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Archivi per ‘Disturbi e patologie’

Psicodiagnosi e disturbi di personalità – psicopatia, sociopatia, narcisismo in criminologia

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 13 Settembre 2014 | Stampa articolo |
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I crimini, quali tentativi d’omicidio e gravi lesioni fisiche, provocati da generica vendetta o da un’aggressività ipocontrollata, a causa d’una bassa soglia alla reazione violenta difronte a minima provocazione, sarebbero associati al disturbo paranoide di personalità, mentre a quello schizoide andrebbero ricollegati i misfatti compiuti  alla ricerca di eccitazione, come il sequestro di persona per esempio.

L’iperirritabilità della personalità antisociale, consistente in un intenso stato di rabbia, non provocata dalla vittima e precedente il delitto, starebbe alla base di reati di gruppo o commessi per mero profitto economico, come rapine e furti; questi ultimi appannaggio pure delle personalità istrioniche che poi mettono in atto anche comportamenti miranti a evitarne le conseguenze.

Il disturbo ossessivo-compulsivo s’accosta essenzialmente alle esperienze di perdita, oltre che ad aggressività e iperirritabilità, mentre le personalità schizotipiche, le evitanti e dipendenti generalmente non verrebbero implicate nelle condotte criminali.

La maggior parte dei soggetti, comunque, manifesta più categorie diagnostiche concomitanti, il che rileva ancora una volta l’esclusività individuale d’una determinata personalità.

Unitamente a iperirritabilità, vendetta, spostamento dell’aggressività, ricerca d’eccitazione, la disforia con bisogno di trovare sollievo dalla tensione e le pulsioni compulsive ad agire costituiscono le variabili motivazionali del borderline, che risulta il disturbo di personalità più comune all’interno d’un campione che affianchi alla psicopatologia specifiche imputazioni. Seguono a ruota il disturbo antisociale e il paranoide, preceduto di poco dal narcisistico, i cui delitti sono eseguiti per compensare un senso d’inadeguatezza e indegnità, con atti di controllo, dominio ed esercizio di potere sulla vittima.

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Cosa Intendiamo per attacco di panico?

category Disturbi e patologie Daniela Ruggiero 16 Agosto 2014 | Stampa articolo |
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L’attacco di panico è comunemente definito come una manifestazione d’ansia molto intensa, breve e transitoria, che avviene in un periodo ben delimitato e preciso.

Sono generalmente episodi imprevedibili e l’ansia è talmente intensa da lasciare l’individuo, una volta terminato l’attacco, in una condizione di profondo sfinimento e assenza di energie.

I sintomi che caratterizzano l’attacco di panico sono:

Dispnea, palpitazioni, nausea ,dolori al petto, sensazioni di soffocamento e asfissia, sudorazione e tremori.

Intensa apprensione, terrore e sensazione di disastro incombente.

Depersonalizzazione e derealizzazione.

L’attacco sopraggiunge improvviso e  raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi; il soggetto avverte un forte senso di terrore accompagnato dalla paura di morire e/o impazzire. La sintomatologia che si manifesta nel corso dell’attacco regredisce spontaneamente in breve tempo .

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Tra i due litiganti il terzo non gode: il trauma della separazione nella sindrome di alienazione genitoriale

category Disturbi e patologie Teresa Tarantino 9 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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“Ci sono prigioni con barriere, ma ce ne sono di più raffinate da cui è difficile fuggire, perché non si ha la consapevolezza di essere prigionieri”.

Henri Laborit

Comportamenti aggressivi, problemi scolastici, paure, depressione, paranoie, disturbi fisici (mal di testa, problemi gastrointestinali, ect.). Questi alcuni dei disturbi che i figli contesi possono manifestare nelle situazioni di separazione coniugale.

Lo studioso Gardner (1992) ha individuato otto sintomi osservabili nel comportamento del bambino, per poter parlare di sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.):

1) campagna di denigrazione, nella quale il bambino riproduce i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato.

2) razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali.

3) mancanza di ambivalenza, per la quale il genitore rifiutato è descritto dal bambino come completamente negativo laddove l’altro è visto come completamente positivo.

4) fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa ragionare senza influenze e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione.

5) appoggio automatico al genitore «alienante, ovvero una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante.

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La depressione in adolescenza

category Disturbi e patologie Valentina Glorioso 8 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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L’adolescenza è una fase importantissima ed altrettanto delicata nel ciclo di vita di ogni persona, in quanto periodo di forte crisi che mette alla prova sia l’adolescente che i suoi genitori.

E’, infatti, questo il momento in cui bisogna esser capaci di adattarsi alle nuove esigenze emergenti: l’intero processo di crescita ed il suo esito dipenderanno sia dalle possibilità dell’adolescente di fronteggiare gli eventi critici mantenendo una buona autostima, sia dalle competenze genitoriali nel lasciare al figlio un giusto spazio di “libero movimento” che gli permetta di collaudarsi come persona diversa da mamma e papà, pur continuando a percepire in essi dei punti di riferimento stabili nella sua vita.

Alcuni genitori a volte affermano “quest’anno è esplosa una bomba!”, “non lo riconosciamo più”, scambiando per patologici atteggiamenti e spinte comportamentali che, al contrario, sono fisiologici nel periodo adolescenziale: è proprio in questa fase di passaggio che, infatti, il carattere del ragazzo può andare incontro a sconvolgimenti e rotture di equilibri precedenti; colui che fino a poco tempo prima era bambino vuole dimostrare di non essere più il “piccolo di casa”. Il desiderio che muove la maggior parte dei comportamenti adolescenziali è il dimostrare la propria identità e di reclamare a gran voce l’indipendenza dagli adulti. “La direzione che queste espressioni possono assumere dipenderanno dal senso che il bambino attribuisce al fatto di essere cresciuto” (Ansbacher & Ansbacher ne “La Psicologia Individuale di Alfred Adler”).

Durante tale processo di separazione ed individuazione adolescenziale, vanno affrontati i cosiddetti compiti evolutivi: quelli legati all’amore, allo studio/lavoro, ed i compiti sociali (amicizia). Il modo in cui verranno assunti risentirà molto del tipo di bambino che si è stati in precedenza. Si osserva sovente come coloro che sono stati, ad esempio, bambini timorosi, siano giovani-adulti che guardano al futuro con paura e pessimismo e che cercano di affrontare la vita con il minimo sforzo. Essi, inoltre, dinanzi a critiche e osservazioni altrui, rispondono allontanandosi dalla vita e senza, di fatto, far fronte ad i problemi che gli si pongono dinanzi.

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Depressione e Regressione

category Disturbi e patologie Massimo Tagliabue 4 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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Un uomo di mezz’età mi chiese la consultazione perchè sosteneva che non riusciva a capire cosa gli fosse successo. Di buona cultura e buon livello socio-economico, celibe, aveva interrotto da un anno una relazione con una donna divorziata della stessa età. Mi parlava di lei come di un amore grande, profondo, adrenalinico, che “lo faceva camminare sulle nubi”. La sua storia era finita in quanto ella anteponeva sempre i figli alla possibilità di trascorrere il tempo libero con lui, e la situazione era diventata insopportabile, sino ad esplodere in vere e proprie crisi di gelosia, nonchè di autosvalutazione. Egli aveva più volte cercato un compromesso con lei, ma tutto era risultato inutile. Appena l’aveva lasciata, avvertì  un enorme dolore che, dopo circa una decina di giorni, scomparve per lasciare spazio ad un vuoto interiore che egli definiva immenso, incolmabile e “placido”, come una sorta di mare tranquillo. Egli, come mi spiegò, non era più assolutamente in grado di provare emozioni, nè positive, nè negative; non provava gioia, tristezza, rabbia, allegria: solo un indicibile vuoto. “Così non vivo; non sento più nulla. Preferirei morire.” Era stato in grado di reagire a quella situazione frequentando una escort, che individuò come adatta per lui solo dopo vari tentativi. Mi disse che l’aveva scelta perchè la trovava accondiscendente, discretamente dolce, diretta nel dialogo e simpatica. Durante i loro incontri, lui chiedeva di stringergli la mano, di sdraiarsi sul letto assieme e di concedergli baci veri che desiderava fossero appassionati e caldi. Poi, dopo baci, carezze e qualche momento di dialogo tranquillo, egli si sdraiava nudo nel vano doccia del bagno e si faceva orinare sul viso, sul petto e sul collo dalla ragazza, mentre si masturbava guardandola negli occhi e fissando lo zampillo della sua urina. Dopo essersi fatti la doccia assieme, si sdraiavano nuovamente sul letto, e mentre lei lo accarezzava con le mani su tutto il corpo, lui si masturbava sino a giungere all’orgasmo, dopodichè pretendeva, come coronamento di quell’istante di supremo piacere, un bacio caldo e appassionato.

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La percezione del corpo brutto: la dimensione dismorfica

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 5 Maggio 2014 | Stampa articolo |
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Il termine dismorfia deriva dalla parola greca “dis- morfè”che letteralmente significa “cattiva forma” e quindi “bruttezza”; esso fa riferimento alla sensazione soggettiva di essere particolarmente brutti, impresentabili, ripugnanti, deformi, di avere un difetto fisico in una parte del corpo che rende oggetto di attenzione da parte degli altri nonostante che, ad un riscontro reale, il difetto risulti assente e la forma del corpo nella norma. Va detto che talvolta un difetto fisico può anche esistere, ma la preoccupazione della persona  appare decisamente amplificata.

La dismorfia, può presentarsi come sintomo transitorio nel periodo adolescenziale, dove la trasformazione fisica dovuta alla pubertà può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con angoscia più o meno marcata anche per  una non accettazione della pubertà da parte della famiglia, o far parte di un quadro psicopatologico dove il rifiuto del proprio aspetto, del proprio corpo o parti di esso, può assumere caratteristiche fobiche che disturbano profondamente l’espressione della personalità. In questo caso si parla di dismorfofobia che può assumere la forma ora di un’idea prevalente, ora di un’idea ossessiva, ora di un vero e proprio delirio di trasformazione corporea nei casi più gravi.

Nella dismorfofobia c’è una vera è propria alterazione dell’esperienza corporea. Il corpo si carica di un significato di non adeguatezza che, ad un’attenta indagine rivela una profonda inadeguatezza interna esistenziale. Il corpo diviene teatro di disagi interni. In alcuni soggetti questa forma fobica può causare stress emozionale e incapacità di tessere adeguate relazioni sociali e sessuali, con conseguente isolamento e rischio di dare il via a una sequenza di altre patologie. In certi casi, la persona può uscire di casa solo di notte, quando non può essere vista, o rimanere chiusa in casa per anni. I soggetti con tale disturbo possono abbandonare la scuola, evitare i colloqui di lavoro, lavorare al di sotto delle loro possibilità, oppure non lavorare per nulla, avere difficoltà coniugali, o divorziare a causa dei loro sintomi.

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