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[Citazione del momento]
Un uomo non dovrebbe possedere niente che non possa portare in mano quando corre. Anonimo
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L’invenzione della virilità: omofobia, xenofobia, misoginia, dividendo patriarcale, Female Executive Stress Syndrome, Glass ceiling, Baby-blues, “Sillabario dei tempi tristi”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 3 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Il virilismo è stato un modello identitario, e quindi politico, molto forte prima che la crisi di una tale prospettiva, di “contratto” sessuale, unitamente alla crisi della modernità, divenisse evidente, e proprio con un ultimo tentativo di rilanciare l’ordine culturale ispirato alla riproposta della polarizzazione di genere, magari per palese inferiorità mentale, e alla subordinazione delle differenti etnie, e minoranze di “diversità”, grazie a imperialistiche colonie per soli maschi, ridotte poi a ghetti per maschi soli.

Ma, se il virilismo classico è morto, sostiene Sandro Bellassai, in “L’invenzione della virilità” (Carocci, Roma 2011), forse “non è ancora stato sepolto”!

L’esattore di prepuzi-custode di orifizi

Il dio biblico, secondo l’espressione di Joyce, “esattore di prepuzi”, sembrerebbe, altrettanto ovviamente per Vattimo, “custode di orifizi” e della legittimità del loro impiego. Bauman parla invece di una via di fuga dalla quotidianità e dell’elusione del confronto con gli altri come di una specie di transitorietà dell’utopia. Perché forse la possibilità di essere gay ha incluso l’omosessualità in una presunzione di probabilità, differenza ridotta a dettaglio, diluizione delle particolarità, insomma un’integrazione definitivamente disintegrante. Si è confusa allora l’indifferenza con un’illusione di eguaglianza, la quotidianità dell’esperienza con la sua superfluità?

Il risultato somiglia al finale del gioco “liberi tutti”, piuttosto che alla proposta più vasta dell’assioma rivoluzionario “tutti liberi”. Alla rivendicazione del sé si sarebbe sostituita una forma di agnosticismo che cancella ogni affermazione identitaria. E la “nouvelle vague” consumistica avrebbe sopraffatto, non soltanto l’utopia minoritaria e il diritto alla diversità, ma, con la libertà della ribellione, pure l’ottimismo gaio.

Dello stesso sesso, omosessuale, diverso, pervertito, la declinazione dipende dal contesto di riferimento e si riallaccia all’alternativa “natura e cultura”, soprattutto se la congiunzione non si riesce con l’accentazione a trasformare in verbo. Quanto conta nei comportamenti umani ciò che è innato e ciò che risulta acquisito? Certo l’educazione impartita istruisce sulla performance e sulle scelte di omologazione ed eguaglianza. Ma l’ormone non c’entra niente? Il testosterone, tra le altre cose, determina quella capacità di interpretare a colpo d’occhio le emozioni degli altri per poterli meglio manipolare, la disponibilità, tutta maschile,  al rischio e persino la lunghezza dell’anulare rispetto all’indice.

( Continua … )

Una, nessuna, centomila (donne)…

category Atri argomenti Monica Alviti 31 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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Due grandi insiemi che si intersecano: l’universo maschile e quello femminile. Il primo popolato da mariti, padri, figli, amici, fratelli, lavoratori, amanti ma pur sempre UOMINI! Il secondo affollato da mogli, madri, figlie, amiche, lavoratrici, amanti ma…davvero DONNE?

Dietro questa celata (forse neanche troppo) provocazione si nasconde una grande verità: la donna negli anni ha acquisito maggiori “privilegi” e diritti a scapito però della sua vera essenza. Ruoli sociali prestabiliti ma soprattutto pesanti stereotipi culturali hanno imbrigliato la donna in un vortice di doveri e responsabilità che rischiano di farle perdere di vista il piacere e la consapevolezza del suo esistere.

Alla donna viene solitamente chiesto di diventare una buona moglie, dedita alla casa, al marito e ai figli, casalinga quindi ma anche lavoratrice. Se qualcosa nell’organizzazione familiare non funziona a perfezione la responsabilità è prevalentemente femminile.

Mi è stato fatto notare come le stesse insegnanti a scuola, obbligate a scrivere una nota all’alunno indisciplinato si rivolgano con un “gentilissima signora” alla madre piuttosto che con un più generale “cari genitori”…come se il padre fosse in qualche modo esente dall’essere responsabile dei comportamenti “inadeguati” dei figli.

Una persona che nasce anatomicamente e fisiologicamente con caratteristiche procreative viene considerata e identificata prima come potenziale madre piuttosto che come donna.

Essere donna non per forza significa essere madre così come essere madre non per forza necessita di accantonare la donna!

Avete fatto caso alle pubblicità sui giocattoli per bambine che ci propina la tv con insistenza? La mini cucina, il ferro da stiro e il Ciccio Bello. Già da bambine ci viene insegnato quale sarà il nostro futuro!

( Continua … )

Ansia: 9 cose da sapere per viverla meglio

category Atri argomenti Laura Barbera 30 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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1.      L’ansia è di per sé un’emozione positiva poiché ci permette di essere vigili quando per esempio guidiamo; oppure di rimanere in allerta quando affrontiamo una situazione che può essere pericolosa per la nostra vita; ci aiuta a migliorare le proprie performance sia quando dobbiamo parlare in pubblico che quando dobbiamo affrontare una gara di atletica.  Quando però l’intensità dell’ansia è troppo elevata, crea un effetto contrario, ovvero di paralisi o di fuga dalla situazione,  producendo, per esempio, una performance insufficiente.

2.      L’ansia, nella sua attivazione, segue sempre una curva che sale fino ad un certo punto e scende dopo un po’ di tempo in maniera naturale; passa da sola senza dover far nulla.

3.      Le sensazioni corporee tipiche dell’ansia sono: il battito cardiaco accelerato, la sensazione di mancanza di ossigeno, sudorazione, vampate di calore, vertigine e sensazione di sbandamento, tremori, nausea. Tutte reazioni fisiologiche che stanno ad indicare che il nostro corpo si sta preparando a scappare dalla situazione che avvertiamo come pericolosa. State tranquilli, non si tratta di infarto!4.      Soffermarsi sulle sensazioni corporee ascoltando attentamente ogni singola percezione, non fa altro che aumentare lo stato di ansia  acuendone i sintomi. In questi casi è opportuno distrarsi dall’ansia mettendo in atto tutte le tecniche di distrazione che conosciamo: per esempio concentrarsi sui particolari e i dettagli di ciò che ci circonda, magari descrivendoli a voce alta. Questo può far passare più velocemente il momento in cui si prova ansia, facendoci sentire meglio in poco tempo.

5.      E’ importante dare un significato e un senso all’ansia che proviamo. Bisogna imparare ad osservarla nei suoi momenti massimi e minimi cercando di capire quali sono le situazioni e i pensieri  che la fanno aumentare e quelle che la fanno diminuire.

6.      Bisogna imparare ad agire insieme all’ansia, cercando di vivere la situazione come normale. Fuggire potrebbe far diminuire  l’ansia al momento, ma sicuramente il disturbo peggiorerà. Allora, quando sentiamo di avere una forte ansia, bisogna continuare  a fare ciò che si stava facendo, magari rallentandone il ritmo, perché in questo modo l’ansia e la paura si abbasseranno da sole e in poco tempo

7.      Bisogna imparare ad accettare l’ansia, non combatterla, perché fa parte di noi, vivrà insieme a noi. Altrimenti sarebbe come combattere contro se stessi. Rimanere ad osservarla e ad accettarla è il modo più veloce per farla scomparire. Aspettandoci nel futuro di provare nuovamente ansia, è il passo giusto per poterla accettare quando verrà di nuovo

8.      Le situazioni difficili vanno affrontate a piccoli passi, ponendosi piccoli obiettivi. Soprattutto le situazioni in cui avvertiamo di avere paura, devono essere affrontate gradualmente, senza fretta.  Raggiungere gli obiettivi poco alla volta aumenta il nostro senso di efficacia e la nostra autostima.

9.      Affrontare costantemente e ripetutamente situazioni che adesso non ci provocano più ansia, rafforza la nostra sensazione di essere capaci di affrontarla.

 

 

Dott.ssa Laura Barbera

Psicologa Firenze

www.psicologafirenzebarbera.it

Email: laura_barbera [@] hotmail [.] it

I Veli di Pietra: archeologia, archigrafia, epigrafia, paleografia, architettura, scultura, Kunstgewerbe Kunstwollen, araldica, emblematica, iconologia, pasigrafia, crittografia, grafologia, nuove scritture

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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In un preciso momento storico, l’attenzione degli intellettuali fu rapita dai vari tipi di segni pittografici di espressione, dai caratteri, dalle cifre. Ma l’interesse per la comunicazione del pensiero attraverso manufatti nasce con l’homo sapiens. La tradizione ebraica vuole che l’apprendistato delle lettere, da parte dello stesso Adamo, o di Abramo, sarebbe avvenuto grazie all’insegnamento dell’arcangelo Raziel, Potenza dell’Amore e del Sapere, oppure del “rustico” e misterioso Jambusan o Somboscher.

Giuseppe Flavio, nelle “Antichità Giudaiche” (I, 4), racconta dei figliuoli di Seth, i quali affidarono a due colonne, una di mattoni, l’altra di pietra, la loro conoscenza sopra le “cose celesti”. La scelta dei materiali era stata fatta sulla base della predizione adamitica di due catastrofi, una cagionata dal fuoco, l’altra dall’acqua.

Dal momento che la scrittura è stata inventata più o meno cinquemila anni fa, – scrive Joseph Rykwert, in un suo celebre saggio – le iscrizioni hanno sempre fatto parte della superficie degli edifici. Le incrostazioni geroglifiche degli egiziani e degli ittiti nobilitavano l’architettura, e ne celebravano la funzione. Gli assiri e i babilonesi incidevano i loro testi cuneiformi non solo su muri spogli, ma anche sui bassorilievi di templi e palazzi. I greci scolpivano in pietra i testi delle leggi – ma incidevano nello stesso modo anche i capitolati e descrizioni tecniche di edifici particolarmente importanti. Queste tavole incise diventavano monumenti commemorativi di avvenimenti specifici, ma potevano anche rievocare un atto legislativo, o celebrare il cantiere di una costruzione. Si potrebbe continuare: iscrizioni più o meno visibili si trovavano sugli archi di trionfo dei Romani, sulle cattedrali bizantine e gotiche, sui palazzi rinascimentali”.

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Ma cosa vogliono veramente le donne

category Atri argomenti Angela Flammini 16 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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Bella… La parola bella è nata insieme a lei (Quasimodo, atto primo dell’opera “Notre Dame de Paris”)

Se ti stai ponendo questa domanda, o sei una donna e, come tante, vivi in uno stato di insoddisfazione latente e nemmeno tu sai se puoi ancora essere felice, oppure sei un uomo e, come tanti, non riesci proprio ia capire l’universo femminile e ti sembra che qualsiasi cosa tu faccia per rendere felice la tua donna, sia sempre insufficiente. Nel primo caso, questo articolo può far riemergere la tua consapevolezza e rifocalizzare le tue esigente primordiali. Invece, se sei un uomo, molto probabilmente troverai tutto ciò assolutamente non comprensibile, forse infantile e sciocco e, quasi certamente, non facile da attuare… Quello che una donna vuole ed abbisogna totalmente, a qualsiasi età ed in ogni cultura, è naturale, ma tutt’altro che banale, è essere donna, ovvero essere FEMMINILE. Beh, scoperta l’acqua calda! Eppure quanti sanno dire cosa significhi essere “donna” e quali sono i bisogni fondamentali che una donna, anche fisiologicamente e filogeneticamente ha, senza cadere in scontati stereotipi? Essere donna significa assecondare la propria natura, che vuole il corpo della donna strutturato ad accogliere l’uomo e la maternità. Mentre l’uomo è strutturato per la caccia, il corpo della donna, ha il dono dell’attesa e della stazionarietà. Da sempre, il ruolo della donna è poliedrico, compagna, mamma ed amica, ed innumerevoli sono i suoi compiti, tra cui il sostegno emotivo e la cura di se stessa, dei figli e dell’habitat. Le donne, tutt’oggi, benché lavorino e spesso siano coadiuvate dagli uomini, sono naturalmente deputate alla cura della casa e della prole, della quale si occupano in modo totale e solipsistico per nove mesi. Un tempo, le donne vivevano le loro attese, nella comunità, supportate psicologicamente e materialmente dalle altre donne ed il loro reciproco sostegno emotivo, le loro chiacchiere, contribuivano ad accrescere il livello di ossitocina, l’ormone del benessere femminile, naturalmente prodotto durante tutte le attività di cura e belletto del corpo e del proprio ambiente, ovvero nelle attività creative, nonché in tutte quelle tenerezze tipiche dell’intimità emotiva. In vero, conseguentemente alle sue attività di cura e di accoglienza, la donna, aveva ed ha tutt’oggi il normalissimo bisogno di essere FEMMINILE e di sentirsi BELLA, AMATA e SPECIALE, per tutto quello che fa. E’ questo che le da la motivazione per costruire una famiglia ed accudire la prole.

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Il sogno nella storia

category Atri argomenti Stefano Terenzi 8 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le orme lasciate dal sogno sulla sabbia del tempo risalgono all’antichità ed esse hanno sempre incuriosito ed animato l’esistenza umana.

Tale caratteristica è transculturale ed è sempre stata avvolta da significati mistici e da oscuri timori già in tempi preistorici. Ne è un esempio la raffigurazione su un carboncino in una delle Grotte di Lascaux, nel sud -ovest della Francia, fatta risalire ad una data compresa tra il 15.000 ed il 13.000 a.C., dove è disegnata quella che si può ritenere una fantasia, un sogno; “l’uccisione di un bisonte durante una battuta di caccia” . Si può ritenere che esso riproduca un “sogno ad occhi aperti” tracciato a memoria da un Homo Sapiens.( Mancia, 1998)

Già nella prima testimonianza scritta è presente il sogno. Nell’ Epopea di Gilgamesh, appartenente alla civiltà Babilonese e fatta risalire al 2.000 a.C., il re sumero della città di Uruk, da cui il poema prende il nome, sogna di incontrare Enkidu, prima avversario e poi grande amico di epiche battaglie.

Nell’opera il protagonista racconta il suo sogno:

“Madre, stanotte ho avuto un sogno.

Nel cielo sopra di me, luccicavano le stelle.

E qualcosa simile al firmamento di An mi cadde addosso!

Io tentai di sollevarlo ma era troppo pesante per me.

Io tentai di spostarlo ma non riuscii a maneggiarlo.

La cittadinanza di Uruk era accorsa a lui;

la cittadinanza si assembrò attorno a lui;

gli uomini si ammassarono presso di lui;

e i giovani uomini si accalcarono attorno a lui.

Essi baciarono i suoi piedi come bambini.

Io lo amai come una moglie, lo abbracciai forte.

Io lo portai con me, lo feci inginocchiare di fronte a te,

tu lo trattasti come fosse tuo figlio”.

( Epopea di Gilgamesh, Tavola I, I due Sogni di Gilgamesh, 227-229)

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