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[Citazione del momento]
La vita sarebbe infinitamente più felice se nascessimo ad ottant'anni e ci avvicinassimo gradualmente ai diciotto. Mark Twain
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Il viaggio dell’eroe

category Atri argomenti Annalisa Barbier 25 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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Il “Viaggio dell’Eroe” è il nostro Viaggio personale e noi siamo l’Eroe. Esso è  l’insieme delle esperienze che attraversiamo nella nostra vita e dalle quali apprendiamo a crescere, a modificare i nostri atteggiamenti, a guardare alla vita e agli altri in modo nuovo. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche il nostro Viaggio prevede che ci siano un Tesoro da scoprire (o ri-scoprire) e un Drago da uccidere; il Tesoro è la scoperta del nostro vero Sé, dei nostri talenti, delle nostre attitudini profonde e il Drago rappresenta le nostre paure interiori, i nostri limiti. Questo Viaggio non finisce mai. Come dice l’Autrice:

“… noi non cessiamo mai di viaggiare, ma abbiamo degli eventi che marcano le tappe quando quello che accade è il risultato della nuova realtà che abbiamo incontrato. E ogni volta che ci rimettiamo in viaggio, lo facciamo ad un nuovo livello e torniamo con un nuovo Tesoro e capacità trasformative di nuovo conio”.

Il senso del nostro Viaggio allora è la scoperta del nostro valore, del nostro Sé, del significato profondo della nostra vita, e ci dona

“… la possibilità di lasciarsi dietro la frustrazione di potenzialità non sfruttate e di decidere di vivere alla grande […] Possiamo vivere una vita grande solo se siamo pronti a diventare grandi noi stessi e a superare, durante il processo, l’idea della impotenza assumendoci la responsabilità della nostra esistenza.”

Il senso profondo di questo Viaggio è il raggiungimento del nostro fine-significato: sapere di essere un Eroe vuol dire sapere di essere a posto, nel momento e nel luogo giusto, vuol dire imparare a conoscere i propri talenti e le proprie capacità e capire quale è il PROPRIO fine, non quello che ci è stato attribuito da altri o qualcosa che gli altri si aspettano da noi.

In altre parole significa DIVENIRE SE STESSI.

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 4

category Atri argomenti Alfonso Falanga 19 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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“ La nostra società non fa l’apologia del desiderio , fa piuttosto l’apologia delle << voglie >>, che sono un’ombra impoverita del desiderio, al massimo sono desideri formattati e normalizzati. Come dice Guy Debord in << La Società dello spettacolo >>, se le persone non trovano quel che desiderano si accontentano di desiderare quello che trovano “
M. Benasayang e G. Schmit, “ L’epoca delle passioni tristi “, Feltrinelli, p. 63.

 

Definire quale sia il contenuto emotivo – cognitivo di una comunicazione efficace e motivante richiede, quale premessa, che si delinei l’obiettivo rispetto a cui la persona va motivata. Vale a dire che, prima di compiere qualsiasi passo, è indispensabile incorniciare l’oggetto della motivazione.

Se con questo termine si intende l’intensità dell’energia psico – fisica che l’individuo esprime nel tendere verso la soddisfazione del suo desiderio/bisogno, qual è, dunque, la meta dell’azione ?

In riferimento al quesito, le affermazioni appena citate di Benasayang e Schimt ci mettono in guardia rispetto ad una rischiosa confusione tra l’ ” avere voglia “ e l’effettivo ed originale  “ desiderare “.

La differenza non è di poco conto e non lo è, in particolare, rispetto al tema di cui ci stiamo occupando. Il semplice “ avere voglia “, infatti, si riferisce al tendere della persona verso mete non autentiche ossia non definite in autonomia rispetto al condizionamento socio – culturale. Naturalmente la scelta degli scopi delle proprie azioni avviene sempre nell’ambito dei riferimenti valoriali appartenenti al contesto in cui la persona vive e a cui, dunque, appartiene. Ci stiamo occupando, perciò, di decisioni assunte rispetto ad obiettivi previsti ed accettati socialmente e non, perciò, di devianza.

Il “ condizionamento “, però, anche se non orienta necessariamente verso finalità illecite, priva la persona della capacità di definire “ cosa “ effettivamente vuole e “ come “ effettivamente intende ottenerlo. Il “ desiderio “, cioè, è solo apparente. Il desiderio autentico, invece, ha origine nel momento che si ha la capacità emotiva e cognitiva di “ vedere “ ciò di cui si ha effettivamente bisogno al di fuori di qualsiasi etichettamento.

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Lacune – Imparare a vivere da “vuoti a perdere”: “Anticipazione della lontananza”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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Gli uomini hanno piena coscienza del loro destino mortale, al contrario degli animali, e degli dei. In ciò sono mirabilmente impersonati da quel Prometeo in grado di pensare “in anticipo”. “L’uomo, slanciandosi avanti nelle possibilità in quanto trascendenza esistente,” Martin Heidegger (“Vom Wesen des Grundes”, 1929) lo definiva: “un essere della lontananza”.

 

Nostalgia dell’Eternità

La mia voglia di vivere – riconosce Jung, in una lettera ad Aniela Jaffé del 29 maggio 1953 – è un daimon ardente che talvolta mi rende maledettamente difficile mantenere la coscienza di essere mortale”.

Il desiderio d’immortalità si interpone tra una certezza, quella della fine, e il piacere di vivere e di avere una continuità nella discendenza o di trasmettere qualcosa di immateriale quale prolungamento di sé. La gloria che deriva da imprese memorabili, nella competizione con la natura e gli dei, rende gli eroi immuni all’oblio. Se, in natura, tutto è ciclico, ciò che viene compiuto si inserisce in questo circolo di “eterno ritorno” che ci rammenta le cose, come le parole pronunciate, o ancor meglio quelle scritte.

Come non dovrei anelare all’eternità – si chiedeva pertanto l’anti-Odisseo Nietzsche in “Also sprach Zarathustra - e al nuziale anello degli anelli – anello dell’eterno ritorno? Ancora non trovai donna da farmi desiderare figli, se non questa donna, che io amo: perché ti amo, Eternità!”.

 

Muore il padre, muore la madre, muore la figlia della sorella, muore pure quella …

L’augurio di prosperità del maestro Sengai (“Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote”), contestato dal commissionario, viene spiegato nella sua palese semplicità: “Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho esplicitato, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità”. E’ la risposta trascritta da Nyogen Senzaki e Paul Reps in101 Zen Stories” (1939).

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Lacune – Imparare a vivere da “vuoti a perdere”: Nostalgie

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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La parte involontaria di un discorso affiora in reticenze e difetti, poiché, nell’assenza, è come se l’inconscio si esprimesse meglio. Si tratta di ammanchi significativi, produttori di senso, che stimolano la percezione di ciò che non viene detto, di quel vuoto vitale ancora attivo, proprio per la sua insufficienza.

L’inconscio ci parla un discorso contraddittorio, allusivo, frammentario e incompiuto, decisamente controcorrente. Il buon senso non lo abita e la conversione non lo manipola; s’avvantaggia solamente d’una esaustiva sconvenienza. Esiste poi un indice di inconvertibile differenza che svaluterebbe appartenenza e identità.

I sintomi ci prendono in contropiede e neanche la più profonda e consolidata conoscenza dell’inconscio potrà mai impedire la loro imponderabilità temporale. Prima, non sappiamo, dopo, forse, capiremo. Questa suddivisione si traduce in un atto desiderante, ma ignorante dell’ispirazione che lo ha generato. E l’oblio darà rilievo alla mancanza.

Sintomi, sogni, lapsus, parole pronunciate e quelle non dette, atti mancati e quelli compiuti, pur possedendo una latenza di significati, assumono una forma significante di corrispondenze femminili.

Guido Ceronetti, a commento de “Il libro dei Salmi” (2006), annotava: “Sentendosi troppo rispettato, il testo si ritiene poco amato e ti pianta subito”, proprio come una donna che vuol farsi corteggiare.

Ogni interpretazione elimina qualcosa, un po’ di tutto; interferisce, o meglio ferisce, e infierisce, con quello stillicidio ematico che sgorga  da tanta beanza. La smania di decodificare arreca traumi che non guariscono facilmente quasi mai, perché agiscono da menorragie contaminanti. Nella loro natura castrante, dissonanze e scomposizioni suscitano pregiudizi, proscrizioni, invidie.

 

L’invidia

L’invidia è un’ambizione mediocre, assorbita da un circolo vizioso autoreferenziale. Invidiando si interpreta di essere invidiati e viceversa.

Se si aspira ai privilegi, bisognerebbe già parlare di cupidigia. Se “non ride, salvo sorridere se vede dolore”, è schadenfreude. In ogni caso, “non si gode mai il sonno, agitata da mille assilli;/ assiste con sofferenza ai successi degli uomini, non/ li sopporta, si rode nell’atto di rodere gli altri, ed è questo/ il suo supplizio” (Ovidio, Metamorfosi, II, 778-782, traduzione di Vittorio Sermonti).

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 3

category Atri argomenti Alfonso Falanga 7 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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“ Poiché le crisi di cui ci occupiamo oggi avvengono in effetti – e questa è la novità – in una società essa stessa in crisi. Detto altrimenti, cosa succede quando la crisi non è più l’eccezione alla regola, ma è essa stessa la regola nella nostra società ? “.

M. Benasayang, G. Schimt, “ L’epoca delle passion tristi “, Universale Economica Feltrinelli, p. 13.

 

Un individuo o un’intera collettività, se vivono in una dimensione temporale compressa sul presente, sono in crisi. Anzi sono “ la crisi “. Vale a dire che non si trovano ad affrontare un problema che, per quanto complesso sia, resta comunque esterno e semmai legato a circostanze del momento. Quando un individuo o un’intera collettività si percepiscono privi di futuro, dunque nell’impossibilità di progettare, essi stessi rappresentano “ il problema “.Essi vivono, a volte inconsapevolmente, un disagio e lo manifestano, spesso altrettanto inconsapevolmente, mediante comportamenti minimi e quotidiani, dunque non necessariamente eclatanti, ma che comunque riflettono l’assenza di progettualità. Specifichiamo, qualora ce ne fosse bisogno, che non ci stiamo riferendo ad alcuna forma di patologia bensì a qualcosa che accade a persone cosiddette “ normali “ che, però, vivono una condizione poco “ normale “.

Detto questo, è pur vero che non è certo chissà quale novità parlare di crisi e in particolare di “ crisi del futuro “.

Come già accennato negli interventi precedenti, la compressione sul  presente infatti è una segno peculiare della società post – moderna relegata nella dimensione del “ tempo reale “, e dunque di un’eterna “ diretta “, da quella stessa tecnologia mediale che è sia origine che conseguenza della post – modernità. Il concetto che intendiamo qui affermare, in modo specifico, è che proprio la crisi economica ha oggi non acuito questa condizione, che può ormai essere definita “ umano – esistenziale “, ma l’ha resa trasparente, a chi più e a chi meno.

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Essere Padre, essere Figlio.

category Atri argomenti Emilio Castaldi 4 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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La cosa più difficile, forse, nel fare bene il mestiere di

padre, sta proprio nell’ accogliere, fare spazio, alla

figura paterna dentro di sé e nella propria vita.

E quindi, innanzitutto, nell’ accettarsi come figli,

tranquillamente grati di ciò che dai nostri padri

abbiamo ricevuto. Pronti a perdonare ciò che non

hanno saputo o potuto darci.

(C. Risè, 2009, Il mestiere di Padre, p. 89)

 

La certezza di divenire genitori spinge inevitabilmente la coppia verso il futuro, ma allo stesso tempo, la riporta nei ricordi legati al passato. Per quanto riguarda l’uomo, in particolare, questo continuo avanzare e indietreggiare attraverso il tempo ha un suo risultato psicologico molto importante: rivisitare la propria infanzia, comprendere il proprio sviluppo e portare a termine cose lasciate in sospeso con la propria famiglia: un percorso necessario per preparare il padre verso il suo nuovo ruolo. C’è infatti il passaggio dalla condizione di figlio a quella di padre, che comporta l’affrontarsi/scontrarsi con i propri genitori sullo stesso campo, quello della genitorialità.

L’interpretazione psicodinamica della paternità vede il neo-padre nuovamente in una posizione triangolare, come era nel rapporto con i propri genitori, posizione nella quale gli altri due poli, questa volta, sono occupati dalla moglie e dal bambino.

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