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Psicografoanalisi: psicologia “della” scrittura, psicologia “dalla” scrittura, psico-espressività – dallo scarabocchio alla coerenza disgrafica

category Grafologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 28 Aprile 2012 | 26,831 letture | Stampa articolo |
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La rappresentazione grafica non è mai gratuita, né del tutto casuale, anzi ci parla spesso degli stati psichici in termini sufficientemente precisi e aderenti, anche se, per forza di cose, necessariamente parziali, e forse incompiuti, soprattutto a causa delle difficoltà “tecniche” che si frappongono tra gli schemi mentali e le loro raffigurazioni sulla carta.

Caratteri della scrittura

L’uso della tastiera da dattilografia (collegata a vari dispositivi meccanici, elettrici e/o elettronici), del personal computer, della posta elettronica (email, electronic mail), e degli sms (Short Message Service) da telefono cellulare, incomincia ad abituare le nuove generazioni a esercitare sempre meno la manualità nel vergare direttamente i fogli, con il conseguente più frequente ricorso al carattere “stampatello”. Una tale consuetudine potrebbe non trovare convincenti spiegazioni soltanto in questo progressivo abbandono dell’attitudine amanuense. Difatti, in un adolescente, l’impiego dello stampatello potrebbe essere provocato da una qualche ricerca di indipendenza, e dal desiderio di avere dei validi punti di riferimento ai quali potersi aggrappare nel corso delle sue crisi esistenziali. Nel caso di adulti, la desuetudine al corsivo, riflette diffidenza, se non proprio chiusura verso gli altri, dei quali, per paura che venga scoperta la propria vera essenza, si rifiutano  critiche e valutazione. In fondo, si tratta del timore di non essere all’altezza dell’immagine che si vorrebbe dare di sé, e dell’insicurezza di non poter soddisfare le attese create. A volte, ci si trova di fronte alla consapevolezza dell’inidoneità al ruolo di responsabilità rivestito, generatrice di stress e frustrazione. Lo stampatello maschera le debolezze, non tradisce emozioni e sentimenti, reprime quella spontaneità che favorisce le relazioni con gli altri, mettendo al riparo da qualsiasi giudizio. Al contrario, non esistendo due corsivi esattamente uguali, come non esistono due persone identiche, è proprio nel carattere corsivo che va indagata l’espressione dell’individualità.

Il disegno

“L’uomo che scrive disegna inconsapevolmente la sua natura interiore. – diceva Max Pulver - La scrittura cosciente è un disegno inconscio, disegno di sé, autoritratto”. Come al disegno viene generalmente riconosciuta una forza espressiva tale da giustificarne ampiamente l’impiego pure a scopo psicodiagnostico, la medesima considerazione vale per la scrittura. Il materiale e il compito affidati al soggetto fungerebbero da “lente di proiezione” e le registrazioni grafiche rappresenterebbero quello schermo su cui viene a visualizzarsi l’immagine della personalità, forse a volte ingrandita, altre volte non ben messa a fuoco.

I criteri di significato delle linee libere in grafologia sono le medesime che si applicano al “Reattivo dell’Albero di Karl Koch”. Così, se il Baumtest legge la distrazione nei “rami” campati per aria, similmente la psicografologia valuterà il segno disordinato e staccato, riconoscendo la concentrazione in un punto, o una spirale, e il tratto finale, a seconda che tenda a diminuire e farsi acuminato, o viceversa a crescere e ingrossarsi, sarà paragonato a ”écriture acérée” e “gladiolée”, ovvero “épaissie” e alla specie “massuée” della terminologia jaminiana.

Così come, a suo tempo, Koch tenne in grande considerazione gli apporti degli studi grafologici, in particolare quelli di Jules Crépieux-Jamin, Ludwig Klages e Pulver, frequentemente ci si accorge come, a loro volta, a completamento delle loro indagini, siano proprio i grafologi a ricorrere ai test proiettivi.

In collaborazione con Franchette Lefebure, Jean Charles Gille Maisani ha applicato i dettami della grafologia al test di Szondi. I due tomi di “Graphologie et test de Szondi, sulla base dei rispettivi significati psicologici, indagano relazioni tra scrittura e dinamica delle pulsioni dalla comparazione dei segni grafici con le reazioni al test di Léopold Szondi. La teoria szondiana sulla struttura dell’io combina nozioni multiple, di psichiatria, psicoanalisi e psicologia genetica, permettendo di seguire le pulsioni di un determinato soggetto nelle dinamiche intime e nei reciproci rapporti nel corso dell’intera  vita.

Sulla base delle teorie junghiane di Psicologia del profondo, Ania Teillard Mendelssohn ha inquadrato la scrittura quale illustrazione del paesaggio interiore, in cui i simboli sono i principali mezzi attraverso i quali l’inconscio comunica con la coscienza. La psicoterapeuta tedesca, attraverso le quattro funzioni psichiche junghiane (intuizione – sensazione – pensiero – sentimento), ha analizzato atteggiamenti, funzioni dominanti e tratti di carattere del compilatore; dal dinamismo della grafia, tangibile nella pressione della penna sul foglio, ha dedotto il vigore dei movimenti della libido, per Jung comprendente la totalità dell’energia dell’individuo; e, dalla combinazione di altri segni, ha spiegato come la stesura di un testo esprima la tipologia junghiana dell’introversione e dell’estroversione, il vincolo dell’Anima con l’Animus, il rapporto tra l’individuo e la psiche collettiva.

Le radici dell’Albero

Alla stregua del disegno dell’albero, lo stile di redazione risulta accessibile a una comprensione “intuitiva”, quindi grazie all’impressione globale di insieme e di armonia, ovvero di squallore e di fatuità. Questa modalità interpretativa della scrittura si riconduce a un esame gestaltico, sincretico, che, a seconda dei livelli, può fornire un doppio significato di ogni elemento
distintivo, in un senso, se la qualità è elevata, altrimenti la presenza di banalità richiederà l’applicazione di altri criteri.

Non separare le parole a fine rigo per andare a capo, lasciando così uno spazio bianco prima del bordo, indica, per lo più, incapacità di sopportare la separazione, una scissione di parti che dovrebbero restare unite per compiere un medesimo destino. L’immaturità, la sofferenza e l’angoscia da separazione sconfiggono il coraggio del frazionamento, anche quando ciò dovesse corrispondere alla continuità piuttosto che alla perdita. Questo “rigo da (allineamento)  videoscrittura” potrebbe perdere di significato in chi è abituato a compilare testi al computer.

La “d lirica”, costituita da un occhiello e da un filetto che salendo si rivolge all’indietro, prosegue lo slancio sentimentale verso una nostalgica ricerca di ideali tradizionali; se, poi, il filetto è completato dall’asola, la razionalizzazione dei contenuti rende la fantasia produttiva.

In ogni caso, un segno da solo non va ritenuto sufficiente a delineare un profilo di personalità, perché necessita di conferme e riscontri che emergano dalla convergenza di altri elementi.

Difatti, un profilo psicografologico necessita di un lavoro piuttosto complesso, che si genera nell’incrocio fra quanto proviene dall’analisi delle tracce, o della morfologia delle diverse lettere, così come pure dal modo in cui si riempie il foglio, che fedelmente rispecchia le alterazioni dei fattori spazio-temporali, proprie di alcuni disturbi psicopatologici. Il testo vergato a mano si situa sempre tra spazi vuoti che lo separano dai bordi della carta, con cui si deve porre in riferimento, pertanto nella scrittura è l’Io sociale a esprimersi.

Un gruppo di grafemi rappresenta un sistema di vita in comune con altri, che, come lettere omologhe ed eterologhe,  non potranno che diversificarsi tra loro per costituire una comunità compatta e rinsaldarne i legami. Scrivere è creare, comporre, ma innanzitutto comunicare, essere in corrispondenza, “vita da condividere”.

Il rigo rappresenta l’inconscio, al di sopra l’intelletto, sotto la natura fisica, mentre il corpo della scrittura è il Sé. L’Io sociale corrisponde, quindi, alla sovrastruttura visibile di un “albero” le cui radici sono l’Io profondo.

Lo spazio

La zona al di sopra dell’elaborato, luogo degli ideali e dei valori morali, ma pure della sensibilità artistica e spirituale, viene occupata dagli “allunghi” superiori, quali quelli della lettera effe, elle o ti. La zona al di sotto, sede di tutto ciò che è materialità, viene impiegata dagli “allunghi” inferiori delle lettere gi, pi, ancora effe, o della zeta “romantica”. Gli  “allunghi”, infatti, li ritroviamo solo in alcune lettere: di solito sei in un senso (b, d, f, h, l, t) e sei (o sette) nell’altro (f
, g, j, p, q, y, o z). In base a quanto si distanziano verso l’alto o il basso dal corpo del grafema, si deduce il controllo degli  istinti o la prevalenza dell’intelletto. L’allungo inferiore eccedente denota egocentrismo da soddisfare e bisogno di gratificazione. L’allungo eccedente superiore indica razionalità. L’eccesso di entrambi darà vita al conflitto tra le due tendenze con un’alternanza della quale risentiranno i rapporti affettivi. Un rattrappimento, viceversa, segnala apatia, appiattimento, conformismo e mancanza di progettualità.

Analogamente al Baumtest di Koch, allora, lo spazio grafico viene suddiviso dal rigo in zone: mediana, superiore, inferiore; il lato sinistro, poi, si riferisce alla storia, invece a destra avremo la proiezione futura. La scrittura potrà occupare il foglio a disposizione per intero in una personalità disinvolta, sicura di sé, che si muove con naturalezza nel suo ambiente. Al contrario, se lascia troppi margini, significa disagio, imbarazzo, impaccio, limitazione, sfiducia, blocco, complesso di inferiorità. Una dismisura esprime condizionamento: se l’esagerazione del margine si trova a sinistra si è succubi dei superiori, in caso di sproporzione a destra l’ansia è prodotta dal raffronto con l’interlocutore. Nel margine sinistro crescente si dimostra apprensione nel soddisfare i compiti assegnati. Se si incrementa a destra aumenta il disagio e la sfiducia. Viceversa nel decrescente a sinistra aumenterà la sicurezza e a destra l’aspettativa.

La collocazione sul foglio rispecchia quella personale modalità di occupare lo spazio vitale nei quadruplici vettori archetipici degli ideali (su), o della concretezza (giù), delle origini (sinistra) o dell’estroversione (destra). Max Pulver ha sottolineato l’importanza del simbolismo spaziale dei contrassegni arcaici e delle associazioni mentali che abitualmente riproducono.  L’alto è il cielo, la luce, il giorno, la spiritualità, cosicché in basso stanno le tenebre, la profondità, la notte, gli istinti; a destra s’incontra l’altro, il futuro, la realizzazione, il padre, mentre a  sinistra abbiamo il passato, la madre, l’introversione, oppure l’apprensione per dover andare avanti.

L’andamento

Il grafologo bernese, oltre che sui prolungamenti inferiori e superiori, si è soffermato anche sul calibro medio delle lettere, realizzando, dal rapporto tra gli spazi pieni e vuoti, che influenzano le parole e le singole lettere, fino ad arrivare ai margini, uno schema nel quale verificare lo sviluppo dei vari vettori all’interno di un elaborato. Allegoricamente la parola scritta indica il cammino nella vita dell’estensore e la sua peculiare modalità di adattamento all’ambiente che lo circonda. Della parola, come del maiale, non si butta niente e si valuta la durata, dall’inizio alla fine, come si sviluppa, e pure se viene interrotta.

Un segno grafico aderente al rigo equivale a disponibilità e collaborazione. Se la scrittura tende a salire dimostra intraprendenza, ma nel caso in cui l’ascendenza dovesse essere eccessiva si trasformerà in invadenza, iniziativa irrealistica, incapacità di confronto. La compilazione che dovesse scendere rispetto al rigo orizzontale subisce l’influenzamento ed esprime passività. Un andamento rettilineo equivale all’onestà e alla correttezza. L’andamento ondulato e tortuoso è ambiguo, quasi un meccanismo di difesa nei confronti di possibili insidie; a seconda dell’ampiezza farà da contrasto con una tortuosità a “breve” raggio; con un raggio “medio” è più spregiudicata, o sleale; con un raggio più “lungo”, diventa ingannevole.

Occhielli

Le parti circolari (occhielli) di alcune lettere (a, d, g, o, q) rappresentano il senso dell’io: le linee ascendenti gli aspetti del sentimento, le discendenti la volontà, quelle orizzontali l’intelligenza, mostrando modalità di razionalizzazione degli impulsi, nonché di relazione interpersonale e di insight. Un’estensione “ristretta”, nel senso di sproporzione tra altezza e larghezza, ci parla di unilateralità e difficoltà di concentrazione. Una “tonda” equivale invece ad approfondimento e ricchezza di vita interiore. Una “dilatazione” varrà per tendenza alle fantasticherie. La chiusura dell’occhiello nella “larga” (dilatata) corrisponderebbe a barriera con l’esterno o blocco verso gli altri. L’apertura degli occhielli a sinistra esprimerebbe sessualità gratificata, a destra labilità affettiva, se “scoperta” in alto, sensibilità artistica.

Calibro

Il carattere della scrittura “piccolo” contraddistingue modestia e rispetto verso gli altri, capacità di concentrazione e memorizzazione. In caso di eccesso però si dovrà supporre un complesso di inferiorità. Il grafema complementare non nasconde il desiderio di porsi al centro dell’attenzione, senso ipertrofico dell’io e superficialità di giudizio. La continua variazione nell’altezza delle lettere, con alternanza di caratteri piccoli e grandi (fluttuanti) corrisponde all’instabilità emotiva, ma anche a predisposizione interpretativa. Dal graduale rimpicciolimento nell’altezza delle lettere (gladiolate) potremmo dedurre un’oscillazione dell’umore con tendenza verso la depressione.

Al tatto

Già a colpo d’occhio, quindi, si possono evidenziare dei rilievi di un certo interesse psicologico. Ma un altro segno si rende subito avvertibile, oltre che alla vista, al tatto, e, voltando il foglio, sul retro possiamo scoprire il grado di insistenza esercitata sulla carta. La pressione è correlata alla vitalità di chi scrive, come ai concetti di energia, o di resistenza psicofisica allo stress. Il modo con il quale si preme sul foglio evidenzia l’intensità con cui s’affronta la vita e la reazione alle avversità, la capacità di sopportazione e la forza di tenuta di fronte alle frustrazioni. Una persona concreta, determinata e grintosa, eserciterà una forte sollecitazione sul foglio, con la stessa intensità con cui vorrà affermarsi nel suo mondo, nelle relazioni affettive e sociali. A volte, ciò farà trasparire  dell’impulsività e dell’irruenza. Chi è più vulnerabile, o troppo sensibile, mostrerà una scrittura leggera, sottile, quasi pallida, per via della debolezza, dell’insicurezza, e della tendenza a soccombere davanti alle difficoltà. La sensibilità è però sinonimo pure di capacità di ricezione e di esercizio intuitivo.

L’evoluzione

L’interpretazione del disegno, come nel reattivo dell’Albero, può avvenire con differenti metodiche. L’indagine sulla rappresentazione spaziale dedotta dal bozzetto nella sua globalità; oppure un’analisi dei contenuti simbolici. Onde evitare valutazioni soggettive, Koch prediligeva un esame dei singoli elementi in relazione alle loro espressioni grafiche. Infine, lo studio della fenomenologia proiettiva seguita nella sua evoluzione, con particolare attenzione agli elementi espressivi, come pure al comportamento, in base al suggerimento di Rorschach, per quanto riguarda il suo test delle macchie d’inchiostro. Tanto equivarrebbe a follow up successivi, magari anche dopo adeguata assunzione di informazioni anamnestiche personali e familiari, mediante l’integrazione dei dati raccolti con ragguagli provenienti da altri test di carattere proiettivo (Rorschach,  Thematic Apperception Test di Murray, Picture Frustration di Rosenzweig, Villaggio di H. Arthus, Colour Pyramid Test di Max Pfister, Colori di Lüscher), a cominciare da quelli impiegati in ciò che può essere denominato il settore “carta e matita” della psicodiagnosi grafica: reattivo dell’Albero di Karl Koch, Famiglia incantata, Casa (Minkowska, Buch), H.T.P. (House-Tree-Person) di J. N. Buck, Figura umana di Karen Machover, Animale di Schwartz, Omino sotto la Pioggia di Fay, Der Sterne-Wellen-Test di Ursula Avé-Lallemant, Bender, Wartegg, Famiglia e Scarabocchio di Luis Corman.

L’identificazione sessuale scaturisce dal test della Machover, che analizza pure l’intelligenza; la percezione simbolica dalla Famiglia incantata; le difese dell’Io dall’Omino sotto la pioggia; il Villaggio esplora gli aspetti relazionali, comunicativi, socio-affettivi e il senso di appartenenza, esplorato anche da Corman (Famiglia), Minkowska e Buch.

I disegni sono elaborati per canalizzare prevalentemente i processi espressivi, – puntualizzava Konrad Zucker, nel 1948mentre da una prova di risposte verbali come il Rorschach si deducono eminentemente i processi reattivi”. La psicografología si situa all’interno del filone espressivo, mentre i disegni risultano più sensibili alle disposizioni psicopatologiche, certamente i primi a segnalarle e gli ultimi a lasciarle.

Nel considerare la costrizione socializzante subita dal codice grafico, Louis Corman riconosce significati comuni alla scrittura come agli scarabocchi.

Tinte befleckt

Lo sgorbio può rientrare in una minima espressione grafica, prodotta dalla gestualità spontanea messa in atto, e distrattamente ripetuta, con l’elaborazione di tracce indeterminate, tratti liberi, abbozzi di disegno. Il francese “escarbot”, in zoologia, si riferisce a più coleotteri (in spagnolo “escarabajo” e in portoghese “escaravelha”), e come il termine italiano, provengono dal greco skàrabos, mediante il latino scarabèus (peggiorativo scarabùnculus), scarabeo, evocando la rorschachiana macchia d’inchiostro che si va espandendo sul foglio.

Allorquando la penna lascia un’impronta casuale, o fluisce involontariamente in uno svagato percorso intrapreso soprapensiero, si vanno formando sbavature, picchiettature, screziature, tacche, fiotti, getti, schizzate,
spruzzi, annerimenti, puntini, spirali, volute, svolazzi, ricci, fronzoli, arzigogoli, ghirigori, geroglifici, arabeschi,
infiorettature e altre decorazioni o tratteggiature d’inchiostro. Ogni pausa di riflessione spinge a formare fregi od orpelli per allentare la tensione, combattere lo stress, oppure per aiutare la concentrazione e la memoria, stimolare immaginazione e creatività. Perché il gesto riafferma pure una dinamica ludica che si appaga di un effetto estetico.

Firma

La ripetitività è rassicurante, appare familiare, gratifica l’occhio, sino a soddisfare un bisogno di affermazione personale, come quando si riempie l’intero foglio con la propria firma.

Avvertendo che non è possibile sintetizzare l’intero carattere dell’autore solo dalla firma, Max Pulver ne analizza  vari elementi. L’irripetibilità e l’unicità è il frutto di un dinamismo personalizzante, risultato di uno stile, non esente da interferenze. L’automatismo nervoso si ripercuote con il suo movimento sulla chiarezza. La sintesi pratica la riduce a sigla. Il compiacimento narcisistico la rende curata e premeditata. L’enfasi ricorre a volteggi, intrecci e volute, dalle combinazioni studiate. La sottolineatura ne accentua il valore, la solennità la ingrandisce, mentre la si rimpicciolisce per semplicità e modestia. Pur mantenendone le caratteristiche, non è possibile ritrovare firme autografe assolutamente identiche. Pertanto una sovrapponibilità perfetta risulta sempre sospetta.

Le test du gribouillage

Considerando gli scarabocchi “come forma primitiva del grafismo infantile“, Robert Meurisse, nel 1948, ha ideato un reattivo (Le test du gribouillage), in cui lo scarabocchio si diparte dal centro del foglio dove è scritto il proprio nome.

Il nome può considerarsi forse una delle principali espressioni dell’identità di una persona, derivando dall’atteggiamento e dalle aspettative dei genitori. L’identificazione potrà essere accettata o meno, ma in ogni caso rientrerà nel programma di strutturazione dell’io e di costruzione della personalità. Anche le variazioni, i diminutivi, vezzeggiativi, nomignoli e soprannomi, veicolano messaggi in grado di produrre forti reazioni che a volte possono segnare il destino a seconda del valore, che sarà diverso se di tipo affettuoso, descrittivo, dispregiativo. Il cognome invece rientra in un retaggio più ampio, quello della famiglia e rimanda alla tessitura naturale ereditata.

Schizzi astratti e decorativi

Il linguaggio dello scarabocchio è ambiguo e obbedisce all’illogicità onirica, in cui va letto il messaggio simbolico di uno stato d’animo. Gli scarabocchi si possono individuare in “astrattismi”, quali le figure geometriche, proprie di chi necessita di fare chiarezza nelle proprie idee, o delle personalità organizzate, pratiche, razionali, in cui però rientrano spirali e labirinti fortemente allusivi, poiché gli scarabocchi “astratti” attendono genericamente a tutto lo spazio mentale. Tra gli scarabocchi “decorativi” ritroviamo le “cornicette” dei perfezionisti, ordinate, garbate e non prive di senso estetico.

Casa, animali, raffigurazioni umane

Quelli forniti anche di introspezione e immaginazione lasciano dei veri e propri disegni, in cui si riproduce con precisione una qualche simbologia (scarabocchi “figurativi”), che richiama alla concretezza. La “casetta”, per esempio, risponde all’esigenza di protezione e stabilità. Figure umane e animali appagano la vita di relazione e l’affettività; se dello stesso sesso, la persona disegnata va riconnessa alla propria immagine e all’aspirazione a migliorarla; le figure animali contengono valenze erotiche intense, in specie il serpente, con quella sua aderenza manipolatrice. Volti, labbra e occhi riflettono il desiderio di contatto, comunicazione, persino seduzione.

Ritocchi e figure geometriche

Vanno considerati invece di semplice “riempimento” tutti i grafemi compulsivi, “ripassi”, rifiniture, “annerimenti”, peculiari della noia e degli stati d’ansia. Le forme scrittorie più semplici, quali punto, spirale, croce, cerchio, angolo, curva… sono da valutare per il loro simbolismo grafico di base, quanto l’appoggio della penna sul foglio. L’andamento curvilineo si raccorda alla flessibilità e alla capacità di adattamento, l’angolosità alla decisionalità, e talvolta all’aggressività. I cerchi sarebbero un’espressione femminile di desiderio di compiutezza, ma, ripetuti, riportano alla chiusura e all’esigenza di protezione. I quadrati riflettono solidità, in positivo, o eccesso di difesa e isolamento, e, se con l’inscrizione di croci all’interno, senso di costrizione. Allorquando le spirali si aggrovigliano in matasse, la richiesta di chiarezza diviene impellente perché a un passo dalla confusione. Nel labirinto diventa ancora più evidente questa metafora di ricerca di una via di fuga.

Olografia

La scrittura proviene dal linguaggio, come questo deriva dalle idee e dai rapporti che tra di esse stabilisce la cultura dell’individuo, per cui, dietro i banali programmi meccanici di azione (ritmo, velocità, continuità) su di un foglio, con gli associati aspetti percettivi, motori e simbolici di traduzione grafica, vanno prese in considerazione le “sollecitazioni”, che in stretta correlazione con le dinamiche organizzative della personalità, sono state determinate tanto dalle esperienze interiori del soggetto, la cui compilazione è in esame, quanto dall’ambiente esterno, intendendo con “ambiente”, quell’oikos, che linguisticamente e concettualmente rinvia all’idea di “casa” e di “famiglia”.

La stabilizzazione degli automatismi non sta a garanzia della decisione e della volontarietà dell’atto di scrivere, non certo più dell’insieme della sua composizione integrata e della significatività delle definizioni linguistiche, cui si fa esplicito ricorso nella procedura di formazione di quanto si ha “intenzione” di esporre (nel senso che “si intende” quanto si voglia), pur in assenza della “volontà” di farlo (e cioè non si vuole quanto si intende, ma si scrive per vari motivi). La traduzione in termini psicografologici è che la componente “fisiologica” della scrittura, la quale spesso potrebbe assomigliarsi, allorquando esprima contenuti profondamente diversi, tradisce una contingenza occasionale di natura emotiva, “situazionale”, che, pur restituendo affine il tratto grafico, rende irriconoscibile a se stessa la persona nei fondamentali connotati di un’identità psicofisica e culturale. Il discorso va ampliato alla grafia prodotta da una “mano” sorretta da altri (mano guidata), all’elaborazione del testo precedentemente alla redazione grafica, all’imitazione, alla copiatura, nonché a contraffazione, simulazione, dissimulazione, ognuna delle quali contiene, sempre percettibilmente, segni grafici distintivi di chi l’ha eseguita.

Quando si “aiuta” una mano a vergare una scrittura (mano guidata) si indaga per dedurre se tale “aiuto” abbia rispettato o meno la volontà di una persona consapevole di questo sostegno o ne abbia forzato le intenzioni, integrando l’elaborato mentale del soggetto. Nei tratti rettilinei discendenti si evidenzierebbe un rafforzamento per la composizione delle forze dirette nel medesimo verso (ispessimento e allungamento delle aste discendenti, in particolare delle lettere “emme” ed “enne”); nei percorsi curvilinei (connessioni, occhielli, anelli) si riscontrerebbe conflittualità tra le consuete abitualità delle diverse mani (malformazioni nei profili delle lettere, dilatazione degli occhielli, connessioni interletterali angolose, spazi esagerati).

Oltre al contenuto di un singolo elaborato, la psicografologia approfondisce le tipizzazioni del gesto in grado di definire la personalità di un individuo distinto da altri. In tal caso, pertanto, l’indagine di questi aspetti radicati devono ricevere riscontri in materiali precedenti. Pulver ha analizzato specialmente la spontaneità con cui si verga uno scritto, distinguendo, tra i differenti mutamenti, quelli che ne denunciano una compromissione, a partire dalla velocità della grafia, classificandola quale “autentica”, “impropria” e “falsa”.

 

F come falso

Culturalmente non sarebbe una novità quella dell’expertise dei critici d’arte che scambiano i quadri dei falsari per veri, come dimostrò il documentario diretto e interpretato da Orson Welles (1973): “Vérités et mensonges”, e in italiano F come falso”; la qual cosa condurrebbe a una più approfondita riflessione sulla creatività di “fake” (imitazione) o “hoax” (scherzo), finzione o contraffazione, errore o impostura, verità o plagio, mestiere e arte della falsificazione.

Gli automatismi  (della tripartizione: pressione, gesto grafico, gesto fuggitivo) costituiscono, nella loro dinamica, l’andatura grafica individuale, dalla quale non si possono far  prescindere quegli elementi extra-grafici ed extra-tecnici riguardanti le informazioni, le situazioni (normali, patologiche), insomma “fatti” e persone (cultura, professione, anamnesi), che rendono conto di come una compilazione, per la quale l’attribuzione del carattere di abitualità resta dubbia, non può spuntare dalla sera alla mattina all’improvviso, nel modo della metafora dell’inquietante di  Carlo Emilio Gadda: “come funghi dopo l’acquata di settembre”.

Parametri scritturali, quali segni, contrassegni, connotati e microgestualità, sono sostanzialmente significativi, come impulsi, manifestazioni grafiche, inclinazione assiale, e ancor di più disinvoltura, scorrevolezza, disegno, forma e calibro delle lettere, ma sopra di tutti il “livello vitale” (“Formniveau), o il “respiro” (Grundrhytmus di Ludwig Klages) dell’incisività del flusso, che non può essere riprodotto quasi in assoluto, e certo non con la stessa spigliatezza del tratto, speditezza della fattezza nelle singole lettere, o vaghezza dei legamenti tra loro.

La “velocità” della penna sul foglio, scientificamente definita da Robert Saudek, viene rilevata agevolmente dalle zebrature nella compitezza e nel contegno della traccia ed è abbastanza peculiare. Il segno agile e sciolto tende a restringersi in certi tratti più rapidi e, se “di getto”, a slargarsi alla fine.

Coerenza disgrafica

Con l’avanzare dell’età, il movimento inevitabilmente tende a perdere gli automatismi più originali ed espressivi, i quali, mano a mano, verranno sostituiti da una generalizzata semplificazione e da un diffuso appiattimento del livello grafico personale. Essendo ugualmente disturbate da elementi ritmici comuni, come rallentamenti, incertezze, tremori, frammentazioni, con conseguente appianamento delle forme letterali e dei collegamenti interletterali, le scritture degli anziani potrebbero apparire molto simili. Una tale standardizzazione attira gli abusi di contraffattori che con faciloneria si predispongono alla banale ricopiatura imitante.  Eppure, il “tremolio” tipico dell’anziano, non è abilmente riproducibile nell’attacco delle iniziali di ogni singola parola, naturalmente carico, sbavato, impastato, per via del tentennamento iniziale e della stentatezza complessiva.

Documenti alterati da dismotricità senili, o patologiche, vanno valutati attentamente, onde stabilire quelle attese compatibilità tra determinate sindromi involutive, od organiche, e le corrispondenti sindromi disgrafiche.

Le dinamiche neuro-muscolari determinanti il decadimento del tracciato vanno investigate, con modalità interdisciplinare, in base alla neurofisiologia del gesto, in modo tale da riconoscere le specifiche fenomenologie disgrafiche connesse con l’invecchiamento in genere e quelle riconducibili a specifiche sindromi organiche. Un confronto diretto tra la precipua sindrome di deterioramento nell’impostazione della linea di registrazione, rilevabile nelle comparative, e quella presente, per esempio, in una scheda testamentaria contestata, dovrà appalesare attendibili coerenze, compatibilità e credibilità con le aspettative di disordine della fisiologia “scritturale”, riscontrabili nei confronti disponibili.

Nei casi di testamenti olografi di persone anziane, si terrà in debito conto dell’anamnesi patologica del soggetto, per arrivare alla definizione del movimento in seno al contesto di un’eventuale sofferenza organica, o di una neuropsicopatologia che ne inquadri la rappresentatività.

Le peculiarità individualizzanti dell’atto non possono non assecondare lo stretto rapporto somato-psichico che reversibilmente seguirebbe nell’espressione psicografica (nel senso dell’influenza della psiche sul corpo e sull’arto scrivente), per cui, eventualmente, con il passare degli anni, ci si dovrebbe addirittura aspettare semmai maggior “entropica”  involuzione, regressiva e degenerativa, nel senso di un più avanzato e spiccato “tremolio” e più accentuata “micrografia senile”, da inasprimento e più contenuta spinta espansiva; e, più verosimilmente, minori: elasticità, flessibilità, coordinazione e stabilità pressoria nella redazione grafica. Soltanto eccezionalmente la “micrografia senile” potrebbe non presentarsi nel vergare una lingua appresa successivamente a quella “madre”, in quanto elaborata in maniera differente in un cervello bilingue.

Il segno grafologico “discendente”, con graduale, progressivo, abbassamento della scrittura, si accompagna facilmente alle fenomenologie grafiche involutive dell’invecchiamento, perché il movimento di tenuta del rigo richiede l’efficienza dell’apparato neuromuscolare in grado di sostenerlo. Il parkinsonismo, per effetto della rigidità e dell’aumentata tensione muscolare, presenta un andamento tipico, che va a restringersi e diminuire, inconciliabile con espansioni di calibro e interlettera.

Una riconoscibile “incompatibilità disgrafica”, insomma, non va ritenuta semplicemente sospetta, ma autorizza quanti sarebbero stati danneggiati dalla truffa a liquidare il presunto erede con i consueti trenta denari dell’indegnità.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

AA VV.: “L’Equilibrio psichico dalla scrittura”, Bulzoni, Roma 1978

Baldi C.: “Come da una lettera missiva si conoscano la natura e qualità dello scrittore”, Edizioni Studio Tesi, Milano 1992

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