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Archivi per ‘Disturbi e patologie’

La depressione in adolescenza

category Disturbi e patologie Valentina Glorioso 8 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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L’adolescenza è una fase importantissima ed altrettanto delicata nel ciclo di vita di ogni persona, in quanto periodo di forte crisi che mette alla prova sia l’adolescente che i suoi genitori.

E’, infatti, questo il momento in cui bisogna esser capaci di adattarsi alle nuove esigenze emergenti: l’intero processo di crescita ed il suo esito dipenderanno sia dalle possibilità dell’adolescente di fronteggiare gli eventi critici mantenendo una buona autostima, sia dalle competenze genitoriali nel lasciare al figlio un giusto spazio di “libero movimento” che gli permetta di collaudarsi come persona diversa da mamma e papà, pur continuando a percepire in essi dei punti di riferimento stabili nella sua vita.

Alcuni genitori a volte affermano “quest’anno è esplosa una bomba!”, “non lo riconosciamo più”, scambiando per patologici atteggiamenti e spinte comportamentali che, al contrario, sono fisiologici nel periodo adolescenziale: è proprio in questa fase di passaggio che, infatti, il carattere del ragazzo può andare incontro a sconvolgimenti e rotture di equilibri precedenti; colui che fino a poco tempo prima era bambino vuole dimostrare di non essere più il “piccolo di casa”. Il desiderio che muove la maggior parte dei comportamenti adolescenziali è il dimostrare la propria identità e di reclamare a gran voce l’indipendenza dagli adulti. “La direzione che queste espressioni possono assumere dipenderanno dal senso che il bambino attribuisce al fatto di essere cresciuto” (Ansbacher & Ansbacher ne “La Psicologia Individuale di Alfred Adler”).

Durante tale processo di separazione ed individuazione adolescenziale, vanno affrontati i cosiddetti compiti evolutivi: quelli legati all’amore, allo studio/lavoro, ed i compiti sociali (amicizia). Il modo in cui verranno assunti risentirà molto del tipo di bambino che si è stati in precedenza. Si osserva sovente come coloro che sono stati, ad esempio, bambini timorosi, siano giovani-adulti che guardano al futuro con paura e pessimismo e che cercano di affrontare la vita con il minimo sforzo. Essi, inoltre, dinanzi a critiche e osservazioni altrui, rispondono allontanandosi dalla vita e senza, di fatto, far fronte ad i problemi che gli si pongono dinanzi.

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Depressione e Regressione

category Disturbi e patologie Massimo Tagliabue 4 Luglio 2014 | Stampa articolo |
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Un uomo di mezz’età mi chiese la consultazione perchè sosteneva che non riusciva a capire cosa gli fosse successo. Di buona cultura e buon livello socio-economico, celibe, aveva interrotto da un anno una relazione con una donna divorziata della stessa età. Mi parlava di lei come di un amore grande, profondo, adrenalinico, che “lo faceva camminare sulle nubi”. La sua storia era finita in quanto ella anteponeva sempre i figli alla possibilità di trascorrere il tempo libero con lui, e la situazione era diventata insopportabile, sino ad esplodere in vere e proprie crisi di gelosia, nonchè di autosvalutazione. Egli aveva più volte cercato un compromesso con lei, ma tutto era risultato inutile. Appena l’aveva lasciata, avvertì  un enorme dolore che, dopo circa una decina di giorni, scomparve per lasciare spazio ad un vuoto interiore che egli definiva immenso, incolmabile e “placido”, come una sorta di mare tranquillo. Egli, come mi spiegò, non era più assolutamente in grado di provare emozioni, nè positive, nè negative; non provava gioia, tristezza, rabbia, allegria: solo un indicibile vuoto. “Così non vivo; non sento più nulla. Preferirei morire.” Era stato in grado di reagire a quella situazione frequentando una escort, che individuò come adatta per lui solo dopo vari tentativi. Mi disse che l’aveva scelta perchè la trovava accondiscendente, discretamente dolce, diretta nel dialogo e simpatica. Durante i loro incontri, lui chiedeva di stringergli la mano, di sdraiarsi sul letto assieme e di concedergli baci veri che desiderava fossero appassionati e caldi. Poi, dopo baci, carezze e qualche momento di dialogo tranquillo, egli si sdraiava nudo nel vano doccia del bagno e si faceva orinare sul viso, sul petto e sul collo dalla ragazza, mentre si masturbava guardandola negli occhi e fissando lo zampillo della sua urina. Dopo essersi fatti la doccia assieme, si sdraiavano nuovamente sul letto, e mentre lei lo accarezzava con le mani su tutto il corpo, lui si masturbava sino a giungere all’orgasmo, dopodichè pretendeva, come coronamento di quell’istante di supremo piacere, un bacio caldo e appassionato.

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La percezione del corpo brutto: la dimensione dismorfica

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 5 Maggio 2014 | Stampa articolo |
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Il termine dismorfia deriva dalla parola greca “dis- morfè”che letteralmente significa “cattiva forma” e quindi “bruttezza”; esso fa riferimento alla sensazione soggettiva di essere particolarmente brutti, impresentabili, ripugnanti, deformi, di avere un difetto fisico in una parte del corpo che rende oggetto di attenzione da parte degli altri nonostante che, ad un riscontro reale, il difetto risulti assente e la forma del corpo nella norma. Va detto che talvolta un difetto fisico può anche esistere, ma la preoccupazione della persona  appare decisamente amplificata.

La dismorfia, può presentarsi come sintomo transitorio nel periodo adolescenziale, dove la trasformazione fisica dovuta alla pubertà può essere rifiutata dall’individuo o vissuta con angoscia più o meno marcata anche per  una non accettazione della pubertà da parte della famiglia, o far parte di un quadro psicopatologico dove il rifiuto del proprio aspetto, del proprio corpo o parti di esso, può assumere caratteristiche fobiche che disturbano profondamente l’espressione della personalità. In questo caso si parla di dismorfofobia che può assumere la forma ora di un’idea prevalente, ora di un’idea ossessiva, ora di un vero e proprio delirio di trasformazione corporea nei casi più gravi.

Nella dismorfofobia c’è una vera è propria alterazione dell’esperienza corporea. Il corpo si carica di un significato di non adeguatezza che, ad un’attenta indagine rivela una profonda inadeguatezza interna esistenziale. Il corpo diviene teatro di disagi interni. In alcuni soggetti questa forma fobica può causare stress emozionale e incapacità di tessere adeguate relazioni sociali e sessuali, con conseguente isolamento e rischio di dare il via a una sequenza di altre patologie. In certi casi, la persona può uscire di casa solo di notte, quando non può essere vista, o rimanere chiusa in casa per anni. I soggetti con tale disturbo possono abbandonare la scuola, evitare i colloqui di lavoro, lavorare al di sotto delle loro possibilità, oppure non lavorare per nulla, avere difficoltà coniugali, o divorziare a causa dei loro sintomi.

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Anche per l’alcolismo ci deve essere un modo per uscirne fuori

category Disturbi e patologie Matteo Simone 30 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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La dipendenza dall’alcool causa problemi alle persone e alle famiglie: perdita del posto di lavoro, separazioni, crimini. E’ difficile uscirne fuori ma per ogni problema c’è almeno una soluzione. E’ difficile vivere con questa dipendenza che non permette di avere una vita serena ma come per la Capoeira dove è sempre possibile schivare un attacco anche per l’alcolismo ci deve essere un modo per uscirne fuori o, comunque, per andare avanti.

E’ importante innanzitutto avere la consapevolezza di avere il problema, le persone consapevoli di soffrire a causa di questa dipendenza possono passare all’azione chiedendo di farsi aiutare, per esempio, approdando nei gruppi di alcolisti anonimi.

Gli alcolisti inizialmente non pensano di avere un problema, non sono consapevoli e quindi non esprimono alcuna intenzione di cambiare nell’immediato futuro, in questo caso si può dire che si trovano nella prima fase chiamata precontemplativa del Modello transteoretico di Di Clemente e Prochaska. (2)

Può succedere che prendono consapevolezza delle loro difficoltà e problemi correlati all’uso dell’alcol ed iniziano a pensare che forse devono fare qualcosa per stare meglio, le persone che dichiarano di aver pensato di cambiare il comportamento ma senza assumersi ancora impegni precisi verso una modifica, si trovano nella fase contemplativa.

La fase di preparazione indica l’intenzione di agire nel futuro prossimo e vi è la presenza di tentativi di cambiare il proprio comportamento.

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Sindrome da spogliatoio o dismorfofobia peniena: pene troppo piccolo, troppo grande o deforme

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 26 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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Alcuni uomini ritengono di avere il pene diverso dalla norma. Una convinzione, spesso immotivata, che causa ansie e timori.

La convinzione di avere un pene troppo piccolo, ma anche troppo grande, troppo curvo oppure con anomalie legate al glande o al prepuzio, ha un nome scientifico preciso, cioè dismorfofobia peniena.

Questo disturbo è noto anche come “sindrome dello spogliatoio”, in quanto chi ne soffre tende a evitare di fare la doccia insieme ad altri uomini dopo l’attività sportiva nel timore di essere sottoposti a giudizio per via delle dimensioni o della forma dei propri genitali. A volte queste preoccupazioni non sono motivate dalla presenza di reali anomalie, ma ciò non impedisce ad alcuni uomini di diventare preda di idee ossessive e di comportamenti compulsivi, come il guardarsi continuamente allo specchio nel tentativo di confermare le proprie valutazioni o ricorrere a frequenti controlli medici per potere correggere il (presunto) problema.

Stando ad alcune statistiche, circa l’80% dei pazienti che si sottopongono a interventi di allungamento del pene non ne avrebbero alcun bisogno, avendo un organo genitale di dimensioni normali.

Ma qual è la dimensione “normale” dell’organo genitale maschile?
I diversi studi effettuati sulla misurazione del pene, considerando la difficoltà a procedere in un’indagine valutata come invasiva e le varie tecniche di misurazione utilizzate, hanno evidenziato alcune dimensioni standard, ovvero relative alla media della popolazione (normalità statistica). La concordanza dei dati evidenzia una dimensione a riposo pari a 8-10 cm in lunghezza (dalla radice dorsale del pene alla punta). Allo stato di erezione, invece, la lunghezza media varia tra i 12-16 cm con una circonferenza pari a 11- 12 cm.

Gli specialisti concordano nel ritenere che è opportuno parlare di micropene quando la sua lunghezza,in stato di erezione, è inferiore ai 7 centimetri. Condizione davvero molto rara. Questo è  stato definito in base all’impossibilità di un pene con tali dimensioni in erezione , di riuscire a penetrare la cavità vaginale. Infatti, le dimensioni del canale vaginale a riposo sono di circa 7,5 cm, quindi un pene che in erezione ne misura mediamente il doppio non avrà particolari difficoltà durante il coito.

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La Sindrome da Crocerossina e la co-dipendenza: “Io ti salverò e tu mi amerai!”

category Disturbi e patologie Anna Chiara Venturini 27 Febbraio 2014 | Stampa articolo |
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La Sindrome da Crocerossina, nota anche come Sindrome di Wendy, sorella dei tre fratellini nella favola di Peter Pan, si riferisce a quell’insieme di comportamenti  presenti in persone molto accudenti e protettive, sempre tese a compiacere, gratificare e giustificare l’altro, anche a costo di sacrificare i propri bisogni e se stesse.

Infatti, proprio come la ragazzina fa da mamma ai bimbi sperduti nell’isola che non c’è, allo stesso modo la persona “soccorritrice” si occupa di chi ama, con dedizione completa e assoluta abnegazione.

La prima volta che Wendy incontra Peter Pan gli dice “Ho tenuto in serbo la tua ombra, spero non si sia sgualcita. Va cucita, posso farlo io, è un lavoro da donna!”.

Da qui è chiara l’influenza socio-culturale che per secoli ha visto la donna come angelo del focolare, educata al servizio e al sacrificio e che realizza se stessa solo nel compimento del suo “dovere” di figlia, moglie e madre, prendendosi cura dell’altro con smisurato spirito salvifico.

In tutto questo il partner diviene oggetto d’amore incondizionato e indiscusso, messo su un piedistallo e da lì mai più rimosso, soccorso sempre e comunque di fronte a qualsiasi ostacolo, anche a scapito del proprio benessere.

Attenzione però, non sto dicendo che in coppia non ci si debba sostenere, ma qui il discorso è ben più ampio. Qua si tratta di assecondare se non anche anticipare i bisogni del partner  ignorando le proprie esigenze e necessità, mettendo da parte ogni velleità in nome di un amore che “malamente” ci fa sentire vive e ancor peggio “utili”.

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