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Archivi per ‘Disturbi e patologie’

SNC: antidepressivi / trattamenti per la depressione

category Disturbi e patologie Mauro Acierno 17 Settembre 2016 | Stampa articolo |
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Esiste un’ipotesi eziologica per l’insorgenza della depressione come patologia, secondo cui il deficit di queste neuroammine causerebbe l’alterazione delle funzioni da loro regolate. Da questa ipotesi sono nate due categorie di farmaci, MAO-inibitori e TRICICLICI, con diverso meccanismo d’azione, ma medesimo effetto farmacologico, ovvero il potenziamento della trasmissione noradrenergica e serotoninergica. Questi farmaci si sono dimostrati utili, ma non sufficienti: l’effetto antidepressivo compare dopo settimane di trattamento, sebbene la trasmissione neuronale venga ripristinata dopo poche ore dalla somministrazione. Il motivo di questa incongruenza ce lo spiega la seconda ipotesi formulata dagli studiosi, l’ipotesi neurotrofica della depressione; secondo questa teoria, la depressione è causata non esclusivamente dal deficit neuroamminergico, ma altresì da: alterazioni nell’espressione dei recettori di questi neurotrasmettitori, alterazioni nei meccanismi di trasduzione a livello del cytosol e alterazioni durante l’espressione genica di fattori neurotrofici; queste ultime causerebbero fenomeni di neuro degenerazione, in quanto ridicono la plasticità e la sopravvivenza neuronale. Gli antidepressivi di seconda generazione tendono e ridurre tali fenomeni inducendo neurogenesi, ovvero ripristinando la funzione dei neuroni danneggiati; ma anche in tal caso occorrono settimane di trattamento prima che l’effetto si esplichi.

Classificazione degli antidepressivi.

Inibitori delle MAO: inibitori irreversibili delle mono-ammino-ossidasi, enzimi degradativi delle monoammine neuronali: ciò permette ai neurotrasmettitori di essere continuamente rilasciati, senza però subire una degradazione. Gli IMAO di prima generazione sono irreversibili, quelli di seconda generazione presentano invece alcuni membri con caratteristiche di inibitori reversibili e con minor effetti collaterali rispetto ai primi. Tuttavia presentano un uso limitato perché sono epatotossici e richiedono una somministrazione frequente ed una dieta povera di alimenti contenenti tiramina.

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Come vincere la fobia sociale

category Disturbi e patologie Fabio de Santis 29 Maggio 2016 | Stampa articolo |
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La fobia sociale chiamata anche ansia sociale è la paura degli altri, le persone che soffrono di questa fobia temono di stare in mezzo alla gente per il timore di essere denigrate e derise; anche se desidererebbero nel loro intimo interagire con il prossimo.

Questo disturbo spesso mostra dei punti in comune con la dismorfofobia (paura della propria bruttezza) anche se quest’ultimo disturbo, nell’ultimo manuale di psichiatria il dsm v°, è stato inserito tra i disturbi ossessivi-compulsivi.

Cause fobia sociale

Genitori ipercritici che davano molto risalto all’importanza del giudizio del prossimo e che mandavano al bambino messaggi del tipo:

  • vestiti bene o penseranno che sei uno straccione;
  • esprimiti correttamente;
  • non essere inopportuno.

Oppure messaggi ambivalenti del tipo: “Non ti interessare di quello che dice il prossimo, ma nasconditi il braccialetto d’oro o penseranno che siamo ricchi.

Difatti molti pazienti socialfobici descrivono i loro genitori come ipercritici, svalutanti ed iperprotettivi (in primis la madre).

Di una certa importanza negativa, possono essere anche le prime esperienze scolastiche; come l’essere isolato dagli altri compagni, oppure essere continuamente preso in giro.

Anche non trovare adeguato supporto dai docenti in caso di difficoltà di apprendimento, minerà l’autostima del bambino.

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Love addiction (dipendenza affettiva)

category Disturbi e patologie Alessandra Paulillo 22 Aprile 2016 | Stampa articolo |
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Con il termine inglese ‘love addiction ’ si intende la dipendenza affettiva, un tipo di dipendenza che non è stata ancora diagnosticata come patologia nei diversi manuali diagnostici.

E’ stato Giddens che, per primo, ha considerato la dipendenza affettiva come un disturbo autonomo e ne ha riconosciuto le seguenti caratteristiche:

- l’ebbrezza: è la sensazioni che si prova nel relazionarsi con l’altro, paragonabile a quella del tossicodipendente nel momento in cui sta per la prendere la sua dose di sostanza;

- la dose: rappresenta ciò che il dipendente affettivo trova nell’altro e, anche qui, come avviene per il tossicodipendente, cercherà sempre dosi maggiori, intese come presenza e tempo per stare con l’altro;

- la paura: una sensazione che accompagna ogni forma di dipendenza. Si tratta di una paura devastante, che possiamo riassumere nella massima del poeta latino Ovidio: “Non posso stare né con te, né senza di te.” Con te, a causa del dolore che si prova nel subire umiliazioni, offese e maltrattamenti; senza di te, perché l’angoscia che provoca il solo pensiero di perdere l’altro è assolutamente insopportabile.

 

Vorrei presentare una breve descrizione dei diversi stili di attaccamento, per mettere in luce l’importanza fondamentale che riveste l’infanzia e i suoi vissuti nella successiva formazione del proprio sé e della sua organizzazione nelle relazioni adulte.

1. Attaccamento sicuro – l’amore sicuro: la persona sicura di se stessa ha la capacità di riconoscere le persone alle quali legarsi sentimentalmente. Queste ultime saranno persone altrettanto sicure. Insieme, saranno consapevoli dei periodi di alti e di bassi che fanno parte di una relazione e avranno la capacità di affrontarli insieme. Queste saranno storie solide e durature.

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Gli uomini vittime di violenza sessuale

category Disturbi e patologie Sabrina Costantini 19 Aprile 2016 | Stampa articolo |
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La violenza è una realtà veramente complessa e presenta sfaccettature infinite.
Quando se ne parla, ci viene in mente la donna come vittima e l’uomo come autore. Ma è importante non cadere in questi stereotipi, tutti possiamo essere vittime, se ci troviamo in una condizione di fragilità, di debolezza, di minoranza, ecc.
Immaginatevi l’uomo più sicuro e forte del mondo, che si ritrova in un’altra cultura, da solo, circondato da estranei, cosa pensate che faccia?
Non può fare niente! Se gli estranei hanno intenzioni malevole, non potrà che ritrovarsi a subire.
Senza andare troppo lontano, possiamo trovare tante situazioni in cui gli uomini sono vittime. Cominciamo dai bambini, “sedotti” dalle madri, sedotti a fare e dire esattamente ciò che loro desiderano. Può sembrare una situazione mostruosa, ma questa condizione compare spesso in famiglie dove la consapevolezza di doppi messaggi e dinamiche distorte è poco consapevole e tramandata dalle generazioni precedenti.
Possiamo proseguire pensando a tutti quei modelli maschili, tramandati, tradotti e valorizzati dal contesto sociale e messi a nudo dai mass media. Basta osservare le pubblicità sulle riviste o in TV, se la donna deve sempre essere giovane, sexy, magrissima, preda, l’uomo a sua volta deve essere tenebroso, forte, non emotivo, predatore, ecc.
Ma ancor più, qui vorrei riflettere su una condizione particolare, sulla violenza sessuale, una realtà troppo dimenticata quando si parla del maschile.
Il primo problema è il dato sommerso. Molto più delle vittime donne, gli uomini non parlano di queste loro esperienze, ma vi assicuro che vi sono molti più uomini vittime di violenze sessuali di quanto si pensi!
Basta lavorare in certi contesti specifici, come in una comunità per tossicodipendenti, in strutture psichiatriche, in case famiglia e vedrete che questa realtà si svela!
Bambini molestati a vari livelli nei cinema, bambini violentati da compagni più grandi, bambini che si prostituiscono abitualmente con i pedofili, per raccattare un po’ di soldi, bambini violentati dai padri, da zii, da fratelli più grandi, da vicini di casa, da parroci.

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La perdita della tristezza. Come la psichiatria ha trasformato la tristezza in depressione

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 1 Marzo 2016 | Stampa articolo |
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Ci sono al mondo molte più persone infelici per la mancanza del superfluo che per la mancanza del necessario”, Antoine Rivaroli, detto le comte de Rivarol (1753-1801).

Nell’ambito d’una corrente pratica psichiatrica sembra serpeggiare una certa confusione, sostenuta per giunta anche da scorretti modelli teorici, che non aiuterebbe quella necessaria discriminazione tra psicopatologia dei sentimenti ed emozioni negative rientranti in una normale oscillazione dell’umore. Studi antropologici e sociologici contribuiscono ad alimentare tale sovrapposizione del disturbo depressivo su ciò che invece andrebbe considerato come un tipo del tutto naturale di tristezza. Da parte degli uni si tende all’elaborazione d’una concettualizzazione che finisce per trascendere la comprensione stessa di più appropriate e corrette definizioni cliniche, mentre gli altri arrivano ad accorpare tutte le possibili risposte in un’unica intercambiabile varianza di reattività. A questa ricognizione, gli Autori di “La perdita della tristezza. Come la psichiatria ha trasformato la tristezza in depressione”, Allan V. Horwitz e Jerome C. Wakefield [traduzione di Michele Sampaolo (titolo originale: The Loss of Sadness. How Psychiatry Trasformed Normal Sorrow into Depressive Disorder), L’Asino d’Oro, Roma 2015], aggiungono una certa carenza nell’esercizio d’una critica autonoma, e non pregiudizievole, nei confronti di criteri diagnostici a volte fin troppo convenzionali, se non a volte quasi aleatori.

Sottigliezze definitorie?

Il titolo italiano traduce due volte con un unico termine, “tristezza”, due vocaboli anglosassoni, “Sadness” (da sad, latino satis, la sensazione della gravità, e ness, che indica lo stato d’essere) e “Sorrow” (dall’etimo sanskrito surksati, prendersi cura), che forse potrebbero essere considerati dei sinonimi, tant’è che si sente l’esigenza, almeno per il secondo, d’affiancare un aggettivo che lo qualifichi per la sua naturalezza (Normal), così come analogamente sembra necessario ribadire la definizione patologica (Disorder, dal latino medievale disordinare) di quella che, per noi, linguisticamente, risulterebbe una “semplice” depressione.

Lo psichiatra transculturale Arthur Kleinman (1986) distingue tra “disease” (da des-, senza, e dal francese aise, benessere) e “illness” (da ill, che in origine definiva una qualità talmente cattiva da lasciare insoddisfatti), intendendo anormalità o malfunzionamento all’interno d’uno spettro di naturalezza, l’uno, e vissuto di malattia comprensivo della percezione e sua rappresentabilità, l’altro.

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Dall’invecchiamento cerebrale alla demenza di Alzheimer

category Disturbi e patologie Mauro Acierno 28 Gennaio 2016 | Stampa articolo |
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Perché si invecchia?

L’invecchiamento può essere definito come un processo biologico comune a tutti gli organismi viventi che si realizza in modi estremamente variabili nelle varie specie, inizia in tempi diversi nei vari organi ed apparati provocando modificazioni quantitative e qualitative delle funzioni biologiche.

L’essere umano, in particolare, che esprime il massimo delle sue potenzialità intorno ai 30 anni inizia poi un progressivo e lento decadimento che non rappresenterebbe una limitazione per la vita fino ai 110-120 anni (cellule prelevate a novantenni e poste in coltura si dividono ancora da 10 a 15 volte). Questi scadimenti funzionali, che si verificano in assenza di malattie, si possono configurare come autentici “cambiamenti dovuti all’età” o semplicemente come “invecchiamento fisiologico”.

Per alcuni tessuti i segni dell’invecchiamento si manifestano abbastanza precocemente (ad esempio le rughe della cute) per alti invece sono tardivi (come accade nel caso del cristallino che, quando si

opacizza, provoca la comparsa della cataratta).

Tale processo può essere accelerato (invecchiamento patologico) a causa di malattie dell’organismo, per l’intervento di sostanze tossiche ambientali o di fattori di usura fisiologici (ad es. radicali liberi).

L’invecchiamento sembra quindi geneticamente programmato per ogni singola cellula (invecchiamento fisiologico) non conosciamo però con precisione le cause di questo progressivo decadimento e non sappiamo se possa essere manipolato.

Fra le varie teorie formulate al riguardo è al DNA (molecola che contiene le informazioni che regolano il funzionamento e la vita delle cellule) che si rivolge l’attenzione per arrivare ad una adeguata spiegazione dell’invecchiamento fisiologico, mentre vengono chiamati in causa vari fattori esogeni per spiegare una alterazione del normale processo di invecchiamento (invecchiamento patologico).

L’Acido desossiribonucleico (DNA), molecola che contiene le informazioni che regolano il

funzionamento e la vita delle cellule, oltre a guidare la riproduzione (con il continuo rinnovo delle

stesse) guiderebbe il processo di invecchiamento.

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