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Dimmi che pupille hai e ti dirò chi sei

category Psicologia Stefano Terenzi 8 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Gli occhi sono lo specchio dell’anima? A tal quesito sembra voler rispondere l’articolo pubblicato nel 2011, in Perspective on Psychological Science, il giornale dell’Associazione per la Scienza Psicologica(Association for Psychological Science). Attraverso la misurazione del diametro della pupilla, il foro situato al centro dell’iride che permette l’entrata della luce all’interno del bulbo oculare, gli autori ritengono di poter valutare l’interesse e l’attenzione che un individuo presta verso un particolare oggetto o persona. La pupillometria, così è chiamata la misurazione della pupilla, è stata utilizzata nella psicologia sociale, nella psicologia clinica dell’infanzia, dell’età adulta ed in quella animale. Gli autori inoltre ritengono che essa possa essere impiegata in molti altri campi.

La pupilla è ben conosciuta come la parte dell’organo oculare cangiante la propria grandezza, in relazione alla quantità di luce presente nell’ambiente; in una stanza buia, ad esempio, le nostre pupille saranno più dilatate, per permettere l’entrata di una maggior quantità di luce nella retina; viceversa in una condizione di luce normale le nostre pupille saranno meno dilatate per regolare la percentuale di luce sulle cellule retiniche. L’attività della pupilla è una “conditio sine qua non” di un’attività oculare sana e la sua modificazione sembra avere un ruolo importante anche a livello emotivo e nella risposta agli stimoli psicologici. Daniel Goleman( 1995), in Intelligenza Emotiva, evidenziava come l’attrazione verso qualcosa o qualcuno generi dei cambiamenti fisiologici, tra cui la dilatazione della pupilla che permette di avere una visuale migliore per raccogliere un maggior numero di informazioni, contribuendo cosi alla sua comprensione e facilitando una rapida formulazione del miglior piano di azione. Bruno Laeng, dell’Università di Oslo, insieme a Sylvain Sirois, dell’Università del Quebec a Trois- Rivières. e Gustaf Gredeback, dell’Università di Uppsala in Svezia, hanno notato che quando vediamo qualcosa che attrae la nostra attenzione la pupilla si dilata. Non è ancora chiaro perché ciò accada ma Laeng ritiene che una possibile spiegazione sia che la dilatazione della pupilla permette di allargare il campo della visuale, il che comporta il miglioramento dell’esplorazione visiva dell’ambiente. Indipendentemente da come funzioni, gli psicologici scientifici ritengono che il fenomeno possa portare a concludere che le pupille delle persone si dilatano quando si vedono cose che ci attraggono.

( Continua … )

Definizione delle mete e sostegno motivazionale nei momenti di crisi – 3

category Psicologia Alfonso Falanga 31 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“ … gli insuccessi non conducono necessariamente a correzioni ma, quasi all’opposto, consoliderebbero le proprie cause “
In  WATZLAWICK  P. , Guardarsi dentro rende ciechi, Teo pratica Ed. , pag. 284

Negli articoli precedenti abbiamo definito alcuni punti a nostro avviso essenziali per quanto riguarda il comportamento che a volte si assume nei momenti di crisi :
1)     Di fronte ad un problema tendiamo a risolvere reiterando, semmai con più insistenza, il medesimo atteggiamento che costituisce il problema oppure facciamo il contrario o rinunciamo;
2)     In tali circostanze sentiamo vacillare non solo l’obiettivo immediato e ben definito per cui abbiamo intrapreso l’azione ma l’intero complesso di mete dichiarate e private, condivise e non condivise,  che accompagnano lo scopo evidente del comportamento;
3)      Spesso tendiamo a ripristinare l’obiettivo dichiarato della relazione attraverso la riconferma di un obiettivo privato e non condiviso. Ciò, il più delle volte, genera nei rapporti confusione se non vera e propria conflittualità.
La conclusione che si trae da queste premesse è che una crisi non si supera restando nel sistema logico-cognitivo a cui essa appartiene. Il che non è affermazione originale, anzi è ormai quasi un luogo comune. Come mai, allora, abbandonare gli schemi logici passati e produrre comportamenti nuovi ed efficaci risulta spesso così difficile da far sembrare che la soluzione spaventi più del problema stesso? 1)
Se è chiaro che cosa bisogna fare, di cosa si ha bisogno, in termini emotivi/cognitivi/comportamentali, per fare il “ balzo “ ?
Si parla spesso di “ tornaconti psicologici “ ossia di quel guadagno psicologico – esistenziale – sociale, più o meno inconsapevole, che a volte si ottiene attraverso un comportamento improduttivo se non proprio boicottante e lesivo per sé stessi e, in alcuni casi, per gli altri.
( Continua … )

Essere assertivi, un traguardo veramente interessante…

category Psicologia Angela Bianco 27 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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Chi ha mai sentito parlare di comunicazione assertiva? Dal termine ci si può aspettare che sia un insieme di tecniche comunicative particolari che possono farci raggiungere un determinato scopo.
Invece la comunicazione assertiva è uno stile di vita. Sono coinvolti fattori essenziali come l’autostima, la gestione dell’ansia, la  capacità di gestire i conflitti, la libertà espressiva, la capacità di rispondere alle richieste ed alle critiche, la capacità di dare e ricevere apprezzamenti.
La comunicazione assertiva è la comunicazione equilibrata, non è né passiva né aggressiva; l’assertivo è capace di dire ciò che pensa senza temere l’altro o sopraffare l’altro. Ciò comporta un vero e proprio lavoro su di sé.
La persona aggressiva inferiorizza, fa sentire in colpa, manipola ed è imprevedibile: addirittura può elogiare un comportamento in un determinato momento per poi  denigrarlo. L’aggressivo tenta di controllare l’altro, di creare disagio ed insicurezza. Come rispondere alle aggressioni? Con l’assertività. Spesso si pensa che ad aggressione è meglio rispondere con la stessa moneta, invece il comportamento maggiormente plausibile è quello assertivo. A un’offesa, ad una manipolazione è bene chiedere chiarimenti e delucidazioni (perché affermi questo? Cosa ti fa pensare che io mi stia comportando nel modo sbagliato?), discuterne razionalmente e  infine affermare di cambiare ciò che effettivamente non va in noi o al contrario far notare che le osservazioni non sono giuste e dimostrarne la motivazione.
L’assertivo è in effetti  una persona razionale, in grado di dominare le proprie emozioni anche di fronte a situazioni che potrebbero far scattare le reazioni primordiali di attacco o fuga.
Per questo è necessario un lavoro su di sé, per nulla semplice, che coinvolge l’intera personalità. La persona assertiva è in grado di gestire l’ansia; l’aggressivo si libera dal disagio dell’ansia con azioni che non rispettano l’altro, il passivo invece si fa sommergere dall’ansia che lo limita e lo blocca in qualsiasi azione.
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Assertività e diritti assertivi: “Io sono il solo giudice di me stesso”

category Psicologia Anna Chiara Venturini 26 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“Vieni oggi in centro con me?” vi chiede un’amica, “Guarda veramente avrei da fare…” risponde la seconda.. e inizia il broncio.. “Ma come, tu sei mia amica…non puoi lasciarmi sola… dai, quello che devi fare lo puoi fare anche dopo… vieni con me… “ E vi ritrovate a fare l’esatto contrario di quello che volevate, mentre il vostro pensiero va al bel pomeriggio di relax che vi eravate programmate da tempo e a cui avete dovuto rinunciare per far contenta un’amica.
“Amore mi piacerebbe molto andare in moto con gli amici sabato pomeriggio, vieni?” Chiedete alla vostra compagna “Guarda, a me non piace affatto, lo sai che ho paura e sai anche che non mi va che vai con gli amici in giro come uno smidollato… non hai più vent’anni!”
E il risultato è che passate tutto il sabato pomeriggio a fare compere mentre pensate a quanto sarebbe stato bello poter uscire un po’ con gli amici e fare quella gita in moto che tanto desideravate.
“Non urlare o cosa penseranno i vicini di noi!!” Tipica frase che si sente durante un litigio casalingo.

Quante volte avreste voluto dire di no e invece vi siete ritrovate a fare l’esatto contrario, o peggio ancora siete passati sopra a quelli che erano i vostri bisogni per assecondare i desideri dell’altro. E ancora, ripensate a quella volta che avreste voluto dire la vostra opinione ma avete preferito tacere per evitare il giudizio altrui, oppure quando vi siete sentiti giudicati e feriti nel profondo per aver semplicemente detto quello che pensavate.
Bhe, miei cari.. se queste situazioni vi sono capitate o le avete viste accadere sotto i vostri occhi, è proprio il caso che iniziamo a leggere il capitolo più importante contenuto nel manuale di sopravvivenza nelle relazioni, il capitolo che s’intitola assertività.
L’Assertività è la decisa volontà a far valere i propri diritti, di esprimere le proprie opinioni, sentimenti, desideri, bisogni, in modo chiaro, onesto, diretto, appropriato e rispettoso dei diritti ma non dei voleri altrui.
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Definizione degli obiettivi e sostegno motivazionale in momenti di crisi – 2

category Psicologia Alfonso Falanga 25 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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In un precedente articolo abbiamo affermato che, a volte, provare a risolvere un problema non solo lo alimenta ma diventa un ulteriore dilemma.
Questo accade quando la soluzione viene elaborata a partire dallo stesso sistema logico che lo ha generato. In tali casi si insiste ossia si ripete l’identico comportamento insoddisfacente ed anzi lo si accentua ( “ devo essere più deciso ! “, dice a sé stesso, ad esempio, chi attribuisce il proprio insuccesso ad un deficit di convinzione ed assertività ). Oppure si fa l’esatto contrario ( “ devo essere meno impulsivo “, si dice chi, invece, ritiene che il proprio fallimento derivi da un eccesso di assertività ). O si rinuncia ( “ non fa per me “ : questa è la convinzione di chi ritiene di non possedere le risorse intellettive e comportamentali necessarie per risolvere ).
Come già sostenuto nell’articolo citato, in tali circostanze risolvere con efficacia comporta principalmente una rivisitazione degli obiettivi più che un agire diretto sulla sfera comportamentale o sulle motivazioni.
Per procedere nel nostro discorso riteniamo necessario fare alcune specificazioni e cioè:
che cosa intendiamo, precisamente, con obiettivi ?
che per risolvere un problema sia essenziale uscire fuori dal livello logico che lo ha generato ( vale a dire porsi su un altro piano di osservazione rispetto all’identico tema ) è parte ormai dell’ottica comune. Come mai, allora, la traduzione in pratica di tale asserzione è rara? Di cosa ha bisogno un individuo, nella quotidianità, per realizzare tale spostamento cognitivo?
In questo secondo intervento cercheremo di dare una risposta al primo quesito.

L’obiettivo verso cui una persona ( o un collettivo ) tende è solo apparentemente qualcosa di unico e ben definito.
Che cosa vuole ottenere, ad esempio, un genitore quando esorta il figlio a rientrare in tempo per cena?
Qual è il proposito del Team leader aziendale, durante la riunione settimanale, quando indica alla squadra gli obiettivi del mese?
Qual è la meta del docente nel momento che, in aula, risponde alle domande degli allievi?
Cosa si propone l’Impresa che, pur con l’ingresso di un forte competitore nello stesso segmento di mercato, non abbassa i prezzi dei suoi prodotti?
In questi casi, ed in altri che ad essi possono connettersi, le risposte sono alquanto ovvie:
( Continua … )

Definizione degli obiettivi e sostegno motivazionale in momenti di crisi – 1

category Psicologia Alfonso Falanga 18 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“ Chi lamenta dei problemi cronici in realtà sta solo cercando di liberarsene da lungo tempo e nel modo sbagliato “ 1 ).

Quest’affermazione di Watzlawick ci porta a riflettere sul fatto che, a volte,  volendo risolvere un insuccesso, non facciamo che o reiterare con più insistenza il comportamento infruttuoso, destinandoci così ad un fallimento ancora più cocente, oppure facciamo l’esatto contrario realizzando allora quei comportamenti definiti in Analisi Transazionale “ controcopionali “.
O, ancora, rinunciamo, convinti che non ci sia soluzione al problema o che la soluzione ci sarà pure ma non è accessibile ( ci percepiamo cioè privi delle risorse intellettive e comportamentali necessarie allo scopo ). Nella realtà, in linea di massima, le tre reazioni non sono distinte l’una dall’altra bensì si producono in una sequenza che si autoalimenta: dall’insistenza si passa a fare il contrario per poi approdare alla rinuncia. Recuperate un po’ di energie psico-fisiche, si riparte : insistenza – contrario -  rinuncia … fino a che le energie si assottigliano ed il recupero diventa sempre più lento quanto infruttuoso.
Insomma, in tali circostanze, la ricerca della soluzione non solo alimenta il problema ma diventa essa stessa un ulteriore nodo conflittuale. La tendenza ad adottare questa modalità di  risposta appartiene ai singoli individui così come ai collettivi: famiglia, ad esempio, gruppi di studio o di lavoro, coppie, associazioni, aziende. Territori micro e macro-sociali. 2)
Tal genere di reazioni, che ripropongono con forme e modalità differenti il medesimo schema cognitivo di base  alla cui logica appartiene la genesi stessa del problema, si accompagna inevitabilmente ad un deficit motivazionale. In queste circostanze, perciò, la risposta al problema non può essere elaborata partendo esclusivamente dalla sfera comportamentale ( altrimenti si rischia di produrre il circolo insistenza – opposizione – rinuncia ) né dalla stessa dimensione delle motivazioni ( tipica è l’esortazione, paradossale quanto priva di consistenza,  rivolta a chi è demotivato “ Ci devi credere di più ! “ ).
Venire fuori dal circuito vizioso a cui abbiamo accennato ed elaborare così una soluzione effettivamente efficace richiede, più che altro, una rivisitazione delle mete. L’analisi degli obiettivi , in tali circostanze, è allora il punto di partenza.

( Continua … )