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Archivi per ‘Disturbi e patologie’

Stress, Ansia & C.

category Disturbi e patologie Dott.ssa Monica Cappello 10 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Lo stress è una Sindrome Generale di Adattamento, che l’organismo mette in atto per rispondere agli effetti prolungati di svariati tipi di sollecitazioni, come stimoli fisici, mentali, sociali e ambientali. Esso può essere positivo o negativo: il primo è indispensabile per vivere meglio ed è rappresentato da stimoli ambientali, il secondo provoca scompensi emotivi e fisici difficilmente risolvibili.

I sintomi possono essere ansia, panico, insonnia, affaticamento, perdita di memoria e concentrazione, cefalea, aumento della pressione arteriosa, tachicardia, tensione muscolare e disturbi sessuali come eiaculazione precoce, disfunzione erettile, vaginismo.

L’ansia spesso nasce quando si sviluppano convinzioni rigide ed irrealistiche sulla propria persona.

Si sviluppano pensieri irrazionali, riassunti così:

  • “Devo assolutamente ricevere amore e approvazione dalle persone per me importanti, altrimenti sono un essere senza valore”
  • “Devo assolutamente essere competente e avere successo almeno in un’area di attività, altrimenti sono un fallito”
  • “La gente non deve trattarmi male, altrimenti è gente cattiva che merita la mia condanna”
  • “Il mondo deve favorirmi, altrimenti è un luogo orribile ed insopportabile”

Partendo da questi presupposti, prima o poi si sviluppa uno stato di ansia e di depressione.

L’ansia può comparire in determinati frangenti, oppure essere sempre presente, indipendentemente dalle situazioni.

Dobbiamo distinguere, però, lo stato di “ansia normale o fisiologica” da quello “patologico”, nel quale le ricadute interessano l’appetito, la sessualità e il sonno, compromettendo la qualità della vita delle persone che ne sono affette, poiché vivono in uno stato di tensione continua.

La terapia farmacologica e quella comportamentale aiutano a controllare i sintomi, ed è importante che la psicoterapia di sostegno sia parte integrante del trattamento.

 

Dottoressa Monica Cappello
Psicologa – Consulente in Sessuologia
CENTRO MEDICO PIFFETTI – Torino
Tel. 3397712301
Sito web: http://cappellomonica.xoom.it

Il gioco d’azzardo patologico

category Disturbi e patologie Simona Segantin 6 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Da qualche anno mi occupo di gioco d’azzardo patologico e ho modo di parlare con molte persone direttamente coinvolte in questo tipo di problema. Spesso queste persone mi riferiscono di aver già fatto, prima di decidere di rivolgersi a dei professionisti, dei tentativi di smettere di giocare da soli che sono però risultati fallimentari e hanno portato a ricadute ancora più gravi. Questo si spiega per il fatto che la dipendenza dal gioco non è un comportamento consapevole ma una dipendenza patologica, pertanto non è sufficiente la volontà personale per smettere, ma occorre rivolgersi a strutture e servizi specificamente preparati per affrontare questa patologia.

Cercherò di descrivere sinteticamente i segnali per riconoscere quando il gioco è un problema e di offrire qualche primo utile suggerimento per affrontare questo disagio.

Il gioco è una attività universale che interessa non solo tutti gli esseri umani, ma anche molte specie animali.

Il gioco d’azzardo si differenzia dagli altri giochi perché è fondato prevalentemente sulla fortuna più che sull’abilità. Il termine azzardo significa “attività rischiosa”: nel gioco d’azzardo l’elemento casuale è fondamentale mentre l’abilità conta poco o nulla, e da ciò origina il rischio.

Il gioco d’azzardo è stimolante ed eccita sul lato psicofisico il giocatore: mettere a rischio una certa somma con la possibilità di ottenerne di più, ma anche di restare senza nulla, provoca un brivido che per alcune persone può essere molto gratificante.

Il gioco d’azzardo è considerato patologico quando si tratta di un comportamento persistente, ricorrente ed inadeguato  caratterizzato da eccessivo coinvolgimento in termini di tempo, denaro e spazio mentale occupato dal gioco.

( Continua … )

Trattamento balbuzie: aspetti psicologici-relazionali, fonologici e somatici

category Disturbi e patologie Dora Siervo 21 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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La balbuzie è uno dei più complessi disturbi del linguaggio; tale disagio è presente in tutte le culture e gruppi sociali ed interessa circa l’ 1% della popolazione mondiale, il sesso si dimostra rilevante con una proporzione di quattro a uno di maschi rispetto alle femmine.  Da un punto di vista sociale la balbuzie come problema di comunicazione coinvolge tre soggetti della relazione: la persona che balbetta, la sua famiglia e gli “altri”. Una vera e propria “triade inceppata”. Da un punto di sta fisiologico, il disturbo risiede in un laringospasmo a livello delle corde vocali, che impedisce il normale flusso della corrente aerea. Ciò determina una paralisi pre-suono che ne ostacola la formazione. L’aspetto psicosomatico è fondamentale, infatti l’utilizzo di tali intrecci emozionali, che facilitano la chiusura delle corde vocali, vengono vissuti attraverso rossori, sudorazione, smorfie. Atteggiamenti somatici, differenti da soggetto a soggetto, quali: tic facciali (come chiudere gli occhi), tremori alle labbra, della mascella, scalpitare con i piedi, movimenti della testa, contorsioni dell’intero corpo, ecc. Il blocco non è solo quindi nella parola, ma lo possiamo notare anche a livello corporeo; è come se il soggetto balbuziente fosse imprigionato nel suo stesso corpo. La conversazione a scatti è dunque paragonabile ad un’ aggressività che vorrebbe uscire, ma non ha il coraggio, dunque rimane ogni volta bloccato a livello delle corde vocali. L’autonomia e l’indipendenza del soggetto disfluente sono esigenze che evidentemente non trovano lo spazio necessario. Da un punto di vista neurofisiologico, anticipando il momento del balbettare, avvengono nel soggetto dei cambiamenti: il respiro si fa più corto e veloce, il battito cardiaco aumenta, si manifesta un calo del tasso glicemico e di alcune proteine ematiche, insorgono alterazioni nella distribuzione del volume circolatorio, aumenta la conduttanza cutanea e si dilatano le pupille, all’elettromiografia si nota elevata contrazione nei muscoli della laringe e distorte attività delle corde vocali con e senza balbuzie, infine una modificazione del normale tracciato elettroencefalografico delle onde dispari, oltre ad alcune particolarità nel funzionamento del sistema nervoso centrale. E’ interessante qui notare come alcuni di questi sintomi (respiro più veloce, aumento del battito cardiaco, alterazioni nella distribuzione del volume circolatorio) siano manifestazioni di un aumento dell’aorusal, come se il soggetto si preparasse, dovendo iniziare a parlare, ad una attività percepita inconsciamente come potenzialmente pericolosa o comunque richiedente un livello elevato di attivazione, di vigilanza e di prontezza all’azione. Il parlare in questi soggetti non è percepito come una attività che può essere intrapresa con serenità, ma come l’affacciarsi si di una scena gravida di potenziali pericoli, dove muoversi con circospezione e inconsciamente predisposti all’attacco o alla fuga .
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Depressione e rischio cardiovascolare correlato nelle donne del terzo millennio

category Disturbi e patologie Anna Mostacci 20 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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Nella sua vita la donna rincorre mille ruoli e abbraccia diverse identità sociali solo apparentemente distinte le une dalle altre. Nella costruzione e considerazione di se stessa che ella impara a rappresentarsi, si pone, o è costretta a porsi, obbiettivi significativi. Da bambina può ritrovarsi ad essere accudente e protettiva verso uno dei due genitori così come da adulta può tornare ad essere profondamente figlia e vivere forme di regressione psicologica e sociale che l’allontanano dalla realtà delle sue enormi, altre, potenzialità, in quanto la donna è per definizione votata all’aiuto degli altri.
Per alcune donne, il destreggiarsi e il calarsi nei panni ora di una ora di un’altra istanza di sé, bambina–figlia, figlia–madre, madre–figlia, sembra un processo che si svolge con naturalezza, come se dentro di sé la donna  possa percepire la modalità di passare da un ruolo ad un altro, da un’identità all’altra e fluidamente attingere alla sorgente del femminile recettivo e intuitivo della propria natura.
Ma questo interscambio psichico ha un prezzo. Esso può diventare una vera e propria fissazione psichica e  presentarsi, nel passaggio ad altre fasi della vita, come un blocco granitico che non lascia scivolare verso il cambiamento. Oppure convogliare nella malattia del corpo, corpo come mediatore tra sé e il mondo dell’altro, l’atroce dubbio identitario contestuale e relazionale.
Verranno ora prese qui in esame forme di sofferenza psichica e fisica insieme, che riguardano specificamente il vissuto odierno della donna attraverso recenti  approdi nelle ricerche di genere.
La sindrome depressiva
I disturbi depressivi, dagli stati più lievi a quelli più gravi, colpiscono in una lenta sofferenza circa il 20% della popolazione italiana; si stima che circa 6 milioni di persone di ambo i sessi sono in terapia per la cura di disturbi depressivi e 9 milioni di persone sono malate di depressione senza saperlo.
La popolazione femminile ricopre ampiamente queste stime e maggiormente la ritroviamo tra chi non si sottopone a cura farmacologica e terapia psicologica per motivi insiti nella natura sociale ricoperta dal continente donna.
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Lo stress e i disturbi gastrointestinali

category Disturbi e patologie Dott.ssa Monica Cappello 3 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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L’intestino a causa di brusche sollecitazioni, pensieri inquietanti, preoccupazioni ripetute e arrabbiature di tutti i giorni, diventa ipersensibile. Questo aumento di reattività dell’intestino comporta contrazioni più intense della sua muscolatura, con la comparsa di dolori e diarrea. In alcune persone si verificano anche difficoltà digestive, senso di pienezza dello stomaco e pancia gonfia. Se l’apparato digerente viene sottoposto ad accertamenti specifici, non si riscontrano danni o malattie, ma solo un’alterazione del suo normale movimento (peristalsi). Questi fenomeni interessano tutto l’organismo (sudorazioni, palpitazioni, difficoltà nel dormire) e la psiche (ansia e crisi di panico).
Secondo una recente teoria elaborata da uno scienziato americano, Michael Gershon, l’intestino è come un “secondo cervello”, che elabora emozioni, smista informazioni e reagisce alle sollecitazioni dell’ambiente circostante. Secondo Gershon, stress e ansia alterano l’intestino e i disordini intestinali provocano variazioni del comportamento e dell’umore.
Quando si escludono cause organiche come il fumo, l’obesità, l’alcool, la sedentarietà, l’assunzione di antinfiammatori, si parla di DISPEPSIA FUNZIONALE, ovvero di una situazione non dipendente da cause organiche, ma da fattori stressanti che alterano la motilità dell’apparato digerente.
In conclusione, per evitare che le tensioni emotive finiscano col ripercuotersi in modo fastidioso sul proprio organismo, è importante analizzare il proprio modo di essere, di relazionarsi agli altri ed elaborare costruttivamente i molteplici stimoli esterni, ponendosi in atteggiamento positivo con la vita e con se stessi.

 

Dottoressa Monica Cappello
Psicologa – Consulente in Sessuologia
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Le emozioni nel trauma

category Disturbi e patologie Silvia Piantanida 23 Dicembre 2011 | Stampa articolo |
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Un evento traumatico è tale in quanto pone la persona di fronte a una sensazione soggettiva e/o oggettiva di sentirsi minacciata o impotente.

La questione centrale del trauma è la realtà: la verità (come è accaduto in occasione del terremoto dell’Aquila) infatti costituisce il nucleo psicopatologico dell’esperienza traumatica.

La risposta al trauma si sviluppa da un iniziale stato di ansia a un progressivo blocco delle emozioni unito a un rallentamento psicomotorio.

Nei sopravvissuti a eventi catastrofici si possono riscontrare racconti asettici, privi di rabbia, mentre al contrario i racconti riguardanti eventi antecedenti al trauma sono più particolareggiati e ricchi di emozioni.

A volte questo essere privi di emozioni, espresso nei racconti dei sopravvissuti con la frase ‘ non so, non ricordo ’culmina nello lo stato di ALESSITIMIA, ovvero l’incapacità di dare un ‘nome’, di riconoscere le proprie emozioni.

Attribuire un nome alle proprie emozioni permette alla persona di acquistare un maggior controllo sul proprio mondo interno e sulla realtà.

Un trauma a seconda dell’età può produrre o un arresto dello sviluppo affettivo della personalità o una regressione di tale sviluppo (ed è proprio per questo che è importante un adeguato e tempestivo intervento che comprenda tutti i bisogni, non solo di natura materiale verso i sopravvissuti a calamità naturali), in entrambi i casi le emozioni perdono la loro funzione originaria di segnali di allerta.

( Continua … )