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La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l'ha cercata. Anton Pavlovic Cechov
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Dalla simbiosi all’autonomia: decorso naturale e patologia

category Atri argomenti Dott.ssa Veronica Iorio 9 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Si ha una simbiosi quando due o più individui si comportano

come se formassero un’unica persona”.

(Schiff, 1980)

 

Aaron e Jacqui Schiff considerano la psicopatologia come il risultato di una relazione simbiotica non risolta. Una volta instaurata, la simbiosi fa sì che i partecipanti si sentano a proprio agio, ma questo agio ha un prezzo molto elevato in quanto implica il sacrificio di buona parte delle risorse individuali. In altre parole, si può dire che la stabilità viene acquisita a patto che entrambe le persone svalutino le proprie capacità, in modo che ciascuno senta di aver bisogno dell’altro.

Simbiosi naturale
La relazione simbiotica all’origine della vita garantisce al bambino la sopravvivenza attraverso la protezione, il nutrimento e il calore che la madre gli procura ma, con l’acquisizione delle capacità autonome, con lo sviluppo del sé e delle funzioni dell’Io, diviene man mano un terreno da cui prendere le mosse perché l’individuo possa esplorare modalità indipendenti di stare in vita.
Una struttura genitoriale positiva e coerente è in grado di offrire al figlio un’adeguata protezione e un clima di fiducia: occasioni che promuovono l’intimità ed occasioni che incoraggiano la separazione. Per ogni bambino è necessario incorporare i seguenti messaggi:
- Puoi risolvere i problemi
- Puoi pensare
- Puoi fare le cose
In termini analitico-transazionali l’incorporazione di questi messaggi si traduce nella capacità della persona di utilizzare efficacemente il problem solving, di disporre attivamente delle risorse dell’Adulto e nel sentire sia se stesso che l’altro Ok.

( Continua … )

Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 5

category Atri argomenti Alfonso Falanga 8 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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L’esigenza umana di ridurre l’ansia derivante dal muoversi in un mondo ( uomini, cose, eventi, relazioni, ecc. ) per lo più imprevedibile ha prodotto procedure di etichettamento con cui dare definizioni, significati e senso a quel medesimo mondo per poi renderlo prevedibile e perciò meno inquietante.

Da tale procedura derivano non solo gli espedienti quotidiani su come districarsi tra la complessità della vita ma anche le grandi narrazioni ideologiche, politiche e religiose che hanno descritto l’uomo e il mondo.

L’etichettamento, perciò, ha avuto ed ha il pregio di favorire la sopravvivenza dell’individuo in una realtà materiale ed immateriale spesso non a sua misura. Le convinzioni acquisite, insomma, sono le maniglie a cui aggrapparsi nel procedere tra la complessità, e spesso l’inspiegabilità, dell’esistenza.

D’altra parte, l’etichettamento ha in sé un limite e cioè quello di escludere dalla visione che si ha di sé, degli altri e della realtà tutto ciò che non è immediatamente noto. Esso inibisce, fino a vietare del tutto, modi di pensare e modi di agire che si distanzino, più o meno significativamente, dalle convinzioni e procedure già sperimentate e confermate ( spesso a prescindere dagli esiti da esse derivanti ).

L’etichettamento seziona la vita fisica e psichica in due settori separando ciò che già si sa da ciò che ancora non si sa.
Certamente il desiderio, a volte il bisogno, di sperimentare nuovi percorsi ( nel lavoro, negli affetti, nelle abitudini quotidiane, ecc ) orienta il nostro comportamento. Tale spinta è generalmente favorita da condizioni di benessere materiale e/o immateriale ed inibita, viceversa, nei momenti di crisi. Quando le cose “ funzionano “ ci sentiamo sicuri e protetti al punto da osare nuovi percorsi e siamo disposti a correrne i rischi che ne derivano.

L’insicurezza generata dalla precarietà materiale  e/ o immateriale, al contrario, ci lascia ancorati a quel poco o niente che già possediamo o riteniamo di possedere.

E’ un paradosso. In effetti la logica vorrebbe il contrario: la sicurezza dovrebbe trattenerci lì dove siamo, la precarietà condurci a sperimentare altre opzioni. E’ invece una caratteristica alquanto diffusa negli individui reiterare, di fronte a situazioni problematiche e conflittuali, comportamenti inefficaci pure nella consapevolezza di tale loro inadeguatezza.

( Continua … )

Il viaggio dell’eroe

category Atri argomenti Annalisa Barbier 25 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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Il “Viaggio dell’Eroe” è il nostro Viaggio personale e noi siamo l’Eroe. Esso è  l’insieme delle esperienze che attraversiamo nella nostra vita e dalle quali apprendiamo a crescere, a modificare i nostri atteggiamenti, a guardare alla vita e agli altri in modo nuovo. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche il nostro Viaggio prevede che ci siano un Tesoro da scoprire (o ri-scoprire) e un Drago da uccidere; il Tesoro è la scoperta del nostro vero Sé, dei nostri talenti, delle nostre attitudini profonde e il Drago rappresenta le nostre paure interiori, i nostri limiti. Questo Viaggio non finisce mai. Come dice l’Autrice:

“… noi non cessiamo mai di viaggiare, ma abbiamo degli eventi che marcano le tappe quando quello che accade è il risultato della nuova realtà che abbiamo incontrato. E ogni volta che ci rimettiamo in viaggio, lo facciamo ad un nuovo livello e torniamo con un nuovo Tesoro e capacità trasformative di nuovo conio”.

Il senso del nostro Viaggio allora è la scoperta del nostro valore, del nostro Sé, del significato profondo della nostra vita, e ci dona

“… la possibilità di lasciarsi dietro la frustrazione di potenzialità non sfruttate e di decidere di vivere alla grande […] Possiamo vivere una vita grande solo se siamo pronti a diventare grandi noi stessi e a superare, durante il processo, l’idea della impotenza assumendoci la responsabilità della nostra esistenza.”

Il senso profondo di questo Viaggio è il raggiungimento del nostro fine-significato: sapere di essere un Eroe vuol dire sapere di essere a posto, nel momento e nel luogo giusto, vuol dire imparare a conoscere i propri talenti e le proprie capacità e capire quale è il PROPRIO fine, non quello che ci è stato attribuito da altri o qualcosa che gli altri si aspettano da noi.

In altre parole significa DIVENIRE SE STESSI.

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 4

category Atri argomenti Alfonso Falanga 19 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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“ La nostra società non fa l’apologia del desiderio , fa piuttosto l’apologia delle << voglie >>, che sono un’ombra impoverita del desiderio, al massimo sono desideri formattati e normalizzati. Come dice Guy Debord in << La Società dello spettacolo >>, se le persone non trovano quel che desiderano si accontentano di desiderare quello che trovano “
M. Benasayang e G. Schmit, “ L’epoca delle passioni tristi “, Feltrinelli, p. 63.

 

Definire quale sia il contenuto emotivo – cognitivo di una comunicazione efficace e motivante richiede, quale premessa, che si delinei l’obiettivo rispetto a cui la persona va motivata. Vale a dire che, prima di compiere qualsiasi passo, è indispensabile incorniciare l’oggetto della motivazione.

Se con questo termine si intende l’intensità dell’energia psico – fisica che l’individuo esprime nel tendere verso la soddisfazione del suo desiderio/bisogno, qual è, dunque, la meta dell’azione ?

In riferimento al quesito, le affermazioni appena citate di Benasayang e Schimt ci mettono in guardia rispetto ad una rischiosa confusione tra l’ ” avere voglia “ e l’effettivo ed originale  “ desiderare “.

La differenza non è di poco conto e non lo è, in particolare, rispetto al tema di cui ci stiamo occupando. Il semplice “ avere voglia “, infatti, si riferisce al tendere della persona verso mete non autentiche ossia non definite in autonomia rispetto al condizionamento socio – culturale. Naturalmente la scelta degli scopi delle proprie azioni avviene sempre nell’ambito dei riferimenti valoriali appartenenti al contesto in cui la persona vive e a cui, dunque, appartiene. Ci stiamo occupando, perciò, di decisioni assunte rispetto ad obiettivi previsti ed accettati socialmente e non, perciò, di devianza.

Il “ condizionamento “, però, anche se non orienta necessariamente verso finalità illecite, priva la persona della capacità di definire “ cosa “ effettivamente vuole e “ come “ effettivamente intende ottenerlo. Il “ desiderio “, cioè, è solo apparente. Il desiderio autentico, invece, ha origine nel momento che si ha la capacità emotiva e cognitiva di “ vedere “ ciò di cui si ha effettivamente bisogno al di fuori di qualsiasi etichettamento.

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Lacune – Imparare a vivere da “vuoti a perdere”: “Anticipazione della lontananza”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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Gli uomini hanno piena coscienza del loro destino mortale, al contrario degli animali, e degli dei. In ciò sono mirabilmente impersonati da quel Prometeo in grado di pensare “in anticipo”. “L’uomo, slanciandosi avanti nelle possibilità in quanto trascendenza esistente,” Martin Heidegger (“Vom Wesen des Grundes”, 1929) lo definiva: “un essere della lontananza”.

 

Nostalgia dell’Eternità

La mia voglia di vivere – riconosce Jung, in una lettera ad Aniela Jaffé del 29 maggio 1953 – è un daimon ardente che talvolta mi rende maledettamente difficile mantenere la coscienza di essere mortale”.

Il desiderio d’immortalità si interpone tra una certezza, quella della fine, e il piacere di vivere e di avere una continuità nella discendenza o di trasmettere qualcosa di immateriale quale prolungamento di sé. La gloria che deriva da imprese memorabili, nella competizione con la natura e gli dei, rende gli eroi immuni all’oblio. Se, in natura, tutto è ciclico, ciò che viene compiuto si inserisce in questo circolo di “eterno ritorno” che ci rammenta le cose, come le parole pronunciate, o ancor meglio quelle scritte.

Come non dovrei anelare all’eternità – si chiedeva pertanto l’anti-Odisseo Nietzsche in “Also sprach Zarathustra - e al nuziale anello degli anelli – anello dell’eterno ritorno? Ancora non trovai donna da farmi desiderare figli, se non questa donna, che io amo: perché ti amo, Eternità!”.

 

Muore il padre, muore la madre, muore la figlia della sorella, muore pure quella …

L’augurio di prosperità del maestro Sengai (“Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote”), contestato dal commissionario, viene spiegato nella sua palese semplicità: “Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho esplicitato, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità”. E’ la risposta trascritta da Nyogen Senzaki e Paul Reps in101 Zen Stories” (1939).

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Lacune – Imparare a vivere da “vuoti a perdere”: Nostalgie

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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La parte involontaria di un discorso affiora in reticenze e difetti, poiché, nell’assenza, è come se l’inconscio si esprimesse meglio. Si tratta di ammanchi significativi, produttori di senso, che stimolano la percezione di ciò che non viene detto, di quel vuoto vitale ancora attivo, proprio per la sua insufficienza.

L’inconscio ci parla un discorso contraddittorio, allusivo, frammentario e incompiuto, decisamente controcorrente. Il buon senso non lo abita e la conversione non lo manipola; s’avvantaggia solamente d’una esaustiva sconvenienza. Esiste poi un indice di inconvertibile differenza che svaluterebbe appartenenza e identità.

I sintomi ci prendono in contropiede e neanche la più profonda e consolidata conoscenza dell’inconscio potrà mai impedire la loro imponderabilità temporale. Prima, non sappiamo, dopo, forse, capiremo. Questa suddivisione si traduce in un atto desiderante, ma ignorante dell’ispirazione che lo ha generato. E l’oblio darà rilievo alla mancanza.

Sintomi, sogni, lapsus, parole pronunciate e quelle non dette, atti mancati e quelli compiuti, pur possedendo una latenza di significati, assumono una forma significante di corrispondenze femminili.

Guido Ceronetti, a commento de “Il libro dei Salmi” (2006), annotava: “Sentendosi troppo rispettato, il testo si ritiene poco amato e ti pianta subito”, proprio come una donna che vuol farsi corteggiare.

Ogni interpretazione elimina qualcosa, un po’ di tutto; interferisce, o meglio ferisce, e infierisce, con quello stillicidio ematico che sgorga  da tanta beanza. La smania di decodificare arreca traumi che non guariscono facilmente quasi mai, perché agiscono da menorragie contaminanti. Nella loro natura castrante, dissonanze e scomposizioni suscitano pregiudizi, proscrizioni, invidie.

 

L’invidia

L’invidia è un’ambizione mediocre, assorbita da un circolo vizioso autoreferenziale. Invidiando si interpreta di essere invidiati e viceversa.

Se si aspira ai privilegi, bisognerebbe già parlare di cupidigia. Se “non ride, salvo sorridere se vede dolore”, è schadenfreude. In ogni caso, “non si gode mai il sonno, agitata da mille assilli;/ assiste con sofferenza ai successi degli uomini, non/ li sopporta, si rode nell’atto di rodere gli altri, ed è questo/ il suo supplizio” (Ovidio, Metamorfosi, II, 778-782, traduzione di Vittorio Sermonti).

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