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La buona educazione consiste nel nascondere il bene che si pensa di se stessi e il male che si pensa degli altri. Mark Twain
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Psicografoanalisi: la cartolina nell’arte… fatta a pezzi, stravolta, esaltata – scrittura, pittura, grafia, disegno: psicologia della mail art

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 19 Dicembre 2012 | Stampa articolo |
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La corrispondenza tra artisti ha un valore non semplicemente storico-documentario, ma soprattutto di significato culturale e di psicologia della creatività, sia per il fatto di aver creato l’immagine inviata sia nel personale intervento sullo stereotipo impiegato. Salvador Dalì spedisce delle missive a Picasso, tra il 1927 e il 1970, di cui sette lettere e ventitre cartoline, senza che il destinatario lo degnasse di una risposta. Nella scelta quindi dell’illustrazione da inviare si può rintracciare un misto di rispetto-dispetto, comunicazione-provocazione. A partire dalla prima con la raffigurazione di un modo di dire squisitamente francese in termini di aggressività (avercela con qualcuno),  mediante una rappresentazione di natura odontoiatrica (estrazione di un dente del giudizio). E difatti la didascalia: “J’en ai un contre Vous”, equivale, per noi, ad “avere il dente avvelenato”. In un’altra cartolina, l’affrancatura viene realizzata in modo che l’angolo inferiore sinistro del francobollo sia ripiegato per simulare la decapitazione del personaggio inserito. Le raffigurazioni delle corride contengono altrettante inconsce minacce.  E poi il messaggio “Picasso boite” gioca sul doppio significato di “boite” (de nuit) locale notturno dove si balla e la voce del verbo intransitivo zoppicare (boiter): Picasso non balla… zoppica!

Eppure, ”Con queste punzecchiature più o meno psicanalitiche di Dalì – annota Enrico Sturani, ne “La cartolina nell’arte (fatta a pezzi, stravolta, esaltata)” (Barbieri, Manduria 2011) – contrasta la sempliciotteria della maggior parte degli altri artisti. Né la relativa rinomanza artistica è garanzia di originalità”. Ce ne offre una conferma la scelta di immagini scontate, “boring”, “casual”, raffazzonate. C’è chi si limita esclusivamente ad autopromuoversi inviando riproduzioni di proprie opere, o il proprio ritratto.

I disegni di Vincenzo Jerace, con la sanguina, di volti femminili al plenilunio, estatici o corrucciati, visi angelici o luciferini, come “la rivoluzione” eseguita per il Palazzo del Governo di Bolzano, vengono fatti circolare dall’editore Auda di Anzio, come da Richter & C. di Napoli, casa fondata da uno svizzero specializzatosi nel soddisfare gli ordinativi provenienti dai grandi alberghi che allestivano etichette per valigie, locandine, depliants, illustrati a fini turistici, la cui esecuzione grafica, nel primo quarto del secolo scorso, veniva affidata a valenti artisti quali Fortunato Depero, Filippo Romoli, Mario (Mariano) Borgoni, Jacques Paschal.

Tra il 1966 e il 1987, i Beatles John, Paul e George, con le rispettive consorti , inviarono a Ringo Star cinquantatre cartoline commerciali decisamente kitsch, in cui la scelta tende sarcasticamente a tener conto di personalità, gusti e attese del destinatario.

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L’uomo che non deve chiedere mai

category Atri argomenti Angela Flammini 14 Dicembre 2012 | Stampa articolo |
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“Il cervello è come un paracadute,
se resta chiuso non serve a niente!”
(Einstein)

Tanto gli uomini, quanto le donne, vogliono rendere felici il proprio partner, ma con modalità diverse e con risultati spesso parimenti fallimentari.
Gli uomini e le donne sono strutturalmente diversi, hanno bisogni fisiologici, filogenetici ed antropologici diversi.
Non è facile capire i bisogni dell’altro e tendenzialmente, quanto più si ama, più si ha bisogno di amore, più si rischia di sbagliare, nel dare al proprio partner ciò che noi riteniamo importante e che invece può originare frustrazione e problemi di coppia.
Quando si ama, si desidera rendere felice il proprio partner e sentirsi altresì felici, ma questo non può avvenire, senza una adeguata comunicazione dei propri bisogni, un adeguato ascolto di essi, un conseguente rispetto, scevro di giudizi e pregiudizi ed un valevole appagamento degli stessi.
Purtroppo, il guaio è che tanto gli uomini, quanto le donne, tendono a non chiedere.
Gli uomini perché  crescono pensando che “un uomo non deve chiedere mai!”, nè ciò di cui ha bisogno lui, né ciò di cui può aver bisogno la propria donna.
Le donne, perchè sono naturalmente inclini a dare, a sacrificarsi, finendo quasi sempre col lamentarsi, per ciò che non ricevono, piuttosto che chiedere.
La differenza fondamentale tra i due sessi e dunque tra le due modalità di voler appagare i bisogni dell’altro, sta nella flessibilità mentale, ovvero nella capacità di aprire la mente, per salvare la propria vita amorosa…
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Alleviare l’ansia con lo sport

category Atri argomenti pavulo 1 Dicembre 2012 | Stampa articolo |
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Un tipo ansioso lo sono sempre un po’ stato. Non ricordo esattamente un incipit delle mie ansie, intendo quelle generiche. So per certo, invece, l’inizio di questo precisi e violenti attacchi di ansia. Posso assegnargli data ed evento. Era il 26 luglio scorso, quando ho preso un volo low cost per Londra con la mia ragazza.

Volevo farle un regalo per la sua laurea e 80 euro andata e ritorno mi avevano fatto passare un po’ in secondo piano l’ansia da volo che ho sempre avuto. Inoltre, potevo mica chiederle di andare in treno fino a Calais o Boulougne e lì prendere un traghetto ? Ad ogni modo, già quando mi arrivo la conferma di avvenuto acquisto nella mia casella di posta elettronica, dopo pochi minuti, provai una vaga sensazione di cerchio caldo alla testa e palme della mani un po’ umide. Era l’idea concretizzata, il progetto divenuto fatto a farmi realizzare che avrei volato. Due settimane d’inferno. Ci pensavo continuamente, ogni ora e ogni giorno. A Marina non confessavo niente, dicevo solo di essere preoccupato per delle questioni di lavoro, mi tenevo sul vago. La vergogna di scaricare la mia ansia parlando un po’ con lei mi pressava ulteriormente. Ormai ero arrivato a un pacchetto e mezzo al giorno e la mattina mi svegliavo con polmoni pesanti come due sacchi di chiodi e un senso di stanchezza maggiore di quando andavo a dormire.La mattina del volo già in direzione dell’aeroporto sentivo un po’ il fiato corto, come se avessi corso, ma lo tenevo ben nascosto. Mio padre ci accompagnò dinanzi all’aeroporto e per non pagare il parcheggio, ci aiutò a scaricare e ci lasciò subito, salutandoci. Lo seguii con lo sguardo. Avrei dato una gamba per risalire in macchina. E lì il secondo sintomo che non avevo mai provato fino a quel momento. Mi veniva da piangere. Diamine, mi era salita su proprio una lacrima ! Nonostante il cielo non particolarmente terso, inforcai gli occhiali da sole. Ripeto: allora avevo una profondissima vergogna nel mostrarmi preoccupato, ansioso o angosciato dinanzi alle persone. Non che ora mi presenti alle persone come conosco dicendo “Piacere, Paolo, sono ansioso”, ma oggi affronto questo status con maggiore serenità, giorno dopo giorno e non tento di soffocarlo, ma piuttosto di comprenderlo per invitarlo a lasciarmi. Ma tornando all’episodio, l’attacco lo ebbi al momento del decollo. Stipato in quell’abitacolo stretto quanto un mese senza stipendio, Marina che aveva appoggiato la testa sulla mia spalla… improvvisamente mi sentii come se qualcuno avesse scaricato ottanta chili sulle mie spalle. Volevo respirare, ci riuscivo, andavo fino in fondo coi polmoni, ma avevo fame d’aria. Respiravo profondissimo e mi sembrava che l’aria non entrasse mai nei polmoni. Scostai il suo capo, lei mi chiese cosa accadesse e questa domanda mi diede ancora più ansia.

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Niente paura

category Atri argomenti Silvia Ghini 28 Novembre 2012 | Stampa articolo |
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Vi sentite minacciati da ogni piccolo cambiamento? Temete di fallire in ogni cosa che fate? Siete troppo ansiosi per affrontare situazioni nuove o impreviste? Troppo impauriti per  iniziare o approfondire una relazione? Troppo sensibili alle critiche e ai giudizi delle persone?

Non siete da soli. Molte persone sono completamente bloccate dalle paure e dall’ansia, emozioni che interferiscono drammaticamente con la loro vita tanto da portarle a rinunciare a cose semplici come guidare la macchina, uscire di casa, partecipare ad una festa o prendere un aereo.

Ci sono, al contrario, persone che non fanno le loro scelte basandosi sulla paura ma che corrono, invece,  dei rischi e riescono, per questo, a vivere una vita libera e appagante. Anche loro, a volte, provano paura ma riescono a superarla. Come?

Quello che conta è imparare a conoscere e riconoscere la paura di base, darle un nome e imparare a gestirla, in modo da renderla nostra alleata ma, soprattutto, parlarne con le persone che ci stanno accanto così che anche loro possano acquisire maggiore consapevolezza della natura del nostro disagio. Non c’è niente di cui vergognarsi e dobbiamo essere noi per primi a mostrarlo agli altri parlandone a cuore aperto.

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Assuefazioni da psicofarmaci

category Atri argomenti Lorenzo Acerra 21 Novembre 2012 | Stampa articolo |
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http://www.youtube.com/watch?v=gUi7y8xi2UY (testimonianze sull’assuefazione)

 

Chi ha preso psicofarmaci e ne e’ stato reso totalmente dipendente non puo’ smettere, incalzato dall’inferno della sindrome da dismissione..

L’azione dei farmaci, segnalato anche da TV e ricercatori indipendenti e anche i produttori,

e’ proprio quella di creare dipendenza.

Ho fatto un video in proposito e questo articolo che propone soluzioni alternative..

 

Ebbene si, alla fine se ne sono dovute occupare anche le televisioni americane, venendo a patti con il pericolo di perdere gli introiti pubblicitari dei colossi multinazionali: i farmaci psichiatrici, come le droghe pesanti e anzi di più, danno dipendenza chimica. Smettere significa andare incontro ad una crisi di astinenza con sintomi fisici e anche mentali che sono 10 volte più intensi di qualsiasi disturbo sperimentato dai pazienti prima dell’assunzione dello psicofarmaco.

Gli psicofarmaci gradualmente nel tempo distruggono e alterano la chimica del cervello, lasciandolo in rovine. Negli Stati Uniti è nato un gruppo di supporto basato su internet,www.Paxilprogress.org , per quelle persone che hanno bisogno di capire meglio la sindrome da interruzione chimica degli psicofarmaci. Perché altrimenti i dottori ti darebbero la valutazione che la colpa della sindrome dismissiva è tua che sei matto e che devi rimanere a vita con gli psicofarmaci, se non addirittura raddoppiare la dose.

Il supporto peer-to-peer di paxilprogress.org significa che non addetti ai lavori, che hanno imparato sulla propria pelle le mille sfaccettature della crisi chimica collegata alla riduzione di dose di questi farmaci, si relazionano con aspiranti addio-farmaci neofiti. In Italia un equivalente potrebbe essere il sito http://www.aerrepici.org/forum/ dove trovi pazienti super-informati che ti parlano della medicina ortomolecolare e un’alimentazione quanto più possibile crudista che nel loro caso ha funzionato.

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La pelle come specchio delle emozioni non riconosciute. Significati psicosomatici.

category Atri argomenti Anna Mostacci 16 Novembre 2012 | Stampa articolo |
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Sulla pelle ritroviamo scritta la nostra storia così come la pelle è il nostro confine, essa ci racchiude, ci integra, ci delimita nella nostra forma fisica. La possiamo nascondere agli occhi e al tatto degli altri ma solo in parte. La possiamo mostrare, svelandoci agli occhi di noi stessi e degli altri, ma non solo in parte perché la pelle può tradire il nostro vissuto interiore.

La pelle rappresenta un confine labile tra noi e gli altri ed è la prima parte di noi stessi ad essere colpita o… amata. Sulla pelle i segni restano ben visibili o diventare un’ombra sensibile al tatto che ci ricorda qualcosa che forse vorremmo dimenticare. Questa è la pelle come corazza che sfida l’altro e il mondo con cicatrici, sfoghi, piccole piaghe e spesse chiazze che parlano al nostro posto, raccontandoci senza parole.

Possiamo comprendere quanto sia importante per il nostro equilibrio psicofisico la salute della nostra pelle partendo dalle origini del nostro cammino fin dal concepimento. Le cellule che rivestono primitivamente l’embrione, in parte formano il cervello e il resto del nostro sistema nervoso, e in parte rimangono sulla superfice dell’embrione fino alla fine del suo sviluppo per formare la cute. Dunque, così come esistono diverse patologie dove i due organi sono contemporaneamente malati perché interconnessi, la pelle è soprattutto un importante organo di difesa capace di strutturarsi a seconda delle esigenze dell’individuo diventando una vera e propria spia del nostro stato di salute che dobbiamo imparare ad ascoltare e a leggere con attenzione amorevole.

Accettare che esiste il legame mente-corpo in quanto connessione inscindibile primaria, significa comprendere e dare una lettura nuova, psicosomatica dunque, a disturbi che abbiamo sempre e solo diviso, scisso, perché più comodi da controllare, negando e sottovalutando quanto la mente condizioni il corpo, ne diriga le alterazioni e la guarigione e quanto il corpo, se ferito, offeso, ritrovi nella mente significati di resa e disperazione che si possono alimentare fino a giungere alla ripetizione cognitiva di schemi psicologici non adattivi.

Se per alcune malattie psicosomatiche può sfuggire il senso di connessione tra la mente e il corpo, nel caso dei disturbi cutanei appare più evidente il senso in quanto è proprio sulla pelle che i conflitti emotivi vengono “scaricati”.

( Continua … )