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Maltrattamento e violenza alle donne

category Atri argomenti Maria Galantucci 1 Giugno 2010 | Stampa articolo |
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Riconoscere e   conoscere quello che spesso succede tra le mura domestiche in termini di danno per le donne e i minori, sapere che per violenza e maltrattamento si intende tutto ciò che implica sopraffazione psichica, economica, sessuale, oltre che fisica, vuole dire offrire alle donne la possibilità di rompere il segreto senza essere accusate di complicità, di avere la certezza che non solo chi picchia o uccide compie un reato, ma anche chi insulta, svilisce o minaccia.

Spesso l’agire con violenza proviene da lontano, è un atteggiamento che passa dal padre al figlio, così come il subire passa, in modo transgenerazionale, dalla madre alla figlia, in una catena che sembra difficile da spezzare.

La violenza fisica: si intende qualsiasi azione che possa far male o spaventare, e quindi non solo botte che provocano lividi, ferite o rotture, come ceffoni, calci, pugni, morsi o altro fino a esiti letali, ma anche atti intimidatori e minacce che tendono a terrorizzare la donna e a tenerla sotto controllo. In questo senso gli urli, le aggressioni verbali, lo spaccare oggetti o prendere a calci mobili e porte, metterle le mani al collo, farle vedere un’arma o un coltello, strattonarla sono tutte forme di violenza fisica che non producono conseguenze visibili e che possono non essere riconosciute come tali, anche dalle donne stesse che le subiscono.

La violenza psicologica: l’aspetto psicologico del maltrattamento è una delle più potenti strategie di potere e di controllo che presiedono all’effrazione. In questo senso si parte dal presupposto che il maltrattante intenzionalmente voglia sopraffare la donna mediante strategie umilianti e dolorose di potere e controllo che provocano nella vittima una vera e propria  effrazione psichica, indebolendola e impoverendola in modo grave ma funzionale al protrarsi dell’abuso.

( Continua … )

Giardini e No(n) Colori? – il marrone ed il bianco, il mimetico e l’invisibile – la corazza ricamata – natura come cura – “solvitur ambulando” – Filosofia del viaggio (e del camminare)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Maggio 2010 | Stampa articolo |
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Umberto Pasti, in “Giardini e No” (Bompiani, Milano 2010), racconta di come l’arredatrice Elsie de Woolf (Lady Mendl), giungendo per la prima volta davanti al Partenone, esclamasse: “Beige! Just my colour!”. Beige sarebbe quel colore naturale che avrebbero i tessuti  qualora non ricevessero alcuna colorazione artificiale, quello del filato grezzo cioè, in origine probabilmente bigio, cinereo, cupo, triste, per nulla appariscente, anzi facilmente mimetizzabile, come si dice dei gatti al buio, ne “Il paese dei campanelli”. Anche l’ecru, sfumatura di giallo tendente al grigio pallido, molto simile alla varietà “pastello” del marrone, indica etimologicamente un qualcosa di grezzo non candeggiato.
Ocra è la tonalità che varia dal giallo oro al rosso. Il color “rame” tende al rosso, come il “mogano”, appunto, peculiare di quel legno, mentre il tono “ruggine” è un rossiccio più bruno. Cachi deriva dal persiano Khak, che significa polvere; il cachi chiaro è la gradazione “catrame”. A richiamare il terreno durante la rotazione delle colture è il “fallow” (terra a maggese). “Tronco” indica la vecchia rappresentazione dell’albero; mentre “grano” è precipuo del frumento. Bistro è quella varietà cromatica giallo bruno della fuliggine stemperata, molto usata sia dal Guercino che da Rembrandt. Il “bruno Van Dyck”, impiegato dal ritrattista fiammingo, è più antico, intenso, profondo, scurissimo, tende al nerastro. “Terra d’ombra” appartiene alla categoria dei bruni, come il bruno di Marte o l’asfalto; se “bruciata” vira al rossiccio brunito; “terra di Cassel” è il cosiddetto “nero avorio” (nero di Colonia o nero di velluto) della terra naturale calcinata; “terra d’Umbria” ha una tonalità molto più rossa; “terra di Siena” invece è un marrone chiarissimo. “Testa di moro” denota la tinta scura caratteristica della pelle trattata. “Borgogna” una sfumatura di porpora, mentre il bordeaux possiede una tonalità scura di rosso. “Russet” è il rossastro tipico di una particolare varietà di patate.
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Percezione e diagnosi

category Atri argomenti Margherita Scorpiniti 18 Maggio 2010 | Stampa articolo |
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La percezione è essenzialmente una decodifica di significati  a partire da dati sensoriali.

Nelle nostre percezioni, la conoscenza si costruisce tramite l’interazione tra esperienza e sensi che, organizzati, rendono più o meno sensibili alle alterazioni sensoriali nella misura in cui il cambiamento si oppone alla precedente abituazione(Ornstein, 1986).

Se consideriamo la percezione in rapporto al senso che diamo alle cose, ci accorgiamo dell’esistenza di un continuum tra la percezione, l’individuale, il soggettivo e i processi di attribuzione di significato.

Test proiettivi strutturati come il test di Rorschach (costituito da macchie indefinite), sono stati elaborati proprio partendo da queste basi.

Il soggetto che si sottopone a questo test, osservando le immagini, deve riferire le proprie rappresentazioni ed emozioni.

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Il disagio nella civiltà – quale malessere, quale cultura, quale futuro? – L’Io Arlecchino – xenofobia – Psicopatologia delle relazioni e della solitudine – Ma io, chi sono? (ed eventualmente, quanti sono?) – nella natura la cura? – minzione ed addomesticamento del fuoco – rimorso e senso di colpa – economia inconscia ed utilitarismo sociale

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Maggio 2010 | Stampa articolo |
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Ne “L’Io e l’Es” (1923), ed ancor prima in “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” (1921), Freud descrisse l’Io come istanza centrale della soggettività, alla quale attribuire degli specifici compiti: quello di mediare tra le spinte pulsionali dell’Es (libido/aggressività) e la coscienza morale del Super-Io, nonché, allo scopo di bilanciare e frenare gli istinti con (e mediante) il principio di realtà, quello di presentare concretamente il mondo esterno all’inconscio “desiderante”, rendendone così sopportabili le inevitabili frustrazioni. L’Io così descritto dal padre della Psicoanalisi potrebbe allora sembrare un Arlecchino della Commedia dell’Arte, “servo di tre padroni”: Super-Io, realtà, pulsioni.
Ne “Il Disagio nella civiltà” (1929), Freud ammette che il processo di socializzazione, nell’attenuare i rischi autodistruttivi del consorzio umano, per proteggere dalle estreme conseguenze dell’aggressività incondizionata verso le fasce più deboli, quali donne, bambini, anziani, ha costretto alla rinunzia alle gratificazioni (attraverso il soddisfacimento immediato e diretto delle pulsioni), e ciò ha reso l’accesso al sentimento della felicità molto più tortuoso ed ovviamente meno praticabile. A causa (od, a seconda dei punti di vista, grazie) all’incivilimento, si costituisce quel primo “meccanismo di difesa” che sposta le pulsioni, sessuali o aggressive, verso la valorizzazione di obiettivi socialmente accettabili, e quindi non sessuali e non aggressivi. Le gratificazioni vengono quindi procrastinate e ricercate in mete più impegnative, che costituiscono traguardi culturali nell’ambito delle professioni, della ricerca o dell’attività artistica, ovvero in finalità relazionali, quali l’amore, l’affetto, l’amicizia, la solidarietà.
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Controllo livello di attivazione pre-gara

category Atri argomenti Matteo Simone 9 Aprile 2010 | Stampa articolo |
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Una difficoltà dell’atleta potrebbe essere di non sentire di avere l’attivazione ottimale per affrontare la gara e questo sicuramente può ingenerare una sensazione di malessere che si ripercuote negativamente sulla prestazione.

La richiesta dell’atleta potrebbe essere di continuare ad andare forte per sperimentare sensazioni piacevoli indescrivibili ma avere ottime sensazioni anche durante il pre-gara.

L’obiettivo dell’intervento potrebbe essere di contribuire ad un miglior stato di attivazione pre-gara ai fini di una sensazione autopercepita di benessere che possa portare ad uno stato di grazia (flow) per il conseguimento di prestazioni ottimali (peak performance).

Mihaly Csikszentmihalyi, professore presso il dipartimento di psicologia dell’Università di Boston, osserva come alcuni individui in certe particolari condizioni vengano completamente assorbiti dalla pratica di un’attività fino ad entrare in uno stato di leggera trance, ovvero in flow.

L’esperienza del flow corrisponde ad uno stato psicofisico ottimale: uno “stato di grazia” che rappresenta un elemento predisponente importante per il verificarsi delle cosiddette “peak performances” (prestazioni eccellenti) e si identifica con una particolare condizione in cui l’atleta è così coinvolto nel gesto agonistico in atto tanto da escludere dalla sua mente qualsiasi altra cosa sviluppando la massima attenzione e concentrazione.

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Il senso ed il suo contesto – Il formaggio con le pere (ed altre misticanze) – Ma io, chi sono? per (non) sapere – comunicazione pleonastica e primato epistemologico del buongusto

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 31 Marzo 2010 | Stampa articolo |
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C’è stato un momento nella storia della cultura umana in cui un termine indicativo del senso del palato, in funzione alimentare, e quindi soggettiva, naturale, ed istintiva, ha acquisito valor di metafora con significato estetico, collettivo, culturale, acquisito. L’idea di buongusto, praticata “fuor di metafora” in campo gastronomico, ha condotto ad una sua estensione altrove, in un terreno di coltura già abituato alle delicatezze percettive del palato, e per ciò stesso in grado di trasporre il giudizio dei sapori in un suo uso figurato e letterario, e quindi modificare la critica della tavola in quella della “tavolozza”. Sarebbe poi accaduto forse che, nel ridefinire retroattivamente un’assegnazione caratterizzante ai significati dei due termini, al “gusto” sia toccato il compito sensoriale di riconoscere come buono ciò che piace ed al “buongusto” quello culturale di sapere perché piace ciò che è buono, grazie alla mediazione del tirocinio di un meditato affinamento.
L’equazione, che diverrà irreversibile in seguito alla trasposizione dei termini, per cui al gusto si rivelerà buono quanto soddisfa ed il buongusto otterrà appagamento dalla salubrità, verrà contrastata dall’adagio “de gustibus…”, che in merito richiede un’assoluta sospensione del giudizio (“epoché”). La disputa rischierebbe di differenziare vari dispositivi per il tramite di valutazioni “altre”, oltre il consentito dibattimento strettamente sapienziale, quale potrebbe essere un’eventuale esclusione di classe, quella del cosiddetto “parvenu”, o “bifolco arricchito”, alla Trimalcione di petroniana memoria. In quest’ultimo caso, la distinzione attraverso il gusto potrebbe divenire un meccanismo culturale atto a “snobare” ingenui ed inesperti, costringendoli a confessare, forse non senza malcelata ripicca catalana: “Mon senyor, mangeu les peres, que les tinc de llançar al porc” (Mio signore, mangiate voi le pere, ché noi le diamo ai maiali). Il che trova eco nella rassegnata preghiera meridionale a Sant’Accutuffato, affinché assicuri la provvidenza al ricco in quanto il povero (alla miseria) è già abituato.
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