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Qualche viaggio insieme su e giù nell'ascensore e la personalità viene fuori meglio che sul lettino di Freud. Dino Basili
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Il ladro di emozioni. Un esempio clinico di narcisismo patologico

category Disturbi e patologie Maria Grazia Antinori 13 Febbraio 2012 | 4,115 letture | Stampa articolo |
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Marco un uomo sulla quarantina con un fisico atletico e possente, ha bisogno di aiuto, si sente alla deriva incapace di sostenere i suoi impegni. Attraversa un momento critico anche perché ha deciso di rinunciare al suo lavoro da impiegato per iniziare la professione di preparatore atletico e socio in una palestra, scelte che coronano la sua passione per l’attività fisica e per il culturismo.

Proprio nel momento in cui sta realizzando il suo progetto, si sente sopraffatto dagli eventi, privo di energia e ripiegato su se stesso. Cercando di contenere l’angoscia che lo pervade, decide di partire da solo per una visita al paesino natale  nel sud della Germania  dove era emigrata la sua famiglia  e dove ha vissuto  fino ai dieci anni per poi ritornare in Italia. Il viaggio è deludente, le persone ed i luoghi sono cambiati, Marco si ritrova ancora più confuso e passivo, decide allora di chiedere una consulenza psicoterapica, anche se si tratta di un contesto per lui avulso che utilizza come strumento di lavoro la parola, mentre la modalità espressiva del paziente è il movimento, il fare e le molteplici e debordanti attività, al punto da considerare come debolezze e malattia la stanchezza e le necessarie pause di riposo. Nonostante le sue difficoltà, Marco è una persona abituata ad essere apprezzata per il suo naturale talento nell’osservare gli altri e alla capacità di assumere il comportamento più idoneo alle circostanze. Egli esercita da sempre un certo fascino sulle ragazze, preferendo gli incontri occasionali fino a quando conosce la moglie che sceglie per la determinazione ed affidabilità, delega a lei il compito di mantenere vivo il legame affettivo e sessuale della coppia. Marco pur affermando di amare la sua famiglia, tende a dimenticarsene lasciandola sullo sfondo, così come sono prive di significato le relazioni con le persone siano queste parenti, amici o clienti, che tratta come personaggi provvisori ed intercambiabili o come oggetti da esperimento al pari degli insetti che da piccolo chiudeva nella scatola di cartone per studiarne il comportamento. Il paziente osserva con autentica sorpresa le manifestazioni di affetto e di stima verso la sua persona, al contrario lui non sperimenta, non sente il legame emotivo, tende piuttosto ad agire in funzione ad un obiettivo, un copione opportunistico che può variare dal rispondere alle richieste della moglie al corteggiare altre donne con le quali si concede frequenti relazioni evitando con cura l’implicazione sentimentale che considera fastidiose e pericolose.  Gli servono molte energie per far fronte ai suoi molteplici impegni lavorativi, affettivi e familiari, Marco sembra riuscire a sostenere il pesante onere fino al momento della crisi depressiva che lo fa precipitare nell’impotenza e nella passività.

Raccontando la sua storia si ricorda poco, piuttosto conserva frammenti evocati spesso attraverso le fotografie, memorie posticce di cui è incerto, sono gli altri che mantengono il filo della sua vita rammentandogli i singoli episodi. Spesso ha la sensazione di osservarsi dall’esterno, come se quello che vive fosse una scena a cui lui partecipa ma che allo stesso tempo osserva da lontano. La depersonalizzazione associata alla rimozione massiccia dei ricordi, gli genera un profondo spaesamento e confusione che trapela anche dall’espressione del viso e dallo sguardo vuoto ed angosciato. La crisi del paziente, non a caso proprio nel momento della realizzazione delle sue ambizioni, sembra una finestra improvvisamente spalancata sul suo passato di deprivazione e traumi cumulativi (Ferenczi) che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza. Il paziente proviene da una famiglia numerosa dove i figli sono cresciuti anche grazie al sostegno della piccola comunità rurale, una madre fredda e poco presente, un padre dipendente dal gioco che sfogava in famiglia con urli e aggressioni verbali, la sua frustrazione per le perdite di denaro. Il piccolo Marco viveva un rapporto affettivo significativo solo con una sorella di poco più grande che seguiterà negli anni ad aiutarlo e sostenerlo.  Durante tutto il periodo dell’adolescenza sperimenta droghe, alcool e si abbandona ad azioni al limite della legalità, riesce comunque a diplomarsi e a mantenersi con una serie di lavori precari fino a quando scopre la passione per l’attività fisica, le palestre, il culturismo che diventano il suo principale interesse. Si impegna a fondo per conquistare un fisico atletico, ma il principale vantaggio dell’attività fisica è un senso di appartenenza, un’identità, uno scopo, e soprattutto un sentire e riconoscere i confini del corpo, mantenendo così una certa coesione dell’Io, per quanto precaria e fragile.

I muscoli sembrano costituire una sorta di corazza psichica che protegge e nasconde il piccolo Marco che non ha ricevuto quel minimo di sostegno e di investimento narcisistico necessario per la crescita psichica e soprattutto per la formazione della pelle psichica (Anzieu, 1985).

Il paziente vive in una sorta di bolla narcisistica che lo isola ma anche lo protegge dall’esterno, non sente nulla se non come eco dei sentimenti e vissuti altrui, anche per questo ha un continuo bisogno di agire, quando si ferma avverte il profondo, doloroso senso di vuoto in cui teme di soccombere senza via di uscita. E’ un uomo privo di radici, che nega le sue origini in una sorte di fantasia onnipotente di autogenerazione (Racamier) per il quale l’agire costituisce una modalità maniacale pericolosamente accelerata che al primo cedimento rivela la sua natura di difesa dal vuoto e dalla depressione.

Marco è diventato nel tempo, un ladro di emozioni, ossia cerca di attivare le situazioni in cui gli altri agiscono i loro sentimenti che lui come un voyer osserva ed incamera avidamente. Sembra identificato con l’aggressore (A. Freud, 1961), ossia da bambino deprivato, disconosciuto e abbandonato si è trasformato in un personaggio che sfrutta ed utilizza al meglio quello che gli altri gli possono offrire; da colui che non era visto è diventato protagonista, attore principale che agisce e fa agire ma senza nessun legame affettivo e riconoscimento dell’identità dell’altro.

Il rapporto terapeutico richiede molta attenzione e sensibilità da parte della terapeuta che può far conto quasi esclusivamente sul suo controtrasfert, visto che Marco non è in grado di utilizzare la parola per raccontarsi. Inizialmente il paziente assume l’atteggiamento di un bambino smarrito e spaventato che chiede solo di essere accolto e rassicurato, si abbandona passivamente al setting e alla psicoterapia psicodinamica.

Ma è un breve periodo, appena si sente meglio riacquista la sua arte seduttiva che esercita anche nei confronti della psicoterapeuta che scruta cercando di coglierne le caratteristiche personali nel tentativo di dominare e controllare la situazione. A mano a mano che migliora il suo umore e ritrova la sua sicurezza, aumentano i racconti centrati su avvenimenti quotidiani e sulla nuova attività e diminuisce la disponibilità al lavoro introspettivo. Il paziente cerca di omologare la psicoterapia allo stile di tutte le altre relazioni ritirando l’investimento emotivo, irrigidendosi nella difesa basata sull’attivismo e sul controllo.

Il controtrasfert oscilla tra una sensazione di vuoto e la confusione che segnalano quanto sia potente l’attacco del paziente al pensiero e al legame (Bion,1962 ), fino a quando la terapeuta decide di interpretare e verbalizzare il gioco di Marco che rischia di trasformare le sedute in uno sterile teatrino, dove si muovono burattini senza vita che interpretano un copione prestabilito. Marco cerca di ribaltare i ruoli chiedendo alla terapeuta di assumersi l’onore della motivazione alla terapia mentre lui si tiene lontano e distacco dalla scena. E’ chiaramente una situazione paradossale che una volta interpretata provoca nel paziente una reazione di avvilimento e tristezza, Marco ammette la sua paura di essere coinvolto emotivamente ma sente anche la difficoltà di assumersi il rischio di modificare anche di poco, questo suo isolamento narcisistico. In questa delicata fase della terapia, dove è la terapeuta a sentire e a vivere per il paziente quei vissuti che tanto hanno tanto ferito il piccolo Marco ( Borgogno), la parte più difficile è trovare un linguaggio che possa far giungere al paziente parole emotive, significative che congiungano il fare con il dire, che sembrano due aree in questo momento, così scisse e lontane tra di loro (Racalbuto, 1994).

Si tratta di raggiungere il piccolo Marco attraverso e nonostante la corazza difensiva, per fargli giungere quel riconoscimento e nutrimento narcisistico sufficiente a riconoscere le proprie origini (Racamier, 1995) per quanto modeste e traumatiche, per poter fondere un’identità più solida e salda che non richieda il continuo pericoloso agire accelerato e centrifugo, per potersi mantenere e sentire come persona riconosciuta ed accettata (Borgogno, 2004)  per quello che autenticamente si è.

 

Antinori Maria Grazia

Psicologa,psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico e sistemico-relazionale

Studio a Roma P.zza Armenia 9

Tel 06/64764116

antinorimariagrazia [@] virgilio [.] it

www.arpit.it

 

 

Bibliografia

Anzieu D. L’Io pelle, Roma,1985.

Bion W.R. (1962) Il cambiamento catastrofico. Loscher Editore, Torini,1984.

Borgogno F. La signorina che faceva hara-kiri e altri saggi. Bollati Boringhieri, 2011.

Borgogno F. Ferenczi oggi. Bollati Boringhieri, 2004.

Ferenczi  S.(1932) Diario clinico. Cortina Milano, 1988.

Freud A (1961)L’Io e i meccanismi di difesa. Martinetti Editore, 1967.

Racamier P.C. (1995) Incesto ed Incestuale. Franco Angeli Editore,1995.

Racamier P.C. Il genio delle origini. Raffaello Cortina Editore,1993.

Racalbuto A. Tra il fare ed il dire . Raffaello Cortina Editore, 1994.

 







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