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Non siamo mai così privi di difese, come nel momento in cui amiamo. Sigmund Freud
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Le radici della paternità di oggi: i riti della couvade

category Atri argomenti Emilio Castaldi 3 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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L’uomo vive l’esperienza della nascita di un figlio dal punto di vista mentale e spesso non gli è facile esprimere i vissuti emotivi caratteristici di questa fase della vita. La Couvade, ci mostra invece come sia possibile da parte dell’uomo vivere la gravidanza in un modo più profondo e partecipato anche dal punto di vista somatico, in linea con il nuovo profilo della paternità di oggi.

Verranno prese in esame le antiche radici che legavano l’uomo all’evento parto da un punto di vista fisico, non verbale e non detto. Le fonti di riferimento per la trattazione seguono un percorso antropologico ancora poco investigato: rimane da capire se questo mancato interesse è dipendente in qualche modo dalla natura complessa e sfuggente del tema, o rientra comunque nello scarso filone di studi che ancora coinvolge tutta la paternità in generale. A prescindere da queste riflessioni, la couvade rimane comunque un approfondimento interessante sul tema della partecipazione paterna alla gravidanza, mostrandone aspetti esclusivi del sentire paterno.

Il rito

Com’è noto durante la gravidanza nell’uomo possono affiorare particolari vissuti: un’invidia verso la compagna per esempio, sia nel poter sentire il figlio in una forma esclusiva, sia nella possibilità di partorire e allattare, percepiti come momenti unici e profondi, il cui limite invalicabile è rappresentato, com’è evidente, dai fattori biologici. C’è nell’uomo quindi una sorta di invidia e gelosia nei confronti della partner, che esula dal rapporto di coppia e rimanda al “difetto biologico”. Proprio per “prevenire” questa gelosia e far partecipare i padri alla gravidanza e alla nascita del proprio figlio più attivamente, alcune culture tradizionali in diverse parti del mondo (dal Sud America all’India) hanno sviluppato nel passato diverse pratiche atte ad aiutare il futuro padre e ad approfondire la sua identificazione con la gravidanza, facendolo in tal modo partecipare e sentirsi parte integrante di essa. Queste pratiche sono note appunto con il nome di riti della couvade.

( Continua … )

Vecchie e nuove dipendenze: Alcol e generazioni (“bagnate” o “asciutte”) – paesi mediterranei (vino), nordici (birra) – dieta o intossicazione – “drunkoressia” – binge drinking- cultura dell’addiction – “consumopatia”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 1 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Il momento socio-culturale che stiamo vivendo sembra essere quello in cui le correnti classificazioni, categorizzazioni e tipologie non sono in grado di reggere alla lettura del reale da parte di nuovi strumenti di analisi a cui prima non si faceva ricorso. Cosicché il maggiore spazio offerto alla ricerca permette ora di formulare nuove ipotesi a partire dagli stimoli provenienti dalle cosiddette “zone grigie”.

La distinzione socio-culturale tra generazioni “asciutte”, contrapposte a quelle “bagnate”, tra paesi legati al vino, alla birra o ai superalcolici, è ormai divenuta, da un punto di osservazione prettamente sociologico, priva di senso. Anzi, trascurando le più recenti acquisizioni antropologiche sugli scambi, sta avvenendo, forse, una sorta di grossolana inversione di ruoli, sia pur all’interno di significativi fattori di continuità, relativi alla socializzazione al bere, che resta pur sempre “socialmente indotta, socialmente controllata, socialmente rilevante”.

Quali sono le categorie adatte a rappresentare le trasformazioni  degli stili del bere, in che termini e con quale linguaggio esprimerle? L’onestà intellettuale impone prudenza e riconosce la difficoltà descrittiva del nuovo senza ricorrere a vecchie espressioni, e dunque la resistenza a liberarsi di concezioni superate, per approdare alle idonee innovazioni.

Uno dei dati più significativi emersi dagli studi attuali è il mutamente delle culture del bere, che, a seconda dei paesi può riguardare gli elementi principali del consumo, quali, per esempio, gruppi, forme di controllo, preferenze, frequenza, funzione, contesto e situazione.

La prima distinzione si basa sul tipo di bevanda che tradizionalmente è consumata in misura prevalente: vino, birra e superalcolici rispettivamente per Europa meridionale, centrale e settentrionale. In area mediterranea, e quindi nei paesi del vino, la parte preponderante delle bevande alcoliche consumate continua a essere costituita dal vino, anche se il volume di consumo è diminuito drasticamente, fin quasi a dimezzarsi, lasciando spazio a nuovi significati relativi a tale consuetudine di ingestione. I paesi della birra hanno aumentato percentualmente il consumo del vino, mentre i paesi che abitualmente si dedicavano ai superalcolici, adesso oscillano tra birra e vino.

Eppure questa che sembra una semplice instabilità di vocabolario si riflette sulle difficoltà di classificazione nelle categorie tuttora a disposizione.

( Continua … )

Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Psichiatra… che differenza c’è?

category Atri argomenti Massimo Agnoletti 30 Luglio 2012 | Stampa articolo |
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LO PSICOLOGO

Lo psicologo è una persona che dopo una laurea di cinque anni (detta anche “specialistica”) in psicologia, compie un tirocinio obbligatorio della durata di un anno, effettuato con la supervisione di un professionista, al fine di superare l’esame di stato necessario all’iscrizione all’Ordine degli Psicologi. Solo dopo aver concluso positivamente tutti questi passaggi è possibile l’iscrizione presso il Consiglio Regionale degli Psicologi di appartenenza il quale abilita lo psicologo all’esercizio della professione. Lo psicologo, in accordo al codice deontologico che è tenuto a rispettare per legge, aggiorna continuamente la propria formazione.

Al pari della professione medica, lo psicologo abilitato dallo Stato e iscritto all’Ordine, esercita una professione con finalità sanitarie cioè di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione oltre alle attività di ricerca e didattica nell’ambito della psicologia.

Lo psicologo quindi è legittimato a compiere interventi che spaziano dalla   salutogenesi, ossia la prevenzione del disagio e la promozione della salute psicologica, alla patologia cioè la cura dei disturbi mentali. In quest’ultimo caso si tratterà di curare i disturbi mentali attraverso terapie psicologiche (da non confondersi con gli interventi psicoterapici riservati agli psicoterapeuti, si veda la sezione dedicata poco sotto).

Come il medico può curare (con strumenti caratteristici della professione medica) essendo abilitato alla professione della medicina, così lo psicologo può curare (con strumenti caratteristici della professione di psicologo) essendo abilitato alla professione della psicologia.

In Italia lo psicologo è l’unica figura professionale riconosciuta e regolamentata per legge che ha a che fare con la salute psicologica attraverso modalità e strumenti peculiari delle Scienze Psicologiche. Come vedremo più avanti esistono altre figure  professionali riconosciute per legge (medici, psichiatri e psicoterapeuti) che condividono la finalità intesa come miglioramento del benessere psicologico ma differiscono negli strumenti utilizzati (i medici e gli psichiatri usano strumenti farmacologici, gli psicoterapeuti strumenti psicoterapici).
Psicologo, medico, psicoterapeuta, psichiatra condividono il fatto di avere come obiettivo il benessere (anche) mentale, ma lo perseguono attraverso modalità e strumenti diversi caratteristici di ciascuna professione. Psicologo, medico, psicoterapeuta, psichiatra avendo anche come ambito di pertinenza la patologia e quindi la cura, sono tutti terapeuti che si distinguono nel modo in cui hanno di affrontare la problematica portata dall’utente/paziente.

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Gli alti e bassi di Biancaneve e la mistica della Femminilità – L’Amore in più fa la famiglia e l’unione fa la coppia?

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 25 Luglio 2012 | Stampa articolo |
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La fiaba di Biancaneve ci espone una situazione di rivalità generazionale, in tema di bellezza e di seduzione, di potere e di suggestione, mediata dal pomo della “discordia” e della “tentazione”, e incentrata sul rapporto con l’altro anagrafico, e con lo “specchio”, riflettente o deformante, della realtà della trasformazione, dell’immagine corporea, della dismorfofobia.

La versione primitiva, la più arcaica, contrapponeva la figlia adolescente alla madre “cattiva”, a quell’aspetto negativo della femminilità che pure esiste ed è naturale. La strega, in questo caso, diviene la corrispondente femminile dell’orco, per come è stata affidata alla storia la vicenda della contessa Erzsébet Báthory, accusata di bagnarsi nel sangue di vergini per mantenersi un’epidermide sempre giovane e fresca.

In una trasposizione albanese, Le sorelle gelose“, la morte viene causata da un anello magico e la rivalità è squisitamente sororale, come in Cenerentola. Nel classico poema epico indiano, “Padmavat (1540), la domanda “chi è la più bella?” la regina Nagamati la rivolge al suo nuovo pappagallo.

L’adattamento dei fratelli Grimm, anche se nell’immaginario moderno influenzato da Disney viene ambientato nel castello bavarese di Ludwig e Grimilde ha le sembianze della margravia Uta degli Askani, si presta alle reinterpretazioni della condizione femminile, di cui rappresenta tormenti, aspirazioni, mediazioni e corvè. Le narrazioni di Aleksandr S. Puskin (Fiaba della zarevna morta e dei sette bogatyri , 1833, e la precedente Favola dello zar Saltan, di suo figlio il glorioso e potente bogatyr principe Gvidon Saltanovič e della bellissima zarevna Lebed’, 1831, messa poi in musica da Nikolaj A. Rimskij-Korsakov), sono più eclettiche e incentrate sul tema del lutto e della nostalgia. Ma cavalieri (bogatyri) e principi, briganti, ladri o nani, al di là del subdolo richiamo fallico, osceno e prolifico, costituiscono il riferimento contrattuale contaminante con il genere maschile, essendo allo stesso tempo, in parte stupratori e partner, oppure paterni e protettivi, e dall’altra indifesi e da accudire.

La cura e l’affetto per la prole “settenaria”, compiuta, appagherebbe un istinto materno tutto da coltivare, secondo la nota tesi di Elisabeth Badinter (“L’Amore in più. Storia dell’amore materno”, Fandango, Roma 2012), e, per quanto insinua Betty Friedan, in “La mistica della Femminilità” (Castelvecchi, Roma 2012), dietro ogni stereotipo sociale, seppure di apparente emancipazione, si nasconde un’imposizione della logica utilitaristica.

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Quando una donna è lontana

category Atri argomenti Angela Flammini 13 Luglio 2012 | Stampa articolo |
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Per provare desiderio sessuale,
la donna ha bisogno di una buona
quantità di ossitocina in corpo. 

Quando un uomo è “lontano”, molto probabilmente, questo non dipende da problemi di coppia. In generale, egli ha un problema e si allontana, chiudendosi nel silenzio, per risolverlo. Ben poco può fare la donna per aiutarlo, se non tacere ed assecondare questo allontanamento. Quando un uomo è sotto stress, il suo livello di testosterone è basso e fare sesso può essere un modo per ripristinarlo e stare meglio.

Quando una donna è “lontana”, molto probabilmente e comunque in parte, dipende da problemi di coppia. In generale, ella è talmente sotto stress da avere un problema ormonale di calo di ossitocina, l’ormone del benessere femminile, della socialità e del legame. Quando questo ormone scende, ella è preda di un grande malessere e tutt’altro sente, fuorché il desiderio sessuale che, per lei, nasce dal contatto, dal legame, dal sentirsi vicina al proprio partner, ovvero, proprio dalla produzione di ossitocina. Quando la donna è lontana, molto probabilmente non si sente amata e ciò di cui ha più bisogno è proprio questo, non essere lasciata sola e di ricevere invece attenzioni, carezze e baci.

Uomini e donne hanno in media la stessa quantità di ossitocina nel sangue, ma le donne possiedono più estrogeni che ne potenziano l’efficacia, mentre, il testosterone ne contrasta l’effetto.  Per questo motivo, per una donna, partecipare ad attività lavorative che stimolano la produzione di testosterone, ovvero a tutte quelle attività maschili atte alla risoluzione dei problemi, riduce drasticamente il tasso di ossitocina. Cosa inversa degli uomini che, risolvendo i problemi, aumentano la produzione di testosterone e quindi del loro ormone del benessere.
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Contro le radici – La mappa dell’Anima – Si fa presto a dire dio – l’ossessione identitaria e il gatto di Montaigne

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Sermonem Ausonii patrium moresque tenebunt,/ utque est nomen erit; commixti corpore tantum/ subsident Teucri” (Virgilio, Aeneis, 12, 834-36).

Un problema scottante all’epoca del progenitore dei romani, come lo è ancor di più al giorno d’oggi. Gli autoctoni “conserveranno la patria lingua e i costumi, e il nome sarà quello che è; la mescolanza avverrà nel corpo e nel fondo sarà depositato quel che proviene” dagli immigrati, la cui componente dovrà svolgere un esclusivo ruolo residuale.

Chi erano gli Ausonii, chi erano i Teucri?

Tenendo conto dell’esito della rotacizzazione, in latino, della “esse” intervocalica, i primi si identificherebbero con gli Aurunci, popolazione osca, d’ origine indoeuropea, la cui pentapoli (federazione di cinque città) era composta da Ausona, Vescia, Sinuessa, Minturnae e Suessa. Secondo le fonti, gli Ausoni, insieme con gli Enotri, rappresentarono, le più antiche popolazioni italiche dominanti la gran parte meridionale del territorio peninsulare, avendo ormai raggiunto una loro stabilità nell’VIII secolo a.C.. Strabone (VI, 255) ne darebbe conferma indicandoli quali fondatori, nei pressi di Terina,  della città di Temesa, che però non corrisponderebbe a quella citata nell’Odissea, molto più probabilmente cipriota (Temése, Tamasso). Quando, secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso (1 11,2-4; 12,1), Enotro, figlio di Licaone, nato diciassette generazioni prima della guerra di Troia, condusse gli Arcadi sino alle regioni occidentali d’Italia, il mare che le bagnava “si chiamava Ausonio dagli Ausoni che abitavano le sue rive”. Gli Ausoni già allora erano indigeni!

I Teucri provenivano da oriente, dalle sponde dell’attuale Turchia, con il significato di discendenti del fondatore (Têukros). La Troia della saga omerica sarebbe stata però edificata da Dardano, figlio di Zeus ed Elettra, il quale sarebbe giunto nella Troade, ribattezzata Dardania, dopo aver fatto tappa nell’isola di Samotracia, proveniente dalla città di Corito, l’italica Cortona -Corinto, ricordata dalla magno-greca Crotone, ma molto verosimilmente identificabile con l’etrusca Tarquinia. Come nel caso di Temése, Temesa, Terina, Tamasso, anche in quello di Corito, Corinto, Cortona, Crotone, la tradizione di mitizzazione ecistica, comune alle colonie greche, di ricorrere alle omonimie, sarebbe stata ripresa nei tempi classici, per nobilitare i propri luoghi. Anzi, addirittura, per rendere meno stranieri gli sconosciuti, (ri)conoscendoli quali emigrati di ritorno!

( Continua … )