“La solitudine è un toccasana per un essere umano. – sostiene Gérard Macqueron , in “Il bello della Solitudine” (trad. it. Luisa Cortese, De Agostini, Novara 2010) – Gli regala la possibilità di scegliere la propria vita. Come uno specchio, gli rinvia i riflessi più segreti della sua storia e i recessi più intimi del suo essere, a volte con una grande disperazione. Infatti, l’immagine che l’individuo coglie non è sempre quella attesa. Ma colui che resta fedele a se stesso, che si accetta per quello che è, accede a un benessere autentico e solido. Dunque la solitudine è una promessa per ciascuno di noi. E’ la possibilità per ciascuno di noi di giungere a un diverso ascolto di sé, di procedere a un esame di coscienza e a un fondamentale rimettersi in discussione”.
Il modo in cui gli adulti costruiscono le loro relazioni interpersonali dipende direttamente dai legami affettivi primari dell’esperienza infantile. Punto di riferimento fondamentale resterà, come modello ovviamente per plasmare i successivi, il primo rapporto d’amore e una buona qualità relazionale iniziale sarà foriera della fiducia in grado di tollerare le inevitabili separazioni.
La psicoanalisi freudiana ha maggiormente sottolineato gli aspetti relativi ai bisogni fisici (fame, sete, pulizia), investiti di componente affettiva nel rapporto diadico materno-filiale. Per John Bowlby (1907-1990) è lo stesso “attaccamento” un bisogno primario e la qualità del legame che si va intrecciando è il prodotto dell’atteggiamento della principale figura d’attaccamento, a seconda se freddo o caloroso, distante o premuroso, scostante o affidabile. I comportamentisti si soffermano invece su condizionamenti e apprendimento per il tramite di rinforzi positivi (ricompense) e negativi (punizioni).
Nell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17), Sigmund Freud (1856-1939) prende in considerazione “le vie anatomiche per le quali s’instaura lo stato d’angoscia”. Il primo ebbe origine alla nascita, al momento della separazione dalla madre. Il trauma del parto è “la fonte e il prototipo della condizione affettiva dell’angoscia”. La paura della solitudine viene poi assimilata alle fobie, in particolare quella per il buio; “a entrambe è comune il fatto che viene sentita la mancanza della persona amata che si cura del bambino”; alla base di tutte le fobie (per gli spazi chiusi, la folla, il temporale…) la frustrazione sessuale. E ciò vale anche nel caso in cui l’angoscia provenga dalla “rappresentazione” (paura) che il soggetto fornisce a se stesso della condizione di solitudine, altrimenti, in un vero e proprio “stato” di solitudine, l’angoscia è “esistenziale” e rimanda al trauma di essere venuti al mondo.
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