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Aspetti correlati tra sieropositività da AIDS e tossicomania nella dinamica di comunità (seconda parte)

category Disturbi e patologie Fabio Fagnani 30 Novembre 2007 | 2,296 letture | Stampa articolo |
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Gelosie nei confronti di altre persone, richieste di amore, rancori, simpatie, sono tutti sentimenti che pervadono l’intera Comunità. Sono affetti esistenti, innestati nella complicata dinamica di un gruppo nel quale ciascuno investe sugli altri, al di là dei ruoli ricoperti, con cariche emotive che si rifanno alle singole storie personali.

I tentativi dell’operatore di rimuovere o negare il problema della sieropositività rivelano però facilmente il loro parziale fallimento: molti operatori, forse tutti, hanno vissuto momenti in cui è balenato in loro il timore di essere stati essi stessi contagiati; in alcuni utenti ha acuito la spinta al controllo ossessivo portandoli a provare ripetutamente in modo perverso il grado di accettazione dell’operatore nei propri confronti, ponendolo nell’alternativa di fumare la sua sigaretta o bere al suo bicchiere, sfidando le norme igieniche della Comunità. Il prodotto di tutto ciò consiste nella collusione tra operatore e utente nel processo di idealizzazione della Comunità di cui si è già parlato e che in questo caso si può così sintetizzare: è buono, ideale, l’operatore che si espone al contagio.

Può accadere quindi che l’operatore soffra per la distanza esistente tra ciò che realisticamente riesce a fare e quello che corrisponde al suo ideale di sé.

Conseguentemente viene liberato un conflitto etico sottostante, legato alla funzione idealizzata della Comunità in termini di contenimento ed accettazione del problema, in contrapposizione all’approccio allarmistico e segregante che la società mette in atto, e che rischia di vedere la Comunità schierarsi in modo reattivo negando o rimuovendo il problema.

Questa componente, di contenuto specificamente ideologico, che richiama l’immagine dell’ideale di gruppo che ciascuno porta dentro di sé, si ripercuote sui vissuti personali degli operatori originando un senso di colpa che può ostacolare la valutazione oggettiva dei problemi legati a persone sieropositive in Comunità: per quanto riguarda la loro ammissione, il rispetto delle norme igieniche, cui si è già accennato, le implicazioni psicologiche.

E` con l’aiuto di un supervisore esterno alla Comunità che gli operatori possono più facilmente riuscire a vedere i propri meccanismi di difesa, le proprie proiezioni, ed a non restare intrappolati nei circuiti relazionali distruttivi che i tossicomani (a volte non solo loro!) facilmente ripetono anche all’interno della Comunità.

I sentimenti dell’operatore, se adeguatamente interpretati separando ciò che è più propriamente suo da ciò che gli viene suscitato dall’utente, costituiscono una guida importantissima per la comprensione di quanto sta avvenendo.

Nella quotidianità delle relazioni l’operatore usa se stesso, coinvolgendosi nella relazione affettiva, e permettendo all’utente proiezioni e introiezioni che, nel rapporto tra fantasia e realtà, nella modificazione dei meccanismi relazionali stereotipati soddisfacenti il desiderio di controllo maniacale del tossicomane, mirano a colmare il suo angoscioso vuoto interiore nel consolidamento di un oggetto interno resistente alla distruttività e duraturo.

Quando K aveva 15 anni, sua madre ebbe una grave crisi psicotica, con episodi di tentato suicidio, che si è protratta drammaticamente per alcuni anni; in quell’epoca padre e madre si separarono, dividendo la casa in due appartamenti autonomi confinanti; le figlie, K ed una sorella minore di cinque anni, restarono a vivere con la madre.

Dopo molte vicissitudini, compresa una fuga da casa durata alcuni mesi all’età di 22 anni, K fece i primi seri tentativi di risolvere la sua tossicodipendenza.

Immediatamente, al suo ingresso in Comunità, presenta agli operatori un ostinato mutismo ed una dichiarata incapacità ad esprimere i suoi sentimenti e le sue idee.

K è sieropositiva sintomatica; la malattia, ancora ad un primo stadio di sviluppo, come molti altri aspetti di sé, sembra essere irraggiungibile ed inesprimibile.

Con molta fatica, con l’accettazione dei suoi silenzi da parte degli operatori e dando a volte dei contenuti ad essi in sua vece nel corso delle riunioni, K è riuscita a sentirsi accolta, almeno parzialmente, ed a far defluire lentamente l’ingorgo angoscioso che ha in sé.

Questo è stato possibile attraverso differenti modalità che cercheremo di descrivere.

Dopo due giorni di particolare mutismo di K il suo operatore di riferimento, N, si rese conto del disagio che gli provocava sia il silenzio che l’atteggiamento estremamente sfuggente di K.

Anziché stimolare K a parlare, azione che per esperienza sapeva avrebbe avuto solo un effetto colpevolizzante con conseguente incremento dell’ansia ed una chiusura ancor maggiore, decise di esplicitare le proprie difficoltà, i sentimenti che affioravano in lui e quelli che percepiva fossero di K, chiarendo di non avere alcuna intenzione di invaderla e di carpirle i suoi segreti, senza cioè volere risposte.

Vi era il riconoscimento di un’angoscia in K, di un’ambivalenza dei suoi sentimenti che, se da un lato avrebbe voluto parlare ed entrare in contatto con l’operatore, dall’altro non vi riu-sciva e si sentiva in colpa perché viveva, lei come l’operatore, questo silenzio come un attacco a quest’ultimo, vissuto come figura super-egoica, di fatto inducendo in lui aggressività in una situazione che non riusciva a controllare: ad ogni scambio di occhiate la tensione fra i due cresceva.

Fu appunto possibile uscire dal circolo vizioso esplicitando gli affetti suscitati in tale situazione, uscendo dal ruolo stereotipato in cui K rinchiudeva l’operatore.

K, in occasione di un periodo di vacanza, andò a trovare i suoi genitori; in seguito ricominciò ad isolarsi ricadendo nel suo mutismo.

Nel corso di una riunione un’altra utente manifestò un certo disagio nei suoi confronti, anche a seguito di un’aggressività di K verso di lei che le appariva inusuale.

Emersero allora le difficoltà che K aveva sentito con il padre che non le aveva impedito di uscire con gli amici il pomeriggio e che non si era fermato a cena con lei la sera; ammise che le sue aspettative di relazione con il padre erano state giustamente disattese visto che lei stessa, negli anni precedenti, aveva escluso completamente i genitori dalla sua vita.

Sentiva anche una grossa confusione rispetto al suo futuro e viveva con disagio le pareti domestiche che le ricordavano tutti gli avvenimenti disastrosi legati alla tossicomania.

In effetti K desiderava ottenere dal padre quel nutrimento, in termini di benevolenza, di cui aveva bisogno, non possedendo ancora in sé nulla di saldo e di positivo (la sensazione di essere vuota e di non avere strumenti per affrontare il futuro in modo costruttivo) che le permettesse di risanare i genitori, separati e con la madre psicotica.

In tale situazione il senso di colpa, legato all’idea di essere stata lei a distruggere la famiglia, era acuito dal ricordo degli atti a cui attribuiva la qualità di veleno riversato sui genitori; la sua principale angoscia consisteva nella convin-zione che il veleno le fosse restituito dalla madre e che lei pure sarebbe impazzita: la sieropositività era poi diventata il simbolo concreto di tale veleno.

La sua periodica disattenzione rispetto alle norme igieniche si inscrive nella ripetizione di questo avvelenamento che dalla famiglia viene trasportato nella Comunità; probabilmente anche la tensione prodotta dal suo mutismo ha la stessa valenza nel momento in cui riempie la Comunità di un’atmosfera irrespirabile.

Di fatto i suoi mutismi, le maggiori difficoltà ad accettare aiuto (il nutrimento) e dipendenza in Comunità nascevano in corrispondenza alle analisi di controllo dell’AIDS alle quali periodicamente si sottoponeva.

In tali occasioni gli operatori dovevano riuscire a percepire il momento giusto, in modo quasi magico, in cui K era disposta ad accettare la relazione: in questo riusciva in modo particolare un’operatrice, T.

Quando K veniva sfiorata da qualcuno cercava di schivarsi con prontezza, mostrando anche un atteggiamento scortese verso chi, scherzando, la toccava, ad esempio facendole il solletico.

Attività giocose che implicassero contatti corporei erano attentamente evitati da K, che tuttavia entrava in depressione provando sentimenti di esclusione.

Un altro dato importante è che N, in due anni di lavoro e conoscenza con K, non l’abbia mai vista con una gonna.

Durante il periodo di permanenza in Comunità K è sempre stata legata, pur senza avere più contatti, con J, un ragazzo tossicomane; recentemente è venuta a sapere che J, interrompendo l’uso di eroina, si è costruito una famiglia.

Questo avvenimento le ha prodotto una profonda depressione ed è quasi stata sul punto di abbandonare la Comunità; l’angoscia che, perso J, nessun uomo avrebbe potuto accettarla ed amarla, anche a causa della sieropositività, era estremamente forte.

Nel corso di quest’anno di Comunità N ed un altro operatore, W, sono riusciti ad utilizzare il contatto fisico, mettendo in gioco un’affettività implicante la corporeità, per sbloccare alcuni periodi di isolamento in cui K era caduta, riuscendo a rompere il suo meccanismo di isolamento che porta chi le sta intorno ad escluderla a sua volta.

Non è fatto trascurabile che K abbia di recente comprato un grazioso abitino: una gonna.

Un’altra spinta decisiva che ha comportato positivi cambiamenti in K è stata la sua elezione a responsabile dei lavori della Comunità; questo l’ha posta nella condizione di dover esprimere dei giudizi sul lavoro degli altri e sul proprio, di affrontare più apertamente la sua aggressività e di dover operare delle scelte, impresa quest’ultima che, insieme all’espressione dei sentimenti, è sempre stata la più difficoltosa per lei.

Un giorno K scappa dalla Comunità sentendo di non riuscire a sopportare le altre persone, senza potersene dare una ragione e rendendosi conto che nessun fatto reale le dà motivo di questa insofferenza.

L’interpretazione che le viene data è che quando si sente particolarmente svuotata e sola, desidera poter entrare in contatto con le persone ricevere amore e vicinanza da queste, ma non vi riesce, o almeno non crede di poterlo fare. Non riuscendo a tollerare la depressione che ne scaturisce e provando avversione e timore nei confronti dei propri pensieri relativi alla sua angoscio reagisce negando il bisogno con l’attribuzione di qualità negative e persecutorie agli altri e negando il pensiero che diventa mutismo. Questo accade in occasione della morte per AIDS di una ex-utente della Comunità coincidente con il giorno delle analisi periodiche di controllo di K.

Se, dunque, l’affettività è strumento importante di cambiamento, è pure arma pericolosa che può sfuggire di mano all’operatore e perdere la sua valenza strumentale al cambiamento. L’operatore dovrebbe essere in grado di permettere e decodificare l’insorgere di sentimenti e affetti nei propri confronti, ben sapendo che questi dovranno evolvere da una primitiva forma patologica, che alterna amore simbiotico a rifiuto caratterizzato dall’aggressività, ad una affettività matura capace di accogliere in sé la realtà dell’operatore nella interezza della sua persona.

Ugualmente importante è l’analisi dei vissuti dell’operatore: l’assenza di rielaborazione dei rimandi emotivi che questa dinamica relazionale produce in lui può tradursi nella sclerotizzazione del rapporto, sia nell’aspetto simbiotico che in quello aggressivo, che, soprattutto in quest’ultimo caso, a volte implica l’espulsione dell’utente dalla Comunità.

La mancata valutazione di questi aspetti può anche avere l’effetto di rinforzare nell’utente quella tendenza a negare il legame affettivo, l’investimento relazionale, che in certe circostanze solo con molta fatica l’operatore riesce a mobilitare. Occorre allora sapere comprendere il proprio atteggiamento reattivo all’ambivalenza del tossicomane, che a tratti sembra volersi affidare alla Comunità con una modalità passiva e a tratti sembra lanciarle una sfida; questa si concretizza in ostinati silenzi nelle riunioni e nel rifiuto introspettivo, che nasconde un’aggressività negata affiorante periodicamente nella trasgressione; sia il comportamento trasgressivo che la passività divengono mezzi per riaffermare il controllo e negare la dipendenza.

In tutto ciò consiste sostanzialmente il problema del contagio psichico dell’operatore, che può rimanere intossicato dalla relazione patologica proposta dal tossicomane, proprio perché coinvolgente istanze psichiche molto primitive ed universali.

Oltre al contagio psichico, con la sieropositività si concretizza anche il timore di un contagio fisico; voglio nuovamente mettere in rilievo come questo viene facilmente rimosso con un meccanismo teso a negare la differenza sano-malato sia in nome di un ideale in contrasto all’emarginazione della quale la sieropositività diventa il vessillo, sia nel tentativo di diminuire la componente ansiogena scatenata da questa.

Sieropositività e sieronegatività nella relazione tra gli utenti

Ritengo opportuno accennare brevemente alla rilevanza che ha la sieropositività nelle relazioni che si instaurano tra le persone tossicomani accolte in Comunità.

Ben attenti a non generalizzare, e facendo esplicito riferimento ad un particolare tipo di percezione che la persona ha di sè in rapporto al gruppo dei tossicodipendenti, si potrebbero suddividere molto grossolanamente i tossicomani in due distinte categorie: a) quelli che sono giunti ad una dipendenza talmente elevata da escludere gran parte degli aspetti della vita non strettamente legati all’eroina, come il lavoro, le amicizie con persone regolari, l’attenzione alle relazioni familiari, gli interessi antecedenti all’emergere del problema, e che hanno messo in atto compromessi importanti, in senso distruttivo, del mondo valoriale trasmesso dalle loro principali figure educative; b) i tossicomani che mantengono una qualche capacità di controllo sull’eroina e non vogliono confondersi con chi appare loro sostanzialmente disintegrato. Quest’ultima categoria esprime nei confronti dell’altra una sorta di giudizio negativo di inferiorità.

In Comunità, con la temporanea sospensione di legami esterni, la differenza tra le due categorie fondata essenzialmente sulla estensione affettiva del legame con l’eroina, passa in secondo piano, e occasionalmente può farsi più pregnante la distinzione tra chi è sieropositivo e chi non lo è.

Il sieronegativo, ad un livello conscio, attribuisce l’essersi salvato dal contagio alla sua capacità di controllo dell’eroina e di mantenimento della propria individualità (in contrasto con la citata confusione nel gruppo dei tossicomani) e, ad un livello più profondo, vive la sieronegatività come il verdetto del giudizio ordalico (lui si è salvato nella prova) che conferma la sua bontà ed integrità. Resta tuttavia un oscuro senso di colpa che il sieronegativo prova per il dubbio di essere un sopravvissuto ingiustificato.

Da un lato il sieronegativo, con l’approfondirsi delle relazioni all’interno della Comunità, sviluppa un sentimento di solidarietà che lo avvicina a chi è sieropositivo consentendogli di superare il suo senso di superiorità, dall’altro un senso di colpa eccessivo ed il timore periodicamente affiorante di scoprirsi positivo a successive analisi, possono ostacolarlo in questo processo empatico, costringendolo a difendersi dall’angoscia con la proiezione della colpa nell’altro riaffermando la sua distanza da questi.

A titolo esemplificativo dei timori di massificazione e sulle istanze di individuazione all’interno del gruppo, riprendo la parziale descrizione del caso di Z.

Una caratteristica di Z è di presentare continue richieste infantili che gli hanno procurato il soprannome “bamboccio”; nelle attività lavorative dimostra un grado di irresponsabilità talmente importante da creare grosse difficoltà anche negli altri utenti che spesso, nelle riunioni di verifica, hanno criticato duramente il suo comportamento.

Nel gruppo Z dichiara la sua indipendenza e individualità rifiutando i giudizi negativi degli altri.

Z appare assolutamente incapace di muoversi entro i limiti imposti dalle regole della Comunità e le sue richieste, ad esempio di sigarette una volta terminate quelle concesse giornalmente, raggiungono livelli ossessionanti. Gli operatori giungono a concordare di allentare la critica negativa cercando di enfatizzare invece i suoi aspetti più positivi.

Z si accorge gradatamente del disagio che il riconoscimento delle sue componenti costruttive produce in lui e di quanto le disconferme, con il suo sentirsi vittima non compresa di una Comunità i cui membri sono ricchi di privilegi dai quali si sente escluso, lo lascino invece tranquillo e stabile emotivamente. Z ha così poca fiducia nelle sue potenzialità costruttive, e conseguentemente del confronto con gli altri che potrebbe confermargli la sua impotenza, che, paradossalmente, preferisce negarsi la sua parte più positiva e adulta mettendola negli altri utenti, al sicuro dalle sue componenti piccole e cattive, e lasciando che sia agita dal resto del gruppo; il suo comportamento appare di conseguenza bizzarro ed eccentrico.

Un episodio accaduto dopo alcuni mesi dal suo inserimento appare illuminante. Z è sieronegativo, estremamente pauroso di positivizzarsi, ed esibisce una grossa presunzione rispetto alla sua capacità di controllo sull’eroina che gli ha permesso di evitare il contagio, quella stessa presunzione che gli è imposta dalla necessità di differenziarsi dai suoi compagni di Comunità, anche se questo gli costa l’appellativo di “bamboccio”. Un giorno fugge con S, un’altra utente della Comunità, sieropositiva, si inietta eroina con la stessa siringa precedentemente usata da S, inutilmente torna alla sua città di origine per convincere i suoi genitori a riaccoglierlo a casa; la rabbia provocata dal rifiuto dei genitori lo spinge a ripetere con la medesima modalità, per quattro volte, l’assunzione di eroina con un altro amico sieropositivo.

Rientra quindi in Comunità, rimuovendo l’episodio relativo all’esposizione al contagio sino al giorno in cui l’ospedale, in contatto con la Comunità per gli accertamenti sul l’AIDS, gli richiede di sottoporsi agli esami per verificare la sua situazione clinica. Z prima di entrare in Comunità si era dimostrato molto preoccupato dalla possibilità di entrare in contatto con persone sieropositive; egli, oltre ad essere sieronegativo, riteneva illusoriamente di essere riuscito a non sprofondare mai nella tossicomania vera e propria. Di fatto aveva effettivamente evitato conseguenze pratiche molto pesanti solo grazie all’efficacissima opera protettiva dei genitori. Per Z la Comunità evocava fantasmi di massificazione nella patologia (tossicomania o AIDS). Abbiamo già accennato come Z, entrato in Comunità, verifichi immediatamente la fragilità delle sue componenti sane e adulte che mette nei membri più maturi del gruppo lasciandogliele agire quasi totalmente, e ponendole in tal modo in salvo dalle sue insidiose parti malate.

Così facendo, tuttavia, Z si sente progressivamente espropriato delle sue parti adulte, instaura un processo di identificazione con K ed S, le due persone più compromesse da un punto di vista psichico e medico (sono entrambe sieropositive sintomatiche). Con K ed S organizza la fuga dalla Comunità descritta a cui, solo casualmente, K non partecipa. Sentendo di essersi (e di essere stato) interamente svuotato delle sue parti positive, anche le precauzioni per evitare la tanto temuta massificazione, il contagio, vengono a cadere. Probabilmente il proposito degli operatori di impedire questo processo di svuotamento di Z delle componenti adulte, servendosi certamente collusivamente dell’intero gruppo, è stato attuato senza la necessaria tempestività. Una breve sintesi dell’evoluzione dell’équipe degli operatori

La dialettica tra cultura di vita e cultura di morte è anche parte integrante della storia della Comunità; alla luce di quanto detto ripercorrerò rapidamente l’evoluzione dell’équipe; nel farlo, sono ben consapevole che la capacità di lavoro dell’équipe, il suo stadio di maturazione tecnica ed emotiva, è ovviamente correlata a quella dei membri che la compongono, ma non ne è la somma nè la media. L’équipe, come ogni gruppo di lavoro, ha dei tempi suoi propri di crescita. Questo processo è reso ancora più complesso nella Comunità, per l’intensità degli affetti suscitati dalla cooperazione lavorativa e soprattutto dalla quotidianità della convivenza.

Il sovrapporsi di questi due fattori è fonte potenziale di confusione e di malintesi che l’équipe ha imparato a non sottovalutare; a questi due poli, fra i quali l’équipe ha vissuto e vive la sua esperienza, è certamente collegato l’ideale di gruppo di ciascuno.

Inizialmente, nel primo anno di vita della Comunità, l’équipe vive l’entusiasmo di chi si lancia in una impresa creativa e positiva, carica di aspettative, con un senso di onnipotenza costruttiva implicante il risanamento di sé e degli altri. E` il momento in cui la cultura di vita, onnipotente appunto, estremamente fiduciosa in se stessa, rimuove o banalizza il problema della sieropositività. La rimozione, tuttavia, non riesce a coprire con pieno successo i segnali allarmanti della pericolosità mortifera dell’AIDS, e progressivamente si insinua un’incrinatura del senso della propria onnipotenza.

In seguito ai vari accadimenti ed alle difficoltà che la vita pone di fronte alla Comunità (insoddisfazioni per gli insuccessi, decessi di utenti, rivalità interne, invidie, gelosie), l’équipe perde definitivamente questa fiducia totale in sé stessa, e comincia a farsi sentire il timore di non essere un gruppo sufficientemente vitale, per sé innanzitutto, e conseguentemente per gli utenti: cominciano ad emergere i primi fantasmi di morte, la paura di contagio, il senso di inutilità degli investimenti nel promuovere un cambiamento in persone per le quali la prospettiva di morte è quanto mai presente. La soluzione sembra allora consistere nell’esorcizzare la morte convivendo con essa come fatto naturale da tenere sempre vicino alla coscienza, quasi che la familiarizzazione con la morte, con l’anestesia dei relativi sentimenti, conseguente all’assuefazione, possa risolvere il problema.

Con il rischio che questa modalità possa paradossalmente colludere con il meccanismo di difesa della negazione del problema da parte del tossicomane, oppure possa alimentare il suo nichilismo, confermandone l’immagine di organismo che va verso la morte piuttosto che rinforzando la carica vitale più consona ad una persona in evoluzione.

Di fatto l’équipe attraversa un momento di lutto, di paralisi e di impotenza. La fase successiva è costituita, con la rielaborazione di tali vissuti, dalla ricerca di una più equilibrata distanza dall’angoscia di morte, dall’affrontare più realisticamente la sieropositività sul piano pratico, dalla ricerca di strumenti adeguati per fare fronte a questo problema.

Le competenze e le risorse della Comunità

E` importante mettere in evidenza che la Comunità si fa specificamente carico della sieropositività sul piano della realtà, affrontando i problemi ad essa connessi al loro progressivo emergere.

Quando l’importanza dell’AIDS ha cominciato ad essere avvertito è stato fatto il test di sieropositività a tutti, operatori e utenti – anche per il timore di sottolineare eccessivamente differenziazioni – dopo aver organizzato un incontro informativo con un medico infettivologo. La comunicazione dell’esito del test è poi stata fatta singolarmente dal medico a ciascuna persona.

Da alcuni anni gli utenti che entrano in Comunità hanno già i risultati del test e la gestione sanitaria della sieropositività è affidata all’esterno della Comunità.

In un periodo successivo, connotato da una particolare ansia manifestata da alcune persone sieropositive, è stato organizzato un incontro informativo per consentire a ciascuno di esplicitare le domande più pressanti. L’obiettivo era di dare un primo avvio alla verbalizzazione delle angosce presenti; l’iniziativa ha avuto una scarsa incisività e ancora oggi l’aggancio al problema da parte degli operatori è gestito singolarmente e resta collegato alle difficoltà pratiche che gli utenti incontrano rapportandosi all’esterno della Comunità; in particolare in occasione di particolari momenti di depressione legati alle periodiche analisi di controllo.

Gli operatori hanno ancora grossi interrogativi sull’opportunità di affrontare nella Comunità, a livello di gruppo, il problema e sulle modalità da seguire.

Attualmente l’orientamento seguito è quello di inserire le persone che lo desiderano in gruppi di auto-aiuto non gestiti dalla Comunità e composti generalmente da persone non conviventi.

Certamente l’intervento, circoscritto al solo livello informativo, ha il limite di non poter superare i filtri intellettuali di ciascuno che, nella migliore delle ipotesi, selezionano le informazioni in base a quanto l’individuo è in grado di accettare e di sostenere psicologicamente, e nella peggiore distorcono il messaggio che si voleva trasmettere, essendo attivi potenti preconcetti difensivi. Queste considerazioni sono ovviamente estendibili anche ad attività informative svolte al di fuori della Comunità ad opera di altre agenzie presenti sul territorio.

Un grosso supporto, che permette di affrontare tali meccanismi di difesa ad un livello profondo, è offerto dalla psicoterapia.

Ritengo che l’aspetto tranquillizzante, di primo approccio, razionalizzante dell’informazione sia meno utilizzabile nel gruppo comunitario, forse perché le persone convivendo sono più reticenti nell’esporsi con domande, forse perché è costituito in maggioranza da sieropositivi, e quindi in una situazione mortifera. D’altra parte penso che avere in un gruppo persone sieropositive che hanno fatto un cammino ed un cambiamento positivo possa essere di rinforzo per l’attivazione anche degli altri.

Per la Comunità divengono infatti estremamente importanti le esperienze di utenti sieropositivi che al suo interno sono riusciti ad evolvere trovando una realizzazione esistenziale nel lavoro e negli affetti e creando così una differenziazione feconda all’interno del gruppo.

Grazie al superamento delle più importanti componenti patologiche sottostanti alla tossicomania, queste persone sono in grado di confrontarsi con la problematicità della sieropositività senza esserne invase, e rendono conseguentemente la dinamica del gruppo più viva, impedendo che questo si richiuda in una visione limitata e mortifera.

In questo senso si rivela comunque vitale la necessità della differenziazione della gravità e tipologia di tali componenti patologiche.

Per quanto concerne il rapporto tra Comunità e realtà sociale, in alternativa alla contrapposizione sociale ed al meccanismo di difesa consistente nell’idealizzazione della Comunità – come posizione più matura del gruppo – si apre la possibilità concreta di interagire con il territorio nel quale la Comunità è insediata, favorendo una normalizzazione dei rapporti basata su una conoscenza diretta, esperienziale piuttosto che teorica, che le persone hanno di tossicomani e sieropositivi, con la promozione di una animazione sociale che radica la Comunità nella sua zona di appartenenza. Questo produce lentamente un cambiamento culturale consistente nel passaggio dal rifiuto demonizzante, frutto del pregiudizio promosso da una comunicazione preconcetta spesso operata dai mass-media, al ridimensionamento che la relazione favorisce attraverso un rapporto reale che permette di modificare gli stereotipi diffusi.

Nella prospettiva di dover affrontare la situazione delle persone il cui stato di malattia è in via di peggioramento, penso che questa Comunità – che, come molte altre, si trova già parzialmente in questa posizione – dovrà impiegare strumenti adeguati, rinunciando all’urgenza, modificando strutture e regole, per poter attuare un sostegno senza adottare soluzioni masochistiche e sacrificali, in nome della pur giusta utopia di una società solidale e non emarginante, che rischia tuttavia di esaurirsi all’interno della Comunità.

E` sicuramente a seguito della pressione di una domanda sociale emergente, ma probabilmente anche sotto la spinta di ansie che hanno origine nelle situazione di malattia di persone che sono accolte in Comunità, o lo sono state, e che a volte si sono concluse con la loro morte, che in questi ultimissimi anni sono sorte Comunità alloggio per malati di AIDS, per poter far fronte ai bisogni di quelle persone che non hanno un contesto familiare sul quale poter contare per avere l’assistenza ed il sostegno umano vitale necessario.

Conclusioni

Il pericolo di collusione tra operatore e utente, che investe la funzione della Comunità ed il ruolo dell’operatore, è rilevante e si riaffaccia periodicamente nella dinamica di Comunità; questa, seppure con intensità molto variabili nel tempo, si vive ed è vissuta idealmente come più adeguata della famiglia o delle istituzioni in genere, ambito alternativo alla società emarginante e luogo ideale di relazioni autentiche e costruttive.

Nel confronto con la realtà non onnipotente della Comunità, con le sue paure di contagio fisico e psichico, con i contenuti mortiferi della sieropositività all’AIDS, nell’affrontare situazioni di particolare disagio sociale e la difficile prospettiva di farsi carico di persone che stanno evolvendo nella malattia, l’operatore avverte un senso di colpa legato alla limitatezza della sua capacità di risanamento e di ripristino, che lo porta a negare le paure di contagio o ad interrogarsi sul suo ruolo terapeutico.

In questa dinamica l’operatore rischia di restare intrappolato e paralizzato dall’inconsapevole controllo perverso esercitato dall’utente, su di lui e sulla Comunità, e fondato su un imponente senso di sfiducia in sé e negli altri e sulla incapacità ad instaurare rapporti di dipendenza funzionali; questi, in effetti, agisce pesantemente la sua tendenza ad utilizzare la sieropositività, come in precedenza la tossicomania – chiamata in modo più funzionale allo scopo tossicodipendenza – come identità che avvolge la realtà psichica ed emotiva e diviene il problema unico dell’individuo.

Ripercorrendo il cammino storico dell’équipe della Comunità, viene spontaneo instaurare un parallelismo con la storia di ciascun uomo che dalla carica vitale, tipica dell’infanzia, derivante da una costruttività un po’ irreale e da una idealità rassicurante che individua all’esterno un nemico da combattere, giunge alla crisi dell’adolescenza, quando il coraggio di vivere romantico, nella dialettica amore e odio, vita e morte, interiorizza con una accettazione sofferta il conflitto tra gli opposti; per poi vivere una dimensione più matura, integrante la complessità della realtà interna ed esterna alla Comunità.

Quanto detto abbraccia in modo molto ampio l’evoluzione delle fantasie, dei desideri e dei bisogni di ciascun operatore che hanno trovato nel gruppo équipe il loro contenitore.

Ma il susseguirsi di tali vissuti rispecchia anche le varie parti degli utenti proiettate nell’équipe, con una efficacia strettamente dipendente dal grado di coscienza raggiunto da quest’ultima. Ecco allora che la sieropositività è inizialmente da negare o annichilente, secondo una specie di manicheismo infantile, successivamente assume più un contenuto melanconico di occasione di vita irrimediabilmente perduta cui si contrappone episodicamente una sorta di lotta per la vita con uno sfondo ipomaniacale, ed infine assume una dimensione più realistica di grossa limitazione, che tuttavia non svuota la persona di prospettive e speranze, in contrapposizione all’incapacità del tossicomane di concepire il futuro come realtà possibile.

Per inciso, è da notare che la possibilità per l’utente di porre fiducia nell’operatore, di instaurare un rapporto di dipendenza, è strettamente legata al grado di integrità, in un certo senso di credibilità, dell’operatore: questo condiziona quindi anche il suo percorso di integrazione della personalità.

Questa integrità – nel significato attribuitole da E.H.Erikson – è rappresentata dalla sintesi che si incarna nella persona e comprende come già accennato, sia l’unione degli opposti, bene e male, vita e morte, nella complessità della realtà, interna ed esterna a sé, sia l’armonizzarsi della propria storia individuale con quella generazionale e, in senso ancora più ampio e profondo, della società e della cultura cui si appartiene.

L’operatore, l’équipe, la Comunità che sono progrediti in questo cammino possono allora essere percepiti come contenitori capaci di accogliere i frammenti in cui gli utenti sentono di essersi divisi, e di poterli aiutare a ricomporli e tollerarli.

Nella pratica quotidiana gli operatori sono divenuti più rispettosi dei tempi di ciascun individuo e più consapevoli dei limiti degli utenti come fattori di cui tenere conto in una prospettiva costruttiva, non lasciandosi inglobare nell’atmosfera mortifera ed indistinta che a volte permea il gruppo.

Gli operatori, soprattutto, hanno acquisito, almeno parzialmente, la coscienza di percorrere un cammino evolutivo con le persone accolte nella Comunità, vivendo insieme ad esse anche i momenti più critici, quando il gruppo sembra essersi perso in una palude ed essere in uno stato assurdo senza sbocco, mantenendo tuttavia una sufficiente consapevolezza per intravedere un sentiero.

L’équipe infatti non può non respirare gli stati emotivi presenti nell’atmosfera del gruppo, ma deve essere in grado di elaborare i propri vissuti ed avere coscienza del cammino che ciascun individuo dovrà fare al suo interno, avere cioè chiaro il senso della storicità del gruppo; inoltre questo permette di assumere la necessaria distanza che consente di rilevare e comprendere le sensazioni che gli utenti suscitano negli operatori, per poterle utilizzare senza agirle.

Per concludere cito alcuni passi tratti da “Infanzia e società” di E.H.Erikson che sottolineano la fondamentale importanza del livello di maturità e di integrità dell’operatore e dell’équipe -integrità intesa ad un livello universale, come sintesi riuscita della propria realizzazione personale e di quella più generalmente umana, in senso storico, e di superamento dell’individualità -, sia per il processo di cambiamento dell’utente che per la possibilità di resistere ai fantasmi di morte suscitati dalla sieropositività: “Ed è infatti la paura della morte ad esprimere la mancanza o la perdita di quest’integrità, onde il proprio unico ciclo vitale non è più accettato per sè.

La disperazione si affaccia ad esprimere il sentimento che il tempo è breve, troppo breve per ricominciare un’altra vita e per battere altre strade verso l’integrità; una disperazione che si nasconde dietro il disgusto anche quando questo prende la forma di mille piccoli disgusti incapaci di fare insieme un grande rimorso”; [...] “per avvicinarsi all’integrità ed averne esperienza l’individuo deve saper seguire le figure ideali della religione e della politica, dell’economia e della tecnica, dell’aristocrazia, dell’arte e della scienza.

L’integrità dell’Io implica quindi sia la partecipazione emotiva in qualità di seguace che l’accettazione della responsabilità della guida.” E ancora: “la fiducia” è “il primo dei valori da noi elencati come la confidenza sicura nell’integrità di un’altra persona”.

E, con riferimento al parallelismo esistente nella relazione di dipendenza del rapporto operatore-utente e genitore-figlio: “i bambini sani non hanno paura della vita se i loro genitori hanno abbastanza integrità da non temere la morte”.

Milano, 28-6-1990

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