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Il significato dei sogni

category Atri argomenti Annalisa Barbier 22 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

È un fatto ormai risaputo che un terzo della nostra vita lo trascorriamo dormendo: una persona di 60 anni ha quindi trascorso circa 20 anni dormendo, dei quali 6 sono stati impiegati sognando!

Il sonno quindi è una porzione fondamentale della nostra vita, e non è un caso che rivesta un ruolo di enorme importanza per diverse ragioni: esso infatti garantisce al nostro cervello di riposare, di “resettare” la propria attività per prepararsi al giorno seguente e di rielaborare i contenuti della realtà e dell’inconscio attraverso l’attività onirica.

La storia dello studio del sonno è piuttosto recente.

  • Nel 1936 si scoprì che l’EEG (elettroencefalogramma o misurazione dell’attività elettrica della corteccia cerebrale) presentava notevoli variazioni durante il sonno:  si presentava infatti un’alternanza di cicli ad onde ampie e lente con cicli a onde rapide e di basso voltaggio simili a quelle della veglia.
  • Nel 1953 si scoprì inoltre che, durante le fasi in cui prevaleva un’attività ad  onde frequenti e a basso voltaggio, gli occhi dei soggetti si muovevano al di sotto delle palpebre mostrando sequenze di rapidi movimenti (Rapid Eyes Movements – REM). Questa fase del sonno fu quindi chiamata fase REM proprio per la presenza di tali tipici movimenti oculari, ai quali si associa il blocco totale dell’attività dei muscoli facciali.

Il ciclo del sonno è  il modo con cui si alternano diverse fasi (caratterizzate ognuna da attività cerebrale e muscolare specifica) durante una notte di sonno, e comprende 5 stadi differenti della durata di 90-120 minuti ciascuno. I sogni possono avere luogo in una qualunque di queste fasi, sebbene quelli che ricordiamo meglio avvengono nell’ultima fase. Il ciclo completo si ripete mediamente 4/5 volte durante la notte, e in alcuni casi può arrivare a ripetersi fino a 7 volte.

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Crepuscolo degli idoli: Nietzsche, Freud, Jung – dal Trascendimento rovesciante o Rovesciamento degli estremi all’Enantiodromia: la mistica di una psicologia orgiastica

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Il perno del filosofare nietzscheano non è costituito né dal materialismo né dalla dialettica, ma da una trascrizione”, scrive Ferruccio Masini (1928-1988), nell’introduzione a “Lo scriba del Caos” (1978), in polemica con la supposta superiorità di un materialismo che si occupi di corporeità. Nell’esperimento del filosofo tedesco prende il sopravvento la tensione del trascendimento, che, quale moto interiore verso l’estremo, si costituisce nell’esatto contrario.

Masini fonda la sua interpretazione sulla tensione interna alla filosofia di Nietzsche, intesa come se fosse un esperimento dalla logica immanente, e comunque estranea alla dialettica. Questa tensione la identifica nel “rovesciamento degli estremi”, in base al quale, una volta che si sia radicalizzata una certa posizione, si ottiene il ribaltamento nel suo opposto.

Tale nichilismo “attivo” viene sfruttato nella sua “potenza” di divenire la logica stessa della decadenza. Cosicché ciò che esprime determinati valori contiene in sé la forza che li depriva di significato, svuotandoli d’ogni senso. Si tratta d’una prospettiva in cui si sviluppa il “trascendimento rovesciante”, un moto che arriva a svalutare l’esistenza fino all’amor fati o all’affermazione della “morte di Dio”.

Non essendo una sperimentazione “redenta”, mette in luce quella cifra tragica della mancata univocità del tutto, che invece si presenta “ritmico” nella moltiplicazione delle tensioni, e successive contrapposizioni, di verità e menzogne, queste appartenenti all’Apparenza, mentre l’altra subisce una sorta di fatale entropia, anticipatrice della junghiana Enantiodromia. La creazione ha plasmato l’Apparenza in cui vengono iscritti i valori quali caratteri di una scrittura che traduce il mito nelle figure dell’Inattuale. Mentre il discorso della Ragione vanta un grado di formalizzazione teoretica trasferibile in linguaggio, ossia in modalità normative discorsive e non discordanti nei suoi contenuti di verità.

La maggior parte del nostro essere ci è sconosciuto… - lascia detto ai posteri in “Die nachgelassenen Fragmente”, Aforisma 32 – abbiamo in testa una visione dell’ Io che ci determina in molti sensi. Esso deve avere una coerenza di sviluppo. E’ questa l’azione culturale privata – vogliamo creare unità (ma crediamo che si tratti solo di scoprirla)”.  E ancora: “L’Io (che non è la stessa cosa dell’economia unitaria del nostro essere!) è solo una sintesi concettuale…”.

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La corsa dal punto di vista di un atleta psicologo

category Atri argomenti Matteo Simone 10 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Perché uno corre?

Si inizia a correre per esempio perché invogliati da un amico, o su indicazione di un medico, o per partecipare a una corsa non competitiva.

Che succede dopo aver provato a correre?

In genere non si torna subito a correre perché la fatica ha lasciato il segno, ma, per pochi diventa un’occasione per fare qualcosa insieme, per stare con altri, per frequentare un gruppo, per stare all’aria, per tenersi in forma. Ci si incontra, si ha uno spazio e un tempo riservato, ci si interessa ai mondi altrui che piano piano si schiudono all’altro, si organizzano cene, viaggi.

Cosa può succedere dopo un periodo di allenamento?

Capita che uno riesce nella corsa a non stancarsi subito, a stare al passo con altri che corrono da più tempo, che si viene invogliati ad allenarsi meglio e a partecipare a competizioni.

Cosa succede partecipando a competizioni sportive?

Può succedere che non si regge lo stress o che, al contrario, si arrivi al traguardo prima di altri, e si viene riconosciuti come persone in gamba che riescono.
Cosa si va incontro riuscendo nelle competizioni sportive?

Si sperimenta qualcosa di nuovo, si viene riconosciuti alle gare come persona da battere, si inizia a pensare a diventare sempre più forti, quindi si chiede ai più bravi come fare per migliorare le prestazioni, si chiedono programmi di allenamento, ci si mette d’accordo con i più forti per allenarsi assieme, la corsa diventa una cosa importante della propria vita, uno spazio e tempo da investire, qualcosa di prioritario nella giornata, quindi ci si sveglia pensando a quando ci si può allenare, come con chi e a quale gara partecipare per verificare il proprio potenziale.

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Dalla simbiosi all’autonomia: decorso naturale e patologia

category Atri argomenti Dott.ssa Veronica Iorio 9 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Si ha una simbiosi quando due o più individui si comportano

come se formassero un’unica persona”.

(Schiff, 1980)

 

Aaron e Jacqui Schiff considerano la psicopatologia come il risultato di una relazione simbiotica non risolta. Una volta instaurata, la simbiosi fa sì che i partecipanti si sentano a proprio agio, ma questo agio ha un prezzo molto elevato in quanto implica il sacrificio di buona parte delle risorse individuali. In altre parole, si può dire che la stabilità viene acquisita a patto che entrambe le persone svalutino le proprie capacità, in modo che ciascuno senta di aver bisogno dell’altro.

Simbiosi naturale
La relazione simbiotica all’origine della vita garantisce al bambino la sopravvivenza attraverso la protezione, il nutrimento e il calore che la madre gli procura ma, con l’acquisizione delle capacità autonome, con lo sviluppo del sé e delle funzioni dell’Io, diviene man mano un terreno da cui prendere le mosse perché l’individuo possa esplorare modalità indipendenti di stare in vita.
Una struttura genitoriale positiva e coerente è in grado di offrire al figlio un’adeguata protezione e un clima di fiducia: occasioni che promuovono l’intimità ed occasioni che incoraggiano la separazione. Per ogni bambino è necessario incorporare i seguenti messaggi:
- Puoi risolvere i problemi
- Puoi pensare
- Puoi fare le cose
In termini analitico-transazionali l’incorporazione di questi messaggi si traduce nella capacità della persona di utilizzare efficacemente il problem solving, di disporre attivamente delle risorse dell’Adulto e nel sentire sia se stesso che l’altro Ok.

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 5

category Atri argomenti Alfonso Falanga 8 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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L’esigenza umana di ridurre l’ansia derivante dal muoversi in un mondo ( uomini, cose, eventi, relazioni, ecc. ) per lo più imprevedibile ha prodotto procedure di etichettamento con cui dare definizioni, significati e senso a quel medesimo mondo per poi renderlo prevedibile e perciò meno inquietante.

Da tale procedura derivano non solo gli espedienti quotidiani su come districarsi tra la complessità della vita ma anche le grandi narrazioni ideologiche, politiche e religiose che hanno descritto l’uomo e il mondo.

L’etichettamento, perciò, ha avuto ed ha il pregio di favorire la sopravvivenza dell’individuo in una realtà materiale ed immateriale spesso non a sua misura. Le convinzioni acquisite, insomma, sono le maniglie a cui aggrapparsi nel procedere tra la complessità, e spesso l’inspiegabilità, dell’esistenza.

D’altra parte, l’etichettamento ha in sé un limite e cioè quello di escludere dalla visione che si ha di sé, degli altri e della realtà tutto ciò che non è immediatamente noto. Esso inibisce, fino a vietare del tutto, modi di pensare e modi di agire che si distanzino, più o meno significativamente, dalle convinzioni e procedure già sperimentate e confermate ( spesso a prescindere dagli esiti da esse derivanti ).

L’etichettamento seziona la vita fisica e psichica in due settori separando ciò che già si sa da ciò che ancora non si sa.
Certamente il desiderio, a volte il bisogno, di sperimentare nuovi percorsi ( nel lavoro, negli affetti, nelle abitudini quotidiane, ecc ) orienta il nostro comportamento. Tale spinta è generalmente favorita da condizioni di benessere materiale e/o immateriale ed inibita, viceversa, nei momenti di crisi. Quando le cose “ funzionano “ ci sentiamo sicuri e protetti al punto da osare nuovi percorsi e siamo disposti a correrne i rischi che ne derivano.

L’insicurezza generata dalla precarietà materiale  e/ o immateriale, al contrario, ci lascia ancorati a quel poco o niente che già possediamo o riteniamo di possedere.

E’ un paradosso. In effetti la logica vorrebbe il contrario: la sicurezza dovrebbe trattenerci lì dove siamo, la precarietà condurci a sperimentare altre opzioni. E’ invece una caratteristica alquanto diffusa negli individui reiterare, di fronte a situazioni problematiche e conflittuali, comportamenti inefficaci pure nella consapevolezza di tale loro inadeguatezza.

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Il viaggio dell’eroe

category Atri argomenti Annalisa Barbier 25 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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Il “Viaggio dell’Eroe” è il nostro Viaggio personale e noi siamo l’Eroe. Esso è  l’insieme delle esperienze che attraversiamo nella nostra vita e dalle quali apprendiamo a crescere, a modificare i nostri atteggiamenti, a guardare alla vita e agli altri in modo nuovo. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche il nostro Viaggio prevede che ci siano un Tesoro da scoprire (o ri-scoprire) e un Drago da uccidere; il Tesoro è la scoperta del nostro vero Sé, dei nostri talenti, delle nostre attitudini profonde e il Drago rappresenta le nostre paure interiori, i nostri limiti. Questo Viaggio non finisce mai. Come dice l’Autrice:

“… noi non cessiamo mai di viaggiare, ma abbiamo degli eventi che marcano le tappe quando quello che accade è il risultato della nuova realtà che abbiamo incontrato. E ogni volta che ci rimettiamo in viaggio, lo facciamo ad un nuovo livello e torniamo con un nuovo Tesoro e capacità trasformative di nuovo conio”.

Il senso del nostro Viaggio allora è la scoperta del nostro valore, del nostro Sé, del significato profondo della nostra vita, e ci dona

“… la possibilità di lasciarsi dietro la frustrazione di potenzialità non sfruttate e di decidere di vivere alla grande […] Possiamo vivere una vita grande solo se siamo pronti a diventare grandi noi stessi e a superare, durante il processo, l’idea della impotenza assumendoci la responsabilità della nostra esistenza.”

Il senso profondo di questo Viaggio è il raggiungimento del nostro fine-significato: sapere di essere un Eroe vuol dire sapere di essere a posto, nel momento e nel luogo giusto, vuol dire imparare a conoscere i propri talenti e le proprie capacità e capire quale è il PROPRIO fine, non quello che ci è stato attribuito da altri o qualcosa che gli altri si aspettano da noi.

In altre parole significa DIVENIRE SE STESSI.

( Continua … )