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La Sindrome da Crocerossina e la co-dipendenza: “Io ti salverò e tu mi amerai!”

category Disturbi e patologie Anna Chiara Venturini 27 Febbraio 2014 | 3,552 letture | Stampa articolo |
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La Sindrome da Crocerossina, nota anche come Sindrome di Wendy, sorella dei tre fratellini nella favola di Peter Pan, si riferisce a quell’insieme di comportamenti  presenti in persone molto accudenti e protettive, sempre tese a compiacere, gratificare e giustificare l’altro, anche a costo di sacrificare i propri bisogni e se stesse.

Infatti, proprio come la ragazzina fa da mamma ai bimbi sperduti nell’isola che non c’è, allo stesso modo la persona “soccorritrice” si occupa di chi ama, con dedizione completa e assoluta abnegazione.

La prima volta che Wendy incontra Peter Pan gli dice “Ho tenuto in serbo la tua ombra, spero non si sia sgualcita. Va cucita, posso farlo io, è un lavoro da donna!”.

Da qui è chiara l’influenza socio-culturale che per secoli ha visto la donna come angelo del focolare, educata al servizio e al sacrificio e che realizza se stessa solo nel compimento del suo “dovere” di figlia, moglie e madre, prendendosi cura dell’altro con smisurato spirito salvifico.

In tutto questo il partner diviene oggetto d’amore incondizionato e indiscusso, messo su un piedistallo e da lì mai più rimosso, soccorso sempre e comunque di fronte a qualsiasi ostacolo, anche a scapito del proprio benessere.

Attenzione però, non sto dicendo che in coppia non ci si debba sostenere, ma qui il discorso è ben più ampio. Qua si tratta di assecondare se non anche anticipare i bisogni del partner  ignorando le proprie esigenze e necessità, mettendo da parte ogni velleità in nome di un amore che “malamente” ci fa sentire vive e ancor peggio “utili”.

Le donne, si perché è maggiormente a loro che mi sto riferendo poiché sono culturalmente e socialmente le più predisposte a sviluppare questo schema relazionale disfunzionale, sono portate a “servire ed accudire” portando all’eccesso opposto il loro spirito materno, nel tentativo di rendersi  indispensabili per l’altro e mettersi così al riparo da un’eventuale abbandono e separazione.

L’altro diventa quindi un mezzo e non un fine, un modo per colmare il vuoto affettivo ed esistenziale che queste donne si portano dentro.

Ma chi è l’altro?

Nella maggioranza dei casi si tratta di partner problematici, misteriosi, inafferrabili, insomma il bello e dannato che razionalmente sappiamo essere una partita persa in partenza, ma per la donna o meglio per la tipologia crocerossina, diviene una missione, una sfida.

Non solo infatti il classico “Grazie a me cambierai”, ma a volte diventa una vera e propria fantasia d’onnipotenza per la quale molto volentieri le donne barattano l’amore: “Io ti salverò e sarò tutto per te, mentre tu non potrai fare a meno di me e anche per riconoscenza mi amerai!”

Si tratta di amorevoli attenzioni dietro cui in realtà si cela il tentativo di manipolare l’altro, legandolo a doppio filo a sé.  Dal canto suo l’altra persona si lascia spesso accudire e “salvare”, pur tuttavia poi rivendicare la propria autonomia non appena ritrovato il proprio equilibrio. L’altro diviene così vittima ed al contempo carnefice di una partner che, spogliata del suo ruolo di redentrice, deve fare i conti con la paura dell’abbandono, del rifiuto e con un forte senso di inadeguatezza.

Il tentativo di “risollevare” il partner conduce infatti l’altro a sottrarsi prima o poi dal ruolo di dipendente: ribelle, risentito e critico, cerca la propria autonomia e la compagna, in questo contesto, da risorsa diviene ostacolo e poi zavorra. “Allora la relazione si sgretola e la donna piomba nella disperazione più profonda. Il suo insuccesso è totale: se non si riesce a farsi amare neppure da un uomo così misero e inadeguato, come può sperare di conquistare l’amore di un uomo migliore e più adatto a lei? Si spiega così come mai queste donne fanno seguire a una cattiva relazione una peggiore: perchè con ciascuno di questi fallimenti sentono diminuire il loro valore. E sarà per loro difficile rompere questa catena finchè non saranno giunte a una comprensione profonda del bisogno che le riduce a comportarsi così.” ( Robin Nordwood, “Donne che amano troppo”, 1989)

Perché accudire l’altro? Cosa ci si guadagna?

Come detto, il prendersi cura dell’altro, può avere anzitutto un significato manipolativo tipico dipendenza o meglio della co-dipendenza:  se io ti curo e mi rendo per te indispensabile, necessariamente mi amerai e non mi lascerai mai. D’altro canto però, simili comportamenti di accudimento possono servire ad ipercompensare uno schema relazionale di deprivazione emotiva, per cui la persona, certa di non poter avere l’amore di cui ha bisogno, cerca di assicurarsi “briciole di affetto” dell’altro, annullando se stessa ed i propri  bisogni.

E’ chiaro in tutto questo come la “trappola” della dipendenza la faccia da padrona, visto il denominatore comune ai diversi tipi di comportamento: l’altro è il mio centro di gravità, la fonte del mio benessere, l’ago della bilancia del mio valore. Soddisfare i desideri dell’altro e sentirsi indispensabile (“ Io sono responsabile della felicità dell’altro”), oppure, al’opposto, contare su di lui per gestire e regolare la propria vita (“ l’altro è responsabile della mia felicità”), significa per la persona, cercare di ottenre l’amore non ricevuto nell’infanzia, colmare quel vuoto interiore.

In un certo senso, quindi, potremmo sostenere che, l’accudimento e la protezione nei confronti dell’altro, sia in realtà anche una sublimazione del desiderio di curare, accudire, proteggere quella parte di sé che ha sofferto e soffre, ma che tuttavia, nei “corsi e ricorsi storici” delle relazioni, trova giovamento nel dedicarsi completamente a qualcuno, nell’illusione di poter trovare finalmente quell’amore che durante l’infanzia è stato loro negato.

Chi è la crocerossina?

Avete presente la canzone di Battiato “La cura?” Molti di voi penseranno ad un testo bellissimo, ad una meravigliosa melodia e ad una straordinaria dichiarazione d’amore, ma pensateci bene, magari leggete ed ascoltate attentamente le parole.

Fare di tutto per amore, assumersi la responsabilità della felicità altrui e rendere l’altro responsabile della nostra: ma siamo davvero convinti che “avere cura”, accudire in tutto e per tutto e anticiparne a volte anche i bisogni, sia una forma di amore? Amore di certo, ma disfunzionale, tossico, corrosivo per sé e per l’altro. Tuttavia, per chi è affetto dalla sindrome da crocerossina, è  normale “amare” in quella maniera. Si tratta spesso di bambini e bambine cresciuti in famiglie in cui, la maggior parte dei messaggi verbali e non, erano negativi, improntati ad un “amore condizionato”, ad un “ti voglio bene se..”, contesti  in cui la svalutazione e l’indifferenza la facevano da padroni, caratterizzati dalla mancanza di amore, tra il comportamento dittatoriale del padre e l’iperprotezione da parte della madre.

Ne consegue quindi, che da grande quel bambino: 1) cercherà l’approvazione e la valorizzazione per fondare la sua autostima; 2) incapace di stabilire da solo relazioni interpersonali stimolanti, spererà in un legame affettivo (spesso simbiotico) che gli permetterà di far emergere le proprie qualità; 3) qualora la relazione naufragasse potrebbe trovare sollievo, come automedicamento, nell’alcol, droga, nel cibo ( mantenendo comunque i meccanismi della dipendenza) oppure sviluppando diversi tipi di patologie a partire dalla depressione.

 

Come uscirne?

1)      Anzitutto è fondamentale riconoscere la “tossicità” di questi amori basati sul rapporto vittima-carnefice. I legami di questo tipo rischiano di incancrenire entro la dinamica della sfida, nell’illusione di farcela, di salvare l’altro. E’ importante sapere che, come dico sempre ai miei pazienti, nessuno cambia a meno che non lo voglia davvero, e per farlo serve coraggio e tenacia. Non si cambia dopo una “pausa di riflessione” di qualche giorno o settimana e nemmeno dopo il clessico “te lo prometto”. Nessuno cambia se non lo desidera realmente, e soprattutto, non possiamo e né dobbiamo salvare nessuno, tantomeno chi non vuole essere salvato

2)      E’ indispensabile lavorare sulla “gratuità dell’amore”. Le donne soccorritrici pensano, infati, di “doverselo guadagnare” attraverso azioni di cura e accudimento, quasi a garanzia della continuità del rapporto. Va invece ricentrato il focus delle azioni, confrontandosi con i propri vissuti abbandonici e facendo i conti con la consapevolezza che niente e nessuno può garantirci il “per sempre” né metterci al riparo dalle separazioni.

3)      Imparare a chiedersi come stiamo, come ci sentiamo e di cosa abbiamo bisogno. E’ fondamentale smettere di percepirsi come satellite dell’altro e mettere se stessi al centro del proprio universo. Lavorare su se stessi, sula propria autostima, ascoltando le proprie emozioni, sentendo se stiamo o meno ricadendo in copioni che, per quanto noti e comodi, in realtà ci porteranno di nuovo a soffrire. Chiediamoci cosa vorremmo davvero e iniziamo col fare la più piccola cosa che potrebbe servirci per stare bene.

 

Riprendere in mano se stessi e la propria vita è faticoso, un lavoro duro per il quale serve coraggio e forza, come dice Daniel Piètro “Non voglio farvi credere che sia facile. Desidero soltanto convincervi che è possibile.”

Vi lascio quindi con una frase della scrittice Oriana Fallaci, frase su cui vorrei ognuno di voi si fermasse a riflettere per aprire una piccola crepa nel proprio pensiero… chissà se da quella crepa potrà magari entrare la luce di una maggiore consapevolezza di quello che si sta vivendo.

 

L’amore da una parte sola non basta. Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua.

Chi non fa regali, non apprezza regali.

Tu cerchi Dio in Terra, e sei disposta a qualsiasi menzogna pur di inventarlo.

Ma Dio non si inventa, e neppure l’amore.

L’amore è un dialogo, non un monologo.

(O. Fallaci)

 

 

Riferimenti Bibliografici

“Donne che amano troppo”,Robin Nordwood, 1989, Feltrinelli Ed.

“La dipendenza affettiva”, Daniel Pietro, 2012 Ed. Paoline

“Amori altamente pericolosi”, Walter Riso, 2009, Mondadori

 







1 Commento a “La Sindrome da Crocerossina e la co-dipendenza: “Io ti salverò e tu mi amerai!””

  1. Alessandra

    Sono io ..,proprio così !! Ed ora Voglio guarire voglio crescere anche se domani compio 59 anni continuo a perpetuare queste situazioni che mi lasciano insoddisfatta e infelice !!

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