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Chi si innamora troppo di se stesso, non avrà contendenti. Benjamin Franklin
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La trama lucente: Creatività, arte, follia, sogni… scimmie, angeli, maestri di sushi… – il resto è rumore …

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 1 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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“Il caso Wölfli potrà un giorno essere d’aiuto per fornire nuovi chiarimenti sulle origini della forza creativa e ribadisce la singolare e sempre più autorevole opinione che molti sintomi di malattia sarebbero da incoraggiare (come suppone Morgenthaler), in quanto suscitano il ritmo mediante il quale la natura tenta di riconquistarsi quanto le è diventato alieno e di strumentarlo in una nuova melodia” (Rainer M. Rilke a Lou Salomé, 10 settembre 1921, citato su “Arte e follia in Adolf Wölfli” di Walter Morgenthaler,  Alet, Padova 2007).
A parlare per primo di come la follia possa generare arte è lo psichiatra elvetico Walter Morgenthaler che nel 1908 prende in cura un contadino internato nel manicomio di Waldau, aggressivo e allucinato, abusato da piccolo e arrestato poi per abusi.
“Questa fu la vita di Adolf Wölfli. Il quale dunque, se incredibilmente è stato uno degli artisti più straordinari del nostro secolo (‘nostro’ affettivamente ed elettivamente, ormai), lo sarà stato in quanto pazzo: più precisamente schizofrenico. In tanta desolazione solo la pazzia, infatti, può giustificare tanta creatività: così argomentiamo per esclusione, così (paradossalmente) ragioniamo secondo volgare buon senso, così, quando pur non agiscano suggestioni evangeliche, siamo indotti a pensare dalla teoria platonica del furor, dal senechiano nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae, dal mito rinascimentale e barocco della melanconia saturnina, dalla vulgata romantica, persino dal positivismo lombrosiano, da esempi come Lucrezio, Pontormo, Tasso, Borromini, Hölderlin, Schumann, Nietzsche, Maupassant, Van Gogh, Campana, Ligabue. Senonchè proprio questo elenco di nomi dovrebbe farci esitare, visto che in tutti questi casi, a eccezione di Ligabue, abbiamo a che fare con un personaggio che prima fu artista e poi, a un certo punto della propria carriera, artista pazzo se non solamente pazzo. Al contrario Wölfli, prima di essere internato (1895), non scrisse nulla e non disegnò nulla, inattività che anzi si protrasse per i primi quattro anni della sua reclusione; e solo quando le sue psicosi e la sua sofferenza giunsero all’apice, solo allora egli, di colpo e dal nulla, divenne un artista. Di colpo e dal nulla vuol dire anche che nella sua opera non si danno progressi, avvicinamenti, tentativi, esercizi, preludi, fasi o periodi…” (Michele Mari, su “Arte e follia in Adolf Wölfli” di  Walter Morgenthaler,  Alet, Padova 2007).
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Ricerca della verità e blocco della comunicazione

category Atri argomenti Alfonso Falanga 14 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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L’esperienza quotidiana ci mostra, a volte, che la comunicazione tra le persone si ingarbuglia anche quando c’è disponibilità a dialogare e gli interlocutori hanno obiettivi in comune.

In sintesi, la conflittualità relazionale caratterizza, in alcuni casi, anche le relazioni significative. Quando ciò accade si sperimenta un forte senso di frustrazione, ci si sente demotivati, la mente è presa d’assalto da pensieri negativi su di sé e sull’altro.

Se succede tra genitore e figlio, ad esempio, il primo potrà pensare che non sa svolgere adeguatamente il suo ruolo di guida e di esempio oppure che i figli sono degli ingrati. Il secondo potrà sentirsi svalutato, non capito o, al contrario, potrà pensare di essere egoista, immaturo ed … ingrato.

Qualcosa di simile potrà verificarsi all’interno di una coppia. Oppure tra colleghi di lavoro o, ancora, tra amici. Non ci si capisce, pur desiderandolo o comunque avendone necessità, ed ognuno resta alla fine con i suoi pensieri e le sue emozioni negative chiedendosi dove ha sbagliato. Si entra così nel circolo vizioso, fuorviante ed improduttivo del “ … di chi è la colpa ? “

I motivi da cui traggono origine tali dinamiche sono molteplici e di varia natura. Riguardano, ad esempio, la struttura caratteriale di coloro che in esse sono coinvolti, ragioni di ordine più specificatamente sociale oppure esistenziale.

In genere, dal nostro punto di vista, le cause delle incomprensioni raramente possono rientrare in modo netto in una categoria o nell’altra, a meno che non si tratti di comportamenti derivanti da una chiara patologia psichiatrica e non è questo il caso di cui qui ci stiamo occupando.  In linea di massima la conflittualità relazionale trova alimento in un intreccio di elementi caratteriali, sociali, esistenziali e linguistici.

In più, a volte il blocco della comunicazione nasce dal fatto che i “ parlanti “, pur dichiarando di condividere gli obiettivi della relazione, di fatto agiscono inconsapevolmente su piani logici del tutto diversi. Sia chiaro che utilizziamo il termine “ inconsapevolmente “ non come sinonimo di inconscio bensì per indicare la distanza tra la percezione di ciò che si dice e si fa e l’effettiva azione verbale e non verbale compiuta.

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Il Pensiero Positivo

category Atri argomenti Rocco Berloco 3 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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Quando si ha un pensiero il nostro cervello produce una sostanza chimica che viene definita neuropeptide; quando una cellula del cervello vuole comunicare con un’altra produce un neuropeptide che si attacca alla cellula ricevente e viene inglobata in essa. Il nostro sistema immunitario è composto da monociti, cellule che hanno recettori per i neuropeptidi, questo significa che il nostro sistema immunitario intercetta i nostri pensieri, e molto spesso le cellule immunitarie producono neuropeptidi. Quindi c’è una grande connessione tra il pensiero e la salute, e possiamo dire che pensiamo con il corpo. La mente non è solo nel corpo, per esempio quando ci rilassiamo tutto il nostro organismo produce sostanze benzodiazepinico-simile ma senza effetti collaterali, e quando siamo nervosi tutto il nostro corpo produce sostanze eccitatorie, non solo le surrenali. Quando stiamo bene il nostro organismo produce immunomodulatori molto potenti e questo aumenta le barriere immunitarie. Le cause delle nostre felicità possono essere diverse, ma in ogni caso ci produrranno serenità e questa serenità si trasmette al nostro sistema immunitario, e quindi aumenta la nostra salute. Sono stati individuati circa 50 neurootrasmettitori che il nostro cervello può produrre su richiesta di un pensiero o di un’immagine mentale, una di queste per esempio è un antidolorifico 50 volte più potente della morfina, questo ci spiega perché in battaglia i soldati sopportano senza batter ciglio stimoli dolorifici estremamente alti, che in contesti differenti nessuno riuscirebbe a sopportare. O ancora per esempio alcuni ricertpori di Bolder, Colorado, hanno dimostrato come le emozioni positive fanno salire i livelli di DHEA (un ormone che favorisce il rinnovamento cellulare e combatte lo stress) e di IgA (anticorpi), mentre le emozioni negative provocano la riduzione di entrambi. Si pensa che una persona normale produca circa 60000 pensieri ogni giorno, di cui il 90% di essi sono uguali a quelli del giorno precedente. Questo significa che si creano continuamente gli stessi modelli psico-energetici. In altre parole se siamo legati a dei Modelli Cognitivi Limitanti questi sono il nostro vivere quotidiano e limitano oltre il nostro umore, anche le nostre capacità psico-fisiche ed il nostro stato di salute in senso lato. Facciamo qualche esempio. Basta pensare ai Giochi Olimpici: un tempo si pensava che fosse impossibile percorrere un miglio in 4 minuti. Nessuno riusciva a farlo e numerose teorie di ordine pseudo-scientifico avvaloravano questo Modello Cognitivo Limitante. Dopo che nel 1987 Roger Bannister riuscì nell’impresa dopo di lui un intero gruppo di perasone ottenne lo stesso risultato, e lo stesso si può dire con i 100 metri in meno di dieci secondi e quando nel 1992 Carl Lewis ottenne il risultato nella stessa gara sei atleti abbatterono la barriera. I Modelli cognitivi limitanti non sono innati, vengono generati da noi e da noi vengono trasmessi.

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Facebook ci rende veramente ” intimi ” ?

category Atri argomenti Alfonso Falanga 30 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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La pervasività dei moderni media tecnologici nei diversi ambiti della quotidianità conduce a porsi domande solo all’apparenza banali.

Tra queste assume una certa rilevanza, dal nostro punto di vista, quella che riguarda la possibilità di realizzare una relazione intima, in termini analitico – transazionali, attraverso un social network quale, ad esempio, Facebook.

Prima di proseguire ricordiamo cosa l’Analisi Transazionale intende con “ intimità “.

Eric Berne, fondatore di questa disciplina, in una delle sue opere la definisce così :

“  Al di là dei giochi c’è l’altro caso limite di ciò che può accadere nei rapporti interpersonali: l’ intimità*. L’intimità bilaterale è definita come una relazione disinteressata, priva di giochi con un dare e un avere, senza forma di sfruttamento reciproco. L’intimità può anche essere unilaterale, dal momento che soltanto uno dei due può essere disinteressato e generoso, mentre l’altro può essere in malafede e avere un secondo fine “ .1

Cominciamo con l’osservare che per Berne l’intimità è uno dei due eventi relazionali limite. Ad un estremo, infatti, egli posiziona i giochi, vale a dire una modalità comportamentale in cui nulla è come appare. Dalle righe precedenti si evince facilmente che per Berne il gioco non è autentico ossia rappresenta un comportamento che, alquanto inconsapevolmente, ha un obiettivo ben diverso da quello dichiarato da coloro che vi prendono parte.

Il gioco è dunque un modo insincero di chiedere attenzione, ad esempio, oppure affetto o comunque di realizzare una propria istanza materiale e/o immateriale 2.

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Tradimenti e infedeltà: le scappatelle fanno bene al rapporto?

category Atri argomenti Anna Chiara Venturini 25 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Un aforisma del pittore John Harington dice” Il tradimento non trionfa mai: qual è il motivo? Perché se trionfa e diventa un grande amore, nessuno osa chiamarlo tradimento.”

Ognuno di noi ha una parte segreta, quella parte segreta che non vuole essere scoperta e non vuole scoprire, quella parte segreta che fantastica ed ha al contempo paura di conoscere. Il tradimento dà voce a quest’aspetto recondito di noi, sia come traditori che come traditi, portandoci inevitabilmente a riflettere, a crescere e maturare, indipendentemente dalla nostra età e mettendoci di fronte ad una nuova autonomia. Sotto quest’aspetto si potrebbe parlare di una funzione quasi terapeutica del tradimento, proprio perché porta comunque con sé un momento di crisi e quindi di rinnovamento, sia personale che della coppia; ci riporta immancabilmente coi piedi a terra e ci fa rendere consapevoli dei nostri limiti e della nostra fragilità, ricordandoci la nostra parte più autentica che risiede nella capacità di risollevarsi. Ma perché tradiamo? Partendo dalle considerazioni dell’antropologa americana Fisher, secondo cui il tradimento sarebbe scritto nel patrimonio genetico della specie umana, nonostante l’adulterio sia stato da sempre condannato e represso dalla nostra cultura e dalla nostra religione, la dirompenza e l’imprevedibilità dell’istinto sessuale hanno avuto la meglio anche sui più terribili divieti sociali, arrivando quasi a far considerare  la vera trasgressione il rimanere fedeli! Oggi come oggi la tentazione erotica per un’altra persona appare come trasgressione e desiderio di un’avventura, qualcosa di nuovo che sia in grado di regalarci un brivido diverso, qualcosa che ci faccia sentire le farfalle nello stomaco e che ci faccia sentire irresistibili. Nell’immaginario collettivo il tradimento diviene così quell’atto che permette di superare la noia del rapporto facendoci sentire nuovamente vivi, come se il rapporto di coppia debba essere sempre all’insegna dei fuochi d’artificio altrimenti c’è il rischio delle corna. Ma immaginate che stress nel rapporto se tutto deve essere calcolato in funzione di evitare un tradimento? Nessuna donna andrebbe più in giro per casa in tuta e nessun uomo metterebbe su la pancetta o si piazzerebbe davanti al televisore se ci si dovesse dar da fare per evitare un “terzo incomodo”. Questa però sarebbe una coppia serena? E soprattutto quale sarebbe il motivo dell’unione? Al di là quindi del motivo che spinge a tradire, forse sarebbe bene chiedersi cosa ci spinge ad essere fedeli, se il piacere o il bisogno reciproco; di riflesso si comprenderà la radice dell’adulterio. Nella prima ipotesi, infatti, sarà più facile il tradimento, ma sarà anche più “salutare” per la coppia, perché diviene la spia che il legame non rende più felici i partner e si può allora lavorare sulla rinascita del sentimento; nel caso in cui invece, il rapporto si regga sul bisogno reciproco, difficilmente uno tradirà l’altro, ma l’unione diverrà una specie di gabbia dorata in cui i due soffocheranno nella reciproca dipendenza e nel totale estraniamento dagli altri, visti come potenziali elementi destabilizzanti.

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Pietre di pane. Psichiatria culturale delle migrazioni

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Nel nostro paese abbiamo assistito a diverse ondate di flussi e riflussi demografici, da parte di nostri concittadini all’interno della nazione, quasi esclusivamente dal mezzogiorno e dalle isole verso il nord-Italia, in seno alle regioni dell’Europa, come pure transoceanici (emigrazione), a volte seguiti da rientro, magari unitamente alle nuove generazioni nate fuori (remigrazione), e, del tutto più recentemente, a massicci ingressi di nomadi, richiedenti asilo, e altro genere di disperati in cerca di fortuna (immigrazione). Indubbiamente la forma più comune di migrazione è quella di chi si sposta per motivi economici, alla ricerca di un lavoro. Può trattarsi di un movimento massiccio che avviene, all’interno dello stesso paese, da una zona rurale a una urbana, come da un’area dalle condizioni ambientali sfavorevoli a una società a maggior sviluppo. Ci sono, poi, i rifugiati di guerra e gli esiliati politici, i quali soffrono un vero lutto da separazione (Munoz  L., 1980), sia per via dell’assoluta mancanza di progettazione, sia a causa del vissuto di espulsione, che alimenta sentimenti di netta aggressività, non ben indirizzata, bensì sentita come “sospesa” (Perez M. M., 1984). Tra i rifugiati di guerra è soprattutto l’integrità del nucleo familiare e gli effetti personali a venire danneggiati più seriamente, per le gravi perdite finanziarie. Comunque, in caso di persistenza di un disturbo postraumatico da stress, la depressione, legata ai fattori di disagio più recenti, perché successivi alla migrazione, segue un andamento del tutto indipendente (Sack W. H., Him C. & Dickson D., 1999).
Gli stress affrontati possono essere naturalmente connessi ad aspetti pratici, quali trovare un lavoro, un’abitazione, istruirsi, ed eventualmente padroneggiare la lingua, essere accettati e intessere una rete di relazioni. Apprendere dei pattern comportamentali tipici di un nuovo stile di vita, che rispecchino la differente gerarchia di valori, costituisce un processo di adattamento e di trasformazione talmente elaborato da procurare quella forte pressione psicologica che si va a scontrare con la questione del mantenimento dell’identificazione etnica e culturale, sfociando in un conflitto interiore, in cui dibattito e negoziazione sono destinati a rincorrersi indefinitamente.
Le modalità di adattamento possono seguire delle strategie differenti, a seconda di alcune variabili. In base all’ambiente, ad esempio, refrattario, e alle relazioni di gruppo, un nucleo di immigrati può intrattenere  scambi soltanto con coloro che appartengono alla stessa etnia, conservando quindi la lingua madre, socializzando prevalentemente tra di loro, persino risiedendo negli stessi quartieri; questa modalità, che non ricerca un vero inserimento nel paese ospitante, ha finito per formare le note “China Town” o “Little Italy”. Viceversa, secondo un altro ambiente, più propizio, e la personalità individuale, si possono ricercare una rapida acculturazione e un’aggregazione imitativa, che, qualora non dovesse riuscire, provocherebbe però frustrazione e squilibri. Se l’ambiente viene percepito nettamente sfavorevole e riluttante, prevale allora una modalità di tipo difensivo, che conduce all’assunzione di una posizione persecutoria, con accentuata diffidenza, sfiducia, sospettosità, sino a manifestazioni di tipo paranoicale (Ndetei D. M., 1988).

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