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Mamma, mi compri i coniglietti suicidi?

category Disturbi e patologie Sabrina Costantini 23 Febbraio 2009 | 6,445 letture | Stampa articolo |
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“Mamma, mi compri i coniglietti suicidi?” è la richiesta di un bambino di 10 anni, con già profonde angosce di vita e di morte, rivolta alla propria madre, per poter avere questo nuovo libro.

Il bambino, che già da tempo è tormentato dal desiderio e dalla paura del suicidio, ha sentito tanto parlare di questo libro, dai compagni di scuola e incuriosito all’inverosimile, testa i confini della madre.

Da qui nasce la voglia di sapere di cosa si tratta, sia da parte della madre sia da parte della sottoscritta.

“I coniglietti suicidi” e “Il ritorno dei coniglietti suicidi”, sono due libri di Andy Riley, costituiti interamente da vignette illustrative, che rappresentano mille modi di attuare un suicidio da parte di un coniglietto, personaggio principale e quasi esclusivo.

Entrambe sono contraddistinti da una copertina lucida, vistosamente colorata, di arancio il primo e di verde, il secondo. Quindi vitali in modo stridente, rispetto al contenuto e alla rappresentazione di copertina. Questa profonda contraddizione, ne ridicolizza e sminuisce il significato e la violenza intrinseca, esattamente come spesso accade nelle scene di violenza televisiva, quale quelle dei cartoni animati.

Il primo libro infatti, vede in copertina un coniglietto che si è infilato nel tostapane, per farla finita. Intuiamo la sua presenza, grazie all’ultima parte delle orecchie che sbucano fuori dall’elettrodomestico, meticolosamente rappresentato, con la spina inserita ed il dispositivo on attivo. Quest’immagine, non ci parla solo del desiderio di morire, ma anche dell’atteggiamento di nascondere la testa, per non vedere e farsi vedere, per non affrontare il mondo. Tutto assai drammatico e shoccante, ancor più perché rappresentato da un semplice tratto nero, su questo sfondo assai lucente e vivace. E’ come ricevere un pugno in un occhio, un doppio messaggio, un confondimento. Non si sa cosa pensare!

Il tostapane inoltre, riporta ben visibile la seguente scritta “Piccoli soffici coniglietti che vogliono semplicemente farla finita”. Gli aggettivi “piccoli” e “soffici”, rimandano all’immagine di gomitoli di lana, come se s’inducesse una sorta di cosificazione del coniglietto, immediatamente contrastata dalle orecchiette che spuntano e che ricordano che stiamo parlando di un essere animato.

L’intenzione esplicitata nella frase inoltre, appare semplicistica e sminuente: “vogliono semplicemente farla finita”, come se farla finita fosse “semplice” e come se ci fosse solo questa “semplice motivazione” e non ce ne fossero di più profonde, sottostanti ad un tale gesto. Come se uno potesse svegliarsi una qualsiasi mattina e “semplicemente” pensare di uccidersi, senza motivi effettivi. Questa verbalizzazione propone e stimola l’identificazione del depresso e del suo presunto pensiero, con il nostro povero coniglietto, accrescendone oltremodo il pessimismo e l’impotenza. Quindi stimola un’identificazione negativa, o meglio con un personaggio negativo, per l’individuo in genere, ma per il depresso ancor di più, che già pena molto a portare avanti la propria esistenza, nel modo meno faticoso possibile.

Ma ancora, se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo questa frase, ci appare il bambino, che spesso ci si presenta come un tenero e soffice coniglietto, che gioca a nascondersi, esattamente come sembra fare il coniglietto nel tostapane. Il coniglio inoltre, ricorda automaticamente la paura. L’affermazione “sei un coniglio” infatti, rimanda linguisticamente all’idea del pauroso. Si richiama quindi, un’identificazione con individui paurosi, senza coraggio e privi di speranze, continuamente nascosti nel buio o dietro ogni possibile anfratto. Sì ingegnosi, ma solo per escogitare mille modi per farsi fuori.

Questa copertina dunque, si presenta con un’immagine che suscita tenerezza e subito dopo tristezza, stupore, incredulità, disorientamento!

La copertina poi nella sua parte finale, al termine del libro, vede il nostro coniglietto schierato insieme ad una truppa di SS. Si suicida, si immola all’olocausto in quanto soggetto impotente, eppur tanto potente da decidere e attuare l’autosoppressione per mano di altri, proponendosi quindi nel ruolo di vittima, di agnello sacrificale. Ancora un ruolo passivo e rinunciatario.

Prendiamo più dettagliatamente in analisi, il contenuto delle vignette. Giriamo la copertina e troviamo una dedica “A Polly”, accompagnata da uno stemma costituito, nella parte superiore da una sorta di testa di un’armatura, sormontata da un globo (terrestre?) infuocato, nella parte sottostante troviamo uno stemma-scudo, diviso in quadranti alternati di X e teste di coniglio. Ai lati dello stemma due conigli, a destra il diavolo, a sinistra l’angelo. La scritta latina che lo accompagna “valeas mundum” ossia “addio mondo”, riassume il messaggio globale dello stemma.

L’inizio o preludio, già sembra marcare il terreno dei contenuti che ci verranno presentati di lì a poco: il combattimento fra due forze opposte. L’insieme delle vignette rappresenta la lotta fra la vita e la morte e questa dedica ne segna l’epilogo, che si realizza nel momento in cui si dice addio al mondo, dando così inizio alla lotta fra bene e male, fra inferno e paradiso. In questa rappresentazione, la vita sembra essere rappresentata unicamente come una lotta, una sofferenza.

Seguono una serie di vignette (80 circa) senza parola alcuna, lasciate nella più completa ambiguità e libertà d’interpretazione. Questo mi ha fatto pensare ad una sorta di test proiettivo, dove ciascuno proietta il proprio mondo interno, su figure sfumate e non univoche. Con la grande differenza che in questo caso, la persona non è accompagnata da un professionista che lo aiuta ad attribuire un senso a quanto emerge, ma si trova da sola, magari travolta da contenuti inaspettati e inesplorati. Questo quanto concerne un adulto, non parliamo del bambino e dello sconcerto che può provare, di fronte ad un tema tanto spaventoso e misterioso come la morte, ancor di più al desiderio di morte.

L’ambiguità, risiede fondamentalmente nella mancanza di una guida, da accostare a quanto rappresentato. Mi chiedo cosa vuol essere questo libro, un vademecum pronto all’uso, un appoggio morale, una visione critica? La descrizione di una quotidianità tragica? La quotidianità che accomuna la maggior parte dei “coniglietti”, oppure una situazione anomala? Vuol essere l’istigazione ad un atto auto lesivo, oppure la salvaguardia da un tale atto? Può rappresentare realmente una soluzione, il suicidio? A che fine e con che senso, mostrare con tanti dettagli, una realtà così drammatica?

Ogni vignetta infatti, propone in bianco e nero, il coniglietto che tenta il suicidio in un modo diverso. Tutti modi assai bizzarri e incredibili, descritti con una veste esplicita e realistica, nero su bianco. Nello stesso tempo, alcune di queste, sottendono una doppia visione, una di tipo realistica ed esplicita e l’altra di tipo simbolico.

Ad esempio, la prima vignetta rappresenta il coniglietto con una corda al collo, appesa nell’altra estremità alla lancetta dei minuti, all’orologio di un campanile. Questa immagine può anche essere intesa come “essere uccisi dal trascorrere del tempo”, rimandando ad una visione tetra e cinica della vita. Sulla stessa scia, vediamo il coniglietto che si è puntato sulla testa, una lente esposta al sole, con l’intento di “farsi friggere il cervello”. O ancora, darsi in pasto agli squali, esporsi per farsi beccare da corvi, farsi fare la pelle, farsi schiacciare da “uno più grosso”.

Come già detto tutte queste vignette, rimandano ad una doppia possibilità, ad una morte reale ed una simbolica. In alcuni casi, non si tratta di realistici modi di suicidarsi (es. l’uso della lente), ma il modo in cui sono rappresentanti li rende tali: la semplicità della rappresentazione, il bianco e nero, la perdita di criticità indotta dall’ambiguità dello stimolo, ecc. Esattamente ciò che succede nella visione della TV e spesso di internet, dove si può perdere il confine fra realtà e fantasia, fra vita e rappresentazione.

Se ci spostiamo sul versante simbolico di quanto descritto, allora ci viene subito in mente l’adolescente in rotta col mondo, che può tuffarsi continuamente in esplorazioni o scelte autodistruttive, oppure il bambino che, lasciato da solo in mezzo a surrogati genitoriali (hobbies, baby sitter, TV, internet, ecc.), cresce vegetando, muore lentamente nelle sue capacità, vitalità, creatività, naturalezza, ecc.

Anche in questo caso, essendoci indefinitezza di rappresentazione, ci chiediamo cosa rappresenti questa seconda interpretazione: una critica al sistema sociale o l’istigazione all’identificazione con un individuo indirettamente suicida?

A ben vedere, la forza del testo scritto, rispetto ai mezzi visivi, risiede proprio nella non definitezza dello stimolo percettivo. L’ambiguità percettiva infatti, stimola la produzione di fantasia e d’immagini interne, atte a comprendere ed interpretare secondo le proprie coordinate emotive, quanto viene narrato. Nel caso del testo scritto, c’è uno stimolo ben preciso, rappresentato inequivocabilmente dalle parole, a cui manca una corrispondente immagine visiva, lasciata al lettore stesso. Quindi, siamo di fronte ad un significato ben chiaro e preciso, rappresentato con ambiguità percettiva, che ne permette una personificazione soggettiva.

Nel caso delle vignette invece, lo stimolo visivo è sovra rappresentato, a detrimento di quello verbale. Si tratta quindi di uno stimolo, che sicuramente non presenta ambiguità percettiva, ma una sicura ambiguità di significato. In questo modo, si elimina la possibilità di elaborare autonomamente delle immagini interne e quindi l’individuazione di un proprio senso, di un filo connettore fra ciò che viene presentato e quanto è già presente. Il che risulta altamente disorientante. Ci vengono fornite immagini, che descrivono condotte significative, di cui non si ha una valutazione, non si sa se si tratta di azioni deprecabili o desiderabili. Il bambino e non solo lui, viene lasciato da solo, di fronte a contenuti di cui non sa bene cosa farne e cosa pensarne.

Proseguendo oltre, altre vignette ci appaiono chiaramente ironiche e svalutanti, come tali suonano non solo di cattivo gusto, ma decisamente violente, perché rendono ridicolo qualcosa di assai drammatico. Come nel caso del suicidio attuato attraverso il lancio del giavellotto, che vede un giudice di gara dietro il coniglietto trafitto, misurare la distanza del lancio, come se guardasse al gesto e non all’intenzione e al risultato.

Pensando nella migliore delle ipotesi, che queste rappresentazioni vogliano essere una visione critica della società edonista e narcisista, il messaggio non appare affatto chiaro e univoco. Se mai si può sorridere di fronte a ciò, si tratta proprio del “sorriso della forca” (E. Berne), un’auto incastro mortifero, l’accettazione passiva di un copione drammatico.

La presentazione del libro nel retro della copertina, descrive i coniglietti come esseri che “si inventano i suicidi più bizzarri, assurdi e divertenti che si possano immaginare. Il coniglietto suicida ha sprezzo del pericolo ….. Ha grandi capacità mimetiche ….. Ha pazienza …. Ha impegno da vendere …..Creativi e determinati come Willi il Coyote, ma più imperturbabili e sicuri di sé ….”

Ancora una volta c’è contraddizione e visione irrealistica. Come si possono definire divertenti, dei modi per suicidarsi? Non importa se sono surreali o meno, sono pur sempre dei tentativi di suicidio, questo è ciò che conta e che non può passare in secondo piano. Invece, in questa descrizione, come nella vignetta suddetta, si presta più attenzione all’estetica, a caratteristiche marginali piuttosto che al contenuto dell’atto in sé e al suo significato. Ma poi francamente, come mettere insieme quest’atto auto lesivo con tutte queste grandi qualità (sprezzo del pericolo, creatività, sicurezza in sé, ecc.)? Se fosse realmente così, dovremmo avvallare l’idea che il coniglietto si suicida semplicemente perché non ha più voglia di vivere, alla stessa stregua della scelta di radersi o meno la barba, di mangiare carote o  altro, ecc. Sembra tutto così semplice e insensato. Un individuo può avere mille qualità eppure uccidersi come se niente fosse, come se fosse una possibilità fra tante altre, indolore, inodore, efficace, divertente, ecc.

Proseguendo nella visione analitica delle vignette, ci sono da segnalare quelle che non sono poi così chiare e che stimolano un processo attivo di comprensione, lasciando in ogni caso interdetti e confusi. Vedi ad esempio il coniglietto schiacciato dal treno, che sta facendo la pipì, il coniglietto in mezzo a valli, monti o carote geologiche (non se ne comprende la natura), il coniglietto con la squadra geometrica e la pistola, ecc.

Seguono poi tutta una serie di rappresentazioni che vanno da una morte cruenta ad una più lenta o indiretta, come farsi tranciare la testa dalla porta scorrevole, farsi affettare dall’elica di un aereo o dalla pala di un mulino, farsi bruciare dai reattori di un missile, accogliere gli extraterrestri con un calcio nei genitali, incollarsi sullo scafo di un sottomarino pronto ad immergersi, allontanarsi dall’oasi in pieno sole, accendersi contemporaneamente sette sigarette, ecc. Per non parlare poi di quei tentativi, adottati con tutta una strategia di pesi e contrappesi, corde su corde, tenuti in un equilibrio precario, pronti ad innescare un effetto domino, per ottenere l’effetto desiderato.

Sicuramente queste vignette descrivono un coniglietto che, appare molto ingegnoso, se ne inventa di tutti i colori e si da molto da fare, ma questo costituisce un elemento negativo, proprio nella misura in cui occupa il lettore a cercare di decifrare il marchingegno o lo stratagemma di volta in volta scelto, perdendo di vista il fine ultimo dell’azione: ovvero il suicidio.

Del resto quando uno specialistica, elabora l’esame clinico di un paziente che ha tentato il suicidio, ciò a cui dà maggior peso è l’atto lesivo in sé, i motivi che hanno portato a compierlo, le intenzioni reali, la storia pregressa, lo stato emotivo e tutta una serie di elementi intervenienti, fra cui il modo in cui è stato tentato il suicidio. Quest’ultimo aspetto quindi, non è in primo piano, ma fa parte di una serie di elementi che ci aiutano a capire cosa stia succedendo, a quella data persona. Ma quest’ approccio, è sostanzialmente volto alla comprensione e alla cura dell’individuo in questione e non ha niente a che fare con l’intento di questi libretti, che come spesso accade ad altri mass media (giornali, TV, internet) vogliono solo far spettacolo, vendere ciò che sembra più vendibile, shoccare per creare nuovi sudditi, passivizzare per rendere dipendenti.

Perché mai dedicare tutto questo spazio e questo tempo, a rappresentare dei modi ingegnosi, che attirino l’attenzione sull’aspetto esterno e sulla forma, se non per catturare e tenere incollati a tutti i costi? Si fa spettacolo di un dramma umano, ridicolizzandolo, estremizzandolo, rendendolo persino surreale e irreale, sminuendo quello che ci sta sotto: l’essere umano che soffre a tal punto, da pensare alla morte, come via d’uscita sensata.

In effetti, tutto questo ingegno non è certo proprio di un animale! Il rimando all’essere umano appare molto forte, seppur mascherato da questa immagine di tenero e ingenuo animaletto. E ancora ci chiediamo a quale scopo. E’ forse un’istigazione a qualcosa? Non sarebbe poi neanche il primo esempio in questo senso, possiamo citare i siti pro anoressia in dilagante aumento, i programmi TV, i cartoni e i telefilm che istigano alla violenza (Rivoltella; Barbaglia), i videogiochi che spingono all’etnocentrismo e alla violenza (Randazzo), le pubblicità che stimolano il consumo di cibi ricchi di grasso e zuccheri, di conseguenza all’obesità (Aiello), i modelli televisivi che propinano un’ideale estetico votato all’ossessione e alla cura maniacale, l’istigazione alla pedofilia per mezzo di svariati strumenti, ecc.

Qualcuno potrebbe obiettare che in verità, l’autore avesse intenzione di presentare ironicamente una realtà da criticare, un sistema disfunzionale da ridicolizzare. Beh, francamente se fosse realmente così, il messaggio non è passato. L’ambiguità presente a vari livelli infatti, non lascia affatto supporre di avere davanti un individuo che si vuole porre in modo decisamente critico e schierato, verso ciò che lo circonda. Al contrario, sembra incentrarsi primariamente sulla notorietà, non importa in che termini, l’importante è “che se ne parli!”

Il secondo libro “il ritorno dei coniglietti suicidi”, non è altro che la riedizione del primo libro. La pagina che segue la copertina infatti, rinnova la scelta verso la morte attraverso l’immagine di un’uscita stradale: una parte porta verso la morte e l’altra verso la vita e non c’è neanche da chiedersi da quale parte il coniglietto andrà, la freccia lo dice ben chiaramente. Segue poi lo stemma, già conosciuto nel primo libro, come fosse un segno di riconoscimento del nostro “eroe”.

Oltre alla solita serie di progettazioni ingegnose, cruente e svalutanti, troviamo qua e là degli esempi di inno alla cultura americana, il coniglietto schiacciato dalla statua di Saddam, Terminator in cerca di Sara Connor, il suicidio attuato attraverso la scritta Hollywood. Nella prima versione avevamo visto altri esempi che andavano in questa direzione, dalle citazioni cinematografiche, ai missili aereo spaziali, allo sbarco in Normandia. Esempi, sicuramente superiori in quantità, rispetto a quelli appartenenti a culture diverse e comunque meno celebrativi della nazione stessa (es. il giapponese che fa harakiri).

A terminare questa serie di rappresentazioni macabre e scabrose, troviamo  a seguito dell’epilogo (l’essere divorati da una pianta carnivora), la presentazione della copertina del primo libro, accompagnata dalla scritta posta in alto: “Soltanto i coniglietti sanno suicidarsi con creatività” e dalla scritta posta in basso: “In libreria la prima geniale raccolta delle vignette dei coniglietti che vogliono farla finita“.

Ma cosa significa tutto ciò? Che significa, “soltanto i coniglietti sanno suicidarsi con creatività”? A prima vista sembra una banalizzazione e svalutazione dei normali suicidi, che cercano la morte in modo ordinario. L’accento sembra posto sulla creatività e non sull’atto in sé e sul significato che questo riveste. E ancora, nella frase di fondo pagina, si pone l’accento sulla genialità dell’autore e non su ciò che la raccolta rappresenta.

Ciò sembra ricalcare ripetutamente, la modalità tipicamente televisiva (Costantini) di spettacolarizzare per dare in pasto ai telespettatori, con un effetto di ipnotizzazione sicura. La caratteristica saliente risiede proprio nel travisare la realtà, nel rendere reale ciò che non lo è e di sminuire ciò che, non solo è reale ma addirittura drammatico. Non ha importanza cosa si sta presentando ed il significato che questo assume, ciò che conta è quello che risulta spendibile, che shocca e incolla allo schermo, facendo salire l’audience.

Non a caso Andy Riley è un autore televisivo, occupatosi fra le altre cose, di cartoni animati e film di animazione. Abbiamo ampiamente visto (Costantini) come i cartoni animati e i programmi per ragazzi in genere siano lesivi e violenti. Evidentemente l’autore, ha naturalmente trasposto lo stile televisivo al mezzo letterario, finendo di distruggere quanto ancora di buono, si conserva nel nostro patrimonio formativo ed educativo scritto.

La cosa viene perpetuata e esacerbata dall’inserimento del libro, nella “Biblioteca Umoristica Mondadori”, come riporta il primo dei due libri, trasponendo in umoristico qualcosa di umanamente tragico e triste. Per non parlare poi dei commenti di alcune testate giornalistiche italiane, come riportati sulla copertina nella parte posteriore del secondo libro. Ancora una volta si esalta il genio dell’autore e dei suoi coniglietti, così abili nell’individuare suicidi così “straordinari”.

Sembra quasi di vivere in un’altra realtà, in cui le coordinate basilari sono state ribaltate, dove si rende normale e quotidiano ciò che non lo è. E’ il suicidio che è straordinario e dovrebbe rimanerlo, non è il modo di attuarlo che lo rende “straordinario”. E non vuol dire che non se ne deve parlare, ma non certo in questi termini.

Del resto, è stato visto più volte l’effetto della carta stampata, come innesco per comportamenti imitativi. Un esempio è il crescente numero di dirottamenti negli anni settanta, in seguito all’elevata pubblicizzazione dei media, o ancora il rapporto tra l’incidenza di omicidi e suicidi e lo spazio di cronaca dedicatovi dai quotidiani (Rivoltella, pp. 2-3). Successivamente, è stato verificato lo stesso rapporto tra l’incidenza dei suicidi e la loro rappresentazione nelle fiction televisive. Ma tutto questo, sembra che non sia sufficiente per stimolare una visione critica e una produzione più onesta e sana. Quest’obiettivo, non sembra interessare!

L’osservatorio dei diritti sul minore infatti, ci riferisce che il bambino assiste mediamente al giorno, a dieci casi di violenza televisiva, tre dei quali si concludono con la morte. Sangue, botte, cadaveri disseminati dovunque, che colpiscono profondamente l’attenzione e l’inconscio (Pamela Barbaglia).

Analizzando due quotidiani nazionali (Il corriere della Sera e La Repubblica) e quattro telegiornali (Tg1, Tg3, Tg4, Tg5) dal febbraio al giugno 2002, il gruppo di ricerca criminologica della Cattolica, ha individuato una percentuale di cronaca nera del 27-32% in prima pagina e del 29-40% nei Tg. I record di apparizione sono i crimini violenti, gli omicidi, il terrorismo e la violenza sessuale, con uno scarso rilievo attribuito delle suddette forme, verso le componenti “umane” delle vicenda. Si crea spettacolo sull’evento in sé, dimenticandosi delle persone che vi stanno sotto, delle loro storie, delle vicende, delle loro emozioni.

Questi, come tanti altri dati però, sembrano essere ignorati. A nessuno sembra realmente interessare l’effetto che tutto ciò farà sui nostri figli. Si guarda unicamente al prodotto in termini intellettualistici, divulgativi, umoristici, spettacolaristici, in termini di merce da vendere, anche a costo di travisare la realtà. La collusione fra i vari mezzi di comunicazione per altro, ne rafforza ulteriormente il “realismo” e la portata violenta, costruendo una realtà che non esiste, ma a cui viene dato credito a discapito della vita effettiva.

Devo dire che l’unico elemento felicemente dissonante nella mia breve ricerca, è stato rappresentato dalla Libreria Feltrinelli di Pisa, che non espone i due libri in bella mostra, ma li tiene dietro il banco in posizione non visibile, a disposizione solo di chi li chiede esplicitamente. Non so quali siano state le motivazioni alla base di questa scelta, ma l’ho trovata una politica in controtendenza, sicuramente più attenta all’infanzia e agli effetti che la visione di queste copertine così accattivanti, potevano sortire, piuttosto che ai vantaggi commerciali.

Non è chiaro a quale pubblico sia rivolto questo lavoro, di sicuro il personaggio, ovvero un coniglietto, disegnato come lo sarebbe in un cartone animato, il tipo di medium, interamente grafico ed il fatto che il bambino di cui sopra, ne abbia sentito tanto parlare, fa pensare che il pubblico preferenziale sia proprio quello infantile. Nessuno l’ha detto, non sta scritto da nessuna parte, ma questa veste facilita l’ingresso e cattura l’interesse dei più piccoli. Ciò, a discapito della seducente e sedicente presentazione del primo libro “un gioiello di umorismo surreale e politicamente scorretto”, che ne vorrebbe fare uno strumento di intellettualismo sofisticato, da demandare ad un pubblico adulto, intellettualmente brillante, con capacità critiche sofisticate.

Se fosse veramente rivolto ad un pubblico adulto, non si capisce perché al termine del primo libro, si precisa che l’autore ci tiene a far sapere che ha avuto un coniglietto, che è morto di morte naturale. Perché? L’autore si sta giustificando? Di cosa si giustifica, se realmente si tratta di un umorismo surreale ed intellettualistico, quindi rivolto senza dubbio ad un pubblico adulto? E perché mai teme che si possa pensare che il suo coniglietto si sia suicidato? Se ritiene la cosa disdicevole, perché mai ne ha fatto un libro, anzi due?

A qualunque pubblico fosse pensato in origine questo lavoro, mi chiedo comunque quale effetto tutto questo sortirà. Che succede a questi piccoli, che hanno già angosce esistenziali, difficoltà di crescita, paura del mondo, difficoltà a stare fermi, etichette invalidanti, pensieri suicidi, nel momento in cui incontrano questi famigerati libretti? E che succede agli adolescenti, già travolti da intense ansie di crescita e d’identità, disorientati da un mondo immenso ed ambiguo, subissati da mezzi tecnologici e realtà alternative, nel momento in cui vedono rappresentate con “umorismo”, delle vie d’uscita “semplici”?

In realtà, basta stare un po’ attenti e diagnosticare in tempo questi disagi, giusto in tempo per curarli, magari con i farmaci della felicità e della tranquillità, quali il Prozac, lo Zyprexa, il Ritalin, lo Strattera, ecc. (Giù le mani dai bambini). E’ vero che, in realtà talvolta causano complicazioni fisiche e psicologiche potenti, fino ad arrivare alla morte, ma questi sono solo dettagli. Del resto, finché i convegni pubblici vengono finanziati dalle potenti industrie farmaceutiche, non ci saranno alternative! Vedi ad esempio il convegno tenutosi al Gaslini di Genova il 15 novembre 2008, “Pro-Ritalin senza contraddittorio”, che guarda caso era finanziato dalla multinazionale Ely Lilly (Dire).

Tenuto conto di tutto questo, se non si inizia a nuotare contro tendenza, ad avere il coraggio di sé stessi e dei propri pensieri, lasceremo i bambini in balia di mezzi tanto potenti e distruttivi quali TV, video giochi, internet, giornali, farmaci e adesso anche libri!

Il compito di noi genitori, educatori, pedagogisti, psicologi, è sempre più complesso e non può che essere sempre più attento, meticoloso e vigile. La loro crescita, il risultato di questo processo, gli uomini che saranno, dipende da ciò che noi gli insegniamo oggi e da quanto li proteggiamo da un’ingestione incontrollata e violenta di stimoli, per il corpo e per la mente.

Per quanto mi riguarda, questi dolci e teneri coniglietti, non sono poi così umoristici e irrilevanti nel processo di crescita. Allora, è bene far sentire la propria voce ed il proprio parere, per intaccare l’effetto alone che tali libri, stanno sortendo sui nostri bambini ed adolescenti!

AUTORE: Sabrina Costantini, Psicologa Psicoterapeuta, sabrina [.] costantini1 [@] tin [.] it.

Curriculum Vitae di Sabrina Costantini >>

BIBLIOGRAFIA

Aiello A. Gli effetti dei mass media e le forme di tel e internet dipendenza. www.garito.it

Arriva la pillola per bambini iperattivi: psichiatri contro. www.giulemanidaibambini.org.

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Bambini e psicofarmaci, legge restrittiva approvata in Piemonte. www.giulemanidaibambini.org.

Barbaglia P. Una TV da brivido. Presenza 6, Giugno-Luglio 2003, 2-8.

Berne E. (1971). Analisi transazionale e psicoterapia. Astrolabio.

Buone notizie da Bruxelles contro il Prozac. www.giulemanidaibambini.org.

Costantini S. Il bambino e la TV: tra TG e cartoni animati. In via di pubblicazione.

Dire, Notiziario Minori, Roma 18 novembre. Al Gaslini convegno pro-Ritalin senza contraddittorio.

Il Prozac può rallentare lo sviluppo. Parla il dottor Catalano del S. Raffaele. www.giulemanidaibambini.org.

Il Prozac? Solo un placebo. www.giulemanidaibambini.org.

Randazzo A. Bambini psico-programmati. Manipolare l’esistenza senza farsene accorgere. www.disinformazione.it – 27 dicembre 2006.

Riley A. (2004). Il libro dei coniglietti suicidi. Milano, Mondadori.

Riley A. (2007). Il ritorno dei coniglietti suicidi. Milano, Mondadori.

Ritalin a Trento: psichiatri a confronto. www.giulemanidaibambini.org.

Rivoltella P.C. “Ospiti”, “invasori” e altri animali. Gli effetti della televisione sui minori, tra realtà e discorsi sociali. www. Geocities.com.

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Strattera: gravi danni al fegato in USA, l’FDA lancia l’allarme. www.giulemanidaibambini.org.

Zyprexa: l’orologio del danno tiene lontano il suo ticchettio? “Per alcuni questi farmaci sono veleno”. www.giulemanidaibambini.org.







2 Commenti a “Mamma, mi compri i coniglietti suicidi?”

  1. DeR

    Ciao Sabrina,

    ho letto il tuo articolo. Per come la vedo, la soluzione di tutti i problemi stanno su questa riga che hai scritto:

    “Il compito di noi genitori, educatori, pedagogisti, psicologi, è sempre più complesso e non può che essere sempre più attento, meticoloso e vigile”

    Che internet, TV e videogiochi servono anche per educare e far crescere… ovvio però che il loro uso deve essere guidato dai genitori.

  2. mileva

    Cara Sabrina,
    sono una fumettista di 28 anni che ora però lavora più in altri settori della comunicazione visiva. Mi permetto di darti del tu.

    Sono d’accordo che sicuramente i mass media possono influenzare i bambini (e gli adulti), sono contro a certe immagini durante i tg (con fasce orarie che dovrebbero essere protette da tanta orrore). Capisco anche che purtroppo non tutti sono empatici, quindi certe persone davvero per capire determinate situazioni devono per forza vedere.

    Nonostante il mio obiettivo sia quello di diventare “una comunicatrice controccorrente” ammetto che per certe cosa mi so dividere. Ad esempio, per quanto potrà risultarti incoerente, non disdegno “the happy tree friends” né tanto meno il lavoro di Riley. Questo nonostante io sia vegetariana e ami gli animali.
    Trovo che il loro tipo di humour, pesante, crudo, nero, in certi momenti (soprattutto visto con i criteri giusti; all’orario giusto, lontano dagli occhi dei bambini che non potrebbero capire) mi diverta facendomi però anche pensare.

    Non è un tipo di comico fatto per divertire e basta, assolutamente va contro l’idea di “svuotare la mente”… anzi. Pensiamo al “Motto di spirito” di S. Freud dove dice (cito dal libro): È vero che l’umorismo fa risparmiare al soggetto l’affetto di angoscia, di vergogna o di colpa. Ma si può dire esattamente la stessa cosa del comico e del motto di spirito, che fci fanno ridere quando avremmo dovuto provare angoscia o vergogna. … Come si può ridere di disgrazie altrui…? Bergson scrive che per ridere ad una scena comica occorre “qualcosa che assomigli a un’anestesia del cuore”. (pp.325-326).
    Non sano un’esperta sull’argomento, spero ne prenderai nota, non voglio in nessun modo fare il bastian contrario, ma come fumettista e ora, comunicatrice visiva, vorrei precisare che a volte il provocare serve semplicemente a far pensare. Per quanto invece riguarda alla commercializzazione, sono totalmente d’accordo. Ci vorrebbe più sensibilità e saggezza. Bisognerebbe pensare più sul piano sociale che su quello economico.

    Aggiungo solo una nota al post precedente, appoggiando ma in parte: ““Il compito di noi genitori, educatori, pedagogisti, psicologi, è sempre più complesso e non può che essere sempre più attento, meticoloso e vigile”… Secondo me ogni persona, non solo le figure specifiche, possono contribuire. Tutti dobbiamo stare attenti, dal libraio, alla cassiera, al grafico, tutti.

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