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Grafologia: Anonimizzazione, auto-falsificazione, deanonimizzazione, copia. Metodologie di falsificazione, Surcharge; Criminal profiling, scrittura “omissiva

Scritto da Giuseppe Maria Silvio Ierace il 2 Luglio 2012 @ 11:20 in Grafologia | Nessun Commento

L’inter-disciplinarietà dei metodi di analisi e comparazione della grafia legittima quelle pertinenze e competenze relative all’intera area probatoria, per cui, al fine di raggiungere certezza di prova, spesso si dovranno ricavare “tutti” gli indizi presenti nei più svariati campi, disponendo della facoltà di ricorrere a quei criteri ritenuti più utili ed efficaci allo scopo.

 

“L’arte di annacarsi” , ovvero il gioco delle “Tre carte”: possibili!à, probabilità, certezza (?)

Quando ci si trova al servizio della verità, e perciò si è obbligati a rimanere al di sopra delle parti, bisogna evitare, a tutti i costi, errori che possano comportare l’eventuale condanna di un innocente. Sempre che non si oltrepassino certi limiti, un tale garantismo è condivisibile, ed è più che giusto il principio “in dubio pro reo”, che cioè l’imputato venga tutelato dai nostri fondamenti giuridici, in base ai quali  (per restare dentro metafora), in caso di parità, vincerà lui. E sempre perché è meglio un colpevole libero che un innocente in carcere.

Non è un problema di facile soluzione questo che coinvolge gli aspetti contrastanti della ricompensa e dell’ingiunzione, della rimunerazione premiante e del  castigo retributivo. Le prime sono espressione di concessione amorevole, le seconde di riscatto rivendicativo.

Per secoli, quegli psicanalisti ante litteram che erano i cabalisti si sono sforzati di capire, in rapporto al “Volto di Dio”, nel suo esecrabile Nascondimento (Hester Panim) o auspicata Rivelazione (Ghilui Panim), il vero significato della divina modalità sefirotica Ghevurah che vuol dire Giustizia, giudizio, forza, e timore, addolcita com’è da Chessed: Misericordia, gentilezza. Termini che ricorrono nell’espressione del Salmo: “Il Signore è giusto in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere” (145:17), in cui è presente sia il lemma zaddik che la voce chasid. Come avvenga cioè che possano andare d’accordo la bontà con la giustizia, e poi entrambe con la verità? Se è verità, deve essere onesta, cioè lo sforzo sarà quello di vedere attraverso gli occhi di chi sa essere imparziale davanti a un fatto, e farsi arbitro di cose schiette. Cosicché Isaia termina il suo primo capitolo (27) con le parole: “Sion verrà riscattata con la rettitudine e i suoi abitanti con zedakà”, rigore, perché ciò che importa è innanzitutto serietà e coscienza.

Nella malaugurata evenienza in cui non ci fossero né vincitori né vinti, la truffa, sia pur mal architettata, sarà riuscita benissimo, perché verrebbe portata egualmente a compimento a danno delle persone bersagliate. In caso di pareggio, infatti, il vincitore sarebbe l’imbroglione e a perdere, insieme con le sue vittime, avremo la Giustizia, quella terrena, degli uomini (intendiamoci), anche se con la maiuscola.

Ed ecco l’importanza delle determinazioni prese usualmente da periti e consulenti a sostegno della verità e al solo scopo di mettere il giudice, che a esse si rifà per poi prendere una decisione, nelle condizioni migliori per non far pagare a degli innocenti il fio e lo scotto delle conseguenze del deprecabile comportamento di chi ha ordito la trama di una frode, che continua comunque a perpetrarsi per un’eccessiva accondiscendenza nei confronti dell’impostore.  Da ciò la convinzione che il tecnico debba svolgere il proprio lavoro, non soltanto in modo corretto, quindi con diligenza, perizia, accortezza e attenzione, bensì in maniera assolutamente convincente e trasparente, in modo da chiarire al giudice, e nella maniera più limpida possibile, la validità della propria tesi.

Se le probabilità non sono casuali, diventa verosimile il concretizzarsi di quel frangente in cui si autorizza un incallito lestofante a continuare a coltivare la sua arte e con essa altri crimini.

 

Dissimulazione e mimetizzazione

Nel paese della bugia, – scriveva Gianni Rodari in “Le storie” – la verità è una malattia”.

Le modalità di falsificazione di una grafia sono riconducibili a due categorie principali: l’imitazione e la dissimulazione. La dissimulazione rappresenta l’atto dello scrivere, mimetizzando la propria grafia allo scopo di non farsi riconoscere, mediante alterazioni che privano la scrittura delle caratteristiche peculiari e quindi identificative dell’autore. Al contrario, l’imitazione costituisce il tentativo di riprodurre l’altrui grafia nella maniera più precisa e accurata possibile. Oltre a richiedere abilità, obbliga il contraffattore a modellare il proprio “modus scrivendi” allo specifico modello di cui deve simulare il comportamento grafico.

Eppure, ad accomunare le due metodologie di contraffazione sono degli analoghi tentativi di alterare la propria grafia, seppur con finalità differenti, in un caso per renderla più dissimile, nell’altro per farla rassomigliante, secondo la reversibile sequenza: anonimizzazione, auto falsificazione, deanonimizzazione, copia.

 

Autofalsificazione

Volendo restare “anonimo”, qualcuno, pensando di essere furbo, si azzarda a scrivere con la propria grafia, limitandosi ad alterarla solo lievemente, intercalandola con ritocchi, incertezze, etc. cioè con difetti propri dell’artificio imitativo, al fine di poter poi dire, se sospettato, che si tratta appunto di imitazione, quella dellaautofalsificazione”, di cui avvertiva Alphonse Bertillon (1853-1914), già all’epoca dell’affaire Dreyfus.

 

Anonimografia

L’Anonimografia riguarda sia scritti senza firma, che con firma di persona inesistente, come pure con firma falsa di persona esistente o esistita, ovvero sigle di gruppi, veri o presunti che siano (stella a cinque punte, BR…), ed emblemi vari,  il tutto a scopo diffamatorio, estorsivo, rivendicativo.

 

Deanonimizzazione

Al momento, l’attualità di ulteriori esigenze di anonimato, alcune volte legittime, soccorse da appositi servizi (i cosiddetti “servizi di anonimizzazione”), altre volte meno, viene procurata dai sempre più frequenti collegamenti con pagine web, in cui, volenti o nolenti, si lasciano dati, quali la provenienza, il tipo di browser, ecc. , che possono essere profilati, scambiati, venduti. I cosiddetti “servizi di anonimizzazione” agiscono da intermediari, frapponendo, davanti a chi voglia individuare l’utente on line, una sorta di schermo, una connessione criptata con i propri server. Altri, con più pressanti esigenze di sicurezza, come i criminali, ma anche dissidenti di nazioni autoritarie, navigano a livelli di esclusiva confidenzialità, entrando a far parte di reti virtuali “private”, dove gli utenti che si connettono si possono fidare dei loro interlocutori (darknet). In questa porzione di “deep” web non si giunge navigando con i soliti motori di ricerca, tipo Google, ma digitando indirizzi precisi sulla barra del browser, in modo da mascherare il codice identificativo del pc che accede a un sito, ricorrendo a “tunnel virtuali” che fanno perdere le tracce, e alla protettiva crittografia.

La deanonimizzazione di dati ospedalieri, o della dichiarazione dei redditi, può avvenire anche grazie a raffinate tecnologie impostate su sistemi statistici e probabilistici, poiché tutto quanto viene immesso on line crea un apposito link.

 

Furto dell’identità

La protezione della riservatezza è del tutto legittima per chi volesse trattare argomenti strettamente personali, come le malattie, senza il rischio, qualora venisse rintracciato, di ritrovarsi grossi problemi nello stipulare eventuali polizze sanitarie con le compagnie assicurative che lo avessero spiato. Difatti, l’accumulazione massiva di dati si è rivelata un modello molto remunerativo di business, basati sulla raccolta, vendita e impiego, nella migliore delle ipotesi, per affinare le tecniche di marketing, di prodotti personalizzati sulle preferenze, idee politiche e religiose, amicizie, predilezioni sessuali, e segreti inconfessabili degli acquirenti.

Sono molti gli utenti che non colgono questi aspetti di rischio, e sottovalutano l’importanza di trasmettere o cedere delle informazioni. Se essere inondati di spam rappresenta il pericolo minore, il furto dell’identità è il metodo più moderno di attività criminali che ordiscono potenziali macchinazioni o frodi. Rubando i dati che circolano sul web, si possono stipulare contratti, contrarre debiti, richiedere prestiti, accaparrarsi acquisti, a spese dell’ignaro incauto.

 

Bugiardi digitali: astro- e crowdturfing

Anche i finti profili nei social network possono essere smascherati, in quanto privi di storia e di reputazione, nonché di una rete sociale che garantisca per loro. Allorquando la soglia della sfiducia si innalza non si prende per disinteressato alcun commento e si impara a filtrarli o ad analizzarli con ricerche incrociate su autori e contenuti, accettandoli solamente dopo che abbiano superato un giudizio di affidabilità che, nel richiamarsi a una maggior diffusione di responsabilità, non leda la libertà d’espressione e non infici l’accesso all’informazione. Tutto ciò serve, quanto meno, a limitare il cosiddetto astroturfing, neologismo proveniente dal nome del prato sintetico che imita l’erba naturale, e il consequenziale crowdturfing, in cui gli interventi fasulli divengono collettivi.

 

Metodologie di falsificazione

Quando si evita il ricorso a stampanti, macchine da dattilografia, normografi, ritagli di giornale, ci si avvale della propria manualità, si cerca di alterarla, per esempio, appunto ritoccando il testo già trascritto, ricorrendo allo stampatello, oppure impugnando la penna in maniera insolita, tracciando con pendenza rovesciata, o  scrivendo con la mano mancina, se si è destrimani destrorsi, e viceversa. I mancini sono leggermente avvantaggiati nei loro movimenti e azioni, perché, a livello neuro-trasmettitoriale, hanno un passaggio in meno da fare. Per un mancino, l’impulso parte direttamente dall’emisfero corrispondente all’arto preferito, e quindi impiega qualche frazione di secondo in meno rispetto al destrorso che invece, prima di inviare l’impulso all’arto destro, deve  spedirlo da un emisfero all’altro.

Restando nell’ambito dei più semplici metodi di falsificazione, quelli del “ricalco” difficilmente passano inosservati, quelli dell’imitazione “a mano libera”, vanno eseguiti lentamente, ricopiando un modello posto davanti, che non può non tradirsi con le frequenti riprese e ovviamente gli immancabili ritocchi.

Per escluderli, insieme con i tremori che sopraggiungono nell’emulare l’altrui grafia, il contraffattore dovrà esercitarsi molto a lungo, in precedenza. E l’indagine allora andrà a cercare le cosiddette “costanti di valore”, quelle invariabili “identità” che, suo malgrado, rimangono nell’opera grafica di un falsario, incompatibili con le caratteristiche della grafia mimata e che sono proprie di chi plagia un originale non suo.

I messaggi che invia il linguaggio simbolico della scrittura vanno comunque interpretati. Un soggetto scrive e colloca la sua grafia sul foglio nello stesso modo in cui si comporta all’interno dell’ambiente in cui agisce: attraverso le innervazioni della mano, sul foglio eserciterà una pressione, scrivendo alla velocità tipica delle proprie caratteristiche individuali.

Quello dell’imitazione “a mano libera” è il caso della contraffazione di documenti di una certa lunghezza, che i falsificatori affrontano, dopo aver acquisito almeno alcuni dei tratti salienti della scrittura da imitare ed essersi addestrati un bel po’, aumentando però contemporaneamente il rischio di essere scoperti in proporzione alla lunghezza del documento da riprodurre, dove inavvertitamente potrebbero lasciarsi sfuggire le caratteristiche salienti della loro medesima gestualità.

L’innaturale lentezza e titubanza del gesto grafico è indice di un’imitazione, in pratica eseguita lemme lemme, tenendo sempre a portata d’occhio, e di mano, l’originale, e risulterà pertanto flemmatica, perché cauta. Vi si rileveranno tratti microscopici che comportano variazioni notevoli di spessore, anomalie sia nella pressione sia nella fluidità.

Un’imitazione più spedita comporterà una velocità maggiore e quindi un’accresciuta naturalezza che più facilmente distrarrà dall’atto grafico tutti i possibili elementi di falsificazione (connessione interletterali, allineamento, filetti, forme e posizione dei puntini, lettere maiuscole), ma, anche se inconsapevolmente, manterrà, in ogni modo, al suo interno, qualche potenziale elemento proprio della personalità del falsario.

 

Surcharge, scansamento, alterazione…

La correzione per modifica e/o addizione di lettere o cifre, lascia trasparire la variazione sul foglio trattato con acido o scolorina. Le interpolazioni di aggiunte nel testo preesistente vengono identificate come sovrascrittura (surcharge). Nell’inserimento di uno o più righi tra due già predisposti, oppure al termine di un paragrafo, o di un testo, si evidenzia l’intrusione che occupa lo spazio grafico indebito, nonché quel “riflesso di scansamento”, fondato sull’eccessiva attenzione con cui il fraudolento compilatore devia leggermente le lettere “d, l, t”, che, con i rispettivi allunghi,  sviluppandosi nella zona superiore della scrittura, andrebbero a intersecare le “g, p, q” tracciate in precedenza nel rigo soprastante, le quali, a loro volta, espandono l’allungo verso il basso. Raschiando soltanto una cifra, una lettera, un tratto, una parola si lasciano abrasioni da sfregamenti. Nelle cancellature con gomma, si produce un effetto analogo, seppur leggero, utilizzando magari una gomma tenera per matita.

Sono questi i cosiddetti “falsi per alterazione”, che consistono in ogni modificazione del documento con i mezzi tecnici a disposizione.

Poiché un’indagine grafologica va di pari passo con il progredire della tecnica, per contrapporsi validamente agli autori degli illeciti, che si avvalgono dei mezzi più moderni per imitare la scrittura altrui e dissimulare la propria, al fine di commettere reati di truffa e di falso, viene richiesto di volta in volta un sempre più affinato e costante aggiornamento tecnico-scientifico.

Non molto tempo addietro ci si confrontava soltanto con il normografo, la macchina da scrivere, le lettere ritagliate dai giornali su lettere anonime, estorsive, o rivendicative di attentati, con l’avvento di computer e scanner è diventata più rapida e facile l’elaborazione e l’esordio di documenti di fresca data, stampati con speciali plotter che, variando il flusso d’inchiostro, riescono anche a simulare una diversità di pressione.

Nei plotter a penna, un elettromagnete rende possibile tracciare punti, linee, curve, e caratteri alfabetici. La velocità di spostamento, selezionabile da multipli del secondo, viene calibrata a poche decine di millisecondi per centimetro da una “base dei tempi”, con funzione simile a quella di un oscilloscopio, ma con caratteristiche elettriche adatte a spostare a velocità costante, da sinistra a destra, il carrello a traslazione orizzontale, e, grazie a un secondo circuito costituito da un amplificatore, pilotare direttamente il motore del carrellino a traslazione verticale, e così via di seguito. Anche questo è un tipo di imitazione e falsificazione che, con la dovuta esperienza, si può individuare.

Discriminare, poi, se il documento disconosciuto possa o meno esprimere la reale volontà del soggetto, essendo magari stato scritto sotto dettatura oppure dietro costrizione, ovvero se il soggetto si trovasse in condizioni psichiche, o neurologiche, tali da farlo rientrare nel caso della mano guidata, e quindi nella classificazione prevista dal codice penale per le persone incapaci di intendere e di volere, diventa compito precipuo dello psichiatra.

Durante il movimento grafico, la scrittura richiede il coinvolgimento di tutte le strutture cerebrali e il collegamento neuro-muscolare, tra mente e corpo, è così caratteristico e individuale che, in sostanza, risulta impossibile trovarsi di fronte a scritti identici. Potranno allora essere numerose soltanto le somiglianze, ma anche il più abile simulatore, alla fin fine, si tradirà con qualche distintivo segno della penna, sfuggitogli al controllo. Di una sola cosa si rende conto il truffatore che, mantenere un ferreo controllo sulla propria mano, riuscendo magari a simulare la scrittura da emulare, e dissimulare i tratti tipici della propria, gli riesce ancora possibile solamente in poche righe. Dalla seconda pagina in poi, diventerebbe molto più difficile scongiurare il prevalere dell’automatismo del movimento e inevitabilmente l’incauto falsario, alla prima distrazione, comincerebbe a rispecchiarsi sempre più sul foglio da vergare.

 

Criminal profiling

I simboli grafici rispondono alle medesime leggi dei simboli matematici.

Di fronte a una realtà conflittuale (quanto farebbe due più due, escludendo la teoria della relatività?), che si presuma determinata da caso e “probabilità”, dove però nessuno perde e nessuno vince, divengono strumenti di discernimento  (ritocchi + lentezza + mollezza +  giustapposizioni +  stacchi di penna + moto orario della “d”, ecc.), circa la medesima essenza discriminante, che invece non concepisce imperfette approssimazioni  e conduce all’inconfutabile assioma: se non è vero, è un crimine, perché qualcuno lo ha contraffatto.

Il giudizio non deve avere assolutamente nulla di soggettivo, perché non costituisce un punto di vista, ma risponde a una valutazione esclusivamente tecnica, e scientifica, di dati accuratamente studiati, confrontati, e ponderati, al fine di esprimere un “parere” adeguato a divenire valido sostegno all’attività d’indagine circa un fatto che costituisce reato, fornendo eventualmente indicazioni informative qualificate ed esplicative specifiche, nel caso in cui riuscisse anche a delineare un  appropriato “criminal profiling”.

 

Personalità del Falsario

Un anonimo, che voglia restare tale, preferisce dissimularsi più che può, piuttosto che scrivere con la propria grafia, salvo inevitabili ritocchi e piccole diversità. Ci vuole della temerarietà per rischiare tanto; eppure il falsario potrebbe non avere la necessità, e forse inconsciamente neanche voler, restare anonimo, ma quella, “ça va sans dire“, di imitare, e, quasi in uno stato d’infantile immaturità, neppure si preoccupa di dissimulare la propria fraudolenta doppiezza.

Il falsario potrebbe essere un genialoide, caratteropatico, dall’individualità contorta, più che complessa, dominata da un rapporto esuberante e magari irrisolto con la sessualità, invischiato in una rete di simulazioni, menzogne e di sensi di colpa e in un inquietante intreccio di esaltazione/depressione e “delirio” di onnipotenza/persecuzione, che potrebbe condurlo forse al progressivo sgretolamento della personalità, all’interno di un “luogo” claustrofobico, che del resto merita.

Il più delle volte è prematuramente destinato a una brutta fine, muore d’infarto o per mano omicida, come Chichiarelli, l’autore del famoso “comunicato numero sette delle BR”, che, pur presentandosi sin da subito con caratteristiche completamente differenti dai precedenti comunicati (intestazione scritta a mano, contenuto molto breve, inopportunamente e inspiegabilmente ironico, pieno di errori di ortografia, e privo degli immancabili slogan ideologici conclusivi), venne ugualmente ritenuto autentico dagli esperti!

Come nel caso dei bugiardi patologici, che mentono sempre e gratuitamente, anche quando non ce ne sarebbe bisogno, questo tipo di caratteropatico con tratti istrionici di personalità, è impaziente, tendenzialmente seduttivo e disinibito, intollerante alle critiche, manipolativo nei confronti degli altri, incapace di relazioni affettive mature; pretende perché tutto gli sembra dovuto e non prova mai alcun rimorso.

La doppiezza della personalità del falsario può essere tale da contenere ambiguamente ricchezza di idee e altrettanta pochezza affettiva, per cui vivrebbe comunque di riflesso, simulando di essere chi fantastica, e dunque proponendo, agli altri e perfino a se stesso, un’immagine grandiosa, mentre nell’intimità resta un fallito, immaturo, arrogante, persino aggressivo, dai bisogni che richiedono soddisfazioni impellenti, impulsivo, irriflessivo sulle conseguenze delle proprie azioni, egocentrico, narcisista, manipolatore.

D’altra parte, sono pure diversi gli aspetti che illuminano di luce ambigua il mercato dell’arte e della creatività. In genere, la scoperta di clamorosi falsi mette in discussione proprio i critici e la loro presunzione di essere i soli garanti dell’autenticità di un’opera, sulla base di un fin troppo fallibile intuito, prima ancora dell’obiettività della conferma scientifica.

Anche se la società accetta che esistano bugiardi e falsari, si basa comunque sul mutuo accordo per cui di solito chi si espone in prima persona si ritiene dica la verità. Altrimenti non sarebbe possibile una vita comunitaria, dovendo dubitare della professionalità dei consulenti, dei depositi bancari, dell’orario dei treni, delle chiamate di soccorso. Difatti gridare “al lupo al lupo” troppo spesso significa inflazionare l’allarme, quando poi fosse giustificato. Il mutuo impegno alla verità risulta quindi fondante per una società, senza il quale crollerebbe ogni collegamento fiduciario. Lo scherzo del falso Modigliani si può fare “una tantum”, in quanto il ripeterlo potrebbe essere devastante, senza esagerare, per le basi stesse delle relazioni umane. L’abitudine a comunicare sotto mentite spoglie non fa altro che diffondere panico e sospetto. E diffidare continuamente non favorisce il contatto umano.

La soglia però della sfiducia di notai e periti dovrebbe essere più alta del normale consentito e non dovrebbe d’emblée prendere per disinteressato alcun documento, bensì aver imparato a filtrarlo o ad analizzarlo con ricerche incrociate su autori e contenuti, accettandoli solamente dopo che abbiano superato una ponderata valutazione di affidabilità.

La negligenza nel non aver acquisito tutta la documentazione sanitaria, oltre che scritturale (relativa cioè agli ultimi cinque anni di vita del defunto testatore), necessaria per la formulazione del giudizio, diventa una colpa; l’imprudenza nell’esprimere una valutazione senza l’ausilio di specialisti con le dovute competenze specifiche in materia sanitaria è un errore e  l’imperizia nel non distinguere due calligrafie e due scritti già di per sé differenti comporta responsabilità.

 

“F come falso”

Culturalmente non sarebbe una novità quindi quella dell’expertise dei critici d’arte che scambiano i quadri dei falsari per veri, come dimostrò il documentario diretto e interpretato da Orson Welles (1973): “Vérités et mensonges”, e in italiano F come falso”; la qual cosa condurrebbe a una più approfondita riflessione sulla creatività: “fake” (imitazione) o “hoax” (scherzo), verità o plagio, mestiere e arte della falsificazione.

Se ciò non determinasse  il configurarsi di un danno patrimoniale per le vittime.

In verità, solitamente, non ci troviamo di fronte un Han van Meegeren, l’eccellente pittore che dipingeva falsi Jan Vermeer, tra “i più commoventi che Vermeer avesse mai dipinto”. Non siamo tra le pagine di un romanzo (“Il Cimitero di Praga”) di Umberto Eco, o in un film (“Operazione Bernhard”) di Stefan Ruzowitzki, per restare elevati, e sempre “si parva licet componere magnis” (Virgilio, Georg. IV, 176), il nostro imbroglione rassomiglierebbe di più a un Gianni Schicchi, “per guadagnar la donna de la torma,/ falsificare in sé Buoso Donati,/ testando e dando al testamento norma” (Inferno, XXX, 43-45). Con tutt’altri toni, l’aneddoto fu ripreso da Giacomo Puccini e ciò ci allontana, e di parecchio, dalla tristissima realtà. Perché quelle che solitamente incontriamo non sono storie di falsari di talento, è bene ammetterlo senza remore, e vanno ridimensionate, con estrema semplicità, alla lettura di misere cronache quotidiane di millanterie mendaci e di frodi meschine.

 

Epitome

Nella scrittura bisogna distinguere due elementi: quelli “voluti” e quelli “involontari”. Sono questi ultimi a costituire il “grafismo”. La disposizione delle linee, delle parole e la forma delle lettere sono assai facili a copiare, ma, per riconoscere “la mano” di qualcuno, vanno indagati soprattutto gli elementi involontari della sua scrittura, elementi che derivano dalla tenuta della penna e dai contributi di polso, dita e braccia, nel corso dell’esecuzione del manoscritto. In tal modo si può distinguere morfologia, topografia e grafismo.

Le penne stilografiche dalla punta inflessibile, tracciando dei tratti di spessore invariabile, tali da non permettere a volte di riconoscere il grafismo dello scrivente o firmatario, dovrebbero essere le preferite dai falsari professionisti. Le penne con punta di feltro, non creando solco, né variazione di intensità del colore, lasciano soltanto maggiore o minore ampiezza di tracciato. La penna a sfera è misurabile, non solo dall’ampiezza del tracciato grafico, ma anche dall’intensità percepita nel colore e da come rende visibile, sul rovescio del foglio, la profondità del solco, proporzionalmente allo sforzo esercitato.

Premere la punta della penna sul foglio è un’azione necessaria, in quanto, senza la debita pressione, non si creerebbe quell’attrito sufficiente a consentire la fuoriuscita dell’inchiostro. La pressione infatti si propone quale dimensione grafica tra le più insidiose da valutare, poiché i dati oggettivi della profondità del solco, ampiezza del tracciato, e intensità del colore, si manifestano appieno esclusivamente quando il movimento grafico viene condotto su superfici relativamente morbide. La scrittura tracciata su una superficie rigida, o “impermeabile” all’attrito, ostacolerebbe la valutazione della reale pressione esercitata.

Nel redigere due esemplari di un testo, entrambi originali, avremo uguale grafismo, ma diversa topografia, per cui i due tracciati non saranno sovrapponibili.

Mettendo su un vetro della finestra il modello, si ottiene la  riproduzione, servile fin nei minimi particolari, e inappuntabile, linea su linea, lettera su lettera, parola su parola, della morfologia e topografia della scrittura da riprodurre.

L’ingenuo falsario si limita a ricalcare il modello, disegnandolo su altra carta, come in una stampa litografica, senza però poter riprodurre il “colpo di penna” che ha tracciato l’originale. “Prima facie”, e, ripeto, a occhio nudo, si vede quindi che la ripartizione dei pieni e dei filetti non è quella che scaturirebbe naturalmente da una “mano libera”.

Fotogrammetria, stereoscopia, e rifacimento a rilievo appartengono a questa medesima categoria di copia, duplicato, facsimile, calco.

Un contraffattore un po’ più abile, magari ci mette più tempo a disegnare, e porta i pieni alla grossezza voluta. In tal caso, solamente con una buona lente di ingrandimento, oppure con il microscopio, si vede che, di tanto in tanto, ci sono riprese di moto, rammendi, ed eventualmente i fastidiosi “ritocchi” che avrebbe voluto evitare.

Un simulatore, che sappia far bene il proprio mestiere, si impegna di più e “lavora” (si fa per dire) opportunamente per eludere questi difetti. Incomincia a studiare la personalità di chi vuole imitare e cerca di rendersi conto degli atteggiamenti motori che la caratterizzano, se cioè mette la carta dritta od obliqua, se lascia il gomito immobile o lo trasla, se intervengono meccanismi gestuali del polso, se tiene la sommità della penna diretta più o meno lateralmente, ecc.

Una volta appropriatosi di tutte queste attitudini, il nostro contraffattore si esercita, anche per settimane (il tempo non gli manca!), per assimilare il grafismo del familiare delle sue vittime. Solo allora gli sembrerà di poter rivaleggiare con i famosi autori del’inattendibile testamento Boussinerie, citato da Louis Émile Javal (1839-1907), nel suo celebre Physiologie de la lecture et de l’écriture” (In Annales d’oculistique, Paris, 1907, 137: 187).

Si trattò di un famoso processo, durato 5 anni; come modello avevano potuto usare un carteggio abbastanza voluminoso; per dare alla scrittura un aspetto fluido e rapido e cancellare correzioni e ritocchi, la copia era stata riportata su una pietra litografica; il manoscritto fu il risultato di una bozza volutamente tirata molto pallida, col bianco d’argento, poi ripassato a penna dall’abile falsario, mentre il testo, giuridicamente e stilisticamente perfetto, era stato redatto da un notaio complice, che venne condannato ai lavori forzati.

In quella circostanza, l’abilità consistette nel tracciare il testo a mano libera, principalmente mediante un movimento sufficientemente lento per poter seguire il modello a menadito, però altrettanto rapido da evitare indecisioni e riprese di penna, su un ricalco molto pallido, preparato con comodo e dovizia di similitudini.

Non sempre le succitate istruzioni vengono seguite, se non in parte, perché il falsario spesso  è spregiudicato, e quindi anche avventato, approssimativo, precipitoso e impaziente, proprio per suo stesso carattere, tanto da lasciare un’indelebile firma nel tracciare alcune lettere e i “piccoli segni”.

La fretta non è solo cattiva consigliera, lascia sempre delle prove!

 

La scrittura “omissiva”

Quand’anche l’intenzione di partenza fosse quella di voler simulare o dissimulare, l’analisi attenta della scrittura rivela la personalità dello scrivente. E tale assioma apodittico non tutti gli imbroglioni, disonesti e impostori, lo conoscono. Da linguaggio simbolico,  la scrittura invia dei messaggi che possono essere interpretati, perché l’autore la sua grafia la colloca sul foglio nell’identica maniera in cui si comporta all’interno dell’ambiente in cui vive.

A tutti può succedere di tralasciare, o dimenticare nella penna, qualche vocale o qualche consonante, ma anche una svista di tal fatta, sia pur per mera disattenzione, ha un preciso significato psicologico e i lapsus freudiani, che siano frutto di amnesia, distrazione, o
negligenza, alludono sempre a conflitti non risolti. Chi dimentica abitualmente delle lettere, significa innanzitutto che è molto impaziente e non si rende conto di quello che vorrebbe scrivere e di quello che invece scrive realmente. Il più delle volte, la causa sembra generata da una fretta eccessiva, altre volte da una vera e propria nevrosi di carattere. L’esuberante velocità e la precipitazione vanno così di pari passo. Quest’impazienza interiore è “caratteriale”, rientra in una “smania” psichica che si manifesta non soltanto nel “mangiarsi” lettere e parole. Si tratta di impulsività che spinge a facili accensioni, come un fiammifero, a offendere senza riflettere, per poi allentare immediatamente la presa e magari, altrettanto repentinamente, pentirsi. Da questi indizi deduciamo i possibili pericoli che potrebbe incontrare l’autore nei suoi rapporti interpersonali, mai approfonditi, ma superficialmente improntati a reciproca incomprensione. Le sue affermazioni, ricche di dimenticanze e povere di particolari importanti, per risultare aderenti alla verità, devono sempre subire delle opportune correzioni e puntualizzazioni, altrimenti fluttuano in un’indistinta genericità. Se gli viene richiesto il senso delle sue inopportune osservazioni, la tendenza che potrebbe venir fuori corrisponderà a quella “paranoide”, persecutoria, di esibire una difesa “aggressiva”, e spesso fuori luogo, a causa di fraintendimenti, presunte minacce, senso di vessazione.

Riassumiamo, alla fine, l’identikit psicologico, o forse meglio psicopatologico, di questo tipo di falsario (criminal profiling). Si tratta di un soggetto con tratti caratteriali di sociopatia, impulsività, distraibilità. Un tipo che non trae alcun insegnamento dall’esperienza, con incapacità di insight e di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni; egocentrico, narcisista, simulatore, manipolatore, che si accanisce nei soprusi e disprezza la pacata ragionevolezza; querulomane, con voglia di diffamare, astioso, molestatore e prepotente, soprattutto in famiglia.

Se si è psicopatici e le angherie si esercitano soprattutto in famiglia, non si ha la sufficiente arrendevolezza per procrastinare le gratificazioni, la sopportazione per tollerare le frustrazioni, e specialmente la tranquillità per acquisire chiare le percezioni della realtà; il rischio che si corre è quello di lasciare lacune, saltare dei passaggi, nell’arrogante presunzione di averla già fatta franca!

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Sitografia:

Ierace G. M. S.: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/la-manipolazione-affettiva-degli-adulteri-del-sadismo-morale-ovvero-il-vampiro-narcisista-%E2%80%9Cquando-l%E2%80%99amore-diventa-una-trappola%E2%80%9D/549/

Ierace G. M. S.: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/grafologia/grafologia-autenticita-e-contraffazione-materiali-e-metodi-coerenza-disgrafica-testamentaria-e-la-%e2%80%9cquestione%e2%80%9d-della-compatibilita-ritocco-e-sintomi-di-insincerita-grafica/2049/


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