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Riempirsi di cose : Hoarding – Disposofobia

category Disturbi e patologie Simona Esposito 1 Marzo 2013 | 5,064 letture | Stampa articolo |
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Il Feng Shui, teoria orientale sulla disposizione armonica degli oggetti nell’ambiente, sostiene che gli spazi riflettono il mondo psichico, parlano di noi stessi. Pertanto una casa sgombera e lineare rappresenterebbe chiarezza di pensiero e armonia interiore; vediamo insieme, invece, cosa significa avere una casa “piena”.

In genere tutti hanno la tendenza a non lasciare andare ciò che gli appartiene, ma c’è chi proprio non riesce a buttare via le cose al punto da risultare un vero e proprio problema; questo avviene poiché non si riesce a distinguere quel che è importante da quel che non lo è, questo tipo di disturbo viene definito: disposofobia o Hoarding. Con questi termini si fa riferimento ad un accaparramento compulsivo, cioè alla tendenza patologica di mettere da parte masse di oggetti inutili fino a rendere inabitabili intere aree della propria casa o comunque compromettendo fortemente il proprio stile di vita.

Per indicare l’ammasso di materiale conservato viene utilizzato il termine inglese: Clutter. Non tutte le case sono ordinate, soprattutto quelle in cui ci sono molti bambini ma ciò che differenzia il normale disordine da quello patologico è che gli oggetti ammassati non vengono mai messi da parte o buttati. Questi oggetti, definiti: Clot non vengono smaltiti in nessun modo. L’accumulo può essere ricondotto al collezionismo anche se quest’ultimo si differenzia per la settorializzazione del materiale conservato; il disturbo, invece, può focalizzarsi su oggetti diversi.

All’inizio l’individuo non vive il fenomeno come un problema, la patologia è ego sintonica, cioè non viene percepita come invalidante, ma con il passare del tempo il materiale accumulato provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. La sindrome spesso inizia con la difficoltà a liberarsi di ricordi cari, acutizzata  da timori di genere finanziario (non si butta via nulla!), per poi precipitare in una vera e propria fobia di separazione dagli oggetti.

L’accumulatore compulsivo (hoarder) presenta specifiche caratteristiche:

-          riempie la casa di un gran numero di beni inutili o di scarso valore

-          è incapace a separarsi dai propri beni e a disfarsene

-          ingombra con oggetti la casa al punto da impedire l’uso della stessa

-          è incapace a restituire oggetti presi in prestito;

-          in alcuni casi si tratta di un cleptomane o ladro

Il primo caso di hoarding nella storia prende il nome di Sindrome di Collyer attraverso l’inquietante vicenda di due fratelli vissuti nei primi anni del ‘900 a New York. In seguito alla morte dei genitori, i fratelli Collyer cominciarono ad  isolarsi sempre di più nella loro casa e ad assumere comportamenti bizzarri, tra cui raccogliere gli utensili più disparati senza mai effettuare una cernita. La loro condotta di vita peggiorò ulteriormente nel momento in cui uno dei due fratelli perse la vista, evento che li relegò nella casa-discarica fino al ritrovamento dei loro cadaveri da parte della polizia.

Vediamo cosa spinge gli hoarder a non lasciare o buttare oggetti per lo più inutili. Alcune ricerche nel campo delle neuroscienze mostrano che i disposofobici mancano di capacità decisionale, per cui non sanno cosa è utile e/o importante da ciò che dovrebbe essere buttato; o comunque tendono a  rimandare una tale decisione. Alcuni studiosi , invece, hanno scoperto che gli accumulatori compulsivi sono spesso eccessivamente coinvolti nei confronti delle loro cose. Oggetti che agli occhi dei più apparirebbero senza valore, per i disposofobici hanno una grande importanza emotiva. Il pensiero di fondo è  che, nel momento in cui si getta via quell’oggetto, si sente come di eliminare una parte di Sé. Esiste inoltre un accumulo “strumentale”, come quando chi soffre di disposofobia non butta l’oggetto vecchio o rotto nell’idea di un’utilità futura. Alla base può esserci la paura di non avere più nulla, e ciò porta a un attaccamento morboso alle cose, al cibo…Molti anziani ad esempio non riescono a buttare via alimenti scaduti, ricordandosi la vita e la crisi che hanno vissuto in tempo di guerra. Un’altra motivazione è il bisogno di essere attraverso l’avere: “Più ho, più sono. Se non ho, se non tengo, temo di non esistere”. In altri casi è un tentativo disfunzionale di esprimere se stessi, il proprio valore. Una compensazione per   qualcosa o qualcuno che è mancato e tale lutto non è stato razionalizzato ed elaborato. Gettare via le cose che si sono accumulate in una vita, per molte persone è vissuto con angoscia. Sembra rappresentare il rischio di perdere parti di Sé e del passato, con il timore che non si possa più tornare indietro. Accumulare può servire a riempire la paura di un vuoto esistenziale, affettivo. Freud parla di una fissazione alla fase anale, quella in cui il bambino intorno ai 3 anni di vita apprende il controllo degli sfinteri. Se qualcosa nel corso dello sviluppo va storto, il soggetto manifesterà un rapporto con le cose come estensione di Sé: o troppo trattenuto, controllante perfezionista, o i disorganizzati patologici, con punte estreme che evolvono in una fobia per conservare roba. La persona che vive questo disagio non riesce a distinguere i propri veri bisogni, non possiede confini tra Sé e le cose. Vi è in atto un processo di estensione del Sé in ogni caso, che viene ad assumere significato nella storia della singola persona. L’accumulo ha a che fare con il suo opposto: il vuoto. Il vuoto può fare paura per diversi motivi. Riempirlo di cose è anche mettere un diaframma fra Sé e gli altri, l’oggetto rappresenta sempre una mediazione fra l’IO e il TU.

Il rischio per questi individui è quello di vivere in un presente eterno, infinito, dove non ci sia né passato né futuro, ma solo un riempire gli spazi di cose, di ricordi, in un controllo rigido e schematico che blocca le emozioni, blocca la possibilità di vivere serenamente i propri ricordi e di investire nelle relazioni affettive del presente. Nel filmato allegato si nota chiaramente il rischio che si corre.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=j567JkJZVUU

Ad oggi nel DSM-IV  l’hoarding è considerato una sfumatura del disturbo ossessivo compulsivo ma negli ultimi anni si sta dando sempre più importanza allo studio di questa patologia che verrà trattata a breve bel DSM –V. E’ importante riconoscere in tempo, come esagerata, la propria mania di mettere da parte oggetti, di accumularli in maniera sfrenata, e quindi richiedere un aiuto ad un professionista, in tal caso ad uno psicoterapeuta. Una terapia efficace prevede diverse prescrizioni ed esercizi per imparare a riorganizzarsi al meglio e a prendere decisioni,  in modo da portare a riconsiderare il rapporto con gli oggetti vecchi, rotti o privi di valore. Come dice il detto: “Prevenire è meglio che curare” e, inoltre, specialmente in questi casi, dimezza la fatica e raddoppia il rendimento.

 







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