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Grafologia: “Autenticità” e contraffazione, Materiali e metodi, Coerenza disgrafica testamentaria e la “questione” della compatibilità, Ritocco e sintomi di insincerità grafica

Scritto da Giuseppe Maria Silvio Ierace il 29 Giugno 2012 @ 16:14 in Grafologia | Nessun Commento

In primis

C’è da chiedersi se la cosiddetta “autenticità” corrisponda semplicemente all’assenza di segni di falsità. No, perché l’assenza di segni negativi è troppo poco per poter restituire un parere positivo.

Ma, se l’attendibilità è sempre discutibile, secondo il principio di Salvatore Ottolenghi (1861-1934), simulazione, impostura e invenzione possono invece essere riscontrate, appurate e garantite!

Anzi, senza poi troppo forzare il sillogismo, intuire che un manoscritto “probabilmente” non sia autentico equivale a dichiaralo “sicuramente” apocrifo.

Lo scopo dell’analisi grafologica in questione è quello di ravvisare, per esempio, in un testamento contestato, l’identità dello scrivente, che, per essere quella genuina e originale deve ovviamente collimare con un soggetto che verosimilmente abbia raggiunto una certa età o versi in stato di salute fisica precario, per cui, mentre i contenuti del suo pensiero sarebbero ancora logici e non difetterebbero in maniera palese, la sua grafia inevitabilmente ne risente solo in un senso ben determinato per come ci si aspetterebbe da un anziano o da un malato.

 

“Coerenza disgrafica”

La “stentatezza” compare come indice primario nella fase iniziale del processo d’invecchiamento grafico, specialmente quando si presenta in forma di rigidità, e ancor prima che di tremore. L’indicazione dell’età dello scrivente risulta dunque determinante nel valutarne le implicazioni involutive, conseguenti alla perdita di agilità motoria. Lo scorrimento faticoso del movimento grafico, disturbato da instabilità, a causa di difetti di natura organica, rende il tracciato irregolare, con blocchi improvvisi e deviazioni.

Pertanto, già solo in base all’inconfutabile assunto della cosiddetta “coerenza disgrafica”, un tale scrivente, avanti negli anni, non potrà affatto migliorare il proprio ductus, e mai e poi mai, trasformarlo in una formulazione meno affaticata.

Nel contesto grafico, l’irreversibile processo involutivo progredisce nel senso di ulteriore  esitazione nell’andamento, semplificazione del tratto, e fin’anche perdita di definizione morfologica, quali indici di movimento inceppato da senile compromissione della scioltezza.

 

Metodologie di analisi e comparazione della grafia

Nessuno è in grado di riscrivere il medesimo testo esattamente allo stesso modo. Nell’accertamento dell’autenticità di un determinato scritto il giudice di merito non deve trascurare nessun elemento di valutazione in suo possesso, che, con gli altri, consenta di pervenire a quella conclusione o di escluderla. La perizia grafica costituisce solo uno degli elementi da valutare, insieme con gli altri, a tale fine. (Fattispecie in tema di falsità in testamento olografo). Cassazione, sezione V penale, sentenza 29 novembre 1990 n. 15852

Con la sostituzione, nell’articolo 67, comma 2, del decreto legislativo 28 luglio 1989 n. 271 (Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale), relativo all’elenco delle categorie di esperti previste nell’albo dei periti presso il Tribunale, della parola “grafologia” (che, forse superficialmente, e in senso non propriamente tecnico, conferiva, di fatto, “patente di validità giuridica” al solo “metodo grafologico”) con l’espressione “analisi e comparazione della grafia”, viene sancita la pari dignità a scuole, metodi ed esperti che a essi si richiamino.

Tale risoluzione dissolve, rendendola automaticamente irrilevante, la dialettica dibattimentale, laddove si sposti dai dati oggettivamente rilevati, al tentativo di accreditare, come la maggiormente attendibile, quella che non sarebbe se non una mera opinione.

 

Metodo grafologico

Viene utilizzato prevalentemente per l’approfondita conoscenza del gesto grafico, impiegato dunque per dare una paternità a un testo, accertando se una data scrittura è vera, e spontanea, oppure simulata e falsa.

Lo scopo principale della conoscenza della grafologia, in campo peritale, è quindi proprio questo, aiutare l’indagine investigativa, svolta ad assicurare un reo alla giustizia.

Mediato da un procedimento che comporta anche un’imprescindibile analisi fisio-psicologica, la finalità ultima resta pur sempre quella di identificare, per attribuire, immediatamente con certezza, e non “probabilmente”, l’autore di un manoscritto.

Il metodo grafologico utilizza tutta l’area empirica del metodo calligrafico e, senza trascurare gli apporti provenienti da altri autori (e da altre scuole), come Jules Crepiéux-Jamin (1859-1940), Ludwig Klages (1872-1956), o Robert Saudek (1880-1935), Girolamo Moretti (1879-1963), fondatore della grafologia italiana, per l’analisi e il confronto, introduce la pressione, il gesto grafico e il gesto fuggitivo, i “segni sostanziali” (“quelli che improntano direttamente l’io”), i “segni

modificanti” (“quelli che improntano indirettamente l’io”), e quelli “accidentali”, ovverosia “quelli riguardanti le modalità dell’io”.

Comunque, di solito, non viene richiesta, in campo peritale, quell’imprescindibile analisi interiore che demblée trasformi l’investigazione identificativa in una consulenza sulla personalità.

Il metodo grafologico è dunque imperniato sulla legge dell’espressione, in base alla quale ”ogni movimento spontaneo manifesta il carattere personale secondo le modalità del sentimento che vi è espresso”; partendo dall’osservazione del tracciato, lo studia nella sua cinematica (movimento), nella sua dinamica (movimento-causa), nella sua matrice fisica (prodotto neuro-muscolare), psichica e psicologica, ma semplicemente con finalità “attributive” e non “diagnostiche”.

 

Metodo psicografologico

Il metodo psicografologico propriamente detto equivarrebbe a una psicologia “dalla” scrittura” consistente nello studio della dinamica psichica della personalità “dalla” scrittura di un individuo, iniziando dalla sua evoluzione, alla maturità e fino all’involuzione senile, anche a scopo diagnostico.

In quanto scienza interdisciplinare, la psicografologia lavora a fianco di altre scienze, quali la psicologia, la sociologia, la psichiatria, la medicina, ecc., trovando collocazione in ogni campo ove ci sia da conoscere e da capire una personalità. In campo medico, soprattutto in quello della neuropsichiatria infantile e della psicogeriatria, si applica per una precoce individuazione, screening, diagnosi e follow-up di disgrafie, dislessie, afasie, ecc..

 

Metodo grafometrico

Il metodo grafometrico si basa sull’idea che i parametri scritturali (altezze, larghezze, rapporti proporzionali) rimangano costanti nello stesso scrivente, sicché basterebbe tradurli in dati matematici e poi in curve-istogrammi di confronto.

Tale metodo individua quindi gli elementi misurabili della scrittura e li trasforma in un grafico a curva che consenta di unire dei punti, delle coordinate, per meglio comprenderne l’andamento. Il risultato potrà corrispondere alla curva a campana, oppure al diagramma della dispersione.

Sviluppa la tecnica basata sui caratteri quantitativi e proporzionali, che definiscono una scrittura e che il falsario non si preoccupa di modificare perché a lui non evidenti, e, raccogliendo una certa quantità di dati, raggruppati e tradotti in istogrammi di rappresentazione e confronto, rileva compatibili indici di “probabile” omografia, o divergenze che segnalino evenienze di etero-grafie. Le misurazioni sono di tipo proporzionale, percentuale, micrometrico, differenziale, angolare, di scostamento rispetto alla media (quindi: media dei valori) e alla “moda” (i più frequenti), rispetto a un determinato grafismo “sociale”. Se però non ci sono elementi sufficienti per formulare una curva statistica, questo metodo è pressoché inutilizzabile.

 

Metodo grafonomico

Il metodo grafonomico si fonda sulle leggi della cinematica e della dinamica che regolano il moto scritturale, dominato dal sistema nervoso centrale e periferico. Tale metodo segnaletico – descrittivo considera il gesto grafico come espressione delle personalità, dunque come prodotto cerebrale, psichico e neuromuscolare nella sua cinematica e segnala i più importanti connotati e contrassegni, riguardanti forma, dimensione, direzione, posizione, distanziamento, frequenza. In questo caso, una terminologia fenomenologica,  non strettamente convenzionale, descriverà letteralmente le tipologie rilevabili per definirne i parametri: altezza, lunghezza, larghezza, variazione e posizione dimensionale, forma curvilinea, angolosa, mista, ordine del testo, direzione e forma della linea di base, intensità delle oscillazioni assiali, frequenza di un dato fenomeno, fittezza (di lettere, parole, linee).

L’attività identificativa si realizza  nello studio della variabilità olografa, finalizzata a verificare se la scrittura disconosciuta, o anonima, possa essere considerata una delle possibili varianti della grafia del presunto autore. Il metodo grafonomico studia la grafia, non solo nel suo aspetto obiettivo, cogliendone anche l’evoluzione, ma in relazione altresì alla specifica scrittura, individuandone difformità e somiglianze e le caratteristiche distintive, idonee a farne stabilire la provenienza da un determinato soggetto.

Uno stesso scrivente può variare il proprio ductus, non solo col passare degli anni, ma nello stesso lasso di tempo, a seconda che attribuisca allo scritto maggiore o minore significato, o del destinatario cui è diretto, e, addirittura, in uno stesso scritto.

La scrittura, infatti, non solo presenta una variabilità fisica dettata dall’impossibilità neuro-muscolare che un soggetto possa riprodurre, pur volendolo, un testo identico a se stesso (per coincidenza spaziale e gestuale di tutte le caratteristiche grafiche), non solo è affetta da una variabilità introdotta dalla posizione e dalla tipologia dei mezzi grafici, ma subisce anche modificazioni procurate dallo stato psicologico: connesse sia al tipo di documento (si pensi all’appunto rispetto alla firma su un atto notarile) e al destinatario del testo (dalla nota per uso personale alla lettera al familiare, o alla richiesta burocratica con conseguente necessità di facilitarne la lettura), sia alla volontà dell’autore di essere o meno riconosciuto.

Alle pressoché infinite variabili fisiche si aggiunga allora la combinazione con le variabili esterne, riferite alla postura scrittoria e ai materiali grafici, e con le varianti connesse alle possibili condizioni psicologiche dell’autore, per rendersi conto dell’estrema mutevolezza grafica di un soggetto che quasi mai si ritrova identica a se stessa.

 

Metodo morfologico-calligrafico-grammatomorfico

Il metodo calligrafico consiste nella comparazione della morfologia letterale. Se uno stesso individuo può scrivere in maniera diversa, a seconda del momento, non esistono, in ogni caso, due persone che scrivono esattamente allo stesso modo. Infatti, la fissazione personale del pensiero per la successiva fruizione avviene proprio  attraverso la scrittura.

Acquisita in fase di apprendimento scolastico, col tempo e con l’uso, la mano-scrittura subisce, modificazioni il cui interesse è direttamente proporzionale all’allontanamento dai modelli calligrafici riprodotti nelle prime classi di studio, ovverosia al grado di “personalizzazione”.

Nello scrivere, un individuo lascia sempre la propria impronta grafica in modo sufficientemente costante e, in presenza di un adeguato numero di elementi personalizzanti, si può procedere all’identificazione proprio attraverso quelle immutabili caratteristiche che, singolarmente o in combinazione, presentano un assoluto ed elevato valore di distinguibile contrassegno.

Qualora gli elementi personalizzanti non dovessero bastare a rendere agevole il confronto morfologico, onde  valutarne le somiglianze, per dirimere i dubbi occorrerà approfondire l’analisi con una più attenta interpretazione grafologica.

E’ questo il cosiddetto metodo calligrafico, “morfologico”, o grammatomorfico, che, pur tenendo conto dell’evoluzione, o involuzione, nel tempo, della grafia, ne studia la morfologia nel suo aspetto squisitamente obiettivo.

 

Metodo psicolinguistico

Il metodo psicolinguistico e la psicologia del linguaggio si compongono dello studio interdisciplinare dei fattori neurobiologici e psicologici che stanno alle fondamenta dell’acquisizione, della comprensione e dell’utilizzo del linguaggio, anche in termini comunicativi e relazionali.

In psichiatria trova applicazione principalmente la meccanica logica dei sillogismi categorici e l’analisi delle figure retoriche (in particolare: metalogismi, metaplasmi, metafore, metonimie, analogie, allusioni, allegorie, reiterazioni, reticenze, ripetizioni, similitudini, sinestesie, sineddoche, ossimori, paragoni, paradossi, perifrasi, pleonasmi,  catacresi o metafore assopite).

 

Il domani è già Oggi!

Le ricerche che si inseriscono nell’ambito del trattamento automatico del linguaggio naturale, nei testi scritti, sono in grado di leggere pure le emozioni.

Il tentativo consiste nell’individuare nel contenuto di un testo, i sentimenti che provoca, dalla paura alla gioia, dal grado di persuasività all’arguzia. Queste tecniche, che si sono man mano andate affinando, consentono di stabilire differenze anagrafiche o di genere. In questi casi, il monitoraggio serve, per esempio, a verificare la presenza di pedofili che mascherino la loro età o spacciandosi per coetanei, magari dello stesso sesso.

Da parametri, quali punteggiatura, lunghezza delle frasi, similarità, contesto…  si sviluppano degli algoritmi in grado di evolvere i comportamenti empirici, elaborandoli in modelli statistici, secondo quel ramo dell’intelligenza artificiale conosciuto come “machine learning”. Ogni linguaggio ha naturalmente le sue sfumature e le metodologie da impiegare vanno impostate su somiglianze di elementi di base tipizzanti (features), ancora da rintracciare. Al momento, la maggioranza degli studiosi si è concentrata in particolare sulla lingua inglese.

Dall’incrocio di dati ricavati dalla cosiddetta “estrazione automatica dei sentimenti” (sentiment mining), analisi sociologica e scienza della complessità ottengono, in ogni caso, modelli predittivi del comportamento umano.

 

Comparazioni dubbie

Tutti i metodi hanno pari dignità scientifica, e vanno applicati ciascuno alla specifica circostanza,  in cui riesce a rendere al massimo delle possibilità, anche in considerazione della documentazione comparativa da sottoporre ad analisi, che ovviamente non sia di provenienza, appartenenza o attribuzione dubbia, o addirittura apocrifa, ovvero, sia pur autentico, talmente lontano nel tempo da inficiare qualsiasi accostamento.

Le predette “scritture di comparazione” andrebbero generalmente completate da un saggio di confronto posteriore, dettato e non copiato, spesso impossibile in caso di testamento, e da altre scritture di paragone, che per essere considerate idonee, devono essere coeve, oppure possibilmente non anteriori (o posteriori) al quinquennio dalla data di redazione della scrittura in esame, sufficienti, ovvero quantitativamente utili allo scopo, e omogenee per analoga presenza di corsivo, maiuscolo, ed eventualmente  stampatello, sigle e numeri, cioè di quei “piccoli segni” di rilevanza fondamentale per discernere il vero dal falso.

Nella scelta delle comparative, o nel soffermarsi giusto su quelle controverse, andrebbe intravista dell’imprudenza.

 

Completezza d’indagine

Agli effetti dell’indagine grafica, la conoscenza dello stato psicofisico del soggetto riveste importanza capitale. È quindi indispensabile fare riferimento all’età, come al sesso e alla professione dell’individuo che ha compilato il documento la cui autenticità è da verificare, e inoltre conoscere le eventuali malattie, o quelle che possono risultare altre cause in grado di procurare turbative tali da modificarne o alterarne la grafia.

Nel non tener conto a sufficienza del dato anagrafico e dello stato di salute del soggetto c’è da intravedere della negligenza.

Nella scrittura vergata da un anziano, tipica di un testamento olografo, la genuinità dello scritto può essere documentata esclusivamente mediante comparazione con scritture preesistenti, dalle quali vanno rilevate le caratteristiche che “non cambiano”, in base all’indispensabile “coerenza disgrafica”.

 

Dissimulazione e mimetizzazione

Ogni persona ha una scrittura diversa da quella di tutti gli altri, per cui di fronte a parole perfettamente uguali e tra loro sovrapponibili si parla di “copia”.

Inoltre, la scrittura di una stessa persona, col passare del tempo, in seguito alle esperienze di vita, traumi e malattie comprese, cambia, anche considerevolmente; a volte, poiché influenzata dallo stato d’animo e da condizioni interne ed esterne, può variare persino nel corso della stessa giornata.

Quando, dall’analisi di confronto, emergono analogie apparenti e, nel contempo, differenze basilari, ne consegue che le scritture possano essere state elaborate da mani diverse. In quanto le omogeneità esteriori trovano giustificazioni, oltre che nell’imitazione, nell’eventualità sia della casualità che della concordanza di alcune modalità espressive, all’interno di una naturale variabilità del grafismo.

Se, invece, ad affiorare, sono sostanziali concordanze, riguardanti le componenti individuali del modo di scrivere e, contemporaneamente, le difformità si riducono ad affare di morfologia ed esteriorità, si presume un’unicità di esecuzione. E saranno, allora, le apparenti diversità formali a trovare spiegazione nell’ambito della variabilità naturale della grafia, in motivazioni di natura oggettiva, riconducibili ai tipi di penna, carta e piano d’appoggio impiegati, ovvero in giustificazioni di natura soggettiva, quali posizione della mano, condizioni psico-fisiche, stato di salute ed emotività del momento.

La dissimulazione sarà ovviamente improbabile, se le scritture si assomigliano, poiché chi non vuol far riconoscere la propria scrittura, fornirà alla stessa un’apparenza macroscopicamente diversa da quella abituale.

Insomma, allorquando gli scritti a confronto si assomigliano, le ipotesi più probabili vengono ridotte all’alternativa o dell’appartenenza, reale, di entrambi gli elaborati alla stessa mano, oppure all’imitazione perpetrata nel documento contestato. Se è possibile che appartengano alla stessa mano, si dice che sono tra loro compatibili, viceversa saranno incompatibili.

Qualora invece gli scritti a confronto siano molto divergenti già a prima vista, si presumerà che la scrittura disconosciuta sia stata redatta da “altri”, oppure che sia frutto di dissimulazione, o ancora che i due scritti provengano dallo stesso soggetto, il quale nel frattempo abbia cambiato il suo modo abituale di scrivere.

Nel caso in cui la scrittura autografa e quella confutata siano molto diverse, sarebbe impensabile, e piuttosto improbabile, che si possa trattare di un’imitazione, in quanto di solito si tenderebbe ad attribuire al simulatore, che mima la scrittura del prossimo, quella minima capacità di riprodurne, almeno approssimativamente, se non altro, l’aspetto esteriore, la grandezza e la forma delle lettere.

 

Piccoli (?), grandi segni!

Occorre, sin da subito, sgombrare il campo da tutti quegli elementi che non aiutano a chiarire la controversia, anzi contribuiscono a rendere le acque più torbide di quello che in realtà siano. I punti salienti sono pochi, ma chiari, e devono essere protetti da una svalutazione che, a bella posta, viene ordita a loro danno, oltre naturalmente che a danno di chi ne risulterebbe truffato: il linguaggio, il contenuto, il senso delle parole, il contesto, ma soprattutto i “piccoli segni” di Roseline Crèpy e Max Pulver  e la mai sottolineata a sufficienza “coerenza disgrafica”.

Se, più che al gesto, poi, frammentarietà, discontinuità, giustapposizioni, stacchi tra lettere e angolosità nei collegamenti sono da imputare alla mancanza di fluidità, vanno interpretati per quello che sono: puro frutto di artificio, come appunto proprio i ritocchi, così distintivi e caratterizzanti della contraffazione.

 

Grafia ritoccata

I modi che si riferiscono a come sono scritte le singole lettere dell’alfabeto e alla punteggiatura, -dichiarava Jules Crépieux-Jamin – sono di per sé privi di importanza e significativi solo se ripetuti”.

Per poter essere riconosciuta come parte integrante di un grafia “personalizzante”, la tendenza a correggere (e ritoccare) quanto già scritto deve rispondere alla fondamentale caratteristica dell’abitualità.

Ritocchi e correzioni non dovranno inoltre possedere valore, o trovare giustificazione dal punto di vista grammaticale od ortografico, ma solo da quello della radicata consuetudine ad abbellire, ad aggiungere ed emendare alcuni tratti di segni scambiabili e confondibili con altri, quasi a scopo diacritico, com’era d’uso in greco antico per distinguere le lettere dai numerali ch’esse avrebbero potuto rappresentare.

 

Segni diacritici

Segni diacritici sono principalmente: spirito aspro, spirito dolce, accento circonflesso, accento grave, accento acuto, doppi accenti, punto sovrascritto, punto sottoscritto, umlaut, cediglia, gancio e corno vietnamiti, apostrofo (per rendere la hamza araba) e “antiapostrofo” o apostrofo contrario (per rendere la consonante “ʿayn” araba), taglio obliquo polacco, sbarra obliqua scandinava, tilde, titlo cirillico, anello ceco (kroužek), breve rumeno (căciulă), macron o segno di vocale lunga, usato anche nelle lingue lettone e lituana (dove è chiamato brūkšnelis), uncino polacco (ogonek) o lituano (nosinė), uncino ceco o pipa (hàček) oppure accento “anticirconflesso” o mäkčeň (“addolcitore” o “segno di palatalizzazione”) in slovacco, strešica (“tettuccio”) o kljukica (“uncino”) in sloveno, hattu (“cappello”) in finlandese.

Il legamento tra le lettere, indispensabile per la rapidità di esecuzione, inevitabilmente nuoce alla chiarezza del tracciato corsivo. Per cui, il più delle volte, vengono accuratamente vergate le zampette delle “a”, quando restano solo abbozzate e potrebbero essere lette come “o”; oppure si tracciano due trattini orizzontali alla sommità di una lettera che potrebbe facilmente essere confusa con una “n” o una “m”; o ancora si forma un’ansa orizzontale a nastro ingrossato, si accentuano gli apici, si esaspera l’empattement, sino a produrre una sorta di tachigrafia che dalle “notae tironianae” condurrebbe alla stenografia, o all’anagliptografia, e così di seguito.

Spesso, i simboli grafici sono stati attribuiti con criteri del tutto arbitrari: come abbreviazioni di parole o come richiami allegorici di concetti, oppure per semplice casualità. In particolare, nel XVII sec., la scelta poteva essere molto verosimilmente dovuta a esigenze pratiche, e si prendeva un segno già pronto in tipografia, più facilmente riproducibile in stampa.

 

 

Come simbolo dell’infinito, nel 1655, John Wallis (1616-1703), matematico e decodificatore di algoritmi crittografici, all’epoca degli Stuart e Oliver Cromwell, propose l’otto adagiato in orizzontale per come veniva raffigurato sulla lama dei Tarocchi, chiamata in francese Le Bateleur. Probabilmente, sulla base di quello usato nel tardo impero romano per indicare il valore 1000, associato anche a grande quantità. Presso i latini, la notazione corrente per indicare il 1000 era la M, iniziale appunto della parola mille, che poteva essere trascritta con due C maiuscole contrapposte e accoglienti un asta verticale al centro, abbastanza simile all’omega minuscolo, che essendo l’ultima lettera dell’alfabeto greco, in un codice alfanumerico, ben rappresentava la fine dei numeri. L’altra opzione recupera l’allegoria del serpente Ouroboros, che si morde la coda, oppure le prime due lettere del termine aequalis, uguale.

Secondo lo storico della matematica Georges Ifrah, sia il simbolo di infinito sia il contrassegno della cifra 1000 sarebbero derivati da successive deformazioni della maiuscola greca phi, con valore numerico cinquecento nel sistema di numerazione ionica, mentre, in quello attico, il mille era indicato dall’albero ramificato della psi.

 

@

La @ nacque dall’unione stilizzata delle lettere minuscole “a” e “d”, atta a formare la locuzione latina ad (cioè “verso”). Gli anglofoni, nell’accentuare la curvatura dell’astina della d verso sinistra all’indietro, ne cambiarono il significato a at, presso, grammaticalmente quindi, da moto a stato in luogo. Rappresentando graficamente una stilizzazione della “a” con attorno un ricciolo, si rende somigliante alla conchiglia di un gasteropode, da cui deriva il nome italiano, chiocciola o chiocciolina, del carattere tipografico adoperato nella messaggeria elettronica per separare il nome del destinatario dal server facente funzione di cassetta della posta.

Già in uso nel VII secolo della nostra era, presso i mercanti veneziani, che rappresentava l’anfora, utilizzata allora come misura di peso e capacità, tant’è che, per gli spagnoli, l’arroba, peso, equivale a 25 libbre, pari a 11,502 kg., con etimologia derivante dall’arabo ar-roub che significa “un quarto”.

 

Ritocco “patologico”

Nelle scritture patologiche di atassici, le parole scritte a pochi secondi di intervallo, sembrano all’occhio dell’autore, tracciate da mani diverse, per cui spesso essi cercano di ripassare il modello per evitare scosse, come possono fare gli scolari alle prime armi.

Se si tratta di un fatto sporadico, si rivela un accorgimento facilitante l’identificazione di certi scarabocchi. Ma quando si tratta di un bisogno coartante, anancastico, che in qualche modo obbliga a toccare e ritoccare le lettere, scopre una personalità ossessiva, con poca autostima e una notevole ansia di fondo, costretta a controllare e ricontrollare continuamente tutto quello che fa o scrive.

Una psicopatologia questa che, nel non fidarsi delle proprie capacità, per controbilanciare il peso delle responsabilità avvertite, verosimilmente tende ad addebitarsene delle altre, con il conseguente risultato di sentire il bisogno di non essere fraintesa. Tale esagerata necessità di essere capito correttamente dagli interlocutori, al possessore di questa grafia, fa perdere molto tempo ad angustiarsi, in un continuo interiore ruminare.

Se non fosse frutto di artificio, potrebbe però calzare a pennello alla personalità di un falsario puntiglioso, che già di per sé possedesse queste peculiarità caratteriali. Si aggiunge un futile piattello alle “r” minuscole, un’altrettanto effimera asola alla “L” maiuscola e sovrascrive le astine alla “u”, non tanto per non confondere questa vocale con la “n”, quanto per non farla scambiare per una davvero improbabile sequenza di ”ee” o di “ie”.

 

Sintomi di insincerità grafica

Mamma Cicciu mi tocca, (ri)toccami Cicciu ca a mamma voli” … “Na sula vota”, se la mamma è “vecchia”, dice chi ha già subìto un imbroglio e non vuole che ciò si ripeta nuovamente, annusando un acre odor di truffa. Questi modi di dire calzano perfettamente al “ritocco” che serve a “mescolare le carte”, simulare o dissimulare un tracciato.

I frequenti ritocchi (indipendenti da cause strumentali e senza miglioramento della chiarezza… e dell’originalità) rientrano nel decalogo di segni, elencato da Robert Saudek, attraverso i quali è possibile riconoscere con esattezza la disonestà dello scrivente: grafia lenta (indipendentemente da cause strumentali, da immaturità grafica o da impedimenti psicofisici); grafia innaturale (perché scolastica, rovesciata, oppure stilizzata, insomma “senza vita” e con frequenti arcate); grafia lassa (cioè molle, senza struttura e pressione, cioè con frequenti collegamenti filiformi e righi ondeggianti); lettere oscure (ovvero una lettera al posto di altra, con frequenti tratti ricoperti); grafia imbrattata e punteggiata (con frequenti e ingiustificati punti di appoggio fra sillabe e parole); frequenti alzate di penna; omissione di tratti essenziali di lettere, in grafia lenta; enfasi iniziale marcata, soprattutto in unione ad altri segni già visti; lettere – v, a, d, g, q – aperte alla base e descritte con moto orario in due tempi.

Il primo e fondamentale sintomo resta la “lentezza”, e la mancanza di fluidità, purché, ricorda Saudek, sia accompagnata da almeno altri tre sintomi di insincerità, ricollegabili alla forzatura del proprio automatismo. La continuità grafica è solo di facciata, smentita com’è dalle continue alzate di penna.

Nello scambiare un indizio certo di contraffazione con uno “stile” calligrafico c’è dell’imperizia. Ma al di fuori della mutatio retorica, potrebbe intravvedersi persino della vera e propria complicità nel perpetrare una truffa, sia pur passiva od omissva, perché “non agit, sed agitur”.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Ifrah G.: “Histoire Universelle des chiffres , Robert Laffont, Paris 1994

Sitografia:

Ierace G. M. S.: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/grafologia/psicografoanalisi-psicologia-%E2%80%9Cdella%E2%80%9D-scrittura-psicologia-%E2%80%9Cdalla%E2%80%9D-scrittura-psico-espressivita-dallo-scarabocchio-alla-coerenza-disgrafica/1977/

Ierace G. M. S.: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/i-veli-di-pietra-archeologia-archigrafia-epigrafia-paleografia-architettura-scultura-kunstgewerbe-kunstwollen-araldica-emblematica-iconologia-pasigrafia-crittografia-grafologia-nuove-scr/1994/

Ierace G. M. S.: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/grafologia/grafoanalisis-piccoli-segni-date-firma-parafa-sottolineature-punteggiatura-scritture-di-facciata-e-di-compensazione-spazio-grafico-simbologia-dei-numeri-e-dei-tarocchi-il-matto-l/2010/

 


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