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Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te. Ernesto Che Guevara
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Comunicare e Mediazione – 4°

category Psicologia Alfonso Falanga 5 Marzo 2012 | Stampa articolo |
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L’obiettivo di questo lavoro, giunto al quarto step, è individuare un tipo di comunicazione che favorisca, in situazioni più o meno conflittuali, una mediazione tra le persone coinvolte che vada al di là del puro compromesso, spesso solo anticamera di futuri contrasti.

Un passo decisivo in tal senso è stato riconoscere che solo la sospensione del giudizio, ossia focalizzarsi sull’aspetto specifico del conflitto piuttosto che sulle componenti caratteriali di chi vi partecipa, permette la realizzazione dell’obiettivo.

Nello stesso tempo abbiamo evidenziato uno tra i principali ostacoli a che ciò accada e cioè l’emergere di una emotività negativa connessa ad una visione socio – culturale della comunicazione come strumento per affermarsi sull’altro invece che per esprimere e confermare il proprio punto di vista. La relazione, cioè, in tale ottica è luogo di scontro piuttosto che di confronto semmai anche aspro ma sempre centrato su argomenti specifici e non su sistemi di riferimento cognitivi e valoriali.

Il prevalere di emotività disfunzionale trae origine inoltre dalla nostra tendenza, in momenti di contrasto relazionale, a ritenere il modo in cui reagiamo alla difficoltà la sola possibilità comportamentale di cui, in quel momento, possiamo disporre anche se essa si rivela inadeguata e controproducente. In sostanza percepiamo il versante negativo dell’emozione come comprendente ogni altra risorsa emotiva. La paura bloccante o la rabbia distruttiva o la tristezza vissuta come perdita definitiva, connesse ai pensieri altrettanto negativi che le accompagnano, definiscono e completano ciò che noi sentiamo di essere in quel momento. Tale distorta percezione inevitabilmente finisce per alimentare la stessa emotività disfunzionale da cui trae origine generando un logorante circolo vizioso il cui argine, così stando le cose, non può che essere un momentaneo compromesso.

In caso di conflittualità, dunque, ci sentiamo spesso come un monoblocco capace di esprimere una sola e standardizzata modalità comportamentale.

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Morire per poter esistere: il suicidio letto in un’ottica analitico-transazionale

category Psicologia Marina Belleggia 28 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Quando un genitore si sente minacciato dalla presenza del figlio piccolo può, in modo inconsapevole, inviare messaggi al bambino con contenuti omicidi.

Ad esempio, una madre che, dopo due gravidanze troppo ravvicinate, vuole attenzione per i propri bisogni, probabilmente si sentirà arrabbiata e frustrata per non poterli soddisfare e dover invece accudire un altro figlio. Sentendosi arrabbiata, potrebbe sopprimere questa rabbia, mossa da sensi di colpa, e in modo indiretto trasmettere al neonato il suo rifiuto.

Allo stesso modo un padre, accorgendosi di quante attenzioni la moglie dedica al figlio appena nato, rivive la propria esperienza infantile di gelosia per il fratellino e si sente spaventato come allora di perdere l’amore della madre. Come tornare ad essere oggetto di attenzioni? Facendo fuori il neonato, magari uccidendolo. Oggi può accadere che questo bambino, diventato padre, invii dei messaggi al proprio figlio del tipo: “Vorrei che non fossi mai nato!”.

Nessun genitore invia il messaggio non verbale di “non esistere” al figlio perché è un cattivo genitore, ma perché il proprio diritto di esistere è stato probabilmente negato nella propria infanzia e i propri bisogni non sono stati soddisfatti.

L’ingiunzione “non esistere” è piuttosto ricorrente nell’analisi del copione di vita delle persone. Tuttavia, non è vero che chiunque abbia ricevuto tale ingiunzione arriverà al suicidio, quanto è vero che chi commette suicidio ha sicuramente ricevuto questa ingiunzione. Fortunatamente, siamo abbastanza creativi per trovare dei modi di sopravvivere, nonostante ci abbiano detto di “non esistere”!

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Distacchi difficili

category Psicologia Laura Intiso 20 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Cattivi pensieri che risuonano su un eco di parole mai dette, di cose mai fatte, di accuse e rimproveri, di imperdonabili sbagli, di rimpianti e di rimorsi.

La rabbia che accompagna la fine di una relazione ci divora, ci sentiamo falliti, vediamo bruciare con ardore le nostre aspettative, i nostri progetti di vita. La delusione e il senso di colpa che spesso ci portiamo dentro alimenta un’incontrollabile rimugino che sembra non darci mai tregua. Ma ciò che si nasconde dietro la perdita del proprio “oggetto d’amore” è la paura della solitudine.

Le separazioni e i distacchi a volte sono violenti, altre volte pacifici, ma sono in ogni caso particolarmente difficili da accettare e da superare. Nonostante ciò, questi eventi sono inevitabili nella nostra vita e dobbiamo essere in grado di affrontarli.

La separazione è una delle prime esperienze della vita umana, poiché è legata al distacco del feto dal corpo della madre. L’angoscia di abbandono appare già nel bambino piccolissimo, quando si rende conto di non essere più un tutt’uno con la madre. I bimbi urlano e piangono quando si allontana la figura materna, perché temono che non torni più. Infatti, la pulsione a stringere e mantenere relazioni emotive è scritta nel nostro patrimonio genetico.

Questo sentimento primordiale ci accompagna per tutta la nostra esistenza e ci fa reagire in modo più o meno violento di fronte ad una perdita che può essere vissuta come un”lutto”, una minaccia per il proprio sé e per la propria esistenza.

Ma perché alcune persone hanno molta difficoltà a superare una separazione, una perdita, o un distacco, mentre altre riescono ad accettare e ad affrontare questi eventi con più facilità?

La risposta va ricercata nel tipo di attaccamento che questi individui hanno instaurato con la figura materna (o di riferimento) durante l’infanzia. L’attaccamento rappresenta l’insieme di comportamenti, pensieri, emozioni orientate alla ricerca della vicinanza, del conforto e della protezione da parte di una figura privilegiata e rappresenta una funzione cruciale nella costruzione dell’identità personale.

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Comunicare e Mediazione : tra tecnica ed atteggiamento mentale – 3

category Psicologia Alfonso Falanga 19 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Nel precedente articolo, a proposito della mediazione, abbiamo individuato nelle emozioni una delle variabili che maggiormente orientano la comunicazione e, dunque, la realizzazione di efficaci processi di mediazione fondati sulla sospensione del giudizio e che non si riducano a momentanei compromessi.

Il nodo della questione non è nell’emozionarsi o meno, dilemma  privo di senso in quanto non possiamo impedirci di provare sensazioni ed emozioni, ma nel fatto che, in alcuni casi, l’emotività si traduce in evento disfunzionale e bloccante. Vale a dire che impedisce, o inibisce fortemente, il procedere nella relazione  con le modalità previste e per raggiungere le mete desiderate.

Un passo essenziale da compiere, per favorire quel tipo di mediazione che abbiamo già indicato come una originale terza via, è perciò far sì che le emozioni da disfunzionali diventino funzionali ossia che non solo non blocchino la relazione ma che anzi la favoriscano.

Il passaggio dalla disfunzionalità alla funzionalità degli stati interiori non è certo frutto di una semplice tecnica né di alcuna forma di automatismo. Tale movimento è di fatto un progetto ossia un percorso, non sempre agevole, che richiede un preciso punto di partenza, una meta altrettanto ben definita ed una strategia procedurale che colleghi questi due estremi.

Il punto di partenza può essere individuato nella ridefinizione degli obiettivi vale a dire in ciò che di fatto si vuole ottenere dalla relazione e, pertanto, dalla mediazione. In sostanza si tratta di stabilire in modo specifico qual è l’aspetto materiale e/o immateriale del rapporto che è oggetto della trattativa. Il che vale qualunque che sia la natura del rapporto: tra venditore e cliente, ad esempio, cosa sta accadendo effettivamente quando il secondo insiste per avere un prezzo migliore ( dal suo punto di vista ) ed il primo resta invece fermo sulle sue posizioni? O tra colleghi che, all’interno di un gruppo di lavoro, discutono sulle regole secondo cui procedere nel loro progetto comune? Oppure tra coniugi o tra genitori e figli nel momento che si rimettono in gioco, per varie circostanze, gli assetti familiari?

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Il legame di coppia: Lo stile di attaccamento come predittore delle relazioni di coppia negli adulti.

category Psicologia Silvia Piantanida 15 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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I sentimenti che un bambino vive nella relazione con la madre indicano la qualità dell’attaccamento verso di lei; è possibile classificare anche gli adulti a partire dallo stile di attaccamento manifestato, ossia come sicuri, ansiosi/ambivalenti ed evitanti. A seconda del proprio stile, una persona vive le sue storie d’amore con modalità peculiari e specifiche.

L’attaccamento adulto deriva dall’integrazione di tre sistemi: l’attaccamento, il ricevere e il fornire cure, l’accoppiamento sessuale o amore di coppia.

Le relazioni d’amore di un adulto sicuro sono caratterizzate da fiducia, amicizia e emozioni positive, quelle di un adulto evitante da un amore contraddistinto dalla paura dell’intimità e dalla mancanza di fiducia nel partner, infine, in un adulto ansioso, l’amore è vissuto come preoccupazione, quasi come una lotta dolorosamente eccitante per fondersi con un’altra persona.

Gli innamorati sicuri hanno descritto la loro storia d’amore più importante come particolarmente felice, amichevole e basata sulla reciproca fiducia; enfatizzavano la loro capacità di accettare e sostenere il partner, malgrado i suoi difetti, le loro relazioni tendevano a essere più durature (10 anni rispetto ai 4 e 5 anni degli insicuri).

Gli adulti evitanti erano caratterizzati, oltre che dalla paura dell’intimità, da alti e bassi emotivi, e da gelosia, mentre negli ansiosi/ambivalenti si realizzava un’esperienza di amore inteso come ossessione, desiderio di reciprocità e di unione, alti e bassi emotivi, una fortissima attrazione sessuale e sentimenti di gelosia.

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Comunicare e Mediazione: tra tecnica ed atteggiamento mentale – 2

category Psicologia Alfonso Falanga 14 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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In un precedente articolo abbiamo auspicato, in situazioni conflittuali, un tipo di mediazione che favorisca l’elaborazione di una soluzione che non si riduca ad un semplice  compromesso vale a dire alla rinuncia, da parte degli interessati, ad una quota significativa delle rispettive istanze. La mediazione, come qui la intendiamo, è invece un’originale terza via che accoglie e comprende le esigenze degli interessati piuttosto che comprimerle.

In tal senso, perciò, mediare è una sorta di arte in quanto integra punti di vista opposti facendo sì, nel contempo, che essi non perdano la propria specificità.

La ricerca di un esito di tal genere non nasce da un generico buonismo bensì dalla necessità di ridurre quei pensieri e sentimenti negativi derivanti, generalmente, dal compromesso. Stati d’animo che, spesso, non fanno che spostare il contrasto più avanti nel tempo senza mai risolverlo.

Questa auspicabile terza via ha perciò bisogno, per essere realizzata, di accorgimenti di natura linguistica ma anche, e forse più, di uno specifico atteggiamento interiore da parte degli interessati la qual cosa, spesso, non può essere raggiunta autonomamente dato il diretto coinvolgimento emotivo nella relazione. E’ il caso, perciò, di ricorrere ad un mediatore esterno come può essere, in alcune circostanze, il Counselor.

In alcuni contesti socio – professionali, dove la conflittualità relazionale è un dato costante, la presenza di un mediatore terzo è prevista a volte anche istituzionalmente a prescindere, comunque, della qualità dell’esito.

In altri segmenti della vita economica e sociale, diffusi capillarmente nella quotidianità, la mediazione è affidata invece alle capacità dei singoli. Può essere il caso della relazione tra venditore e cliente, tra team leader e staff aziendale oppure tra coniugi o ancora tra genitore e figlio. In casi del genere si ricorre all’intervento esterno semmai in specifici momenti di formazione o di consulenza. Ma quando serve, di fatto, si è soli.

Cerchiamo di capire, perciò, quali sono gli strumenti cognitivi/emotivi/comportamentali di cui ognuno dovrebbe e potrebbe dotarsi per realizzare autonomamente l’originale terza via.

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