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Cosa fare per riconoscere ed intervenire sul disturbo suicidario

category Disturbi e patologie Omaira Di Rosa 14 Ottobre 2008 | 13,452 letture | Stampa articolo |
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PREMESSA

Il disturbo depressivo, con la sua manifestazione più grave che è il suicidio è sicuramente la forma di disagio più frequente nella nostra società ed in costante aumento nella popolazione giovanile. Se da un punto di vista sociologico questo ci impone delle importanti riflessioni che spaziano dalla nuova costituzione delle famiglie, alla crescente difficoltà del giovane di trovare un suo spazio nella società degli adulti, dal punto di vista pratico siamo tutti chiamati a intervenire, ognuno nell’ambito della propria professionalità.

Tenuto conto che solo uno psicologo o uno psichiatra sono in grado di diagnosticare e quindi curare un disturbo depressivo, rimane il fatto che tutti, insegnanti, operatori, educatori e genitori, trovandosi a stretto contatto con la popolazione giovanile per primi osservano i segnali, talvolta sfumati, di un disagio che, se trascurato, inevitabilmente tende a cronicizzate o può evolvere nell’evitamento sociale e conseguente chiusura come nel gesto estremo del suicidio.

Per questo motivo, ho redatto poche linee guida, utili in particolare per i “non addetti ai lavori”, per chi lavorando a contatto con i più giovani necessita di elementi certi, anche se non prettamente clinici, tali da essere in grado di potere individuare facilmente i primi elementi di un disturbo specifico.

Spesso la disinformazione non permette una segnalazione ed un intervento tempestivo.

Il soggetto che pensa al suicidio è una vittima silenziosa. Per la natura stessa di questo disagio è molto difficile che la persona colpita chieda aiuto. Il dolore e l’ansia che il giovane non riesce a gestire le rivolge contro sé. Tutto questo rende ancora più difficile fare diagnosi precoci.

Vorrei in ultimo sottolineare come una buona relazione ed un contatto spontaneo con i ragazzi sono, per concludere, un ottimo metro in grado di mettere in luce la presenza di una sofferenza. L’ascolto attento spesso è adeguato a valutare la presenza di un disturbo psicologico.

INTRODUZIONE

Prevenire il disagio psichico vuol dire prima di tutto avere chiaro cosa succede a livello sintomatologico, ossia a quali sintomi, o più semplicemente atteggiamenti e comportamenti, bisogna guardare per potere in poco tempo essere in grado di individuare una sofferenza psicologica.

Questo opuscolo nasce dall’esigenza di chi sente la necessità di padroneggiare strumenti immediati di rilevazione di un disturbo ed in grado di potere discriminare facilmente gli elementi di una problematica specifica, a chi lavorando a stretto contatto con i giovani, necessita di occhiali in grado di fornire uno sguardo più ampio.

Informare gli educatori permettere loro sia la corretta individuazione, ai fini della segnalazione ad uno specialista, che l’intervento tempestivo da parte dello stesso.


PREVENZIONE SUICIDARIA

Il disagio psichico

SOMMARIO:

*       Introduzione

*       Segnali d’allarme

*       Atteggiamenti da tenere con chi mostra i primi segnali

Introduzione.

Il disagio psichico è una forma di dolore che non ha voce, un’espressione corporea che racchiude un forte senso di incomprensione, solitudine ed isolamento.

Queste sensazioni spesso si accompagnano a momenti di maggiore difficoltà nel nostro ciclo vitale, la persona si percepisce inefficace davanti a problemi che sembrano insormontabili e non permettono di intravedere più soluzioni alternative.

La posizione irreversibile di questa emozione, accompagnata da una scarsissima voglia di vivere, si riveste solamente del “senso di morte” necessario a staccare la spina del dolore.

Gli ostacoli più difficili da affrontare sono senza dubbio l’ignoranza nella discriminazione dei sintomi, e quindi dei comportamenti, nelle persone vicine a chi soffre questo disagio, e la disinformazione degli operatori, i quali non sempre riescono ad intervenire tempestivamente.

La conseguenza è un elevato tasso di mortalità, come ultimamente rilevato dalla cronaca, anche tra i minori e giovani adulti.

Quello che ha maggiormente sorpreso, e scosso l’opinione pubblica, è come l’età media di questi gesti si sia notevolmente abbassata rispetto agli anni precedenti.

Le persone che vivono problemi di disagio psicologico arrivano a togliersi la vita a causa dello stato di angoscia e di isolamento nel quale si vengono a trovare.

Allo scopo di intervenire sul disagio giovanile, che spesso si concretizza in azioni suicidarie, pervenendo ad una più efficace rilevazione immediata di situazioni che possono provocarlo e spingere ad azioni violente contro la propria persona, si intende utilizzare questo sintetico contributo da cui trarre alcuni elementi che possano ritenersi adeguati per un intervento possibile.

Essere in grado di prevenire e contenere il disagio mentale prima che evolva in azioni drammatiche, vuol dire incentivare capacità orientando verso una maggiore conoscenza di comportamenti ed atteggiamenti che determinano il disagio e spingono ad azioni autolesionistiche.

Segnali d’allarme.

Una persona che sta pensando al suicidio, spesso in modo meditato, dice o fa qualcosa che dovrebbe servire come segnale d’allarme. L’indizio più logico è un precedente tentativo. Altre indicazioni di pericolo includono:

  • Accresciuta instabilità di carattere; il sembrare abbattuti o tristi;
  • Sentimenti di inutilità o di scoraggiamento;
  • Una forma di distacco dagli amici, dalla famiglia, e dalle normali attività;
  • Cambiamenti nel mangiare, nel dormire;
  • Minacce specifiche al suicidio;
  • Lettere, poesie o altri scritti che rilevano inquietudine e pensieri di morte;
  • Noia persistente;
  • Declino delle prestazioni personali nelle azioni consuete;
  • Nei giovani, comportamento violento, ostile e ribelle, compresa la fuga da casa;
  • Rottura di relazioni strette;
  • Incremento dell’uso di sostanze e di alcool;
  • Fallimento di una relazione amorosa;
  • Insolita trascuratezza nell’aspetto esteriore;
  • Difficoltà di concentrazione e nel prestare attenzione all’interlocutore;
  • Cambiamento radicale della personalità;
  • Lamentele riguardo sintomi fisici, come mal di testa o continuo affaticamento;
  • Affermazioni del tipo “Non serve” o “Non importa più”;
  • Cessione di beni particolari, mettere ordine nei propri affari.

Atteggiamenti da tenere con chi mostra i primi segnali.

Esistono degli atteggiamenti che ci possono aiutare nel sostegno a persone con depressione, tendenze autolesionistiche o pensieri suicidari.

Può essere utile seguire alcuni tra i comportamenti specifici qui di seguito elencati.

Incoraggiare l’individuo a parlare.

Rivolgetegli delle domande che mostrano partecipazione. Ascoltatelo attentamente. Fategli capire che prendete sul serio ciò che lui prova e che vi occuperete veramente di lui.

Non criticare il giovane per i sentimenti suicidi e non date assicurazioni che si sentirà meglio il mattino dopo o la settimana seguente.

Se vi comportate così può allontanarsi da voi e tenere per sé i suoi tetri pensieri ed i suoi progetti.

Non offrite consigli tristi e non elencate le ragioni per continuare a vivere.

Gli individui con tendenze suicide sono a volte così esauriti dalle loro sofferenze e dalle loro emozioni che sono incapaci di apprezzare quanto c’è di buono nella loro vita o di concentrarsi sui sentimenti di chi li ama.

Non analizzare le motivazioni della persona e non tentate di metterle alla prova.

Dire agli individui che pensano al suicidio di proseguire nel loro progetto non li colpirà al punto da costringerli alla razionalità e viceversa può spingerli a soluzioni estreme.

Suggerite soluzioni o alternative ai problemi.

Fate dei progetti. Incoraggiate azioni positive.

Non abbiate paura di chiedere direttamente se ha preso in considerazione il suicidio.

L’opportunità di parlare dei pensieri di suicidio può essere un grande sollievo e, al contrario di quanto si crede comunemente, non contribuirà a radicare l’idea del suicidio nella mente di una persona.

Se il ragazzo/a dichiara di avere pensato al suicidio, chiedetegli con gentilezza come mai o perché.

Se ha un progetto preciso, chiedetegli i dettagli. Se pensa di prendere barbiturici, di quale genere o se li ha già comprati. Cercate di scoprire se ha accesso ad un’arma da fuoco. Il grado di precisione del progetto fornisce la misura di quanto grande sia il rischio che la persona metta in atto i suoi propositi suicidi.

Esprimete i vostri sentimenti.

Dite esplicitamente se vi sentite spaventati o tristi.

Fate allontanare armi o rendete non accessibili i farmaci.

Una persona che abbia fatto il benché minimo accenno ad intenzioni suicide non dovrebbe accedere ad armi di nessun tipo.

Non dovete credere che chi parla di uccidersi non sarà mai capace di portare a compimento le sue minacce.

Molti tra coloro che commettono atti suicidi danno precise indicazioni della loro volontà di morire.

Se il giovane insiste in modo particolare nel dirvi addio o nel cedervi un bene da lei molto amato, cominciate a nutrire gravi sospetti.

Assicuratele che i suoi impulsi suicidi sono temporanei e che ogni problema, per grande che sia, può essere risolto.

Seguite il vostro istinto.

Se sospettate che possa agire da un impulso improvviso, state con lui e chiamate un servizio di emergenza.

Se dovete lasciare solo/a il ragazzo/a, cercate di negoziare.

Fate promettere che non farà nulla per nuocere a se stesso senza prima avervi chiamato; se vi chiama, correte da lui il più presto possibile. Cercate aiuto immediatamente.

Se vi accorgete che non state facendo alcun progresso, suggerite alla persona di recarsi insieme a voi da uno specialista di problemi mentali.

Anche se vi sembra di riuscire a convincerla, rimane fondamentale l’aiuto di uno specialista.

Anche se vi sembra di avere distolto qualcuno dal commettere l’atto suicida, consultate voi stessi uno specialista della salute mentale.

Un umore tranquillo o ben disposto non significa che il pericolo sia superato.

BIBLIOGRAFIA

- American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quarta edizione (DSM-IV), Masson, Milano, 1996.

- De Risio S., Sarchiapone M. (a cura di), (2002) Il suicidio. Aspetti biologici, psicologici e sociali, Masson, Milano.

- Biondi M., Il concetto di norma in psicopatologia. In: Pancheri P, Cassano G. (Eds), Trattato italiano di psichiatria, 2° edizione, Milano, Masson 1999, vol 1.







1 Commento a “Cosa fare per riconoscere ed intervenire sul disturbo suicidario”

  1. sara

    Io leggendo molti articoli scientifici, so per certo che chi è vittima del suicidio ha impulsi dettati da chi è portatore di un gene cosiddetto del “suicidio” . Per stanarlo devono trovare una terapia genica, con questa scoperta possono salvare solo chi ha tentato, oppure possono fare un test diagnostico se si hanno avuto famigliari che si sono suicidati oppure hanno disturbi psichici! Non è detto che chi ha queste patologie abbia impusi suicidi!

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