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L’altalena emotiva fra tristezza e rabbia

category Disturbi e patologie Camilla Cristina Scalco 2 Marzo 2009 | 17,087 letture | Stampa articolo |
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Esistono persone che, pur non sviluppando mai un vero e proprio scompenso depressivo, hanno uno stile di personalità caratterizzato da sentimenti di tristezza, solitudine, risentimento e pessimismo.

Pur rimanendo questa, una condizione egodistonica (cioè percepita come negativa da chi la prova), è da considerarsi non tanto come patologia psichica, quanto piuttosto come uno stile relazionale sano, ma disfunzionale.

In controtendenza rispetto alle normali attitudini fisiologiche dell’essere umano, nell’esperienza soggettiva dei depressi, la solitudine è percepita come condizione normale, e poiché questi non hanno mai avuto esperienza di un’alternativa diversa, si sentono in qualche modo responsabili della situazione relazionale che vivono.

L’emozione elettiva del depresso è una ricorsiva oscillazione tra la tristezza e la rabbia.

Tutte le aspettative, le emozioni e le cognizioni, si definiscono, nel corso dello sviluppo, a partire da questa primordiale altalena emotiva.

Si tratta di soggetti che, nell’ambito delle relazioni affettive, sperimentano ripetutamente la sensazione di non essere abbastanza amati, e per questo si sentono in una costante situazione di “credito” e di protesta nei confronti degli altri e del mondo.

Nelle relazioni con le persone significative, possono avere degli scatti di rabbia incontrollati a partire da situazioni apparentemente banali.

La minima discrepanza percepita con il partner, per esempio, è vissuta immediatamente come perdita, come una coltellata che lascia il segno e ha come conseguenza una reazione di rabbia assolutamente inadeguata alla situazione.

Un esempio tipico è quello del depresso che aspetta con ansia l’arrivo del partner dal lavoro, quando questi arriva e saluta con un “ciao” non  troppo entusiasta, ciò è vissuto come una vera perdita. Si sente non amato e risentito, per cui in un accesso di rabbia, può arrivare a dire al partner parole orribili, mettendo in discussione la stessa relazione.

Si comprende come la vulnerabilità nei legami affettivi diventi, per questi soggetti,  un problema da evitare. Per fare ciò usano la strategia del non coinvolgimento, che mette al riparo da eventuali perdite del legame, per cui un tratto ricorrenti in queste persone è proprio la freddezza, una distanza emotiva, tesa a svalorizzare gli aspetti affettivi dell’esistenza.

Un’ulteriore strategia relazionale è quella del cosiddetto “accudimento compulsivo”, che permette al depresso di sentirsi degno, poiché indispensabile per qualcuno. Prestarsi a qualsiasi tipo di richiesta, e anticipare i bisogni ancor prima che vengano espressi,  è il modo che ha per essere accettato e amato, ma allo stesso tempo questo lo espone ad una  frustrazione che lo porta ad appesantire le relazioni con lamentele continue.

L’organizzazione di personalità di tipo depressivo, come viene definita dalla psicologia cognitivista, si costruisce a partire dalle esperienze relazionali primarie, e dai  legami di attaccamento vissuti nell’infanzia.

Il bambino depresso vive un’esperienza di perdita affettiva poiché, per qualche ragione, la sua  fisiologica richiesta di vicinanza , di cure e di conforto emotivo, ottiene con regolarità risposte di indifferenza, quando non di aperto rifiuto od ostilità.

Generalmente questo avviene a partire da  atteggiamenti freddi e distanzianti di madri che non accettano il proprio ruolo, o inclini a valorizzare nel bambino un’autonomia precoce. Anche madri tendenzialmente affettuose e sensibili, in particolari momenti di vita o a causa circostanze sociali e personali di difficoltà, come un lutto, un abbandono, o una malattia fisica per esempio, possono fallire nel  fornire cure o essere vicine al figlio. Questi, a sua volta, si sentirà un “peso” per la vita della madre, e avrà la sensazione di poter contare solo su di se.

Il fanciullo  impara presto che il modo per essere amato e per evitare il dolore e l’umiliazione che ogni rifiuto comporta,  è quello di non infastidire l’altro con richieste di vicinanza.

Da ciò segue la tendenza disfunzionale e contro natura, ad inibire l’attivazione biologica dei comportamenti di attaccamento.

Il depresso diventa, infatti, nel corso del tempo, molto abile a negare i propri sentimenti. Presto l’atteggiamento distanziante, unito alla rabbia e alle costanti proteste, iniziano a produrre negli altri i comportamenti che avrebbero dovuto evitare.

Generalmente a tali difficoltà nelle relazioni affettive, non corrisponde una sfera intellettuale o lavorativa particolarmente impoverita.  Questi soggetti sono solitamente dei grandi lavoratori, sicuri delle proprie capacità, e ben abituati allo sforzo per il raggiungimento di mete ambiziose. Non è inusuale, ad esempio, la tendenza a porsi come obiettivo delle “imprese impossibili”. Per il depresso significa poter guadagnare l’accesso al mondo, riuscendo così ad essere riconosciuto ed amato.

Nello stesso modo in cui passano rapidamente dalla rabbia alla tristezza, i depressi hanno ora un’immagine di sé come indegni di amore, ora un’immagine positiva delle loro competenze intellettuali e delle capacità di destreggiarsi da soli, senza bisogno di nessuno. In un momento può primeggiare l’immagine di sé come impossibile da amare, sperimentando la solitudine ed il rifiuto come condanna, in un altro, può essere invece rilevante il senso di sé come speciale, trasformando così la solitudine in un destino di scelta per pochi privilegiati.

La stessa immagine positiva è però, a sua volta, un’esperienza  che causa solitudine. Nonostante siano effettivamente competenti, i depressi sono auto svalutanti nei confronti degli obiettivi raggiunti (“Se ce  l ho fatta anche io, significa che non era difficile“),  tanto da neutralizzare il potenziale correttivo delle esperienze positive.

È in questo modo che la percezione costante di perdita incontrollabile e di solitudine, si cristallizza in un approccio alla vita disincantato e pessimista, in cui l’unico atteggiamento possibile è qualcosa di simile al  ”Pessimismo Cosmico” leopardiano.







9 Commenti a “L’altalena emotiva fra tristezza e rabbia”

  1. felicia alessandrini

    esattamente come mi sento io

  2. francesca

    ank’io mi sento un po’ cosi’….vuol dr ke sn depressa e ho qualke problema..sperando ke potra’ essere risolto (ecco ,adesso parlo anke cm una depressaxd) sara’ l’adolescenza…

  3. marisa

    proprio perchè sono fatta così mio marito mi ha abbandonata dopo 26 anni di matrimonio e 7 di fidanzamento.è un anno che è andato via,sta con un’ altra,ma io non riesco a rassegnarmi.sto in analisi da quasi 4 mesi e sembra che diminuiscono sempre più le mie capacità di reazione,fino,ora, a cadere in depressione.non vedo vie di uscita immediate,oltre agli antidepressivi che ho iniziato a prendere da poco e sto veramente tanto male.

  4. Ramasca

    “Esistono persone che, pur non sviluppando mai un vero e proprio scompenso depressivo, hanno uno stile di personalità caratterizzato da sentimenti di tristezza, solitudine, risentimento e pessimismo” è una vita che ho questa tristezza e senso di solitudine, è una vita che mi domando il perchè, è una vita che mi dico “avanti non fermarti, reagisci” ed è una vita che mi sento stanca di reagire. Cosa vuol dire normalità? Perchè mi sento diversa? Anche scrivere quì mi sembra un segno di debolezza. O è una richiesta d’aiuto?

  5. Franco

    mi ritrovo perfettamente, una vita a sentirmi fuori luogo con tutti, dove l’unica cosa che mi faceva sentire apprezzato era il risolvere i problemi e fare bene agli altri, cominciando proprio da mia madre, finchè sono crollato dall’infinito sforzo di vivere

  6. laura

    Dopo tre anni di terapia e lunghe letture il mio commento è: ogni articolo che leggo in materia è trito e noioso, universalmente applicabile all’umanità e non poi così diverso dall’atre dell’oroscopo. Vale per tutti come per nessuno. Non a caso ognuno ha fiumare di commenti tipo “anche io mi sento così….proprio vero…ecc. ecc…”. Uno scopiazzio poco originale e mortalmente ripetitivo. Abbandono, perdita, dolore, solitudine sono condizioni esistenziali funzionali. Basta! Adesso il depresso che realizza grandi progetti, e quello che lo fa perché la mamma ha perso il marito quando aveva due anni. Cristo Santo! Basta. Che noia! Le feci puzzano e fanno schifo ma non sono disfunzionali, sono utili e il mondo ne è pieno. La febbre a 40 fa stare male ma non è disufunzionale. La vita tutta è intrisa di morte e tragedia, oltre che felicità e piacere. Possibile che in psicologia solitudine, capacità di far da sé siano viste come il demonio? Attaccamento insicuro, evitante ecc, ecc. Tutto diventa peso e greve nelle parole di uno psicologo. Tutto è importante, tutto è significativo. Che noia mortale! Massa di noiosi infilati nel nulla. L’autrice scrive “Questi soggetti sono solitamente dei grandi lavoratori, sicuri delle proprie capacità, e ben abituati allo sforzo per il raggiungimento di mete ambiziose”. Ma per favore! Rilegga! Ovvio che chi ha fatto da sé procede certo della propria solitudine e senza aggrapparsi continuamente all’altro. Meno male! Per fortuna al mondo ci sono quelli che fanno così…che puliscono il culo ai bambini e ai vecchi, che stanno nelle sale operatorie e non passano le giornate a chiedersi perché lo fanno…..ancora per poco però visto che questo sta diventando un mondo di lamentosi falliti. Ma è mai venuto il dubbio a qualcuno che vada bene soffrire, fare fatica e essere soli? Sentirsi abbandonati, non amati? Va bene! Va bene pensare di non essere poi così speciali, solo un piccolo microscopico insignificante pallino nell’universo, disposto a offrire gratuitamente il suo microscopico insignificante contributo. E’ accettabile pensare questo o no, spianate le sirene, mancanza di autostima? …Un pò più di umiltà e più lavoro…. C’è qualcuno lì fuori tra i “risolti” che non è solo e che se la spassa….ma via! Basta. Che NOIA!

  7. Alfonso

    La cosa più triste di tutte e che i falsi amici a pagamento cioè gli psicologi ci fanno i soldi alla faccia vostra

  8. Federica

    Laura, un po’ di umiltà la dovresti avere tu, piuttosto. Perché ognuno è libero di sentirsi come gli pare, senza il saputo di turno, senza il superman o la wonderwoman della situazione, che gli dica cosa fare. Nessuno ha organizzato un suicidio di massa, per quello che risulta, si può ancora stare tranquilli. Quindi, scendi dal pero, grazie. Ps. Non sei obbligata a leggere questi articoli.

  9. Roberta Rivosecchi

    Esiste un trattamento d’elezione per questo disturbo? Ho ricorrenti episodi depressivi, ma non desidero farmaci.

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