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In fondo al cuore le donne pensano che compito dell’uomo è guadagnare soldi, e compito loro spenderli. Arthur Schopenhauer
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Archivi per ‘Psicoterapia’

La danzaterapia: una cura per sviluppare e risvegliare parti di sé attraverso il movimento.

category Psicoterapia Teresita Forlano 5 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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L’idea della valenza terapeutica della danza, che trova oggi la sua realizzazione nella corrente della danzaterapia, si sviluppa grazie all’incontro tra le progressive conquiste della danza occidentale e le pratiche della meditazione orientale, mirate al recupero dell’armonia interiore. La danzaterapia mira a considerare la danza come evento che coinvolge il fisico e la psiche, recuperando il suo significato più antico. E’ un importante strumento di espressione globale della persona, una forma di manifestazione delle dimensioni profonde della natura umana. La sua capacità di sostenere il benessere attraverso la manifestazione delle emozioni era già nota in molte popolazioni primitive che attraverso i balli tradizionali mimavano i propri stati affettivi individuali o di gruppo. La danzaterapia si distingue dalla danza tradizionalmente intesa in quanto ricerca e studia i movimenti più “autentici”, cioè quelli istintivi collegati al nucleo più essenziale ed intimo di noi stessi, che si esprimono in ognuno con le proprie capacità e stile.

La danzaterapia nasce in seguito all’esperienza di lavoro con pazienti affetti da disturbi mentali, prevalentemente soldati, che, nell’immediato dopoguerra, erano stati colpiti da disturbi della personalità. Furono le danzatrici degli anni Quaranta a trovare nella danza e nel piacere del movimento in sé una risorsa terapeutica. E’ da queste sperimentazioni post belliche, che nasce la danzamovimentoterapia, disciplina che, a partire dal riconoscimento del rapporto profondo che unisce mente e corpo, utilizza la danza e il movimento espressivo quale strumento e linguaggio privilegiato per favorire e sostenere la salute fisica e lo sviluppo psicologico dell’individuo.

La danzamovimentoterapia é una disciplina orientata a promuovere l’integrazione fisica, emotiva, cognitiva e relazionale, la ma­tu­rità affettiva e psicosociale e la qualità della vita della persona, mediante il linguaggio del movi­men­to corporeo, della danza e il processo creativo, all’interno di processi interpersonali ( coppia o gruppo).

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Deficit erettile e psicoterapia neo-ericksoniana

category Psicoterapia Tiziana Vernola 18 Ottobre 2011 | Stampa articolo |
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Già nell’antichità tutti i grandi scienziati si sono occupati del problema dell’ impotenza: da Aristotele a Plinio il Vecchio che ci ha tramandato un lunghissimo catalogo di afrodisiaci. I greci credevano che l’ideale contro l’impotenza fosse l’uso di agenti irritanti come l’ortica o il pepe, o i più superstiziosi tra i romani invocavano la protezione del dio fallico Priapo.
L ’agricoltura, la riproduzione animale, la fertilità umana erano tutte attività collegate da rituali religiosi; gli dei del raccolto erano adorati con icone galliche e gli uomini impotenti si rivolgevano ai sacerdoti per essere aiutati. Gli Antichi Greci invocavano Afrodite, Bibbia descrive casi di impotenza come punizione divina per l’adulterio.

Nel 400 a.C. Ippocrate sosteneva che le erezioni erano generate dallo pneuma (aria) e dagli “spiriti vitali” che fluivano nel pene. Qualsiasi malattia o alterazione dell’equilibrio dei quattro umori (sangue, flegma, bile gialla e bile nera) e dei quattro elementi (terra, aria, fuoco e acqua) poteva condurre all’impotenza. L’insegnamento di Ippocrate ha pervaso il pensiero medico occidentale fino al Rinascimento, quando Leonardo da Vinci osservò che gli uomini giustiziati per impiccagione spesso sviluppavano erezioni riflesse (G. Ieranò).
Oggi la cura del disturbo di deficit erettile mediante ipnosi, trova una scarsa bibliografia e solo nel testo di Daniel L. Araoz “Ipnosi e terapia sessuale” si possono trovare alcuni spunti.
All’interno di questo testo troviamo per esempio il caso della “suonatrice di arpa” (Erickson e Rossi, 1979) in cui l’immaginazione diventa strumento di cambiamento. Questa donna aveva il progetto di diventare una suonatrice di arpa di professione, ma soffriva di una scomoda e imbarazzante sudorazione alle mani. Erickson scoprì in questo caso il nesso con una disfunzione sessuale.

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Io, paziente: un’etichetta ambulante

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 21 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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Nella pratica terapeutica che svolgo, mi sono più volte trovata di fronte ad una domanda: “dottoressa, qual è il mio disturbo? Qual è la diagnosi?”.

La domanda, da parte del paziente, è più che lecita e comprensibile: abituati come siamo oggi, direi proprio “immersi” in una cultura che tende ad etichettarci come si etichetta un vaso di marmellata, a medicalizzare ogni tipologia di sintomo senza attribuire al malessere un significato ed un ruolo nell’economia di vita del paziente, la domanda sorge spontanea. Ma a cosa serve la diagnosi? Perché il paziente desidera essere classificato? Cosa potrà farsene di questa etichetta? È giusto comunicarla, da parte del terapeuta?

 

Le origini ed il significato

Il termine nosologia deriva dal greco:  νόσος (nosos) “malattia” e λόγος (logos) “parola” o “discorso” e significa, appunto, classificare in maniera sistematica le patologie.

 

La nosologia – e più in generale la classificazione – esiste per mettere in comunicazione specialisti afferenti a varie aree del sapere e serve per descrivere la condizione di ogni paziente, per “semplificare” la globalità dell’individuo riportando su un piano generale il particolare di ogni persona, affinché sia possibile confrontare tra di loro casi diversi, nel tempo e nel luogo. Naturalmente tutto ciò viene fatto allo scopo di cercare una soluzione alle problematiche che il paziente porta. Si parte dal singolo per arrivare al generale, per poi tornare di nuovo al particolare, un percorso circolare, in sostanza, un ambito che spetta allo specialista, più che al paziente: e questo discorso vale soprattutto in ambito psicologico, dove il confine tra sanità e malattia è davvero molto oscuro e risulta rischioso  distinguere in maniera categorica il soggetto completamente sano da quello completamente “patologico”.

Attraverso la classificazione, lo specialista agisce attivamente sul paziente, disegnando le linee del futuro percorso terapeutico; in questo modo parte il progetto terapeutico, e l’etichetta, pur restando in piedi come un “cartello stradale” che indica ed orienta, viene lasciata alle spalle.

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Mente e Corpo in relazione: uno sguardo “bioenergetico”

category Psicoterapia Giulia Petrangeli 11 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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di Dott.ssa Giulia Petrangeli. Clinico in T. Autogeno e tecniche psico corporee

Mente e Corpo. Spesso queste due parole vengono associate quasi a creare un paradigma dei nostri giorni, si assiste, infatti, al proliferare di attività che voltano al benessere, riconosciute talvolta (anche erroneamente) come attività svolte in massa nei luoghi più disparati o prettamente ginniche ed operatori impegnati in servizi di rilassamento, relax e “cura”. Il tutto per rispondere ad un bisogno, esistente nella nostra società, di ricerca di piacere, scarica e spesso nell’illusione che se il corpo si rilassa (o si stressa con una miriade di attività) la mente stessa ne gioverà e si produrrà benessere. È importante fare una piccolissima distinzione. In questo cerchio mente e corpo ruotano non solo moltissime attività e dunque vari operatori che se ne occupano a diversi livelli ma vi sono definizioni e finalità molto diverse tra loro date, ad esempio, dal percorso formativo scientifico che distingue il professionista e clinico con percorsi proposti all’utente in un luogo adeguato e che rientrano in una ricerca di relazione tra la mente ed il corpo, come finalità stessa di quel percorso che dunque può essere anche di “cura” perché consente alla persona di sentirsi, riconoscersi, esprimersi. Cosa può trovare dunque una persona che ha intenzione di svolgere un’attività per sé stessa, per la mente ed il corpo, con un professionista? Intendendo qui coloro che si occupano di terapie corporee sia in qualità di psicoterapeuti o psicologi esperti in psico fisiologia o approcci integrati affini. Essenzialmente si tratta di integrazione. L’utente può arrivare, seguito in un percorso, ad integrare le diverse parti del proprio corpo con la propria mente, poiché esercitazioni affrontate probabilmente toccheranno anche aspetti della propria immagine corporea e ancora, integrazione perché la mente ed il corpo vengano percepiti dal soggetto stesso come un qualcosa che è in comunicazione e relazione in cui favorire unità e riavvicinamento, non separazione. Attività che rispondono in modo pratico e professionale sono diverse, dalle Artiterapie (tra cui il teatro, la danza …) ed attività espressive, ad altre che puntano sul movimento e rilassamento, spesso presente anche nelle attività sopracitate, come il Training Autogeno o la Bioenergetica. Quest’ultima, ad esempio, trova nella relazione tra corpo, mente, processi energetici, emozioni, la chiave per il ripristino del benessere psico fisico: dalla percezione della tensione alla liberazione.

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Griglie valutative nell’ottica analitico – transazionale

category Psicoterapia Alfonso Falanga 3 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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L’Azienda, in tempo di crisi,  deve ottimizzare le risorse materiali ed immateriali di cui dispone. Non vi è spazio per scelte che non abbiano mete definite e realizzabili a breve termine.

L’urgenza del risparmio, a volte, conduce l’Impresa a rimandare a tempi migliori quelle procedure che vedono coinvolto il settore delle Risorse Umane. In tempi di crisi, perciò, Formazione e Selezione del Personale sono attività o sospese del tutto oppure ridotte al minimo.

Eppure proprio in tempo di crisi,  con  la conseguente esigenza di definire al meglio obiettivi e risorse, proprio quei processi aziendali che riguardano le persone e la loro soggettività necessitano di una maggiore cura.

In tempi di crisi, infatti, c’è poco spazio per l’indeterminatezza ed il recupero di eventuali errori. Coloro che collaborano alla produzione, a prescindere dal ruolo e dal grado di anzianità, devono procedere verso un unico traguardo pur nel rispetto della propria individualità.

In Azienda, in tempo di crisi, conta più che mai il fattore umano.

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Trattamento alimentare del paziente depresso

category Psicoterapia Rocco Berloco 2 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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Il trattamento alimentare del paziente depresso è di fondamentale importanza e di estremo interesse per il medico che si voglia occupare in maniera olistica del soggetto che ha di fronte. Tutti noi sappiamo che gli alimenti contengono una serie di minerali, di aminoacidi, di lipidi, etc e sarebbe estremamente miope pensare che queste sostanze una volta ingerite diventassero neutre o che non potessero essere utilizzate dal paziente. Oggi la depressione dal punto di vista pratico assume un ruolo importante dal punto di vista sociale sia per la sua alta incidenza sulla popolazione, sia per essere una delle più importanti fonti di suicidio. Detto questo ci sembra molto interessante citare alcuni studi a partire da quello della dottoressa Wurtman, del Massachusetts Institute of Technology, la quale  sostiene che aumentando con la dieta l’apporto di triptofano, aminoacido che superata la barriera ematoencefalica si trasforma in serotonina, si possono avere risultati interessanti in numerose forme di depressione. La stessa Wurtman in uno studio successivo con Fernstrom spiega come l’insulina endogena prodotta dopo l’assunzione dei carboidrati possa fare aumentare il triptofano ematico che poi oltrepassa la barriera ematoencefalica. Nei pasti ricchi di proteine e carenti in carboidrati, invece, l’abbondanza di GAEN (aminoacidi elettricamente neutri: tirosina, fenilalanina, leucina, isoleucina, valina) che giungono al cervello mediante lo stesso sistema di trasporto del triptofano si dimostrano competitivi ai danni di quest’ultimo. Il ruolo dell’insulina secondo Wurtman e Fernstrom sarebbe quello di ridurre la quantità di GAEN nel sangue senza antagonizzare anche il triptofano, anzi favorendone, a questo punto il suo trasporto, e la sua successiva trasformazione in serotonina. Il ruolo dei carboidrati nel soggetto depresso viene esaltato anche dal dottor Norman Rosenthal, ricercatore del National Institute of Mental Helth, che infatti  ha somministrato a due gruppi di volontari (uno formato da depressi e l’altro no) sei biscotti contenenti circa cento grammi di carboidrati, notando che dopo due ore l’umore dei componenti del primo gruppo era migliorato. Pure la dottoressa Bonnie Spring, docente di psicologia presso la Chicago Medical School individua i carboidrati come ottimi “sedativi”, infatti dopo aver somministrato ad un gruppo di volontari di diverso sesso e in buona salute due pasti differenti, uno a base di carboidrati e l’altro ricco di proteine, e dopo aver sottoposto loro un test per valutare la qualità dell’umore e lo stato di vigilanza, ha potuto notare come quelli che avevano assunto carboidrati apparivano più tranquilli e rilassati due ore dopo il pasto.  Il dottor Young della McGill University ha evidenziato che in soggetti depressi c’è una carenza di acido folico: il deficit di folacina causa una riduzione dei livelli di serotonina; infatti provocando sperimentalmente uno stato carenziale di folati per cinque mesi in un gruppo di volontari sono apparsi sintomi caratteristici quali la sonnolenza, l’irritabilità, la riduzione della memoria, tutti scomparsi riportando l’acido folico a valori ottimali. Young è anche convinto che la quantità di folati necessari per ridurre i sintomi depressivi si aggiri tra 200 e 500 microgrammi al giorno, quantità normalmente raggiungibile con una sana ed equilibrata dieta.

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