione post-lauream in Mediazione familiare.

Si occupa di colloqui psicologici, counselling e mediazione familiare.
E’ da anni consulente di ricerca nell’area sociale presso Istituti di Ricerca di Milano.

Sito web: www.studio-psicologo.it

Il linguaggio non-verbale ed i rischi delle diagnosi da “ mentalist “

category Psicologia Alfonso Falanga 13 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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Non c’è bisogno, in questa sede, di spendere troppe parole per descrivere il linguaggio non verbale. Ci basti ricordare che con questa terminologia indichiamo il complesso di segnali corporei ( gestualità, mimica, postura, prossemica, uso dello sguardo, respirazione ) e vocali ( tono e timbro di voce, velocità nel parlare, pause, tipo di fraseologia utilizzata ) che accompagna il verbale ossia il contenuto delle parole.

Il primo gruppo costituisce il non-verbale vero e proprio. Il secondo è più propriamente denominato para-verbale.

Si sa che il non-verbale ( con ciò da ora in poi indicheremo il linguaggio del corpo nel suo insieme ) in alcune circostanze sostiene quanto detto a parole potenziando, così, il messaggio. In altre, al contrario, lo contraddice e lo indebolisce.

Queste considerazioni sono più che sufficienti per evidenziare l’importanza di questo tipo di modalità comunicativa ai fini di una piena ed efficace espressione di ciò che si pensa, si dice e si vorrebbe dire.

Il non verbale assume un tale spessore nell’elaborazione della comunicazione efficace che per diversi studiosi del comportamento umano tale efficacia è fondata addirittura per ¾ solo sui segnali corporei.

Non è certo nostra intenzione confutare tale attribuzione di valore né ci sogniamo di disconoscere che la comunicazione è tanto più efficace quanto più c’è congruenza tra parola e modalità di espressione.

Ciò che invece ci trova scettici è l’esclusività attribuita al non verbale nel determinare l’efficacia della comunicazione nonché l’elaborazione di diagnosi caratteriali a partire da segnali corporei e vocali.

( Continua … )

Il corpo nell’opera di Egon Schiele e Francis Bacon – di Allison Bersani

category Tesi di laurea Allison Bersani 11 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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Introduzione

L’idea di un confronto tra Egon Schiele e Francis Bacon può sembrare, di primo acchito, curiosa.
I due artisti, infatti, nascono e si muovono in contesti molto differenti. Schiele nasce alla fine dell’Ottocento in Austria, e da questa nazione sostanzialmente non si allontanerà mai, salvo per alcuni brevi soggiorni all’estero.
Bacon nasce invece nei primi anni del Novecento in Irlanda, ma, a differenza dell’austriaco, ha modo di viaggiare molto ed entrare in contatto con differenti culture.
Schiele può essere considerato uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo, Bacon invece, per quanto nella sua pittura approfondisca alcune caratteristiche peculiari di tale movimento, come l’utilizzo di una tavolozza cromatica febbrile ed opprimente, un segno violento e deformante, non può essere associato ad alcuna corrente artistica, rivelandosi un personaggio essenzialmente isolato. Sappiamo quanto sia importante nella storia dell’arte l’ambiente storico e geografico, che fa sì che artisti appartenenti alla stessa generazione e allo stesso contesto culturale presentino delle analogie. Nei due protagonisti di questa trattazione tale criterio viene a mancare, ma scopriremo come i traits d’union che li avvicinano siano ugualmente molteplici.
Nel primo capitolo, “Una vita controcorrente”, si analizzerà come entrambi, a causa delle loro peculiarità caratteriali, si trovino spesso in contrasto con l’ambiente che li circonda. Se per Schiele le maggiori difficoltà sono rappresentate dal rapporto con la chiusa società austriaca dell’epoca, che guarda con sospetto le sue intense opere, per Bacon invece i problemi sono causati soprattutto dal rapporto con i genitori, che faticano ad accettare la sua omosessualità.
Tale problematico rapporto con l’esterno è causa per entrambi di una sofferta percezione di sé e del proprio corpo, argomento che verrà affrontato nel secondo capitolo, “Il corpo ferito”, in cui si avrà modo di osservare come tale tormento trovi espressione mediante segni e gesti violenti e convulsi compiuti sulla figura.
( Continua … )

Il valore della simulata nel processo formativo

category Psicoterapia Alfonso Falanga 11 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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Un percorso formativo, al di là dei suoi specifici contenuti, prevede in genere che, ad un certo punto dei lavori, si passi dal momento prevalentemente teorico ad uno più spiccatamente esperienziale il cui nucleo è costituito dalla simulata. Ciò è tanto più frequente nel caso che il percorso abbia come tema la comunicazione interpersonale e le sue dinamiche conflittuali. Questo è perciò l’ambito a cui faremo qui riferimento.

 

E’ alquanto tipico che, quando il formatore annunci tale passaggio, l’aula reagisca o con diffidenza oppure con entusiasmo. Il primo tipo di risposta trova la sua origine nell’automatica assimilazione del significato di “ simulata “ a quello di “ finzione “. Pertanto la proposta del formatore viene percepita dagli allievi come una forzatura, piuttosto inutile e per certi versi anche irriguardosa, nei confronti delle effettive problematiche sperimentate nell’esercizio quotidiano del loro ruolo ( professionale, sociale, familiare, ecc. ).

Nel secondo, l’introduzione di questa procedura è letta come l’agognato trasferimento dalla teoria alla pratica. La simulata, perciò, in tal caso è intesa una dispensatrice di soluzioni ai problemi affrontati fino a quel punto solo concettualmente.

Non ci interessa qui affrontare la spinosa questione del confronto tra teoria e pratica e della diffusa convinzione che solo la seconda possa “ risolvere “. Quel che ci preme evidenziare è che entrambe le posizioni indicano una distorta visione di tale procedura.

( Continua … )

Terapia di sostegno psicologico in casi di patologia. Per dare voce a chi non vuole solo soffrire.

category Psicoterapia Maria Claudia Malizia 9 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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Clicca sul link sottostante per leggere l’articolo in formato PDF:

>> Terapia di sostegno per dare voce a chi non vuole solo soffrire

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Maria Claudia Malizia, Dott.ssa in Psicologia Spec. in Psicologia Criminale e Investigativa Praticante presso CTM Torino
cell: +39.3930820280
e-mail: mariaclaudiamalizia [@] libero [.] it

Paura della Paura: un attacco di panico

category Disturbi e patologie Laura Intiso 8 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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Il nome panico ha origini antichissime, deriva da Pan, una divinità della mitologia Greca per metà uomo e per metà capra. Questo essere mostruoso era temuto per i suoi attacchi improvvisi, specialmente alle ninfe o a giovani pastori.

Oggi non lo possiamo vedere, ma possiamo sentirlo.

L’attacco di panico è un episodio breve e improvviso di intensa paura che conduce ad alterazioni fisiche. E’ considerato uno dei disagi psichici più frequenti e rientra nella categoria dei disturbi d’ansia.

L’ansia è un meccanismo fisiologico altamente adattivo poichè costituisce una reazione di difesa dell’organismo, un’attivazione generalizzata delle risorse individuali volte ad anticipare ed eventualmente affrontare un pericolo individuato. Quindi essa, in relazione e proporzionata ad un evento è estremamente utile. L’ansia diviene patologica quando si manifesta in assenza di uno stimolo esterno evidente o è sproporzionata rispetto all’evento che l’ha scaturita

L’attacco di panico può comparire a qualsiasi età ma più spesso esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta. La sua incidenza nella popolazione femminile è circa il doppio rispetto a quella maschile. Le cause sono spesso riconducibili ad avvenimenti stressanti, in particolare esperienze di perdita o di minaccia che nel passato non siamo stati in grado di gestire o accettare.

Le manifestazioni più frequenti dell’attacco di panico sono: tachicardia, palpitazioni, sudorazione, nausea, vertigini, dispnea, formicolio. Dal punto di vista cognitivo la persona puo’ percepire dissociazione, depersonalizzazione, perdita di controllo, paura di morire. Le risposte cognitive all’ansia sono pensieri negativi prevalentemente irrealistici o estremizzati nei confronti di particolari situazioni temute. Sono percezioni mistificate della realtà, pensieri che anticipano una catastrofe a bassa probabilità. Tutto ciò può interferire negativamente con le abilità di pensiero portando difficoltà nel ragionamento astratto, nella capacità di risoluzione dei problemi e nella capacità di pianificazione. Durante le crisi di panico vi è un aumento della frequenza respiratoria che provoca una carenza di concentrazione di anidride carbonica nel sangue. Questo causa le tipiche sensazioni da iperventilazione, come vertigini, confusione mentale, perdita di coscienza, che allarmano e provocano di conseguenza scariche di adrenalina che agiscono sull’apparato muscolare e cardiovascolare

( Continua … )