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Vi è sempre qualche cosa di infinitamente sordido nelle tragedie altrui. Oscar Wilde
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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 2

category Atri argomenti Alfonso Falanga 28 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Non staremo qui a spendere troppe parole sui concetti di “ comunicazione “ e di “ efficacia “.

Sappiamo bene che comunichiamo efficacemente quando siamo in grado di realizzare gli obiettivi della comunicazione o se vi ci avviciniamo in misura significativa. Come questo si realizzi, poi, è oggetto di discussione tra i vari orientamenti teorici che si occupano di che cosa accade, in termini di contenuti e forme, tra le persone quando entrano in contatto tra loro.

Secondo qualcuno, l’efficacia comunicativa coincide con la congruenza tra il linguaggio verbale e quello non verbale. Da quest’ottica, dunque, risulta essenziale una adeguata coordinazione della propria gestualità, mimica, postura, prossemica, uso della voce e dello sguardo, così come è necessaria l’attitudine a cogliere le medesime modalità nel proprio interlocutore ed interpretarle adeguatamente.

Per qualcun altro, pur nel riconoscimento della validità della padronanza del non verbale, la comunicazione efficace è esito, in misura preponderante, della gestione di quanto accade, in sé e negli interlocutori, in termini emotivi e cognitivi. Comunicare efficacemente, secondo quest’orientamento, è il risultato della capacità di dipanare  il groviglio di emozioni, pensieri e convinzioni che generano la comunicazione e che da essa, nel contempo, sono generate.

Da tale prospettiva, quella in cui di fatto mi riconosco, viene da chiedersi quali siano, in modo particolare, le variabili emotive e cognitive emergenti in tempo di crisi.

Una risposta richiede, però, che si chiarisca preventivamente cosa si intende, almeno in questa sede, per “ crisi “.

Quando si utilizza questo termine ci si vuole riferire, generalmente, ad una contrazione.

Applicato all’economia, almeno quella che ci riguarda direttamente e quotidianamente, il concetto sottende una carenza di soldi. “ Crisi del lavoro “ indica la drammatica mancanza di opportunità di inserimento nel mondo produttivo, licenziamenti, situazioni di precarietà per chi svolge comunque un’attività professionale, ecc.

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Shock da rientro

category Atri argomenti Laura Intiso 27 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Le vacanze tanto agognate sono giunte al termine. Mare, monti, laghi e luoghi che hanno trasportato la nostra mente lontano dalla solita quotidianità avvolgono ancora i nostri sensi. Eppure un pensiero insidioso turba questa magia: il rientro!

Valigie da disfare, finanze da ricapitolare, lavori da organizzare e impegni da smaltire.

Sveglia puntuale, traffico, telefono che squilla, appuntamenti, riunioni.

Ritornare alla vita di tutti i giorni può rappresentare un vero è proprio momento di stress. Cio’ è causato dal cambiamento di abitudini, dal passaggio da una totale assenza di obblighi e restrizioni a dei ritmi frenetici orchestrati da impegni e scadenze.

I sintomi piu’ diffusi possono manifestarsi sia a livello fisico che cognitivo. Spesso si possono presentare con mancanza di concentrazione, irritabilità, calo dell’attenzione, senso di stordimento, disturbi del sonno, dolori muscolari e nevralgie.

Sebbene lo stress sia concepito con un’accezione negativa, in realtà ha anch’esso una valenza positiva entro certi livelli. E’ un campanello dall’allarme, un segnale funzionale che ci avvisa che esiste un malessere, una rottura del delicato equilibrio mente-corpo.

Lo stress non è altro che la risposta aspecifica del nostro organismo alle situazioni di cambiamento e viene sperimentato quando ci sono delle richieste interne o esterne al soggetto che eccedono le risorse di adattamento.

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 1

category Atri argomenti Alfonso Falanga 24 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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E’ proprio vero che, appena entra in ballo il fattore economico, ci accorgiamo di cambiamenti fino a quel momento ignorati o sottovalutati.
Dopo che le nostre facoltà intellettive si sono cullate in una sorta di sonnambulismo, ecco che di colpo la crisi economica ci ricorda che viviamo in una dimensione in cui i confini materiali, e per alcuni aspetti anche quelli temporali, sono azzerati.
Termini come “ subprime “, “ bolla immobiliare “, “ spread “ e simili, al di là se ne abbiamo compreso o meno il significato, ci proiettano bruscamente nel mondo globalizzato, una realtà di cui certamente eravamo a conoscenza ma che, per i più e per lo più, sembrava appartenere alla sfera politico – culturale. Ci sentivamo “ globalizzati “ semmai solo quando incontravamo per strada un individuo con colore della pelle e tratti somatici diversi dai nostri.
La crisi prima finanziaria- virtuale e subito dopo, inevitabilmente, anche economica – materiale ( quella, per intenderci, che non riguarda solo la “ borsa “ ma anche i prezzi di beni e servizi ed il lavoro concreto ) ci avverte che quanto ci appariva solo oggetto di discussione per “ esperti “ riguarda, al contrario, tutti noi. Ci riguarda “ concretamente “.
C’è la crisi, dunque. Siamo in crisi. Adesso lo sappiamo.
Ogni crisi, in linea di massima, costituisce un cambiamento. Essa stessa, di fatto, è l’esito di mutamenti e ne produce a sua volta. Spesso, questa dinamica avviene fuori dalla volontà degli interessati. In tal senso, dunque, la crisi può essere involontaria e inconsapevole. Non vuol dire, cioè, che non ci accorgiamo di quel che sta avvenendo ma ce ne accorgiamo e non possiamo farci nulla. Tranne che confrontarci con essa ed adeguarvi i nostri precedenti standard comportamentali, dal quando, dove e come fare la spesa giornaliera al perché e con quali modalità ci relazioniamo agli altri ( nel lavoro così come nel sociale o nel privato ).
Restando ancorati a quest’ultima tematica, che poi è quella che ci riguarda, la domanda che emerge è se la comunicazione, anzi la Comunicazione, possa restare indifferente agli eventi socio – economici che stanno, in qualche modo e misura, destabilizzando la nostra società.
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L’impostore e “Il sentimento d’impostura”, esaustività e “ Lacune”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 22 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Alla stregua di altri perversi, mistificatori e impostori non assumono la piena coscienza  delle proprie falsificazioni e si auto-convincono che siano veritiere. La loro personalità è sempre manipolatrice e seducente, contorta e contraddittoria. Ma l’antinomia più eclatante si esprime, innanzi tutto, nella contrapposizione tra realtà esterna, oggettiva, e realtà interna, soggettiva, secondo la quale ciascuno, inconsciamente, deforma la percezione delle proprie esperienze, contemporaneamente, sia in senso difensivo che creativo. In tal modo la memoria diviene il risultato di un’ondivaga mediazione tra impulsi e meccanismi di difesa.

 

Disturbo della memoria

Le tracce mnesiche lasciate dalle esperienze e accumulate negli engrammi mnemonici non possiedono caratteristiche di stabilità ma subiscono procedimenti di rimodellamento, ri-categorizzazione, venendo influenzate  dalle esperienze più recenti e soprattutto dalle emozioni provate nel momento della registrazione e rievocazione. Il passato viene così modificato a scopo difensivo, anche non intenzionalmente, e le versioni di uno stesso avvenimento possono diventare molto diverse fra loro: ci si dimentica selettivamente di ciò che ha provocato sofferenza, un ricordo può venire sostituito da un altro, alcuni particolari ingigantiti, altri omessi, le date diventano imprecise… Ma tutto questo solo in una certa misura, perché un eccesso di stravolgimenti, o la negazione totale, depongono per qualche interesse cosciente allo scopo di procurarsi dei vantaggi. Il nostro passato viene quindi modificato nei limiti di motivazioni difensive, per ragioni emozionali, ma, tutto sommato, in maniera alquanto calibrata.

 

Immaturità dell’Io

L’infantile bugia, da un punto di vista evolutivo, potrebbe essere considerata quale conseguenza dell’immaturità dell’Io,  non ancora idoneo a distinguere la realtà esterna dal vissuto interiore. Successivamente, invece, la menzogna si adatta alla capacità di costruire uno spazio mentale intimo, dal confine inaccessibile agli altri.

I contributi dell’etologia, messi in evidenza da Matilde Rechichi (1998), definiscono, quali aspetti dell’aggressività, i comportamenti di lotta per la dominanza, oltre che per la sopravvivenza. Animali nel branco, pure gli uomini si costituiscono in società gerarchizzate, sia a scopo di pacificazione, sia per conquistare posizioni di predominio, spesso facendo facilmente prevalere i propri interessi personali su quelli della collettività.

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Le radici della paternità di oggi: i riti della couvade

category Atri argomenti Emilio Castaldi 3 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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L’uomo vive l’esperienza della nascita di un figlio dal punto di vista mentale e spesso non gli è facile esprimere i vissuti emotivi caratteristici di questa fase della vita. La Couvade, ci mostra invece come sia possibile da parte dell’uomo vivere la gravidanza in un modo più profondo e partecipato anche dal punto di vista somatico, in linea con il nuovo profilo della paternità di oggi.

Verranno prese in esame le antiche radici che legavano l’uomo all’evento parto da un punto di vista fisico, non verbale e non detto. Le fonti di riferimento per la trattazione seguono un percorso antropologico ancora poco investigato: rimane da capire se questo mancato interesse è dipendente in qualche modo dalla natura complessa e sfuggente del tema, o rientra comunque nello scarso filone di studi che ancora coinvolge tutta la paternità in generale. A prescindere da queste riflessioni, la couvade rimane comunque un approfondimento interessante sul tema della partecipazione paterna alla gravidanza, mostrandone aspetti esclusivi del sentire paterno.

Il rito

Com’è noto durante la gravidanza nell’uomo possono affiorare particolari vissuti: un’invidia verso la compagna per esempio, sia nel poter sentire il figlio in una forma esclusiva, sia nella possibilità di partorire e allattare, percepiti come momenti unici e profondi, il cui limite invalicabile è rappresentato, com’è evidente, dai fattori biologici. C’è nell’uomo quindi una sorta di invidia e gelosia nei confronti della partner, che esula dal rapporto di coppia e rimanda al “difetto biologico”. Proprio per “prevenire” questa gelosia e far partecipare i padri alla gravidanza e alla nascita del proprio figlio più attivamente, alcune culture tradizionali in diverse parti del mondo (dal Sud America all’India) hanno sviluppato nel passato diverse pratiche atte ad aiutare il futuro padre e ad approfondire la sua identificazione con la gravidanza, facendolo in tal modo partecipare e sentirsi parte integrante di essa. Queste pratiche sono note appunto con il nome di riti della couvade.

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Vecchie e nuove dipendenze: Alcol e generazioni (“bagnate” o “asciutte”) – paesi mediterranei (vino), nordici (birra) – dieta o intossicazione – “drunkoressia” – binge drinking- cultura dell’addiction – “consumopatia”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 1 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Il momento socio-culturale che stiamo vivendo sembra essere quello in cui le correnti classificazioni, categorizzazioni e tipologie non sono in grado di reggere alla lettura del reale da parte di nuovi strumenti di analisi a cui prima non si faceva ricorso. Cosicché il maggiore spazio offerto alla ricerca permette ora di formulare nuove ipotesi a partire dagli stimoli provenienti dalle cosiddette “zone grigie”.

La distinzione socio-culturale tra generazioni “asciutte”, contrapposte a quelle “bagnate”, tra paesi legati al vino, alla birra o ai superalcolici, è ormai divenuta, da un punto di osservazione prettamente sociologico, priva di senso. Anzi, trascurando le più recenti acquisizioni antropologiche sugli scambi, sta avvenendo, forse, una sorta di grossolana inversione di ruoli, sia pur all’interno di significativi fattori di continuità, relativi alla socializzazione al bere, che resta pur sempre “socialmente indotta, socialmente controllata, socialmente rilevante”.

Quali sono le categorie adatte a rappresentare le trasformazioni  degli stili del bere, in che termini e con quale linguaggio esprimerle? L’onestà intellettuale impone prudenza e riconosce la difficoltà descrittiva del nuovo senza ricorrere a vecchie espressioni, e dunque la resistenza a liberarsi di concezioni superate, per approdare alle idonee innovazioni.

Uno dei dati più significativi emersi dagli studi attuali è il mutamente delle culture del bere, che, a seconda dei paesi può riguardare gli elementi principali del consumo, quali, per esempio, gruppi, forme di controllo, preferenze, frequenza, funzione, contesto e situazione.

La prima distinzione si basa sul tipo di bevanda che tradizionalmente è consumata in misura prevalente: vino, birra e superalcolici rispettivamente per Europa meridionale, centrale e settentrionale. In area mediterranea, e quindi nei paesi del vino, la parte preponderante delle bevande alcoliche consumate continua a essere costituita dal vino, anche se il volume di consumo è diminuito drasticamente, fin quasi a dimezzarsi, lasciando spazio a nuovi significati relativi a tale consuetudine di ingestione. I paesi della birra hanno aumentato percentualmente il consumo del vino, mentre i paesi che abitualmente si dedicavano ai superalcolici, adesso oscillano tra birra e vino.

Eppure questa che sembra una semplice instabilità di vocabolario si riflette sulle difficoltà di classificazione nelle categorie tuttora a disposizione.

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