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La percezione del corpo brutto: la dimensione dismorfica

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 5 Maggio 2014 | 1,285 letture | Stampa articolo |
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Il termine dismorfia deriva dalla parola greca “dis- morfè”che letteralmente significa “cattiva forma” e quindi “bruttezza”; esso fa riferimento alla sensazione soggettiva di essere particolarmente brutti, impresentabili, ripugnanti, deformi, di avere un difetto fisico in una parte del corpo che rende oggetto di attenzione da parte degli altri nonostante che, ad un riscontro reale, il difetto risulti assente e la forma del corpo nella norma. Va detto che talvolta un difetto fisico può anche esistere, ma la preoccupazione della persona  appare decisamente amplificata.

La dismorfia, può presentarsi come sintomo transitorio nel periodo adolescenziale, dove la trasformazione fisica dovuta alla pubertà può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con angoscia più o meno marcata anche per  una non accettazione della pubertà da parte della famiglia, o far parte di un quadro psicopatologico dove il rifiuto del proprio aspetto, del proprio corpo o parti di esso, può assumere caratteristiche fobiche che disturbano profondamente l’espressione della personalità. In questo caso si parla di dismorfofobia che può assumere la forma ora di un’idea prevalente, ora di un’idea ossessiva, ora di un vero e proprio delirio di trasformazione corporea nei casi più gravi.

Nella dismorfofobia c’è una vera è propria alterazione dell’esperienza corporea. Il corpo si carica di un significato di non adeguatezza che, ad un’attenta indagine rivela una profonda inadeguatezza interna esistenziale. Il corpo diviene teatro di disagi interni. In alcuni soggetti questa forma fobica può causare stress emozionale e incapacità di tessere adeguate relazioni sociali e sessuali, con conseguente isolamento e rischio di dare il via a una sequenza di altre patologie. In certi casi, la persona può uscire di casa solo di notte, quando non può essere vista, o rimanere chiusa in casa per anni. I soggetti con tale disturbo possono abbandonare la scuola, evitare i colloqui di lavoro, lavorare al di sotto delle loro possibilità, oppure non lavorare per nulla, avere difficoltà coniugali, o divorziare a causa dei loro sintomi.

Certi soggetti utilizzano illuminazioni speciali oppure lenti di ingrandimento per esaminare il proprio “difetto”. Possono esservi comportamenti esagerati di cura estetica del corpo e accorgimenti per nascondere l’imperfezione. Sebbene l’obiettivo di tali comportamenti è diminuire l’ansia, rassicursi sul proprio aspetto o migliorare temporaneamente, essi finiscono spesso per far aumentare la preoccupazione. Di conseguenza alcuni soggetti evitano gli specchi, talora ricoprendoli o eliminandoli dall’ambiente. Altri alternano periodi di eccessivi controlli allo specchio a periodi di evitamento.

La dismorfofobia può ritrovarsi associato con Disturbo Depressivo Maggiore (Episodio Singolo e Ricorrente), Disturbo Delirante (incentrato sul corpo), Fobia Sociale, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Tricotillomania, Disturbi Somatoformi, Disturbi del Comportamento Alimentare.

La patologia necessita, a seconda della gravità, di una serie di consulenze psicologiche o di un intervento psicoterapico. La terapia della dismorfofobia va valutata in relazione alla personalità del soggetto e in base alla sua situazione familiare e sociale. Analoghe considerazioni valgono per l’utilizzo degli psicofarmaci.

Particolare attenzione deve essere posta nella comprensione del “valore del sintomo” che, talvolta, può rappresentare un vantaggio secondario o una forma di difesa estrema dalla disorganizzazione psicotica. In tal caso non deve essere oggetto di terapia la sola dismorfofobia ma, piuttosto, si tratta di operare scelte terapeutiche che consentano alla persona di acquisire un migliore equilibrio interiore.

 







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