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L’incubo del gregge e del suo pastore – Panico: una “bugia” del cervello che può rovinarci la vita – Psiche è un “Asino d’oro”, paziente, ma stolto!

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 17 Novembre 2009 | 2,904 letture | Stampa articolo |
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“E’ la solita storia del pastore…/ Il povero ragazzo/ voleva raccontarla, e s’addormi./ C’è nel sonno l’oblio./ Come l’invidio!/ Anch’io vorrei dormir cosi,/ nel sonno almeno l’oblio trovar!” (“Lamento di Federico”, da “L’arlesiana” – atto II – libretto di Leopoldo Marenco)
La natura vive in un continuo stato subliminale misto, contemporaneamente di panico e di eccitazione. Il mondo stesso è tenuto insieme dalla forza cosmogonica di Eros, che si esercita attraverso cariche di attrazione e repulsione, desiderio libidico e reazione di fuga, o di attacco, appartenenti tutte alla sfera istintuale di Pan. Esperienze queste condivise dall’uomo con gli animali.
La manifestazione più profonda si vivrebbe forse nell’incubo. Una dimensione entro la quale l’universalità del complesso edipico, della minaccia di castrazione e della rimozione del desiderio incestuoso si rimodellano nella “solita storia del pastore…” e del suo gregge.
Wilhelm Heinrich Roscher (“Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie”, 1884-1923) descrisse il terrore panico quasi fosse un contagio psichico in grado di colpire tutti indistintamente, e gli animali ancor prima dell’uomo, un evento archetipico insomma di partecipazione all’esistenza cosmica di cui si condivide l’esperienza, come se si trattasse di un’infezione “pan-demica”. Lo stesso demone, o dio, Pan, istiga il desiderio, l’angoscia, e l’incubo.
“L’intensità della paura – per Ernest Jones (“On the Nightmare”, 1931) – è proporzionale alla colpa dei desideri incestuosi rimossi che ricercano una gratificazione immaginaria, e la cui controparte fisica è un orgasmo – spesso provocato da una masturbazione involontaria. Se il desiderio non fosse in uno stato di rimozione, non vi sarebbe paura, e ne risulterebbe un semplice sogno erotico”.
La paura, quindi, come supponeva Wilhelm Reich, può essere scacciata dall’orgasmo adeguato e “perfetto”?
Angoscia e desiderio sarebbero allora le due facce di una stessa medaglia, due effetti che coesistono in uno stesso sentimento voluttuoso, due poli di quell’istinto naturale di cui sta a renderci conto il mito di Pan…


La sensazione di panico, dunque, andrebbe interpretata come la più giusta reazione di fronte al numinoso. Infatti, Brinkmann, autore, nel 1944, di un importante saggio psicologico sull’argomento, dal titolo “Neue Gesichtspunkte zur Psychologie der Panik”, non considera il panico un meccanismo fisiologico di difesa, né una risposta inadeguata, e neppure un restringimento dello spazio di coscienza, con calo di livello delle facoltà mentali. Il panico, per lui, sarebbe la sensazione comune a quanti si ritrovano immersi nelle “misteriose e selvagge regioni dell’esistenza elementare”.
E se i termini giusti della questione sono “mitologici”, il trattamento non potrà che essere “rituale”, coreutico, fatto di gestualità e di accompagnamento musicale.

La relazione tra la manifestazione dell’angoscia e la psicodinamica della rimozione copre una vasta gamma di esperienze. A seconda che la fantasia abbia connotazioni narcisistiche, apollinee, dionisiache o priapiche…, saranno diverse le costellazioni archetipiche ad influire sulla qualità della sessualità psichica.
Innanzitutto, il rapporto tra il contenuto manifesto del sogno e l’eccitazione sessuale fisiologica riporta ad azioni e reazioni di un modello metaforico il cui significato non è facilmente esportabile altrove, in qualsiasi altro “altrove”. Il mito di Pan fornisce uno di questi schemi con modalità talmente circostanziate da circoscrivere grado ed intenzionalità di questo sentimento così difficile da indagare.
Se, apparentemente, potrebbe essere visto quale moto “centrifugo”, in effetti la paura attrae invece per quell’intrinseca connessione con la natura, alla stessa maniera dell’aggressione, del sesso, della fame…
Si tratta forse di un richiamo per la coscienza che va incontro all’ignoto, in un ambito in cui cortocircuitano sia l’istinto di gregge sia lo stupore del pastore di fronte al mistero del creato?
“Corre via, corre, anela,/ varca torrenti e stagni,/ cade, risorge, e più e più s’affretta,/ senza posa o ristoro,/ lacero, sanguinoso; infin ch’arriva/ colà dove la via/ e dove il tanto affaticar fu volto:/ abisso orrido, immenso,/ ov’ei precipitando, il tutto obblia…
Così meco ragiono: e della stanza/ smisurata e superba,/ e dell’innumerabile famiglia;/ poi di tanto adoprar, di tanti moti/ d’ogni celeste, ogni terrena cosa,/ girando senza posa,/ per tornar sempre là donde son mosse;/ uso alcuno, alcun frutto/ indovinar non so…” (Giacomo Leopardi: XXIII – “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”)

“Il panico è un corpo estraneo, una sorta d’inquilino prepotente che, una volta dentro di noi, influenza le nostre azioni, i nostri comportamenti, spingendoci ad accettare una vita rinunciataria…”. E’ questa la descrizione che Rosario Sorrentino e Cinzia Tani, in ”Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita” (Mondadori, Milano 2008), forniscono di questa sensazione, quasi si trattasse d’una “possessione”. Anche nel titolo del suo libro, Sorrentino accosta l’attacco di panico ad una “bugia”, qualcosa che ci fa cadere in tranello, sottolineando come, una volta intrappolati, si ponga in azione un sistema d’allarme, purtroppo inutilmente, anzi, in modo tale da procurare danni, perché l’esperienza che si vive in quel momento è puramente virtuale, soggettiva. Le reazioni messe in moto, così, per fronteggiare il pericolo si riveleranno, da sùbito, non efficaci, non finalizzate, perché aspecifiche, ed inesorabilmente inefficienti per lo scopo prefissato di superare un ostacolo che resta immaginario.
I circuiti delle emozioni (amigdala, ippocampo, corteccia prefrontale) si attivano, certo, quando si subisce uno spavento. Per prima si allerta l’amigdala che ci permette rapidità di reazione ed adeguatezza di risposte.
Un corpuscolo a forma di mandorla (“amigdala” appunto), che abita nella profondità del lobo temporale; uno per ogni emisfero: entrambi fanno parte integrante del sistema limbico e stanno sempre pronti a percepire ogni minimo pericolo, persino quando ci si trova in stato di subcoscienza. Invece, nel ritardare l’intervento o nell’affrontarlo in maniera inidonea, si rischia di depositare l’emozione provata tra i ricordi traumatici custoditi nell’ippocampo. Una mancata elaborazione del vissuto doloroso, che accompagna l’evento, contribuisce a trasformare nel tempo quell’esperienza, attraverso lo spostamento strategico finalizzato a proteggere da quanto potrebbe dimostrarsi inaccettabile.

La “paura”, intesa come tale, andrebbe distinta in quanto emozione che risponde al pericolo reale. Si chiede aiuto, si combatte o si fugge, o si rimane paralizzati, bloccati, come se congelati (“freezing”), in quella strategia di nullificazione che usa la preda sconfitta nel fingersi morta e quindi di nessun interesse, quasi fosse inesistente.
La paura, in ogni caso, è un’emozione primordiale di difesa o di attacco, una risposta ancestrale, una reazione endogena, originaria, antropologicamente costituzionale. Per chi deve affrontare pericoli potenziali o reali, costituisce una straordinaria risorsa, perché la possibilità di ricorrere ad essa ribadisce, e rinforza, l’istinto di sopravvivenza.
Una paura specifica, come quella dei serpenti (ofidiofobia), ad esempio, è un residuo atavico di quando i rettili costituivano effettivamente un pericolo per quei primitivi che vivevano ancora nella savana e che quindi dovettero cominciare a sviluppare un ampio campo visivo per stare in guardia ed anticipare mosse repentine da parte di aggressori minacciosi e realmente temibili.
Ebbene, dell’irrazionalità di una “fobia” ci si rende anche conto, eppure, nonostante sia immotivata, induce un comportamento di “evitamento” di tipo ossessivo. Generalmente si avverte il bisogno di garantirsi il soccorso immediato ovvero una via di fuga impellente (“exit strategy”).
In questo senso, allora, l’agorafobia rappresenta più che altro il timore di allontanarsi dai luoghi protetti, o da un conforto rassicurante (da una “soteria” qualsiasi), per affrontare situazioni in cui ci si sente assolutamente vulnerabili.
Analogamente, la claustrofobia è il timore di una costrizione a restare isolati, senza contatti con l’esterno, di rimanere bloccati da un senso di oppressione, soffocamento, con il conseguente corollario di sudorazione profusa e palpitazione.
Agorafobia e claustrofobia si accompagnano spesso alla sensazione di panico, e addirittura, la maggior frequenza di questi attacchi nei luoghi chiusi, verrebbe spiegata, attribuendola all’alta concentrazione, nell’aria che si respira, dell’anidride carbonica alla quale si può essere particolarmente sensibili. Questo gas inodore, ed incolore, va a stimolare direttamente dei recettori del tronco cerebrale, che fungono da sentinelle “ecologiche”.
Poi ci sono fobie ben più strutturate: ad esempio, per affrontare la paura di volare (aviofobia) bisogna far emergere il problema che si vive all’interno di un ambiente estremo, privo di vie di fuga e/o di soccorso, un ambiente nel quale è maggiormente evidente il distacco dalla terra, madre e nutrice, distacco che induce sensazione di abbandono, o di perdita. Al disagio va aggiunta la dilatazione temporale, prodotta dall’esperienza del volo, percepita come interminabile; la ristrettezza dell’abitacolo, in cui l’aria potrebbe obbiettivamente avere un’alta concentrazione di anidride carbonica; la presenza di altri viaggiatori, ecc.
La presenza di gente, di un pubblico potenziale, rivela un’ansia sociale, che costituirebbe la sponda opposta dell’istrionismo, proprio per quell’eccesso di timidezza di venire catapultato al centro dell’attenzione.
Si può persino essere ossessionati in maniera autoreferenziale, dal timore della paura (fobofobia).
Anche l’ortoressia è un’ossessione: per quanto si assimila con l’alimentazione; affine alla paura d’essere intossicati (toxofobia), che trova il suo estremo nel “delirio di veneficio”.
Timore d’essere avvelenati, intossicati, di assumere farmaci (farmacofobia) equivarrebbe alla paura di essere curati male (iatrofobia). Chi è portato a controllare ossessivamente ogni aspetto esterno, e sensazione interna, della propria vita non può che essere restio a sottoporsi a qualsiasi trattamento, a non aver fiducia di nessuno, a diffidare di tutti, per sconfinare nella paranoia persecutoria.

In un certo qual modo, la paura sarebbe la rappresentazione dell’ansia convogliata verso l’esterno. Abbiamo detto che la forma autoreferenziale fobofobica è il timore di aver paura, ovvero un’ansia anticipatoria: si prova un’emozione ancor prima del suo giusto momento. Essa nasce dall’esigenza, forse caratteriale, di voler sapere sempre cosa fare, di non andare incontro a brutte figure, di non perdere la testa.
Essere al posto giusto al momento giusto è soltanto un’utopia e l’ansia ce lo ricorda implacabilmente, dimostrandoci quell’errore di fondo che consiste nel credere di essere quello che non si è, e probabilmente non si può neanche diventare. Acquisire la consapevolezza che il mondo potrebbe benissimo fare a meno di noi, spazza via, in un attimo, il sentimento della nostra utilità. Subito ci sentiamo sprecati, affannati ad andare in un non si sa dove, alla ricerca di un senso che non riusciamo a trovare nelle cose che facciamo.
L’ansia, il timore, la paura corrispondono così ad una rinuncia alla vita da vivere come viene.
La moderna fragilità ci impone uno stato di costante timore collettivo, motivato da una diffusa impreparazione ad affrontare le emozioni in genere. L’umana vulnerabilità viene accentuata ed amplificata in tutte le modalità mediatiche, senza il sufficiente supporto di paradigmi culturali che la controbilancino con un’etica ed un’estetica del coraggio di non aver paura di provare emozioni. L’uomo moderno che vive in una società protesa verso l’individualismo, in cui ciò che conta è la prestazione, con il rischio di affrontare un profondo senso di disagio e di solitudine, ha evidentemente perso la capacità di accettare i propri limiti. I perfezionisti, pignoli, portati a puntualizzare ogni minimo dettaglio, sono destinati ad andare nel panico, quando si accorgono di non essere efficienti quanto vorrebbero.
Le défaillances vengono prevenute con l’abuso di sostanze, farmaci o droghe che siano, come la cocaina, che fornisce un’effimera, momentanea illusione di essere sempre all’altezza dei propri compiti, in ogni situazione. Nei soggetti predisposti, anche il tetrahydrocannabinolo della cannabis può da solo scatenare attacchi di panico.
Della donna moderna, che insegue il mito della perfezione assoluta, dettato da un narcisismo esasperato, è tipica la dismorfofobia; chi mai si ritiene sufficientemente attraente ed in forma, soffre per l’apparenza corporea, e per la minaccia dell’invecchiamento e, non tollerando rughe ed inestetismi di qualsiasi genere, fa ricorso ad interventi di chirurgia plastica.
Quella attuale sembra essere una generazione tendenzialmente portata alla dipendenza (“addicted generation”) da “qualcosa”; stimoli, sensazioni, sollecitazioni, qualsiasi essi siano, è il soggetto ad esserne succube, rimanendone invischiato. L’oggetto che ha creato tale condizione è semplicemente un’occasione, non è determinante, ma aspecifico, intercambiabile. Il “furto” rivela il “ladro, come la circostanza”, senza esserne causa, evidenzia la dipendenza.
A volte, sembra che, proprio per provare emozioni, si sfidi la paura. La paura stimola quei circuiti, solitamente definiti come “gratificanti” perché producono dopamina, i quali, generando sensazioni di benessere, quasi di onnipotenza, rendono più audaci e spingono con rinnovato coraggio ad affrontare ulteriori paure.
Per contro, la carenza di determinate sostanze potrebbe risultare oltremodo stressante. Ad esempio, il triptofano, aminoacido indispensabile per la formazione del neurotrasmettitore serotonina, allorquando venisse escluso dalle diete troppo drastiche, diverrebbe la causa principale di un disagio psichico, di tono depressivo. Il termine desueto di “esaurimento” veniva proposto in tal senso, giusto per far capire figurativamente che in un disturbo mentale era avvenuto, come un progressivo decremento, una perdita, dalla scorta necessaria, di sostanze preziose e di succo vitale.
Eppure Pan non sarebbe propriamente un “vampiro”, ma un “demone meridiano” che terrorizza le sue vittime e le stanca, facendole fuggire confuse, quasi più che inorridite. Più che il buio e la notte, sarebbero i raggi del sole allo zenit e l’estate a favorire questo disagio psichico, a causa delle eccessive temperature che inducono astenia, cali pressori, palpitazioni, sudorazioni.
L’ansia si somatizza facilmente, e frequentemente, bersagliando gli organi più suscettibili del soggetto, come il cuore, la vescica, lo stomaco, l’intestino. La sindrome del colon irritabile ci spiega, in buona sostanza, perché si ritiene che proprio il colon svolga una funzione da “second brain”, una sorta di cervello minore, accessorio.

In quanto modello istintuale di comportamento, il panico è latore di un’arcana “saggezza del corpo”, da riconnettere all’arcano della sapienza divina, alla stessa stregua di un’intensa visione illuminante.
Come Dio viene incontro ai santi, la natura comprende l’istinto, e Pan si rivela a Psiche!
Non provare sentimento alcuno significherebbe non esistere; non contenere la benché minima tensione equivale a non venir sollecitato da nessuna inquietudine smaniosa. Soltanto i “cavalieri senza macchia né paura” possiedono una corazza protettiva che li possa difendere sistematicamente dagli imprevisti della vita, ma che, ormai divenuta panoplia (“pan-oplia”), non fa loro assaporare le gioie della sorpresa.
La capacità di essere suscettibili agli attacchi di panico è perciò inversamente proporzionale alle difese paranoiche. Finché agiranno questi sistemi, il panico non si scatenerà, con la loro dissoluzione invece ci si scoprirà del tutto vulnerabili.
Il panico resta inspiegabile, eppure utile allo smantellamento di una ben più grave struttura paranoide. Su questa strada lastricata di immagini dall’irresistibile vitalità, potranno rincontrarsi Eros, Anteros, Himeros, Himen, Pothos… l’omosessualità, l’erotismo, la lussuria, il desiderio, la nostalgia, il timore per il congiungimento e quello per la morte…
“L’immaginale non è mai tanto vivido come quando siamo legati istintualmente con esso. – ha scritto James Hillman nel celeberrimo “An Essay on Pan” (1972) – Il mondo vivo è, ovviamente, animismo; che questo mondo vivente sia divino e immaginato per mezzo di diversi dei dotati di attributi e caratteristiche è panteismo politeistico”.
Il panico è una diretta, repentina partecipazione mistica all’esperienza ontologica di una natura viva che incute terrore. Tutto (pan) quanto compone il mondo è animato, tutti (pan) gli oggetti hanno pretese nei nostri confronti a cui non sappiamo fornire adeguate risposte, ed è questo che ci paralizza.
Grazie ai livelli istintuali di paura, aggressività, fame, sesso… viene esperita l’esistenza stessa. Spavento e orrore fanno parte integrante della “saggezza della natura”, la quale, nonostante la sua realtà, ci rimane incomprensibile, eppure vera.

Per come riportò Benedetto Croce, nella sua “Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale”, la condizione nella quale Alexander Gottlieb Baumgarten, il “fondatore” dell’estetica medesima, invitava a trovare la verità, è la confusione, “con-fusione”.
“Una dolce confusione dei sensi, la confusione tra impeto e trepidazione, tra alti e bassi espedienti” complica, per James Hillman (“La Giustizia di Afrodite”, La Conchiglia, Capri 2008), la percezione del numinoso, inteso come presenza del divino, non rendendolo riconoscibile “con una singola emozione, come il desiderio, con un’idea, come la bellezza, con una forza, come la natura.”
Con l’intensificarsi degli effetti, la tensione rende sempre più sottile la comprensione, escludendo completamente ogni possibilità di distinzione. La sfera della bellezza comprende la confusione e la vastità, il timore reverenziale e l’indeterminatezza, ma soprattutto “non può stare negli occhi di chi guarda”, poiché oltrepassa l’umana rappresentazione.
Nella favola inserita da Apuleio in quel suo romanzo, “Le Metamorfosi, ovvero l’Asino d’oro”, appartenente “alla letteratura misterica delle trasformazioni dell’anima”, Psiche, di fronte ad Afrodite e ad Eros, appare priva di iniziativa. L’amore maltratta la psiche di ciascuno e Psiche, nel suo difficile rapporto con la bellezza, si trova continuamente sull’orlo del collasso. Per colmare tanto divario non le rimane che ricorrere all’unificazione dei percorsi che conducono, come diceva Eraclito, in alto come in basso, alla sottomissione cioè.
“…For Her, as Heraclitus said, ‘the way up and the way down are one and the same’, or, in Psyche’s case, going under and undergoing are her path and her method”. Qui la traduzione di Silvia Ronchey arricchisce di annotazioni etimologiche, tratte sia dal latino che dal greco, il concetto espresso da Hillman in “La Giustizia di Afrodite” (2008): “subire, ossia fare un’esperienza, e ‘sub-ire’, nel senso etimologico di scendere in basso, sono il suo percorso ed il suo metodo (methodos, in greco ‘via’)”.
Insomma, “un momento di pura bellezza può lasciarci senza fiato, sopraffare le nostre forze e sovvertire i nostri sensi” (James Hillman: “La Giustizia di Afrodite”, 2008).
Afrodite mette alla prova Psiche, affidandole il compito di discendere agli inferi con lo scopo di prelevare l’unica bellezza che la dea dell’amore non possiede, quella più amara e terribile, di Persefone. La curiosità della nostra Psiche, tipicamente umana, le farà avere accesso ad un profondo sonno proveniente dallo Stige, fornendole quel senso di effimero e di transitorietà che soltanto l’umana condizione può offrire al sublime.
Psiche, esausta, sta per annegare. A salvare la sua vulnerabilità occorre l’intervento della forza vitale della natura, e questa, accattivante com’è, la impersona Pan. Le influenze esterne la feriscono, entrano dentro di lei, la possiedono; la sua permeabilità assimila tutto (pan) e la sua recettività, che, fertile, le permette di concepire, le farà partorire tanta confusione.
Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Brinkmann D.: “Neue Gesichtspunkte zur Psychologie der Panik”, Schweiz. Zeitschrift f. Psychol., 3, pag. 3-15, 1944
Croce B.: “Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale”, Laterza, Bari 1973
Hillman J.: “An Essay on Pan”, Spring, New York 1972
Hillman J.: “La Giustizia di Afrodite”, La Conchiglia, Capri 2008
Ierace G.M.S.: “Magia Sessuale”, Armenia, Milano 1982
Jones E.: “On the Nightmare”, Hogarth, London 1931
Marcus G.: “Kluge- l’ingegneria approssimativa della mente umana”, Codice, Torino 2008
Roscher W. H.: “Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie”, Georg Olms, Hildesheim 1965
Sorrentino R. e Tani C.: ”Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita”, Mondadori, Milano 2008







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