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Un uomo percorre tutte le strade del mondo per trovare ciò che gli serve, ma deve tornare a casa per scoprirlo. George Edward Moore
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Come gestire lo stress derivante dalla diagnosi di infertilità. Contributi dalla ricerca

category Disturbi e patologie Mara Pavanel 1 Settembre 2013 | Stampa articolo |
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La letteratura da tempo ha documentato come la scoperta della infertilità rappresenti per le coppie ed i singoli un momento ad elevato impatto psicologico, tanto da essere oggi considerata un fattore di stress specifico. Questo è vero in particolare per le donne, che presentano i più alti livelli di sofferenza in questa situazione, probabilmente per la maggiore pressione sociale che subiscono rispetto al diventare genitore. L’ infertilità rappresenta una condizione “innaturale” e inaspettata, che coglie alla sprovvista, e altera un equilibrio che si dava per scontato. Inoltre, essa ha una serie di ricadute che interessano non solo la persona, ma anche la coppia e la loro vita sociale e familiare, per non parlare dell’impatto economico che richiedono i trattamenti conseguenti a  questa diagnosi. È ragionevole dunque aspettarsi che di fronte ad una condizione stressante come quella descritta, la persona attivi le proprie risorse e capacità per farvi fronte.

Le strategie di fronteggiamento dello stress, in inglese coping, usate dai membri di una coppia sono spesso diverse e sono influenzate dal genere di appartenenza, maschile o femminile. Le donne, inoltre, tendono ad usarle più spesso e ad usarne di tipi diversi rispetto ai loro partner, forse perché, come si diceva sopra, manifestano tassi di sofferenza più elevati.

Nello specifico,  le strategie basate sull’evitamento, molto frequenti sia negli uomini che nelle donne, sono caratterizzate, per esempio, dall’evitare di frequentare donne incinte, non  parlare dei propri sentimenti o buttarsi nel lavoro per non pensare. Queste strategie sono associate a più alti livelli di stress sia negli uomini che nelle donne. Anche assumersi la responsabilità per la condizione di infertilità, cioè colpevolizzarsi,  è una strategia che si dimostra poco adattiva, aumentando i livelli di sofferenza nei partner. Queste stili di coping, inoltre, influenzano negativamente anche il livello di soddisfazione coniugale.

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Come superare la paura di volare

category Disturbi e patologie Simona Esposito 29 Maggio 2013 | Stampa articolo |
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L’Estate è alle porte e, per tutti coloro che non si riducono ai last-second, questo è il momento di prenotare il viaggio per le meritate vacanze. Esiste una vasta gamma di scelte: mete esotiche, capitali europee  e luoghi di culto, molte dei quali sono raggiungibili solo via aerea.  Ciò corrisponde ad un grosso limite per chi soffre di aerofobia o aviofobia, la comunissima paura di volare.

E’ comune in quanto affligge il 20 % della popolazione che vive con estrema angoscia l’arrivo delle vacanze, al punto di rinunciarle pur di non dover affrontare la situazione ansiogena.

L’aerofobia si manifesta con uno stato d’ansia presente da diversi giorni prima della partenza che poi aumenta nel momento del decollo, si presenta: tachicardia, vertigini, nausea, sudorazione ecc.

A questi sintomi somatici si associano quelli psicologici caratterizzati da: fantasie catastrofiche, sensazione di disastro incombente fino a sentirsi morire.

Questa fobia secondo molti studi, tra cui quello condotto dall’American Psychiatric Association, origina da esperienze  negative di viaggio, come l’aver incontrato in viaggio vuoti d’aria particolarmente rilevanti o aver affrontato atterraggi di emergenza. Quel che si nota in questi soggetti è l’incapacità di abbandonarsi, di affidarsi e di lasciarsi andare; hanno difficoltà a farsi guidare da altre persone e si sentono in trappola poiché non possono influire sul corso degli eventi ma solo subirli. Si tratta di individui che hanno la necessità di controllare tutto e tutti  in quanto sono abituati a contare sempre su se stessi, per tale ragione hanno difficoltà a fidarsi e ad affidarsi agli altri. Volare dunque corrisponde al doversi affidare al personale di volo e a un mezzo che non possono controllare, di cui non si ha fiducia.

Chi ha paura di volare asserisce che il proprio disagio risiede nella paura di trovare lungo il volo: turbolenze, guasti, fino a temere la caduta del aeromobile; quindi anche semplici inconvenienti come un ritardo del decollo, il maltempo ecc. possono scatenare una crisi d’ansia nel passeggero.

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I numeri di storie d’amore e d’odio: Lo Stalking

category Disturbi e patologie Sabrina Costantini 17 Maggio 2013 | Stampa articolo |
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Dott.sa Sabrina Costantini*, Dott.sa Ilaria Giammaria**


Negli ultimi tempi si sente sempre più parlare di Stalking, su giornali, TV, aule di tribunali, articoli, statistiche, numeri.

Ma perché?

E’ un nuovo fenomeno?

Direi proprio di no.

Ciò che sta capitando è una maggiore sensibilizzazione e differenziazione di un fenomeno, presente anche prima, forse in modo un po’ più anonimo e confuso con altre forme di violenza.

Già il fatto di averlo battezzato con un termine anglosassone “Stalking”, gli fornisce una valenza accentratrice, un attenzione prima impensabile.

Ma sicuramente una bella spinta ce l’ha fornita la legislatura.

Lo stalking, fino a poco tempo fa era considerato irrilevante dalla legge e anche dalla coscienza sociale, è oggi riconosciuto e legalmente punito, in quanto danno colpevolmente prodotto (Fabbroni, Giusti 2009).

Attualmente, infatti, lo stalking è disciplinato dalla legge n. 38/2009, entrata in vigore con il D.L n.11 del 23/3/09 (peraltro in ritardo rispetto agli altri ordinamenti europei,) che ha introdotto una nuova fattispecie di reato, quello di atti persecutori, ex art. 612 bis c.p.(atti persecutori), finalizzata a far venire meno la pericolosa condotta “persecutoria”, nei confronti della vittima da parte del cosiddetto stalker.

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Senza limiti – disturbi del controllo degli impulsi – “nuove” dipendenze, comportamentali o tecnologiche: ipersessualità, Problematic Internet Use, ludopatia…

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 6 Maggio 2013 | Stampa articolo |
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Il concetto di “dipendenza” si è sempre riferito classicamente all’assunzione di farmaci (Walker, 1989), con la conseguenza che la maggior parte delle definizioni ufficiali della dipendenza provengono dall’esperienza relativa all’ingestione di quelle droghe che normalmente la inducono. Più recentemente, tuttavia, si è accettato che possano esserci, non tanto sostanze chimiche, quanto “comportamenti” altrettanto potenzialmente riconducibili a una sudditanza, come l’eccesso nell’ingestione di cibo (Orford, 1983), un esagerato compiacimento nel gioco d’azzardo (Griffiths, 1995), o in frenetiche attività di tipo sessuale (Cames, 1983). Si tratta quindi di eccedenze, esuberanze, o, in ogni caso, per meglio dire, di sproporzione, dismisura, come il titolo del libro di Bernardo Dell’Osso, “Senza limiti” (Il Pensiero Scientifico, Roma 2013) opportunamente enfatizza.

A seconda dei punti di vista (sociale, giuridico, psicologico o prettamente medico), un comportamento costrittivo nei confronti di un oggetto può facilmente venire ricondotto alla triangolazione sostanza-personalità-circostanza, con immediata e diretta ripercussione sulla liceità dell’eventuale assunzione, modalità ed effetti della stessa, o psicopatologia dell’individuo. Per esempio, bulimia, ludopatia, ipersessualità, o tossicomania potrebbero risultare da un’esaltazione del tono dell’umore.

Comunque, di per sé, il termine “dipendenza” pone fortemente in evidenza il “legame” che viene a stabilirsi e quindi tutte le problematiche relazionali ivi sottese, anche se poi, solitamente, nell’identificare una “nuova” forma di schiavitù, o “intossicazione” psichica, si ricorre inevitabilmente al confronto con i criteri clinici tradizionalmente impiegati per l’assuefazione da sostanze.

Mark Griffiths, nell’affrontare il tema delle cosiddette “dipendenze comportamentali” (da gioco d’azzardo, videogiochi, internet, esercizio fisico, ecc.), avrebbe individuato sei basilari componenti dell’addict, dalla salienza alla tolleranza, dalla modificazione dell’umore al ritiro sociale, dalla conflittualità alla prevedibile ricaduta.

Se perciò l’attività di impiego in un determinato ambito arriva a dominare, per intero, pensieri, sentimenti e comportamento di un certo individuo, fagocitandone la maggior parte dell’esistenza, con il risultato pratico di trascurare studio, lavoro, tempo libero, relazioni, amicizie, educazione dei figli ecc., potremo considerare soddisfatto il primo e più importante criterio della salienza. Come diretta conseguenza di ciò, dovremmo riscontrare una qualche eccitazione nel corso dell’utilizzo e, di contro, un’esperienza altrettanto soggettiva di melanconia, in caso di forzata rinuncia, o nella distrazione da quello (astinenza). Col passare del tempo, s’impone la necessità di incrementare le ore da dedicare a tale preferenza, al fine di ottenere gratificazioni e modificazioni dello stato d’animo perseguito ed esperito in precedenza (tolleranza). La compromissione relazionale deve rivelarsi conflittuale con altri impegni, familiari, di studio, lavorativi, o di vita sociale. Infine, va rilevata la possibile tendenza a ritornare ad analoghi modelli di utilizzo e di legame allo stesso mezzo, o eventualmente ad altri, nelle medesime modalità, ma sempre con immutate caratteristiche di deficit di controllo e ripristino delle condizioni sopraelencate di astinenza, tolleranza, ecc.

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Paura di guidare: Amaxofobia

category Disturbi e patologie Simona Esposito 27 Aprile 2013 | Stampa articolo |
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Oggi l’auto è simbolo di indipendenza, in quanto consente gli spostamenti con comodità ed autonomia. Guidare, però, per quanto si tratti di un’attività presente nella vita quotidiana, rappresenta, per alcune persone, fonte di ansia, agitazione e paura. La fobia di guidare prende il nome di Amaxofobia, il termine indica l’avversione per uno specifico oggetto “amax” che significa carro (automobile).

Secondo il DSM-IV-R l’amaxofobia rientra nella categoria delle Fobie Specifiche; si tratta di una marcata e persistente paura dovuta all’esposizione allo stimolo fobico. Tale paura è eccessiva e irragionevole, essa è provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifica. Nel momento in cui la persona si trova a contatto con lo stimolo fobico entra subito in un forte ed incontrollabile stato di ansia fino a sfociare in un attacco di panico. L’amaxofobia, è una forma di fobia specifica stimolo correlata di tipo situazionale che determina stati ansiosi e di panico per la paura marcata e persistente di guidare un autoveicolo. Per i soggetti, affetti da tale disturbo, mettersi alla guida provoca invariabilmente un’immediata risposta ansiosa, per cui tendono ad avvertire un gran disagio quando devono guidare, quindi tendono ad effettuare spostamenti molto ridotti, a richiedere la presenza di una persona accanto durante le uscite in macchina o, in molti casi, a decidere di non mettersi più al volante. L’attacco di panico emerge soprattutto in circostanze in cui risulta complicato dover fermare l’automobile, ad esempio in galleria o in autostrada. L’ansia si manifesta anche nelle ore precedenti e persino di fronte alla sola idea di dover guidare (ansia anticipatoria). Il timore è quello di perdere il controllo del veicolo e provocare incidenti con altre vetture, oppure investire i pedoni. All’ansia si riscontrano anche: sbalzi d’umore, rabbia, nervosismo, panico, tachicardia, spossatezza, sudorazione diffusa, tremori e difficoltà respiratorie. Questi sintomi causano un limite per la persona con amaxofobia che inizialmente tende a evitare qualsiasi situazione che possa stimolare la reazione ansiogena finché diviene costretta a cambiare le proprie abitudini, poiché condizionata dalla paura. L’evitamento non rappresenta una soluzione ma un meccanismo dettato dal bisogno di evitare la reazione ansiosa.

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Diogene e diagnosi

category Disturbi e patologie Massimo Lanzaro 24 Aprile 2013 | Stampa articolo |
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Nel 1975 (addirittura sull’autoritario Lancet) e poi in consistenti pubblicazioni successive, ad alcuni psicologi e psichiatri venne in mente di coniare la diagnosi “Sindrome di Diogene”, un disordine comportamentale che sarebbe:
“caratterizzato da un’estrema disattenzione alle necessità basilari, come l’igiene personale e le cure mediche. La sindrome è conosciuta anche con altri nomi, ad esempio come sindrome dello squallore senile. Colpisce per lo più anziani che vivono soli. I sintomi includono principalmente l’abbandono delle norme igieniche personali. La sindrome è accompagnata spesso da malattie fisiche. Si manifesta in associazione a syllogomania, l’accumulo patologico di oggetti, anche immondizia, che il malato considera che possano essere ancora utili. Lesioni al lobo frontale possono giocare un ruolo nel sorgere della sindrome”.

Orbene, personalmente ho incontrato una paziente che aveva la singolare abitudine di accumulare multe che sottraeva dalle automobili, nella bizzarra e purtroppo infondata convinzione che in questo modo avrebbe evitato alle persone di doverle pagare. In effetti il suo stato in termini di igiene personale era deteriorato col passar del tempo, e non accettava di buon grado di incontrare alcun medico. A parte il caso specifico, so bene quanto alcune forme di demenza o psicosi senili (o altre sindromi organiche) interferiscano con l’autonomia e la dignità della persona e possano essere motivo di sofferenza non soltanto ai pazienti ma anche ai famigliari.

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