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La bussola dell’antropologo. Orientarsi in un mare di culture

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Febbraio 2016 | Stampa articolo |
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Si dice che tecnica, scienza, arte e magia abbiano in definitiva “de-animalizzato” l’umanità, in una prospettiva parallela e, per certi versi, ma solo apparentemente, contraddittoria a quell’ossimorica visione zoo-antropologica, neuro-scientifica ed etico-giuridica di “Animals as persons” (come appunto titolava Gary L. Francione i suoi “Essays on the Abolition of Animal Exploitation”, nel 2008).

Soprattutto la tecnica, dall’etimo greco tèchne, il quale indica abilità e perizia nell’artificio e, nel distinguersi dalla conoscenza teorica, come dal ventilare ipotesi, o da una esposizione degli eventi che non sia effettivamente narrativa, non può prescindere dalle competenze in ciò che un tempo si classificavano quali “arti e mestieri”, o da quella progettualità richiesta dall’operare con specifici dispositivi. Il rapporto instaurato con gli oggetti è quanto principalmente caratterizza la nostra evoluzione biologica, grazie a modifiche apportate a scopo pratico e in senso strumentale, fino a trasformare in attrezzo una materia offerta originariamente dalla natura.

Un eccesso di tecnica potrebbe comunque esercitare un soffocante effetto disumanizzante, se in compenso la coltivazione dei talenti non ci venisse incontro nel riaffermare quella capacità di produrre delle visioni che vadano al di là delle cose in se stesse, per cui dunque siamo in grado di immaginarle senza averle dinanzi. Ciò equivale sostanzialmente a un esercizio d’astrazione, o di quello che chiamiamo pensiero simbolico. Degli animali, che filogeneticamente rappresentano il nostro passato, possiamo fare esperienza nel presente, sul futuro e sull’esistenza di angeli, e altre entità, ci limitiamo solo a fare vaghe supposizioni.

Nasce però a questo punto il divario tra disporre e verificare, assistere e constatare, guardare e interpretare, quella distanza cioè tra semplicità e complessità di idee e opinioni, oppure, per usare la terminologia prettamente dantesca del XXVI canto dell’Inferno (v. 120), “virtute e canoscenza”. Le norme sono collettive, appartengono alla dimensione della veridicità cognitiva, controllabile e trasmissibile, mentre i singoli comportamenti sono individuali e implicano giudizi personali, come eventuali sensi di colpa.

Sarebbe questa allora la differenza tra uomini e animali, riassumibile in un’affermazione concisa nella sua appena sufficiente considerazione, a prescindere dalla descrivibilità emblematica o da un’eufemistica trasposizione?

Una possibilità poco nota – scrive in proposito Adriano Favole, in “La bussola dell’antropologo. Orientarsi in un mare di culture” (Laterza, Bari 2015) – consiste nel chiedersi se e in che modo le società non occidentali abbiano applicato la nozione di ‘persona’ al di fuori del mondo umano. Quali animali sono stati considerati persone, per quali motivi, con quali ‘giustificazioni’ e con quali effetti nel rapporto uomo-ambiente?”.

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“Male lingue”, vecchi e nuovi codici delle mafie da decriptare

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Gennaio 2016 | Stampa articolo |
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La stessa originalità fa creare, ai geni come ai pazzi, dei vocaboli di tutto lor conio”, Cesare Lombroso (1835-1909), in “L’Uomo di Genio in Rapporto alla psichiatria, alla storia ed all’estetica” (1894).

La “scrittura sul corpo” dell’Uomo delinquente

La letteratura riguardante il gergo della malavita si può dire cominci a fine Ottocento proprio con uno dei più discussi scienziati sociali, il quale inizia a raccoglierne numerosi esempi. Ne “L’uomo delinquente” (1876), Lombroso rileva il valore del tatuaggio quale “scrittura sul corpo”.

Il tatuaggio permane nei delinquenti e nelle prostitute, nelle quali si presenta inoltre con speciali caratteri. Anzitutto ne è caratteristica la maggior frequenza… Il maggior numero dei tatuati è dato dai recidivi e dai delinquenti nati, sia ladri che assassini; il minimo dai falsari e truffatori…”.

Catalogo dei tatuaggi

Lo psichiatra veronese cataloga i tatuaggi in simboli di guerra (date, armi, stemmi); di mestiere (attrezzi di lavoro, strumenti musicali); totemici (serpenti, cavalli, uccelli); erotici (iniziali, cuori, versi); religiosi (croci, Cristi, Madonne, Santi).

Segni divenuti linguaggio

Dal XVI secolo fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, presso il Santuario di Loreto, vigeva la tradizione dei cosiddetti frati denominati “marcatori” perché incidevano piccoli segni devozionali fra i pellegrini, che, in caso di morte violenta, sarebbero stati riconosciuti come fedeli e di conseguenza sepolti in terra consacrata.

Trattandosi di “segni divenuti linguaggio”, che dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso hanno conosciuto una progressiva diffusione (dapprima nell’ambito delle sottoculture giovanili hippy, o fra le bande di motociclisti, tipo Hells Angels, e poi al seguito della moda), non contraddistinguerebbero più soltanto l’appartenenza a gruppi criminali circoscritti e precisi, quali i “Vor v zakone” (ladri “nella legge”, obbedienti alla consuetudine, comprendente l’obbligo di sostenere l’ideale criminale, il rifiuto del lavoro e delle attività politiche) della Organizacija russa, gli affiliati alle kumi della Yakuza (Ha-Kyuu-Sa, che richiama il punteggio più basso a un gioco di carte nipponico: Hachi 8, Kyuu 9 e San 3), o i cartelli sudamericani della Mara Salvatrucha 13 (che potrebbe voler dire: “gruppo di furbi salvadoregni della tredicesima”, la 13th Street di Los Angeles, dove si crede sia nata).

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Psicologia del Futuro (?) (dal Prana alla respirazione olotropica)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 25 Gennaio 2016 | Stampa articolo |
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Sembra che a coniare il termine “psicologia transpersonale” sia stato Roberto Assagioli [cognome adottato da Roberto Marco Greco (1888-1974)], il quale avrebbe inoltre avuto il grande merito di oltrepassare per primo i limiti della “psico-analisi” classica, proponendo per contrapposizione una “psico-sintesi” che consentisse al singolo di sfondare i suoi confini di essere umano fin verso la realizzazione di un Sé che si sarebbe quindi rivelato “transpersonale”.

Questo “spostamento” d’interesse (ma meglio sarebbe parlare di “ampliamento”), nei processi dinamici della mente, “trascende” definitivamente in una dimensione “spirituale”, che va a completare quell’unità di componenti bio-psicologiche, in grado di sviluppare un orientamento “volitivo” di dominio sul proprio mondo inconscio, soprattutto dopo averlo conosciuto appieno.

Il contributo della Psicosintesi

Another specific contribution made by Psychosynthesis, is its reaffirmation of the importance and value of the will, drawing attention to its special position as being different from that of other psychic functions. One might say that the will is the Cinderella of modern psychology. Since William James it has been almost entirely neglected, not only by academic psychologists, but also by the leading exponents of dynamic psychology… The man of weak will is like a cork on the ocean tossed by every wave… he is a slave, not only of the will of others, and all external circumstances, but also of his drives and desires” (Un altro specifico contributo da parte della Psicosintesi, consiste nel suo riaffermare l’importanza e il valore della volontà, attirando l’attenzione alla sua particolare posizione differente da quella delle altre funzioni psichiche. Si potrebbe dire che la volontà è la Cenerentola della psicologia moderna. Dopo William James è stata quasi del tutto trascurata, non solo dagli psicologi accademici, ma anche da esponenti della psicologia dinamica … L’uomo di debole volontà è come un tappo di sughero nell’oceano sballottato da ogni onda … è uno schiavo, non solo della volontà di altri, e di tutte le circostanze esterne, ma pure dei suoi desideri e pulsioni. “The act of will”, 1973).

Dalla “Terza” a una… “Quarta” forza

Nell’attivare una tale sfera superiore di “coscienza” ancora ignota, lungo un percorso esistenziale sostanzialmente limitato, promosso dalla “psicologia umanistica” di Abraham Harold Maslow (1908-1970), l’incompletezza dell’uomo si protende inevitabilmente verso una “realizzazione” che potrebbe non mostrare mai il suo traguardo, ove cioè l’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung (1875-1961) sconfinerebbe con l’essenza cosmica, di cui non sarebbe che un pallido riflesso. Così, la cosiddetta “Terza Forza” di Maslow  risulterebbe in ultima analisi precaria e transitoria, ossia un prologo a una “Quarta” forma di psicologia ancora più “elevata”, incentrata addirittura sul cosmo, anziché su bisogni e interessi mondani, un sistema trans-umano e “trans-personale” che oltrepassa la condizione individuale di sicurezza, appartenenza (identità), stima e autorealizzazione.

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Le cause psicologiche dell’eiaculazione precoce e i possibili rimedi

category Atri argomenti Manuel Anselmi 20 Settembre 2015 | Stampa articolo |
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Tra i vari problemi all’interno della sfera sessuale di coppia, l’eiaculazione precoce occupa con tutta probabilità uno dei primi posti, dato che si stima siano oltre 3 milioni gli uomini che nel nostro paese soffrono delle conseguenze psicologiche e relazionali legate a questo diffusissimo problema.

Nello specifico, l’eiaculazione precoce si manifesta quando, durante il rapporto sessuale, l’uomo raggiunge l’orgasmo ed eiacula lo sperma in tempi troppo brevi da poter ritenere il rapporto soddisfacente da uno o entrambi i partner.

Nei casi più gravi l’uomo eiacula ancora prima di avere iniziato la penetrazione e addirittura in assenza di stimoli tattili. In altri casi invece l’eiaculazione si manifesta dopo pochi secondi o poche spinte penetrative. Mentre nei casi meno gravi l’uomo eiacula in un arco di tempo che varia da un minuto a 2-3 minuti, che in ogni caso rimane un tempo ritenuto non soddisfacente dalla maggior parte delle coppie.

Ciò detto, il problema dell’eiaculazione precoce si riflette molto negativamente sulla relazione di coppia, provocando soprattutto nell’uomo problemi di autostima, insicurezza, depressione e il timore costante di essere tradito dalla partner per via delle continue delusioni sessuali.

Come ogni problema anche quello dell’eiaculazione precoce ha ovviamente le sue cause, che possono essere sia di origine fisico-organica oppure psicologico-mentale, ma anche un insieme delle due.

Tuttavia, c’è da sottolineare che le problematiche di origine psicologica sono, sicuramente, quelle più importanti e preponderanti. Ad ogni modo, c’è da dire che in certi casi particolari il problema può essere in effetti causato o aggravato da un’ipersensibilità del glande, oppure da cause infiammatorie determinate da patologie quali la prostatite e la vescicolite.

Fatta questa doverosa precisazione, qui di seguito andiamo ad analizzare la situazione inerente le possibili cause di origine psicologica, mentale ed emozionale:

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Consultare l’albo degli Psicologi online

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 22 Agosto 2015 | Stampa articolo |
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Quante volte ci è capitato di incappare in esperti di ‘qualche cosa’ che poi, nella pratica, si sono rivelati piuttosto degli inesperti della materia? Quanto spesso ci accorgiamo che, di tante ciambelle col buco, una è uscita dal forno menomata? Un nastro bruciato dal ferro da stiro della nostra tintoria di fiducia, uno scontrino che riportava un prezzo errato – di solito il prezzo originario era inferiore a quello stampato, almeno in Italia – … una bottiglia di latte già scaduto e via dicendo. Quando però si tratta di salute, non possiamo permetterci alcuna leggerezza o disattenzione: la salute è sacra. Purtroppo non è così che la pensano quei nefandi sedicenti professionisti che, dopo anni di disonorevole carriera, sono stati smascherati: non avevano alcun tipo di specializzazione, addirittura non erano laureati o avevano a malapena il diploma di scuola. Personaggi iniqui, purtroppo, ne stiamo constatando anche nella nostra disciplina psicologica: è di gennaio la notizia dell’ennesimo disonesto individuo che da anni giocava con il disagio e il dolore di alcuni ‘pazienti’ fingendosi psicologo e psicoterapeuta. Era un counselor con aspirazioni da psicoterapeuta e non ne faceva mistero: anzi, ne ha fatto una vera e propria professione. Faceva diagnosi, praticava l’ipnosi, senza avere titoli né competenze. Il soggetto in questione seguiva più di quaranta ‘pazienti’, tra schizofrenici, depressi e quant’altro: potete leggere la notizia al seguente link (LINK).  http://m.ravennanotizie.it/articoli/2015/01/10/arrestato-ai-domiciliari-finto-psicologo-ravennate-in-cura-da-lui-oltre-44-pazienti.html
Prendendo spunto da questo drammatico episodio, proponiamo alcune riflessioni.

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Teoria antropologica e metodologia della ricerca, secondo Ernesto de Martino

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 3 Agosto 2015 | Stampa articolo |
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Qui si manifesta l’istanza positiva rappresentata dal relativismo culturale e dalla etnopsichiatria proprio come raccomandazione di giudicare integrazione e disintegrazione nell’interno di una cultura e non in base ad un modello astratto della ‘natura umana’ ricavato dalla civiltà occidentale contemporanea e fatto valere dogmaticamente per tutte le possibili culture” – Ernesto de Martino (1908-1965): “La Fine del Mondo”.

Oggetto di studio antropologico-culturale è “il sano nella sua concretezza, cioè nel suo farsi sano oltre il rischio dell’ammalarsi”, per cui succede che in quanto si considera “ammalarsi psichico ciò che nel sano sta come rischio di continuo oltrepassato si tramuta in un accadere psichico caratterizzato dal non poter oltrepassare tale rischio, e da infruttuosi conati di difesa e di reintegrazione”.

L’interpretazione del tarantismo nei termini di autosuggestione, o isteria collettiva, per esempio, ebbe a scontrarsi con la raffinatezza e la solidità dello storicismo demartiniano che non lasciò appiattire la casistica della ricerca sul campo a quell’unico schema del disagio mentale.

Questo dinamismo non accetta che passivamente quei comportamenti considerati manifestazioni psicopatologiche possano essere interpretati altrove variamente normali, e neppure si lascia sedurre dall’ipotesi di trovare spiegazioni delle condotte “sane” in quelle designate invece “malate”. La semplificazione della causa culturale della malattia mentale non contribuisce infatti a fornire spiegazioni esaustive di quella che è stata denominata “crisi della presenza”.

Il dissenso comincia quando si afferma la teoria della causalità somatica di tutti i disordini mentali, sia perché i condizionamenti possono essere oltre che somatici anche interpersonali e sociali, sia perché condizione non significa causazione, nel senso meccanico di un fenomeno provocato necessariamente da un altro, e che senza quest’altro non si può assolutamente verificare”.

Muovendosi nell’ambito della vita culturale, insomma, si ricorre al morboso per capire il funzionamento del processo che caratterizza il “farsi sano”, la cui debolezza consiste nel rischio di “una anastrofe sempre di nuovo minacciata dalla catastrofe e sempre di nuovo chiamata allo sforzo anastrofico della progettazione comunitaria dell’operabile secondo valori esprimibili e comunicabili”.

Lo spaesamento e l’angoscia territoriale di fronte all’unheimlich, il ciclo del tempo e quello della vita, con le sue stagioni e i suoi momenti individuali, la paura delle malattie, i lutti e le perdite, la negazione dell’eros, la fatica e l’incertezza dei risultati che ne possono derivare sono tutte eventualità che, quale “negativo dell’esistenza”, potrebbero porsi all’origine della crisi.

( Continua … )