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Alleviare l’ansia con lo sport

category Atri argomenti pavulo 1 Dicembre 2012 | Stampa articolo |
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Un tipo ansioso lo sono sempre un po’ stato. Non ricordo esattamente un incipit delle mie ansie, intendo quelle generiche. So per certo, invece, l’inizio di questo precisi e violenti attacchi di ansia. Posso assegnargli data ed evento. Era il 26 luglio scorso, quando ho preso un volo low cost per Londra con la mia ragazza.

Volevo farle un regalo per la sua laurea e 80 euro andata e ritorno mi avevano fatto passare un po’ in secondo piano l’ansia da volo che ho sempre avuto. Inoltre, potevo mica chiederle di andare in treno fino a Calais o Boulougne e lì prendere un traghetto ? Ad ogni modo, già quando mi arrivo la conferma di avvenuto acquisto nella mia casella di posta elettronica, dopo pochi minuti, provai una vaga sensazione di cerchio caldo alla testa e palme della mani un po’ umide. Era l’idea concretizzata, il progetto divenuto fatto a farmi realizzare che avrei volato. Due settimane d’inferno. Ci pensavo continuamente, ogni ora e ogni giorno. A Marina non confessavo niente, dicevo solo di essere preoccupato per delle questioni di lavoro, mi tenevo sul vago. La vergogna di scaricare la mia ansia parlando un po’ con lei mi pressava ulteriormente. Ormai ero arrivato a un pacchetto e mezzo al giorno e la mattina mi svegliavo con polmoni pesanti come due sacchi di chiodi e un senso di stanchezza maggiore di quando andavo a dormire.La mattina del volo già in direzione dell’aeroporto sentivo un po’ il fiato corto, come se avessi corso, ma lo tenevo ben nascosto. Mio padre ci accompagnò dinanzi all’aeroporto e per non pagare il parcheggio, ci aiutò a scaricare e ci lasciò subito, salutandoci. Lo seguii con lo sguardo. Avrei dato una gamba per risalire in macchina. E lì il secondo sintomo che non avevo mai provato fino a quel momento. Mi veniva da piangere. Diamine, mi era salita su proprio una lacrima ! Nonostante il cielo non particolarmente terso, inforcai gli occhiali da sole. Ripeto: allora avevo una profondissima vergogna nel mostrarmi preoccupato, ansioso o angosciato dinanzi alle persone. Non che ora mi presenti alle persone come conosco dicendo “Piacere, Paolo, sono ansioso”, ma oggi affronto questo status con maggiore serenità, giorno dopo giorno e non tento di soffocarlo, ma piuttosto di comprenderlo per invitarlo a lasciarmi. Ma tornando all’episodio, l’attacco lo ebbi al momento del decollo. Stipato in quell’abitacolo stretto quanto un mese senza stipendio, Marina che aveva appoggiato la testa sulla mia spalla… improvvisamente mi sentii come se qualcuno avesse scaricato ottanta chili sulle mie spalle. Volevo respirare, ci riuscivo, andavo fino in fondo coi polmoni, ma avevo fame d’aria. Respiravo profondissimo e mi sembrava che l’aria non entrasse mai nei polmoni. Scostai il suo capo, lei mi chiese cosa accadesse e questa domanda mi diede ancora più ansia.

( Continua … )

Niente paura

category Atri argomenti Silvia Ghini 28 Novembre 2012 | Stampa articolo |
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Vi sentite minacciati da ogni piccolo cambiamento? Temete di fallire in ogni cosa che fate? Siete troppo ansiosi per affrontare situazioni nuove o impreviste? Troppo impauriti per  iniziare o approfondire una relazione? Troppo sensibili alle critiche e ai giudizi delle persone?

Non siete da soli. Molte persone sono completamente bloccate dalle paure e dall’ansia, emozioni che interferiscono drammaticamente con la loro vita tanto da portarle a rinunciare a cose semplici come guidare la macchina, uscire di casa, partecipare ad una festa o prendere un aereo.

Ci sono, al contrario, persone che non fanno le loro scelte basandosi sulla paura ma che corrono, invece,  dei rischi e riescono, per questo, a vivere una vita libera e appagante. Anche loro, a volte, provano paura ma riescono a superarla. Come?

Quello che conta è imparare a conoscere e riconoscere la paura di base, darle un nome e imparare a gestirla, in modo da renderla nostra alleata ma, soprattutto, parlarne con le persone che ci stanno accanto così che anche loro possano acquisire maggiore consapevolezza della natura del nostro disagio. Non c’è niente di cui vergognarsi e dobbiamo essere noi per primi a mostrarlo agli altri parlandone a cuore aperto.

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Assuefazioni da psicofarmaci

category Atri argomenti Lorenzo Acerra 21 Novembre 2012 | Stampa articolo |
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http://www.youtube.com/watch?v=gUi7y8xi2UY (testimonianze sull’assuefazione)

 

Chi ha preso psicofarmaci e ne e’ stato reso totalmente dipendente non puo’ smettere, incalzato dall’inferno della sindrome da dismissione..

L’azione dei farmaci, segnalato anche da TV e ricercatori indipendenti e anche i produttori,

e’ proprio quella di creare dipendenza.

Ho fatto un video in proposito e questo articolo che propone soluzioni alternative..

 

Ebbene si, alla fine se ne sono dovute occupare anche le televisioni americane, venendo a patti con il pericolo di perdere gli introiti pubblicitari dei colossi multinazionali: i farmaci psichiatrici, come le droghe pesanti e anzi di più, danno dipendenza chimica. Smettere significa andare incontro ad una crisi di astinenza con sintomi fisici e anche mentali che sono 10 volte più intensi di qualsiasi disturbo sperimentato dai pazienti prima dell’assunzione dello psicofarmaco.

Gli psicofarmaci gradualmente nel tempo distruggono e alterano la chimica del cervello, lasciandolo in rovine. Negli Stati Uniti è nato un gruppo di supporto basato su internet,www.Paxilprogress.org , per quelle persone che hanno bisogno di capire meglio la sindrome da interruzione chimica degli psicofarmaci. Perché altrimenti i dottori ti darebbero la valutazione che la colpa della sindrome dismissiva è tua che sei matto e che devi rimanere a vita con gli psicofarmaci, se non addirittura raddoppiare la dose.

Il supporto peer-to-peer di paxilprogress.org significa che non addetti ai lavori, che hanno imparato sulla propria pelle le mille sfaccettature della crisi chimica collegata alla riduzione di dose di questi farmaci, si relazionano con aspiranti addio-farmaci neofiti. In Italia un equivalente potrebbe essere il sito http://www.aerrepici.org/forum/ dove trovi pazienti super-informati che ti parlano della medicina ortomolecolare e un’alimentazione quanto più possibile crudista che nel loro caso ha funzionato.

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La pelle come specchio delle emozioni non riconosciute. Significati psicosomatici.

category Atri argomenti Anna Mostacci 16 Novembre 2012 | Stampa articolo |
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Sulla pelle ritroviamo scritta la nostra storia così come la pelle è il nostro confine, essa ci racchiude, ci integra, ci delimita nella nostra forma fisica. La possiamo nascondere agli occhi e al tatto degli altri ma solo in parte. La possiamo mostrare, svelandoci agli occhi di noi stessi e degli altri, ma non solo in parte perché la pelle può tradire il nostro vissuto interiore.

La pelle rappresenta un confine labile tra noi e gli altri ed è la prima parte di noi stessi ad essere colpita o… amata. Sulla pelle i segni restano ben visibili o diventare un’ombra sensibile al tatto che ci ricorda qualcosa che forse vorremmo dimenticare. Questa è la pelle come corazza che sfida l’altro e il mondo con cicatrici, sfoghi, piccole piaghe e spesse chiazze che parlano al nostro posto, raccontandoci senza parole.

Possiamo comprendere quanto sia importante per il nostro equilibrio psicofisico la salute della nostra pelle partendo dalle origini del nostro cammino fin dal concepimento. Le cellule che rivestono primitivamente l’embrione, in parte formano il cervello e il resto del nostro sistema nervoso, e in parte rimangono sulla superfice dell’embrione fino alla fine del suo sviluppo per formare la cute. Dunque, così come esistono diverse patologie dove i due organi sono contemporaneamente malati perché interconnessi, la pelle è soprattutto un importante organo di difesa capace di strutturarsi a seconda delle esigenze dell’individuo diventando una vera e propria spia del nostro stato di salute che dobbiamo imparare ad ascoltare e a leggere con attenzione amorevole.

Accettare che esiste il legame mente-corpo in quanto connessione inscindibile primaria, significa comprendere e dare una lettura nuova, psicosomatica dunque, a disturbi che abbiamo sempre e solo diviso, scisso, perché più comodi da controllare, negando e sottovalutando quanto la mente condizioni il corpo, ne diriga le alterazioni e la guarigione e quanto il corpo, se ferito, offeso, ritrovi nella mente significati di resa e disperazione che si possono alimentare fino a giungere alla ripetizione cognitiva di schemi psicologici non adattivi.

Se per alcune malattie psicosomatiche può sfuggire il senso di connessione tra la mente e il corpo, nel caso dei disturbi cutanei appare più evidente il senso in quanto è proprio sulla pelle che i conflitti emotivi vengono “scaricati”.

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Il significato dei sogni

category Atri argomenti Annalisa Barbier 22 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

È un fatto ormai risaputo che un terzo della nostra vita lo trascorriamo dormendo: una persona di 60 anni ha quindi trascorso circa 20 anni dormendo, dei quali 6 sono stati impiegati sognando!

Il sonno quindi è una porzione fondamentale della nostra vita, e non è un caso che rivesta un ruolo di enorme importanza per diverse ragioni: esso infatti garantisce al nostro cervello di riposare, di “resettare” la propria attività per prepararsi al giorno seguente e di rielaborare i contenuti della realtà e dell’inconscio attraverso l’attività onirica.

La storia dello studio del sonno è piuttosto recente.

  • Nel 1936 si scoprì che l’EEG (elettroencefalogramma o misurazione dell’attività elettrica della corteccia cerebrale) presentava notevoli variazioni durante il sonno:  si presentava infatti un’alternanza di cicli ad onde ampie e lente con cicli a onde rapide e di basso voltaggio simili a quelle della veglia.
  • Nel 1953 si scoprì inoltre che, durante le fasi in cui prevaleva un’attività ad  onde frequenti e a basso voltaggio, gli occhi dei soggetti si muovevano al di sotto delle palpebre mostrando sequenze di rapidi movimenti (Rapid Eyes Movements – REM). Questa fase del sonno fu quindi chiamata fase REM proprio per la presenza di tali tipici movimenti oculari, ai quali si associa il blocco totale dell’attività dei muscoli facciali.

Il ciclo del sonno è  il modo con cui si alternano diverse fasi (caratterizzate ognuna da attività cerebrale e muscolare specifica) durante una notte di sonno, e comprende 5 stadi differenti della durata di 90-120 minuti ciascuno. I sogni possono avere luogo in una qualunque di queste fasi, sebbene quelli che ricordiamo meglio avvengono nell’ultima fase. Il ciclo completo si ripete mediamente 4/5 volte durante la notte, e in alcuni casi può arrivare a ripetersi fino a 7 volte.

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Crepuscolo degli idoli: Nietzsche, Freud, Jung – dal Trascendimento rovesciante o Rovesciamento degli estremi all’Enantiodromia: la mistica di una psicologia orgiastica

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Il perno del filosofare nietzscheano non è costituito né dal materialismo né dalla dialettica, ma da una trascrizione”, scrive Ferruccio Masini (1928-1988), nell’introduzione a “Lo scriba del Caos” (1978), in polemica con la supposta superiorità di un materialismo che si occupi di corporeità. Nell’esperimento del filosofo tedesco prende il sopravvento la tensione del trascendimento, che, quale moto interiore verso l’estremo, si costituisce nell’esatto contrario.

Masini fonda la sua interpretazione sulla tensione interna alla filosofia di Nietzsche, intesa come se fosse un esperimento dalla logica immanente, e comunque estranea alla dialettica. Questa tensione la identifica nel “rovesciamento degli estremi”, in base al quale, una volta che si sia radicalizzata una certa posizione, si ottiene il ribaltamento nel suo opposto.

Tale nichilismo “attivo” viene sfruttato nella sua “potenza” di divenire la logica stessa della decadenza. Cosicché ciò che esprime determinati valori contiene in sé la forza che li depriva di significato, svuotandoli d’ogni senso. Si tratta d’una prospettiva in cui si sviluppa il “trascendimento rovesciante”, un moto che arriva a svalutare l’esistenza fino all’amor fati o all’affermazione della “morte di Dio”.

Non essendo una sperimentazione “redenta”, mette in luce quella cifra tragica della mancata univocità del tutto, che invece si presenta “ritmico” nella moltiplicazione delle tensioni, e successive contrapposizioni, di verità e menzogne, queste appartenenti all’Apparenza, mentre l’altra subisce una sorta di fatale entropia, anticipatrice della junghiana Enantiodromia. La creazione ha plasmato l’Apparenza in cui vengono iscritti i valori quali caratteri di una scrittura che traduce il mito nelle figure dell’Inattuale. Mentre il discorso della Ragione vanta un grado di formalizzazione teoretica trasferibile in linguaggio, ossia in modalità normative discorsive e non discordanti nei suoi contenuti di verità.

La maggior parte del nostro essere ci è sconosciuto… - lascia detto ai posteri in “Die nachgelassenen Fragmente”, Aforisma 32 – abbiamo in testa una visione dell’ Io che ci determina in molti sensi. Esso deve avere una coerenza di sviluppo. E’ questa l’azione culturale privata – vogliamo creare unità (ma crediamo che si tratti solo di scoprirla)”.  E ancora: “L’Io (che non è la stessa cosa dell’economia unitaria del nostro essere!) è solo una sintesi concettuale…”.

( Continua … )