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Aspetti correlati tra sieropositività da AIDS e tossicomania nella dinamica di comunità (prima parte)

category Disturbi e patologie Fabio Fagnani 30 Novembre 2007 | 2,622 letture | Stampa articolo |
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In questo lavoro ho affrontato la tematica della tossicomania circoscrivendo l’interesse ai soli aspetti che ritenevo correlati in modo conseguente od esplicativo alla problematica della sieropositività da AIDS.
Quanto detto vuole essere un contributo alla riflessione su tale tema dalla particolare angolatura di una Comunità per tossicomani.

In questo lavoro ho affrontato la tematica della tossicomania circoscrivendo l’interesse ai soli aspetti che ritenevo correlati in modo conseguente od esplicativo alla problematica della sieropositività da AIDS.

Quanto detto vuole essere un contributo alla riflessione su tale tema dalla particolare angolatura di una Comunità per tossicomani.

Le considerazioni qui contenute non hanno alcuna pretesa di esaustività e definitività; sono legate alla storia singolare di una Comunità che, come molte altre, è tuttora in ricerca rispetto ad un problema particolarmente ansiogeno e relativamente nuovo. Tuttavia ritengo che nell’evoluzione dell’équipe degli operatori, nelle diverse posizioni emotive descritte, a volte ricorrenti, per certi versi sempre larvatamente presenti e concomitanti, molti lettori, impegnati nel difficile compito di gestire Comunità terapeutiche, potranno trovare una vicinanza al di là delle inevitabili e opportune differenze che contraddistinguono le personali impostazioni.

Nel tentativo di descrivere ciò che accade ad operatori, utenti ed all’intera Comunità, è stato spesso necessario connettersi con quegli aspetti della tossicomania che, esprimendo particolari componenti della struttura della personalità, permettono di far luce sulle differenti modalità con le quali viene vissuta la sieropositività.

Come già sottolineato in questo scritto il problema della tossicomania è trattato unicamente per alcuni particolari aspetti; non è mia intenzione parlarne al di fuori dell’indispensabile per la comprensione dell’oggetto di questo lavoro: la sieropositività nella dinamica di Comunità per giovani tossicomani.

Le affermazioni fatte rappresentano dei tratti che si possono riscontrare con pesi molto differenti in rapporto alle persone, e non vogliono dunque costituire un rigido inquadramento della personalità tossicomanica.

Inoltre la linearità del linguaggio verbale potrà portare alla sensazione di una consequenzialità semplicistica delle dinamiche interne degli utenti e delle interazioni con gli operatori, a discapito della complessità che le relazioni umane comportano, con le inevitabili collusioni, con i reciproci rinforzi delle singole concezioni della realtà e dei rispettivi meccanismi di difesa; e ciò vale per ogni persona appartenente alla Comunità.

Alcune considerazioni sul rapporto tra tossicomania e sieropositivitàPrima di affrontare la problematica della sieropositività all’interno di una struttura comunitaria ho ritenuto opportuno introdurre brevemente alcuni concetti, ripresi successivamente, relativi al rituale dell’eroina ed allo stato di sieropositività che aiutano a comprendere i mutamenti emotivi che la persona vive con il suo inserimento in Comunità e nel suo iter terapeutico.Per il tossicomane il bisogno smisurato di riempimento, colmato in modo per lui insufficiente dalle relazioni inevitabilmente parziali e spesso regressive con le persone e soddisfatto episodicamente dall’eroina, è motivo di persistenti sentimenti di rivalsa nei confronti delle figure a lui vicine affettivamente; queste vengono ripetutamente investite con ricatti colpevolizzanti, senza apparente via d’uscita: se non mi dai il denaro, se non mi tieni in casa, in comunità, muoio.

Questi messaggi producono un significativo effetto paralizzante in chi li riceve alla sola condizione che rievochino vissuti personali angosciosi, più o meno intollerabili, ed implicano il ricorso a meccanismi di difesa come la negazione o il controllo onnipotente.

I genitori, ad esempio, possono essere toccati profondamente dal senso di fallimento del loro ruolo educativo, e forse anche dalla fantasia di una incapacità creativa, avendo prodotto un figlio sbagliato, e dalla impossibilità di mettere in questo le parti buone di sé; la reazione può allora essere il disconoscimento del tossicomane come figlio proprio, o il tentativo di riuscire ad ogni costo a salvarlo, a ri-crearlo, o l’impedirsi ad ogni costo di vederne la realtà idealizzandolo.

Come vedremo in seguito, per l’operatore questa dinamica è attivata, più che dalla tossicomania, dai contenuti di morte insiti nella sieropositività che risuonano inevitabilmente per la loro universalità.

Sappiamo quanto il tossicomane tenda a sostituire il pensiero con l’azione, facendo inoltre un massiccio della identificazione proiettiva, scindendo parti di sé e mettendole in oggetti esterni, normalmente i genitori e gli operatori, e inducendoli ad agirle. Dipende dalla capacità di questi a ricevere le proiezioni senza farsi dominare da esse, la possibilità di interrompere questa dinamica distruttiva; se questa operazione di auto-analisi dei propri sentimenti fallisce sono i genitori e gli operatori stessi ad esternalizzarli in agiti di origine reattiva.

La risposta che il tossicomane riceve al suo comportamento può andare a rinforzare in senso patologico i presupposti psichici che lo guidano nella realtà confermandolo nelle componenti distruttive.

Nella quotidianità delle relazioni può dunque accadere che l’idea di aver danneggiato con il suo comportamento irresponsabile e aggressivo e con la violenza delle sue emozioni le figure significative lo porti ad attribuire loro un desiderio di vendetta fantasticato come estremamente forte e minaccioso, ricavandone un profondo timore nei confronti di queste, a volte determinato realisticamente dalle reazioni da lui indotte.

L’intollerabile ansia che ne deriva gli richiede di sottoporsi ad una sorta di prova giudiziaria magica che confermi la sua colpevolezza o innocenza con la morte, in caso di overdose, o con la sopravvivenza. Questa è rappresentata dalla ritualità del buco, vissuto inconsciamente come una specie di processo ordalico il cui esito determina appunto la condanna o l’assoluzione.

L’aggressività non viene riconosciuta come sentimento proprio, ma è proiettata in altri per poterla meglio controllare e risolvere nel rituale ordalico che assume conseguentemente una valenza di espiazione catartica, non consapevole, che però conferma i vissuti persecutorii. Soprattutto, la colpa e la responsabilità vengono trasferite su un oggetto esterno per difesa dalla depressione che altrimenti ne conseguirebbe.

Questa sequenza è caratteristica dei momenti e delle situazioni di maggiore sofferenza psichica e disperazione, contraddistinti da un ricorso all’eroina compulsivo, esasperato che ha lo scopo di placare i presunti desideri di vendetta degli oggetti interni ed esterni, trasformandoli in sentimenti di pietà.

Il sottoporsi a tale prova giudiziaria del Destino produce due effetti: il senso di colpa legato alla propria aggressività diminuisce, in quanto il tossicomane si identifica con l’ipotetica vittima; ma anche i persecutori, nella fantasia ed in parte anche nella realtà, sono indotti ad attenuare il loro desiderio di vendetta.

Mi sembra importante evidenziare la depersonalizzazione dell’oggetto persecutore: per (colpa del) Caso si è incominciato ad assumere eroina, per sfortuna (Fortuna avversa) si è diventati sieropositivi, per accidente (nella continua sfida al Destino e alla Morte) si muore per overdose o si contrae il virus dell’AIDS. La trasformazione dell’oggetto persecutore da reale a mitico sembra avere primariamente questo effetto: rinforza la dimensione grandiosa e onnipotente di un Sé in lotta con forze misteriose e sovrumane, permette la fuga maniacale dal confronto con la realtà inibendo ogni possibilità di cambiamento e di conoscenza e consente di non prendere atto della propria responsabilità.

Un aspetto simile all’ordalia, ma che assume un proprio specifico significato, è rappresentato dal rituale esorcizzante dell’eroina costituito dall’accostamento continuo alla morte per auto-punirsi con qualcosa, la morte esterna, che rappresenta comunque un male vissuto in modo meno terrificante della morte interna e che quindi agisce come meccanismo di difesa teso a diminuire l’angoscia; tale sensazione di morte trae origine dal senso di vuoto, di mancanza, derivante dall’incapacità di introiettare figure reali positive che promuovano la maturazione delle componenti del Sé dipendente. La avidità di un narcisismo che non riesce ad essere colmato da nessuna persona reale produce rabbia e rancore e ciò che resta nell’intimo sono oggetti danneggiati e persecutori che gli fanno presentire una imminente catastrofe. In tal modo risulta gravemente ostacolata l’evoluzione di un Super-Io ancora primitivo e troppo rigido. Questo continuo accostamento alla morte soddisfa anche l’esigenza di familiarizzare con essa per poter reificare , e quindi controllare meglio, la morte psichica, l’assenza di oggetti introiettati buoni, solidi, nei quali poter aver fiducia e con i quali identificarsi.

Quindi, attraverso la proiezione all’esterno di sé, nell’eroina od in altre persone, di figure cattive persecutorie e distruttive, i fantasmi di morte divengono realtà concrete, sono maggiormente individuabili, ed è così possibile farvi fronte. L’eroina diviene il simbolo per eccellenza di tutte le istanze distruttive presenti e occasionalmente poste nei familiari, negli operatori, nella società; in essa si sintetizzano le componenti mortifere quiescenti del tossicomane. Tuttavia la sostanza mantiene pure la sua funzione di strumento di controllo della angosciosa frammentazione dell’Io di cui il tossicomane fa esperienza nella fase di astinenza; l’esistenza del soggetto si svolge nel gioco altalenante di controllore dell’eroina, in quanto contenitore di parti mortifere, e di controllato da questa, investita di attributi positivi messi in salvo al di fuori di sé e capace di impedire la catastrofica frammentazione prodotta dagli oggetti persecutori.

Anche questa meccanica è particolarmente consona al tossicomane per la sua tendenza ad agire il pensiero nel diniego della realtà psichica e per la grossa difficoltà a simbolizzare.

Tutto ciò avviene dinamicamente, con un continuo alternarsi di figure che appaiono a volte idealizzate o persecutorie in rapporto agli stati onnipotenti o depressivi nei quali può trovarsi la persona.

Vi sono ovviamente momenti in cui la scissione tra bene e male in se stessi, e la conseguente proiezione all’esterno, non è così marcata.

La sieropositività, in questo senso, costituisce la possibile sostituzione del rituale del buco; con la proiezione all’esterno, nel corpo, dell’oscuro e indecifrabile senso di morte psichica si ha la reificazione costante di ciò che il rituale tossicomanico rappresenta ciclicamente in modo solo temporaneo e meno concreto. La sieropositività è sempre presente, a portata di mano, pronta ad essere sentita in ogni momento fonte di impotenza e causa di emarginazioni, depressioni, incapacità, angosce.

Mi sembra che, intrinsecamente legata al fenomeno descritto, sia l’impossibilità per il tossicomane di accettare il limite: da qui l’onnipotenza narcisistica o la depressione in cui cade il tossicomane che si sente svuotato da ogni positività e possibi-lità; il limite viene negato oppure invade le persone in modo totale e annichilente.

Allora la sieropositività pone dinanzi, concretamente e per la prima volta, il limite supremo: la morte. Non è più possibile pensare di essere eternamente giovani, come pure l’aspetto fisico sembra spesso testimoniare.

Il tossicomane, che spesso ho sentito affermare che in caso di sieropositività accertata si sarebbe tolto la vita in un estremo atto di controllo, è di fronte al limite più difficile da negare.

Ancora voglio sottolineare che quanto detto costituisce una parte dei vissuti legati alla tossicomania, e che il peso di queste componenti può impoverire la fase evolutiva in cui si trova il soggetto, anche in funzione delle sue esperienze relazionali con persone ed istituzioni.

Angosce e nuova realtà di vita in ComunitàTuttavia, finché l’eroina rimane lo strumento magico privilegiato per soddisfare il desiderio di onnipotenza, anche la sieropositività resta uno dei tanti limiti negati che è possibile allontanare da sé con il continuo ricorso alla sostanza che permette di escludere il soggetto dal confronto tra le sue fantasie e la realtà, prendendo coscienza, accettando e rielaborando i suoi limiti.Con l’ingresso in Comunità, eliminata la possibilità di ricorrere all’eroina, l’utente tende a sostituire la sostanza con la sieropositività, ripetendo nei confronti di questa alcuni dei meccanismi già consolidati negli anni di tossicodipendenza.

Dalla collusione con i familiari sui contenuti distruttivi dell’eroina, si passa alla possibilità di collusione con la Comunità e con la realtà sociale per l’intenso richiamo a fantasmi di morte che la sieropositività produce in ogni persona.

E` da notare che la collusione non fa che alimentare circoli viziosi stereotipati nell’interazione tra il soggetto e gli altri, confermando i presupposti dai quali la persona parte per leggere la sua realtà interna ed esterna.

Dunque in Comunità la sieropositività emerge pesantemente nei vissuti del soggetto sia a livello intrapsichico che su un piano di realtà. La persona sieropositiva, nell’impatto con le normali relazioni che la vita sociale impone, si trova ad affrontare situazioni spesso notevolmente ansiogene.

E’ accaduto, ad esempio, di incontrare delle difficoltà nel trovare un dentista disponibile a curare persone sieropositive; anche nella ricerca di lavoro, per una regolare assunzione, ci si può imbattere nella richiesta dell’analisi per accertare la sieronegatività; la paura di essere rifiutati con la rivelazione del problema è comunque elevatissima in molte circostanze, senz’altro nelle due sopra citate, ma è ancora più pesante quando riguarda una relazione affettiva con un partner. La frequenza delle analisi periodiche di controllo in ospedale, e la assunzione di farmaci (ad esempio l’AZT) di contrasto all’evolversi dell’infezione, non solo ravvivano pesantemente fantasmi di morte, ma rendono presente costantemente un senso di castrazione che è vissuto come separatezza insanabile dal mondo della normalità degli affetti, dei contatti, dei rapporti sociali.

Una giovane ospite della Comunità, H, sieropositiva, dopo aver frequentato un corso triennale di formazione professionale, trova lavoro in un ufficio. Dopo un periodo di prova di due mesi, alla soglia dell’assunzione, lascia tra pelare di aver avuto in passato problemi di tossicodipendenza e di risiedere in una Comunità; i suoi colleghi subito si coalizzano, riportano la cosa al capo-ufficio e, dietro loro pressione, questi richiede a H di presentare le analisi mediche sull’AIDS.

Naturalmente rifiutare la condizione imposta o sottostarvi condurrebbe alla medesima conseguenza: l’allontanamento dall’ufficio. L’alternativa è la denuncia del fatto come illegale, ma questo implica conseguenze che H non è comprensibilmente disposta ad affrontare. Dopo pochi giorni H interrompe il rapporto di lavoro.

Un’altra ragazza, K, anch’essa sieropositiva, dopo due anni di permanenza nella Comunità cerca di rimettersi in contatto con il suo compagno, J, un giovane tossicodipendente di cui non aveva più avuto notizie dal giorno del suo arresto, avvenuto pochi mesi prima che K iniziasse il suo percorso terapeutico in Comunità.

A J è restata tenacemente e teneramente legata ed egli rappresenta per lei l’unica figura capace di accettarla e di amarla nonostante i suoi problemi e la sieropositività, in contrasto con un mondo adulto ostile dal quale K sente di doversi difendere separandosene e isolandosi emotivamente.

Quando K scopre che J, uscito dal carcere e dalla Comunità nella quale aveva scontato in alternativa la pena, ha trovato un’altra ragazza, dalla quale aspetta un figlio, e si è reinserito positivamente nella società, piomba in una profonda disperazione che la porta vicino alla fuga dalla Comunità ed a fantasie di suicidio.

D’altra parte, in Comunità, la persona fa esperienza di un ambiente in cui la sieropositività sembra costituire un problema meno enfatizzato che all’esterno; la Comunità appare, e probabilmente in un certo periodo storico si è proposta, come un luogo ideale ed onnipotente capace di resistere alla distruttività sia psichica che organica. E nonostante il progressivo e realistico incremento di importanza della sieropositività al suo interno, vi sono ancora resistenze a riconoscerne pienamente la gravità, forse anche in reazione alla drammatizzazione presente nella società esterna.

Questa discrepanza di atteggiamento nei confronti della sieropositività rappresenta per certi versi una concretizzazione dei due stati emotivi, rifiuto ed accettazione, che portano il tossicomane ad oscillare continuamente e confusamente tra la negazione di ogni limite, nell’onnipotenza, e la paralisi di fronte al limite estremo, nella presentificazione della morte.

Il rifiuto e l’accettazione della sieropositività sono intimamente legati alle fantasie inconsce, che hanno un’origine molto lontana nel tempo, relative al tipo di rispondenza avuto dalla madre nei riguardi delle componenti del Sé. Una madre che stimoli il bambino a comportamenti adulti senza accoglierne i giusti bisogni infantili, induce il figlio a negarsi questi ultimi e a conformarsi all’immagine precocemente adulta che la madre rinforza, alimentando un ideale di perfezione estremamente esigente.

Questa scissione, per cui viene esibita dal tossicomane una immagine di irreprensibilità e negata tutta la sfera dei desideri e dei bisogni, – che tuttavia irrompono disastrosamente e inaspettatamente – diventa evidente nella Comunità, coinvolgendo i rapporti sia con gli oggetti interni introiettati che con quelli esterni.

Potrei tradurre tutto ciò con questa schematizzazione: il tossicomane accetta di adeguarsi alle richieste della Comunità che esige da lui un comportamento adulto e responsabile; ottiene in tal modo il consenso degli operatori e può, con-fondendosi con essi, negare un legame di dipendenza; la sieropositività, se tenuta presente, viene controllata autonomamente, seguendo meticolosamente anche per essa le norme igieniche poste dalla Comunità, allo scopo di prevenire ogni forma di richiamo da parte degli operatori che porterebbe ad un insostenibile accostamento alle differenze; altrimenti viene rimossa, e gli eventuali richiami sul rispetto di tali norme vengono vissuti come rifiuto nei confronti della propria persona.

Per la Comunità, d’altra parte, è una tentazione molto grande quella di accettare di interpretare la parte buona e accogliente, idealmente vitale, che il tossicomane facilmente le offre; può essere molto gratificante, sia nei confronti dell’utente, sia in rapporto all’idea, sempre larvatamente presente, seppure mediata ed elaborata, che essa sia una istituzione migliore di altre, e in particolare della famiglia.

Come l’idea che il buon funzionamento (apparente) del tossicomane, con il suo adeguamento alle regole della Comunità, sia da riferirsi al suo innesto in un ambiente sano, e significhi che il problema della tossicodipendenza è superato, così la negazione o l’autogestione dello stato di sieropositività porta alla illusoria fantasia che anche questa, assimilata alla generica sintomatologia tossicomanica, sia risolta.

La conseguenza più immediata, soprattutto in termini operativi, è che l’équipe si ritrovi invischiata in un ruolo stereotipato che impedisce l’interpretazione di altre modalità di relazionarsi del tossicomane; ad esempio quando questi, contrariamente alle attese, risulta non rispondere positivamente ad iniziative e proposte che, nelle aspettative dell’operatore dovrebbero incontrare la sua piena partecipazione; quando cioè, più in generale, le difese dall’angoscia e dalla depressione vengono a cadere, spesso in modo rovinoso, e lo sforzo a conformarsi all’ideale di sé incarnato dall’operatore diviene troppo elevato; si verifica allora il crollo della falsa identità assunta ed il conseguente senso di frammentazione.

La diade, vita e morte, realtà interna alla Comunità e realtà esterna, costruttività e distruttività, ripete la scissione che il tossicomane opera in se stesso vivendosi alternativamente totalmente buono (onnipotente) o totalmente cattivo (mortifero), proiettando corrispondentemente all’esterno, appoggiandosi su chi si presta occasionalmente alla collusione, le parti scisse di sé cattive e buone. Nella fase onnipotente possono assumere la funzione di persecutori la società, gli insegnanti, gli operatori o i genitori; nella fase di annichilimento divengono invece modelli di perfezione irraggiungibili.

Questi meccanismi difensivi di scissione e proiezione assumono svariate forme rispetto alla sieropositività; potrei così descriverne gli estremi: la meticolosità, un po’ ossessiva, nella osservanza delle norme igieniche di chi ostenta una facciata ideale, derivante da un Io asservito ad un Super-Io rigido, nella ricerca maniacale onnipotente di perfezione, e che sfocia in periodiche cadute depressive conseguenti al confronto con la realtà; questa sorta di irreprensibilità soddisfa un bisogno di approvazione da parte dei propri buoni modelli ideali. Oppure la noncuranza superficiale di chi rimuove completamente il problema, o meglio, nega in modo esasperato la sieropositività cercando quindi di eliminare le differenze che possono impedirgli di identificarsi, con-fondendosi fusionalmente con tali figure sane, anche se questo può costargli il deterioramento di esse attraverso il contagio.

V è sieropositiva, ha 24 anni, e vive da un anno e mezzo in Comunità. In tale periodo manifesta sempre una criticità svalutante nei confronti di tutti gli altri utenti e degli operatori che non sono suoi diretti responsabili, ponendosi puntualmente in una posizione di perfetta adesione alle regole della Comunità.

Tuttavia, periodicamente, nonostante un atteggiamento apparentemente irreprensibile, agisce pesanti trasgressioni che copre con complicati sotterfugi e che tenta di negare, una volta scoperti, con una energia tale da fare pensare agli operatori che in lei siano attivi meccanismi dissociativi.

Emerge la sua impossibilità a dire (soprattutto a dirsi) la verità su sé stessa, a svelarsi, e la presenza ossessiva di dubbi riguardanti il contenuto del suo corpo, sano o malato. Per sfuggire al dubbio punta compulsivamente sulla esteriorità nascondendo, spesso in modo assai complicato, ciò che dal profondo del suo corpo e di sé affiora: sieropositività e trasgressioni.

La verità viene scoperta attraverso indagini quasi poliziesche degli operatori, e solo quando questi mostrano di poterla accogliere senza essere danneggiati e senza condannarla, può essere accettata da V; come pure viene allora accettato, più consapevolmente e con sollievo, il contenimento da parte della Comunità.

Riporto alcuni aspetti di rilievo affrontati nel periodo della sua permanenza in Comunità:

dubbi sulla sua sessualità per vissuti di frigidità e su fantasie di sterilità;

dubbi sulla possibilità di avere ereditato malattie familiari che si manifesterebbero in conseguenza della sieropositività (ciste ovarica, ascessi, polipo alla lingua, accentuato tremore); queste malattie le confermerebbero l’affiorare del contenuto cattivo del corpo;

bisogno di una continua conferma della sua bellezza fisica per poter essere rassicurata sulla positività dei suoi contenuti; ne deriva la necessità di fare diete dimagranti, di farsi comperare dal padre abiti costosi, di essere oggetto di desiderio sessuale di ragazzi, senza alcun criterio di scelta rispetto al loro carattere, età, aspetto fisico;

parallelamente dubbi intorno al contenuto della sua mente che la spingono ad essere indagata (penetrata) dall’operatore (pene), che si deve manifestare sufficientemente buono, e possa quindi risanarla disconfermandole la sua distruttività e la velenosità dei suoi contenuti; in realtà V è ritenuta dagli altri utenti della Comunità “cattiva d’animo”;

il bisogno di essere penetrata intellettualmente ed emotivamente porta con il suo soddisfacimento ad una concreta diminuzione dell’angoscia se la conoscenza dell’interno di sé da parte dell’operatore non comporta danneggiamento e condanna;

la fantasia che il padre sia stato reso impotente – e di fatto appare incapace di prendere posizioni precise all’interno della famiglia – dalla madre, aggressiva ed anaffettiva;

la fantasia che il fratello – vissuto come molto aggressivo e violento nei suoi confronti – abbia preso il posto del padre accanto alla madre e che sia stato anch’egli castrato da essa (rimanda continuamente il matrimonio ed il distacco dalla famiglia).

Ad uno dei suoi partner, P, comunica quasi subito di essere sieropositiva; V si chiede quanto P sia in grado di reggere la funzione risanatrice. P è sottoposto continuamente ad una prova: deve subire l’aggressività di V, superarla, uscirne indenne, e bonificarla riconciliandosi con V dimostrandole il suo amore; questi passaggi devono avvenire nella completa passività di V, che resta in attesa delle mosse di P; se fosse lei a prendere l’iniziativa , la “certezza” dell’amore di P per lei vacillerebbe.

Tutto questo ha la funzione di rassicurarla sulla sua bellezza esterna, e quindi interna, intesa come integrità del corpo e del Sé, e sui suoi timori.

In questo modo V può nuovamente procedere al diniego della sua tossicità e velenosità psichica e della sieropositività.

In realtà, dunque, è V stessa che si sottopone continuamente alla prova servendosi di P in modo coattivo.

L’integrazione del Sé in questa fase è molto parziale e la Comunità deve essere particolarmente attenta a non colludere con questi meccanismi difensivi per poter facilitare il cammino di integrazione dell’utente e consentirgli una strutturazione ed individuazione stabile nell’accettazione dei suoi limiti oggettivi.

In altre parole, deve essere tenuto ben presente che le angosce che scaturiscono direttamente dallo stato di sieropositività possono invadere la persona a livelli incontenibili sino a rischiare di farla andare in pezzi; quando accade ciò, il limite per arginare e contenere l’angoscia non può essere posto e diventa totale o, il che è lo stesso, scompare un confine che circoscriva il problema della sieropositività che va così ad intaccare tutto il suo mondo interiore.

Nella Comunità giunge la notizia della morte per AIDS di una sua ex-utente che K aveva conosciuta. Il giorno successivo K va in ospedale per le periodiche analisi di controllo e le viene proposto di iniziare una cura con l’AZT. K piomba in uno stato di profonda angoscia che la rende inaccessibile ai molti tentativi di aiutarla fatti sia dagli altri utenti che dagli operatori; dopo alcuni giorni K fugge dalla Comunità, cerca inutilmente, probabilmente per la scarsa convinzione e determinazione, di procurarsi dell’eroina, torna a casa sua e si stordisce per un’intera giornata con psicofarmaci sottratti alla madre.

Quando K rientra in Comunità l’angoscia è notevolmente diminuita grazie alla concretizzazione di un oggetto a cui riferirla: la trasgressione; la sanzione imposta dagli operatori, scaricando ulteriormente il senso di colpa insorto, ha poi permesso la completa, apparente, normalizzazione della situazione.

Dico apparente, poiché dopo circa un mese si ripete un’altra fuga; nei giorni precedenti K aveva sentito crescere progressivamente e senza motivo l’ostilità del gruppo nei suoi confronti. Il deterioramento prodotto dalla sieropositività si era esteso a tutto il suo mondo interno e, per difendersi dalle sue parti malate, le aveva proiettate nelle persone circostanti facendosene vittima. Purtroppo la non sufficiente chiarezza degli operatori aveva impedito di interpretare correttamente tali avvenimenti aprendo a K la possibilità di superare la coazione cui era sottoposta e, forse, di risolvere l’invasività della angoscia prodotta dalla sieropositività.

L’angoscia legata alla sieropositività si diffonde in modo persecutorio anche ad altri aspetti della realtà, relazioni ed affetti, attraverso la proiezione di propri oggetti interni minacciosi.

Unica via di fuga appare agire tale sentimento di catastrofe imminente in modo da potergli ridare un confine riconoscibile e reale, entro il quale trasferire l’angoscia e ridurla: la trasgressione.

La problematizzazione della realtà psichica fornita attraverso lo strumento dell’interpretazione può infatti funzionare come contenitore dell’angoscia; intendo con questo che l’interpretazione degli agiti può costruire dei confini entro i quali l’utente colloca la sua angoscia, arginandola, e impedendole di invadere la persona nella sua totalità; può quindi condurre alla possibilità di esprimere e riconoscere con minori paure aspetti di sé, prima negati ed agiti, con la fiducia che questi possano essere accettati dagli operatori e dall’utente stesso.

Abbiamo allora che il modo di affrontare la sieropositività è strettamente correlato al grado di strutturazione della personalità e va dall’uso di questa come reificazione fisica della propria distruttività psichica al suo riconoscimento realistico di problema estremamente limitante ma che non incapsula la persona, quasi fosse una identità totale o da negare. Questi differenti aspetti sono tuttavia concomitanti.

L’uso strumentale che il tossicomane fa della sieropositività ripete l’utilizzo che, prima di entrare in Comunità, faceva della tossicodipendenza: entrambe, tossicodipendenza e sieropositività, non vengono trattate come problemi e limitazioni reali della persona, ma come oggetti esterni, riempiti nel modo più consono all’individuo di contenuti manipolatori della relazione che poco hanno a che vedere con le difficoltà psichiche della persona; in Comunità, con l’allontanamento dall’eroina, la sieropositività viene impiegata in modo più potente e sicuramente più nascosto, in quanto risonante maggiormente con la sensibilità dell’operatore. La sieropositività, come in precedenza la tossicodipendenza, diventando il luogo in cui si esprime un disagio complesso, psichico ma anche relazionale, in quanto compromissoria di ogni rapporto con le realtà sociali e con le persone, si costituisce come fonte di ogni problema, scollato dalla realtà psichica del soggetto che si trova ad imputare ogni difficoltà, in particolare quelle relative alla sua vita emotiva, a qualcosa altro da sé: il virus dell’AIDS.

Con la proiezione all’esterno (fuori di sé, nel corpo) della minaccia di morte, si ha anche la negazione dell’esistenza nella propria psiche di vissuti mortiferi legati a relazioni con figure reali o interiorizzate, in quanto la morte è cosa concreta ed esterna. Le relazioni perdono significato, vengono vissute come inesistenti, ed anche l’operatore si sente invaso da una prospettiva di non speranza, percependosi ininfluente sul senso di morte, sfidato ad agire magicamente su una persona che ha in sé un vuoto incolmabile, e che può annullare comunque ogni sforzo con la sua morte. Questo costituisce un importante fattore inibitorio del cambiamento perché impedisce l’instaurarsi di una dipendenza costruttiva che consenta alla persona di superare l’incapacità nel distinguere il buono dal cattivo e di introiettare un oggetto giudicato stabilmente buono; d’altronde la sieropositività presenta una curiosa analogia con tale incapacità, in quanto è il corpo stesso, con la distruzione del sistema immunitario, a non essere più in grado di discriminare in sé ciò che è buono da ciò che è cattivo. La confusione tra il bene ed il male rappresenta in fondo la perversione del tossicomane presente nelle sue componenti più trasgressive, tipicamente delinquenziali, di impronta sadica, dove si ritrova l’assenza di criteri di discernimento o, forse più esattamente, questi sono presenti in modo così rigido da dover essere negati, per poter sfuggire alla dolorosa esperienza depressiva che conseguirebbe al prendere atto che, con la propria avidità di colmare il grande vuoto interiore (buco), i propri oggetti buoni sono stati distrutti o danneggiati.

Credo sia esperienza comune a quanti lavorano in questo settore l’aver rilevato in molti tossicomani una sorta di apparente innocenza ingenua e superficiale nel rubare, mentire, spacciare.

Z, un giovane di 25 anni da più di un anno in Comunità, è il secondo di tre figli di una famiglia appartenente alla borghesia medio-alta. La madre manifesta a Z un amore incondizionato, con una forte propensione al pianto ed a costituirsi vittima di Z, con lo scopo implicito di ricondurlo a sé colpevolizzandolo. Il padre appare una figura piuttosto confusa, con grandi difficoltà ad affermarsi nel suo ruolo e ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni; in effetti riesce a contrastare scarsamente il figlio Z e le rare espressioni di autorità risultano poco credibili e sembrano essere originate da un adeguamento momentaneo alle pressioni esercitate dalla moglie; appaiono, di conseguenza, spesso confuse e inappropriate.

Ancora bambino, Z aveva manifestato sintomi trasgressivi: rubava in casa. I genitori, anziché affrontare direttamente il problema, avevano dato sempre più credito all’ipotesi di una malattia psichica del bimbo; questa idea accompagnerà in seguito, per tutti gli anni successivi, sia i genitori che Z.

In Comunità Z dimostra di avere scarse capacità di restare entro i limiti imposti dalla struttura, tormenta gli operatori con continue richieste senza riuscire a dare alcuna valutazione critica delle sue azioni. La frase, così comune per chi ha una certa esperienza di ascolto dei tossicomani – “ma in fondo, cosa c’è di male?” -è sempre presente, in modo esplicito od implicito, nei colloqui. Ciò che Z non riesce ad ottenere direttamente, cerca di raggiungerlo con sotterfugi. Gli operatori rischiano di essere svuotati di energia a resistere ai piccoli bisogni risucchianti e opprimenti di Z.

L’ingenuità con la quale agisce quanto sopra descritto, richieste, piccoli furti, nascondimenti, rivela tutta la sua confusione interna e l’incapacità di discernimento critico. Ai tentativi degli operatori di aiutarlo ad andare altre la sua superficialità oppone come resistenza il fantasma della malattia psichica infantile, proiettando al di fuori di sé ogni responsabilità.

Il ruolo dell’operatore ed il problema del contagioLa sieropositività causa al tossicomane una profonda incertezza nel futuro: essa nega l’onnipotenza megalomanica; la fantasia di poter restaurare se stesso e gli altri come e quando vuole, ad esempio quando decide di interrompere l’assunzione di eroina, crolla per il non-tempo che rimane, penalizzante e bloccante ogni istanza costruttiva.Un obiettivo fondamentale della Comunità è di far acquisire all’utente capacità di dipendenze funzionali, fiducia in figure positive resistenti all’aggressività; questo può avvenire se, attraverso meccanismi trasferenziali, gli oggetti interni proiettati su persone reali (in questo caso gli operatori) possono essere reintroiettati, modificati e più adeguati alla realtà. In tal modo si rafforza gradatamente pure una fiducia interiore nelle proprie capacità costruttive.

Con la sieropositività i fantasmi di morte presenti nel tossicomane possono però invadere anche l’operatore che vive allora in modo intimamente contraddittorio il suo ruolo terapeutico: da un lato con una prospettiva di cambiamento e di vita, dall’altro con la non-speranza insinuatasi in lui, con il senso di inutilità della grande fatica che si prospetta nell’iter terapeutico e con la riduzione di tale ruolo a quello unicamente assistenziale.

Per poter affrontare tutto ciò, la condizione di base è che l’operatore riesca a mantenere una sufficiente obiettività, resistendo alle forti spinte collusive alle quali è sottoposto.

Credo sia opportuno chiarire meglio questo punto. Ritengo che in generale ogni Comunità per tossicomani sia costituita da una componente terapeutica ed una assistenziale. Quest’ultima, di tipo materno, si esprime nella soddisfazione dei bisogni primari e delle istanze di protezione ed amore, e dovrebbe supportare la persona in un cammino evolutivo promosso dalla componente terapeutica che ha il fine di consolidare l’Io e favorire lo sviluppo di un Super-Io maturo – anche se spesso, purtroppo, si tende a costruire un Super-Io altrettanto rigido di quello originario, ma più adeguato e conforme alle esigenze sociali.

La resistenza al cambiamento del tossicomane si serve ampiamente della sieropositività, e più ancora della malattia manifesta, per interdire la funzione terapeutica dell’operatore e sollecitarne maggiormente l’aspetto materno-assistenziale.

Uno dei più sofferti casi che si sono presentati nei primi tempi di funzionamento della Comunità, quando l’équipe era da poco costituita ed in un delicato momento di assestamento, è stata B, una donna di 25 anni che è restata in Comunità per due anni e mezzo, dopo essere stata espulsa dalla famiglia ed aver vissuto una serie di esperienze fallimentari – a causa della sua elevata trasgressività – con altre strutture private per la cura e riabilitazione dei tossicomani.

B è sieropositiva, eroinomane, particolarmente attratta dagli psicofarmaci.

Inizialmente è entrata in Comunità avendo come operatrice di riferimento Y, in seguito affiancata da X su richiesta di Y per le difficoltà presto insorte per le trasgressioni di B.

Y, poco dopo, si rende conto che la situazione è poco gestibile, con X che instaura una relazione profonda e privilegiata con B, e lei che deve gestire le trasgressioni negate sia da B che da X.

Il resto della Comunità, operatori ed utenti, guarda con sospetto o mal celata indifferenza la situazione venutasi a creare.

Gli utenti male sopportano i privilegi di B e non riescono a capire i motivi della tolleranza che si ha nei suoi confronti.

Gli altri operatori, coinvolti in modo più indiretto nella relazione con B, pur non condividendo la linea di intervento adottata da Y ed X, non riescono a mutare la situazione: l’équipe è divisa e paralizzata.

Le trasgressioni sono costituite da assunzioni periodiche di eroina e psicofarmaci, da uscite non autorizzate, autonome dalla Comunità, da un estraneamento consistente dalla vita del gruppo.

A copertura e giustificazione di tutto ciò è addotta da Y una presunta grave instabilità mentale e lo stato sintomatico di malattia da AIDS per il quale B è in cura con l’AZT.

L’équipe deve riuscire a trovare un equilibrio fra la funzione terapeutica e quella assistenziale ma si trova spaccata in due, in una drammatizzazione dei due differenti aspetti, dove una parte si carica del ruolo più rigido con tendenze espulsive, mentre l’altra si allea con B, assumendo un ruolo maggiormente assistenzialistico, fino al limite di possibilità di contenimento, indotto dalla percezione di prossimità alla morte di B e dal suo stato di abbandono (i suoi genitori continuano a rifiutarla) e di squilibrio psichico; entrambe le parti colludono con B che vi mette sue componenti scisse.

Naturalmente il tutto è complicato dalla presenza di intensi legami affettivi tra gli operatori stessi.

Ad un certo momento, X decide di escludersi e cerca di aiutare B andando a vivere con lei in un appartamento lontano dalla Comunità: è una scelta difficile e dolorosa.

Con l’aiuto di uno psicanalista, supervisore dell’équipe, questa si ricompone gradualmente ed X rientra in Comunità con B che viene ad avere un operatore di riferimento nuovo, W.

Dopo poco tempo, in una notte drammatica, B viene espulsa dalla Comunità a seguito di nuove trasgressioni.

Questa vicenda ha permesso di evidenziare l’uso strumentale della sieropositività per:

verificare provocatoriamente il grado di accettazione nei suoi confronti trasgredendo le norme igieniche; questo ha anche il significato di indurre l’operatore a colludere con le istanze fusionali di B tendenti a negare la dipendenza e le differenze operatore-utente, sano-malato.

suscitare sentimenti di colpa nell’operatore impedendogli di promuovere il temuto processo di cambiamento, con la scissione dell’équipe, esasperandone antiteticamente le funzioni terapeutica ed assistenziale.

Gli operatori hanno dovuto elaborare la spaccatura creatasi nell’équipe tra chi tendeva a considerare la sieropositività, e chi invece la tossicomania, come problema prioritario, e prendere atto delle loro resistenze a riconoscersi la paura di essere contagiati: era il primo caso di una persona che assumeva AZT che si presentava in Comunità.

Il succedersi di tre operatori di riferimento per B – e inizialmente ne era stato coinvolto anche un quarto – indica la forza delle proie-zioni di B e della sua capacità di indurre l’équipe a drammatizzarle.

In una dimensione gruppale, nella Comunità pertanto, sono gli operatori stessi a vivere il dualismo, vita e morte, e l’équipe deve essere particolarmente attenta agli stati emotivi che si producono per non esserne invischiata.

Quanto più il sieropositivo non riesce a parlare del problema, caricandolo di contenuti mortiferi, tanto più l’operatore teme di affrontarlo, trascinato anch’egli dal fantasma di morte sottostante in vissuti di impotenza. Più ha difficoltà ad affrontare il problema e più tende a condannare la società esterna ritenuta responsabile della trasmissione dei fantasmi di morte; di conseguenza è portato ad idealizzare la Comunità come ambito di accoglienza e di vita.

Conciliare queste due funzioni, terapeutica ed assistenziale, diventa arduo e, se non vengono analizzati ed elaborati gli affetti ad esse connessi, l’operatore rischia di colludere con l’utente nella scorretta valutazione del problema della sieropositività; nel fare questo può sopravvalutarne o sminuirne il significato, negando i sottostanti aspetti più problematici della persona o la sieropositività stessa, reagendo comunque alla tendenza sociale di esclusione. In tal caso si innesca un processo di rimozione delle parti correlate al problema che sono più difficili da affrontare per l’operatore, per motivi ideologici o affettivi, che nella sua eccessiva enfatizzazione, porta alla paralisi operativa, alla rinuncia del ruolo terapeutico che rischia di convertirsi, più o meno estesamente, in un assistenzialismo simbiotico; ad esempio può diventare impossibile attuare in termini realistici una difesa cautelativa da eventuali rischi di contagio. Per la Comunità questo potrebbe significare ridurre in modo ingiustificato il suo compito specifico.

Queste difficoltà si amplificano quando sono presenti situazioni di particolare disagio sociale e familiare che depauperano ulteriormente le risorse personali dei giovani inseriti nella Comunità.

In questo caso, tali stati di impoverimento possono essere utilizzati nella relazione con l’operatore, per paralizzarlo nella sua funzione terapeutica, suscitando una colpevolizzazione più o meno esplicita.

Diventa allora essenziale riconoscersi i propri vissuti di morte che impediscono di sentirsi credibili nel momento in cui si propone una progettualità agli utenti.

In sintesi, voglio dire che l’operatore può rimuovere differenti sentimenti legati alla sieropositività, e suscitati in lui dall’utente, per cercare di salvaguardare il suo ruolo terapeutico altrimenti sentito vacillare o, rinunciando chiaramente ad esso e colludendo con richieste fusionali, per difendere l’immagine della Comunità come alternativa ad una società emarginante.

Nel determinare l’una o l’altra modalità concorrono con uguale importanza la personalità dell’operatore e dell’utente, nella reciproca e peculiare risonanza emotiva che viene a stabilirsi.

Sembra dunque che la differenza più appariscente tra un operatore di Comunità ed un altro, rispetto al problema della sieropositività, sia probabilmente di ordine quantitativo piuttosto che qualitativo: il primo vive a contatto costante con fantasie di morte, contrariamente al secondo per il quale le possibilità di prendere le distanze dall’angoscia di morte, di non farsi contagiare fisicamente e psichicamente, sono molto maggiori.

Tale differenza, che ha i suoi presupposti in precisi dati di realtà determinati dalla condivisione della quotidianità di operatori ed utenti, rappresenta una difficoltà tutt’altro che trascurabile.

Nell’esperienza della Comunità la affettività ha una importanza dominante.

Continua nella seconda parte >>







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