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L’identità italiana in cucina – Locavorism – dieta mediterranea – Il Cibo come Cultura – Come apparecchiare la tavola per il gusto dell’appartenenza

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 9 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Esiste un limite tra comprensione e adattamento, ricostruzione e rielaborazione, studio della teoria e lavoro pratico, così come esiste differenza di consistenza in quanto si ottiene col pestello nel mortaio o con il mixer elettrico. Spetterà al cuoco essere dotto nelle sue variazioni per assecondare le diversità dei gusti.

Il cibo suggerisce un’identità territoriale ed esprime così una gastronomia etnica, nella quale però occorre distinguere prodotti originari, pietanze elaborate con essi e modalità di unirli in un insieme che acquisti nuovo significato, dietro la regolamentazione di dettami culinari che non si limitino a dare come risultato una semplice somma cristallizzata di ricette. La cultura del territorio si contiene in una geografia del gusto, in cui l’approccio cognitivo ai saperi locali passa attraverso determinati sapori.

La magnificenza della tavola cosmica, che retoricamente pretende la presenza di rappresentanze d’ogni dove, difficilmente nasconde sia un’ansia di “mangiare universale”, che rasenta l’horror vacui, sia l’avidità di aver tutto a disposizione, una bulimia maniacale da delirio d’onnipotenza. Questa utopia sincretista tende ad abbattere l’offerta geografica per approdare a un “non luogo”, dove ogni cosa è accessibile ma non contestualizzabile.

La mescolanza ingenera confusione e anche il baratto necessita di segni riconoscibili di identificazione: se ci si scambia qualcosa si deve avere conoscenza di questa cosa e trarne un’utilità che sia reciproca nella sua analogia e analoga nella reciprocità. Allorquando non fosse plausibile una formula di definizione, si rischierebbe di non uscire più dalle strettoie dell’equivoco e dagli incroci delle occasioni, costringendo l’attribuzione a non oltrepassare la banale casualità.

Il modello napoletano

Emilio Sereni (1907-1977), in un saggio del 1958, rimasto esemplare (“Note di storia dell’alimentazione nel Mezzogiorno: i napoletani da mangiafoglia a mangiamaccheroni”, in Cronache meridionali: IV, V, VI), attribuisce l’accelerazione dell’importanza della pasta, nella prima metà del XVII secolo, alle difficoltà produttive di risorse precedentemente determinanti, in particolare i cavoli. La diffusione della gramola e l’invenzione del torchio meccanico resero più basso il costo di produzione della pasta, che divenne così alimento popolare fondamentale. L’epiteto di “mangiamaccheroni” era stato inizialmente prerogativa dei siciliani che già nel medioevo avevano cominciato ad apprezzare il campione arabo della pasta essiccata. Accoppiata con il formaggio, condita con l’olio e successivamente con il sugo di pomodoro, promosse definitivamente lo sbilanciamento dell’equilibrio dietetico in favore dei carboidrati, garantendo apporto calorico e soprattutto incrementando il volume del piatto base di un regime alimentare altrimenti quantitativamente modesto.

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Steroidi anabolizzanti per esaltare le capacità atletiche ed effetti nocivi

category Atri argomenti Matteo Simone 7 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Per molto tempo nessuno ha potuto affermare con certezza che doparsi fosse utile agli atleti. Al di là degli effetti sulla massa muscolare, per anni i medici sportivi si sono chiesti se gli ormoni anabolizzanti fossero davvero in grado di migliorare la prestazione. La risposta è arrivata il 4 luglio 1996, sul New England Journal of Medicine. Shalender Bhasin della Charles Drew University of Medicine and Science di Los Angeles ha suddiviso quarantatrè uomini in quattro gruppi, e li ha sottoposti a quattro diversi trattamenti: placebo con e senza esercizio fisico, e testosterone (600 milligrammi alla settimana per dieci settimane consecutive) senza e con esercizio. Conclusione: il testosterone, soprattutto se associato all’esercizio, aumenta, oltre alle dimensioni, anche la forza del muscolo.

L’impiego degli steroidi anabolizzanti (SA) al fine di esaltare le capacità atletiche è con ogni probabilità il fenomeno doping più diffuso e consistente mai registrato.

L’azione anabolizzante consiste nello stimolo della sintesi delle proteine di alcuni tessuti ed in particolare dei muscoli. Essa comporta una ritenzione dell’azoto introdotto con gli alimenti nell’organismo, superiore all’escrezione (bilancio azotato positivo), nonché l’accrescimento delle masse muscolari; il peso corporeo aumenta senza che a ciò contribuisca un incremento del tessuto adiposo. (1)

Gli SA vengono assunti a cicli (cycling), con periodi di assunzione di 8-12 settimane, ripetuti dopo 6-10 settimane di wash-out. Il dosaggio degli SA viene aumentato progressivamente nelle prime settimane sino a raggiungere il massimo a metà del ciclo e poi ridotto progressivamente. E’ inoltre frequente il fenomeno dello stacking, cioè il ricorso contemporaneo a due o più preparati, sia per via orale che per via parenterale, a dosi sovra terapeutiche. (2)

Effetti nocivi dovuti alla somministrazione di SA sono stati riscontrati sia nei pazienti in trattamento con dosi fisiologiche di SA per varie patologie, sia ed in maniera ancor più evidente, negli atleti dopati con dosaggi sovraterapeutici.

In generale gli effetti tossici degli SA, tranne forse quelli sul miocardio, sono di breve durata e reversibili, dopo sospensione di questi composti, nell’arco di alcune settimane. Molti atleti assumono SA in modo quasi continuativo per lunghi periodi di tempo, per cui tali effetti nocivi possono divenire stabili e costituire un serio rischio per la salute.

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L’assunzione di sostanze dopanti

category Atri argomenti Matteo Simone 6 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche terapeutiche, non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare:

-   le condizioni biologiche dell’organismo al fine di migliorare le prestazioni agonistiche degli atleti;

-   i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche suddette.

Le motivazioni che stanno alla base di questo fenomeno spaziano dalla ricerca di un miglioramento delle prestazioni sportive, agli aspetti puramente estetici e di riduzione del grasso nei body builder.

La considerazione che si deve fare è che nella gara sportiva oggi si è arrivati ad un agonismo così spinto, ad interessi economici così grossi che l’atleta cerca ogni mezzo per migliorare la sua prestazione. Anzi, l’atleta riporta di sentirsi “costretto” a fare questo, perché i tifosi richiedono, i giornali criticano le scarse prestazioni, gli allenatori spingono perché l’atleta abbia sempre un rendimento maggiore.

L’utilizzo degli Steroidi Anabolizzanti (SA) da parte degli atleti al fine di aumentare artificialmente le proprie prestazioni fisiche, è attualmente la forma più diffusa di doping. All’inizio l’autoprescrizione degli SA riguardava solo atleti d’élite praticanti sport di potenza, ma in seguito si estese a macchia d’olio alle altre discipline sportive ed anche ad atleti amatoriali. Gli SA vennero banditi come sostanze proibite dal Comitato Olimpico Internazionale sin dal 1976, ma il loro abuso continuò a diffondersi sempre più nel mondo dello sport, soprattutto nelle palestre di body building dove vengono assunti al solo scopo di migliorare l’aspetto fisico. La percentuale di utilizzo di SA tra gli studenti delle scuole superiori si aggirerebbe tra  l’1 ed il 3%. (1)

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L’invenzione della virilità: omofobia, xenofobia, misoginia, dividendo patriarcale, Female Executive Stress Syndrome, Glass ceiling, Baby-blues, “Sillabario dei tempi tristi”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 3 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Il virilismo è stato un modello identitario, e quindi politico, molto forte prima che la crisi di una tale prospettiva, di “contratto” sessuale, unitamente alla crisi della modernità, divenisse evidente, e proprio con un ultimo tentativo di rilanciare l’ordine culturale ispirato alla riproposta della polarizzazione di genere, magari per palese inferiorità mentale, e alla subordinazione delle differenti etnie, e minoranze di “diversità”, grazie a imperialistiche colonie per soli maschi, ridotte poi a ghetti per maschi soli.

Ma, se il virilismo classico è morto, sostiene Sandro Bellassai, in “L’invenzione della virilità” (Carocci, Roma 2011), forse “non è ancora stato sepolto”!

L’esattore di prepuzi-custode di orifizi

Il dio biblico, secondo l’espressione di Joyce, “esattore di prepuzi”, sembrerebbe, altrettanto ovviamente per Vattimo, “custode di orifizi” e della legittimità del loro impiego. Bauman parla invece di una via di fuga dalla quotidianità e dell’elusione del confronto con gli altri come di una specie di transitorietà dell’utopia. Perché forse la possibilità di essere gay ha incluso l’omosessualità in una presunzione di probabilità, differenza ridotta a dettaglio, diluizione delle particolarità, insomma un’integrazione definitivamente disintegrante. Si è confusa allora l’indifferenza con un’illusione di eguaglianza, la quotidianità dell’esperienza con la sua superfluità?

Il risultato somiglia al finale del gioco “liberi tutti”, piuttosto che alla proposta più vasta dell’assioma rivoluzionario “tutti liberi”. Alla rivendicazione del sé si sarebbe sostituita una forma di agnosticismo che cancella ogni affermazione identitaria. E la “nouvelle vague” consumistica avrebbe sopraffatto, non soltanto l’utopia minoritaria e il diritto alla diversità, ma, con la libertà della ribellione, pure l’ottimismo gaio.

Dello stesso sesso, omosessuale, diverso, pervertito, la declinazione dipende dal contesto di riferimento e si riallaccia all’alternativa “natura e cultura”, soprattutto se la congiunzione non si riesce con l’accentazione a trasformare in verbo. Quanto conta nei comportamenti umani ciò che è innato e ciò che risulta acquisito? Certo l’educazione impartita istruisce sulla performance e sulle scelte di omologazione ed eguaglianza. Ma l’ormone non c’entra niente? Il testosterone, tra le altre cose, determina quella capacità di interpretare a colpo d’occhio le emozioni degli altri per poterli meglio manipolare, la disponibilità, tutta maschile,  al rischio e persino la lunghezza dell’anulare rispetto all’indice.

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Una, nessuna, centomila (donne)…

category Atri argomenti Monica Alviti 31 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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Due grandi insiemi che si intersecano: l’universo maschile e quello femminile. Il primo popolato da mariti, padri, figli, amici, fratelli, lavoratori, amanti ma pur sempre UOMINI! Il secondo affollato da mogli, madri, figlie, amiche, lavoratrici, amanti ma…davvero DONNE?

Dietro questa celata (forse neanche troppo) provocazione si nasconde una grande verità: la donna negli anni ha acquisito maggiori “privilegi” e diritti a scapito però della sua vera essenza. Ruoli sociali prestabiliti ma soprattutto pesanti stereotipi culturali hanno imbrigliato la donna in un vortice di doveri e responsabilità che rischiano di farle perdere di vista il piacere e la consapevolezza del suo esistere.

Alla donna viene solitamente chiesto di diventare una buona moglie, dedita alla casa, al marito e ai figli, casalinga quindi ma anche lavoratrice. Se qualcosa nell’organizzazione familiare non funziona a perfezione la responsabilità è prevalentemente femminile.

Mi è stato fatto notare come le stesse insegnanti a scuola, obbligate a scrivere una nota all’alunno indisciplinato si rivolgano con un “gentilissima signora” alla madre piuttosto che con un più generale “cari genitori”…come se il padre fosse in qualche modo esente dall’essere responsabile dei comportamenti “inadeguati” dei figli.

Una persona che nasce anatomicamente e fisiologicamente con caratteristiche procreative viene considerata e identificata prima come potenziale madre piuttosto che come donna.

Essere donna non per forza significa essere madre così come essere madre non per forza necessita di accantonare la donna!

Avete fatto caso alle pubblicità sui giocattoli per bambine che ci propina la tv con insistenza? La mini cucina, il ferro da stiro e il Ciccio Bello. Già da bambine ci viene insegnato quale sarà il nostro futuro!

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Ansia: 9 cose da sapere per viverla meglio

category Atri argomenti Laura Barbera 30 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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1.      L’ansia è di per sé un’emozione positiva poiché ci permette di essere vigili quando per esempio guidiamo; oppure di rimanere in allerta quando affrontiamo una situazione che può essere pericolosa per la nostra vita; ci aiuta a migliorare le proprie performance sia quando dobbiamo parlare in pubblico che quando dobbiamo affrontare una gara di atletica.  Quando però l’intensità dell’ansia è troppo elevata, crea un effetto contrario, ovvero di paralisi o di fuga dalla situazione,  producendo, per esempio, una performance insufficiente.

2.      L’ansia, nella sua attivazione, segue sempre una curva che sale fino ad un certo punto e scende dopo un po’ di tempo in maniera naturale; passa da sola senza dover far nulla.

3.      Le sensazioni corporee tipiche dell’ansia sono: il battito cardiaco accelerato, la sensazione di mancanza di ossigeno, sudorazione, vampate di calore, vertigine e sensazione di sbandamento, tremori, nausea. Tutte reazioni fisiologiche che stanno ad indicare che il nostro corpo si sta preparando a scappare dalla situazione che avvertiamo come pericolosa. State tranquilli, non si tratta di infarto!4.      Soffermarsi sulle sensazioni corporee ascoltando attentamente ogni singola percezione, non fa altro che aumentare lo stato di ansia  acuendone i sintomi. In questi casi è opportuno distrarsi dall’ansia mettendo in atto tutte le tecniche di distrazione che conosciamo: per esempio concentrarsi sui particolari e i dettagli di ciò che ci circonda, magari descrivendoli a voce alta. Questo può far passare più velocemente il momento in cui si prova ansia, facendoci sentire meglio in poco tempo.

5.      E’ importante dare un significato e un senso all’ansia che proviamo. Bisogna imparare ad osservarla nei suoi momenti massimi e minimi cercando di capire quali sono le situazioni e i pensieri  che la fanno aumentare e quelle che la fanno diminuire.

6.      Bisogna imparare ad agire insieme all’ansia, cercando di vivere la situazione come normale. Fuggire potrebbe far diminuire  l’ansia al momento, ma sicuramente il disturbo peggiorerà. Allora, quando sentiamo di avere una forte ansia, bisogna continuare  a fare ciò che si stava facendo, magari rallentandone il ritmo, perché in questo modo l’ansia e la paura si abbasseranno da sole e in poco tempo

7.      Bisogna imparare ad accettare l’ansia, non combatterla, perché fa parte di noi, vivrà insieme a noi. Altrimenti sarebbe come combattere contro se stessi. Rimanere ad osservarla e ad accettarla è il modo più veloce per farla scomparire. Aspettandoci nel futuro di provare nuovamente ansia, è il passo giusto per poterla accettare quando verrà di nuovo

8.      Le situazioni difficili vanno affrontate a piccoli passi, ponendosi piccoli obiettivi. Soprattutto le situazioni in cui avvertiamo di avere paura, devono essere affrontate gradualmente, senza fretta.  Raggiungere gli obiettivi poco alla volta aumenta il nostro senso di efficacia e la nostra autostima.

9.      Affrontare costantemente e ripetutamente situazioni che adesso non ci provocano più ansia, rafforza la nostra sensazione di essere capaci di affrontarla.

 

 

Dott.ssa Laura Barbera

Psicologa Firenze

www.psicologafirenzebarbera.it

Email: laura_barbera [@] hotmail [.] it