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La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta. Confucio
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Siamo in tempi di crisi. Che fine ha fatto la psicologia?

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 1 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le notizie che quotidianamente affollano giornali, telegiornali e siti internet non sono certo incoraggianti e spesso verrebbe da pensare “ma che futuro avrò?”. Non c’è nulla da obiettare: siamo in tempi di crisi.
La corsa ai saldi, ormai, è roba vecchia: nonostante i ribassi, i negozi italiani restano poco frequentati e, quei pochi frequentatori, sono sempre meno “compratori”. Coloro i quali hanno un posto di lavoro certo e a tempo indeterminato non se lo lasciano sfuggire e, agli occhi dei molti non ancora occupati o impiegati a tempo determinato, sembrano una razza in via d’estinzione. Quei piccoli piaceri che un tempo potevamo concederci, in certi periodi dell’anno, oggi sono diventati piccoli o grandi lussi, a volte impossibili da realizzare.
La crisi economica e sociale che coinvolge l’Italia – ma non solo – ci spinge a vedere “tutto nero”, influenza in senso negativo le nostre aspettative e fa crollare le nostre speranze: il pessimismo sembra essere l’unica risposta a questo terribile momento. Cosa succede alla psiche, di questi tempi? Quale aiuto può dare la psicologia rispetto a ciò che sta accadendo?
Anche in ambito psicologico, quando arriva un nuovo/una nuova paziente, il problema che si presenta per primo appare quello economico: il costo della psicoterapia. Certo, non tutti possono permettersi una spesa fissa come questa: ed è lecito domandarsi quanto conti intraprendere un cammino psicologico, in tempi di crisi economica e sociale. Mi permetto di dare una prima risposta: conta molto.
Spesso si sottovaluta il ruolo di spicco che la psiche riveste nella nostra vita e non ci si rende conto che investire economicamente per stare bene a livello psicologico può oggi risultare uno dei migliori investimenti. Potremmo capovolgere l’antico detto “mens sana in corpore sano”, sottolineando che una psiche equilibrata e serena è indispensabile per star bene fisicamente e per fare scelte costruttive, vantaggiose, sensate. Anzi, direi che è fondamentale!
( Continua … )

Il bello della Solitudine ed Elogio della Depressione

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 30 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“La solitudine è un toccasana per un essere umano. – sostiene Gérard Macqueron , in “Il bello della Solitudine” (trad. it. Luisa Cortese, De Agostini, Novara 2010) – Gli regala la possibilità  di scegliere la propria vita. Come uno specchio, gli rinvia i riflessi più segreti della sua storia e i recessi più intimi del suo essere, a volte con una grande disperazione. Infatti, l’immagine che l’individuo coglie non è sempre quella attesa. Ma colui che resta fedele a se stesso, che si accetta per quello che è, accede a un benessere autentico e solido. Dunque la solitudine è una promessa per ciascuno di noi. E’ la possibilità per ciascuno di noi di giungere a un diverso ascolto di sé, di procedere a un esame di coscienza e a un fondamentale rimettersi in discussione”.
Il modo in cui gli adulti costruiscono le loro relazioni interpersonali dipende direttamente dai legami affettivi primari dell’esperienza infantile. Punto di riferimento fondamentale resterà, come modello ovviamente per plasmare i successivi, il primo rapporto d’amore e una buona qualità relazionale iniziale sarà foriera della fiducia in grado di tollerare le inevitabili separazioni.
La psicoanalisi freudiana ha maggiormente sottolineato gli aspetti relativi ai bisogni fisici (fame, sete, pulizia), investiti  di componente affettiva nel rapporto diadico materno-filiale. Per John Bowlby (1907-1990) è lo stesso “attaccamento” un bisogno primario e la qualità del legame che si va intrecciando è il prodotto dell’atteggiamento della principale figura d’attaccamento, a seconda se freddo o caloroso, distante o premuroso,  scostante o affidabile. I comportamentisti si soffermano invece  su condizionamenti e apprendimento per il tramite di rinforzi  positivi (ricompense) e negativi (punizioni).
Nell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17), Sigmund Freud (1856-1939) prende in considerazione “le vie anatomiche  per le quali s’instaura lo stato d’angoscia”. Il primo ebbe origine alla nascita, al momento della separazione dalla madre. Il trauma del parto è “la fonte e il prototipo della condizione affettiva dell’angoscia”. La paura della solitudine viene poi assimilata alle fobie, in particolare quella per il buio; “a entrambe è comune il fatto che viene sentita la mancanza della persona amata che si cura del bambino”; alla base di tutte le fobie (per gli spazi chiusi, la folla, il temporale…) la frustrazione sessuale. E ciò vale anche nel caso in cui l’angoscia provenga dalla “rappresentazione” (paura) che il soggetto fornisce a se stesso della condizione di solitudine, altrimenti, in un vero e proprio “stato” di solitudine, l’angoscia è “esistenziale” e rimanda al trauma di essere venuti al mondo.

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“Lupus lupo (non) homo” e il paradosso della schadenfreude – altruismo auto-protettivo, pet therapy, esercizio della compassione, assunzione empatica di prospettiva

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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Nel 2007, il geriatra David M. Dosa ha enfatizzato un ben strano caso di pet therapy specificamente psicotanatologica. Oscar è il gatto di una clinica per malati di Alzheimer, Parkinson e altre malattie dell’età avanzata, che si trova a Providence, nel Rhode Island. Gironzolando tra le varie stanze, annusa garbatamente un po’ tutti, ma si raggomitola solo accanto ai pazienti terminali. “La sua semplice presenza sul letto del malato è considerata dai medici e dal personale infermieristico come un indicatore pressoché assoluto di morte imminente e fa sì che i membri del personale possano dare adeguata notifica alle famiglie. Oscar ha fatto compagnia a chi altrimenti sarebbe morto in solitudine”. Il mistero di Providence, la città del pittore William Congdon, del romanziere Cormac McCarthy e dello scrittore onirico Howard Phillips Lovecraft, si proietta adesso, raddoppiandosi,  nell’agire di un felino sornione. Come fa Oscar a distinguere i morituri e, soprattutto, qual è la sua reale motivazione all’assistenza terminale e all’estremo saluto?
Nella pet therapy non si ricorre ai rettili perché non sono in grado di offrire la stessa reattività emotiva dei mammiferi, disposti a concedere affetto disinteressato e, interpretando il nostro umore, porsi con noi in connessione diretta, forte e franca. Sono note le diminuzioni del ritmo cardiaco registrate nei cavalli gentilmente accarezzati, come negli esseri umani che accarezzano i loro beniamini domestici. I cani avrebbero funzione antidepressiva, i gatti sarebbero i più efficaci antistress.
Accostare la figura del gatto a quella del topo serve di solito a sottolinearne  innate differenze in netto contrasto, senza alcuna comunanza. Ma a proposito di compassione ed empatia non è proprio così, perché entrambi si comportano da mammiferi, quali siamo anche noi.
Russell M. Church, psicologo sperimentale della Brown University, noto per gli studi sui processi decisionali, nonché sulla capacità di stimare la durata del tempo e l’associazione di eventi negli animali, fermamente convinto che il condizionamento sia sotteso a ogni comportamento, elaborò un esperimento, sintetizzato nel 1959 come “Emotional Reactions of Rats to the Pain of Others”, in cui avrebbe dimostrato come, quando un ratto assiste alla sofferenza di un proprio simile,  provi timore per il proprio benessere. L’esperimento  consisteva nell’addestrare dei ratti a procurarsi del cibo premendo una leva che contemporaneamente  avrebbe potuto cagionare una scossa al compagno; in quest’ultimo caso, interrompevano drasticamente il loro gesto.
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Antiomofobia è prima di tutto rispetto di sé. Superare l’omofobia interiorizzata

category Atri argomenti Maurizio Palomba 16 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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L’omofobia interiorizzata è l’accettazione conscia o inconscia da parte di gay e lesbiche di tutti i pregiudizi, le etichette negative e gli atteggiamenti discriminatori, citati sopra, di cui essi stessi sono vittime.

Il termine “omofobia” fu coniato da Weinberg (1972) che lo usò per indicare la “paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con gli omosessuali” e il “disgusto per se stessi” (self-loathing) degli omosessuali medesimi (p. 4). L’introduzione di tale concetto, nella sua duplice valenza, ebbe una funzione pionieristica nelle scienze sociali degli anni ’70 che si occupavano di omosessualità.

Un gay o una lesbica che fin dall’infanzia ha sentito introno a sé pregiudizi e atteggiamenti negativi nei confronti dell’omosessualità è naturalmente portato a interiorizzare parte di tutto ciò, finendo per sentirsi “sbagliato” in quanto omosessuale. Ciò è tanto più vero in quanto i gay e le lesbiche crescono generalmente senza modelli positivi di riferimento e nella maggior parte dei casi senza poter trovare nella famiglia d’origine un adeguato supporto.

Chi è affetto da omofobia interiorizzata ha difficoltà ad accettare serenamente il suo orientamento sessuale, fino alla completa negazione di tale orientamento. Nella vita di tutti i giorni tende a giudicarsi negativamente e spesso guarda con disapprovazione i tentativi del movimento gay di ottenere maggiori diritti per le persone omosessuali. È preoccupato che gli altri scoprano la sua omosessualità, a volte finge di essere eterosessuale e spesso non riesce a sviluppare una sana relazione di coppia. Vorrebbe diventare eterosessuale e potrebbe aver fatto dei tentativi psicoterapeutici in proposito. Col tempo può sviluppare ansia, depressione, problemi con l’alcol e con il cibo, ansia sociale e disturbi sessuali.
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Che cosa sono io: personalità, memoria, coscienza, rappresentazione del tempo, disorientamento, amnesia… autoreferenzialità degli studi neuropsicologici

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 12 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“Se l’esperienza è davvero la somma dei nostri ricordi e la saggezza è la somma delle esperienze, avere una memoria più efficiente significa non solo conoscere meglio il mondo, ma anche se stessi” Joshua Foer: “L’arte di ricordare tutto” (trad. it. Elisabetta Valdré, Longanesi, Milano 2011).
La mnemotecnica denominata “palazzo della memoria”, che si fa risalire a Simonide di Ceo, consiste semplicemente nel pensare secondo i metodi più adatti a ricordare. Quest’ars memorativa è stata definita pure quale metodo dei “loci” o sistema del “percorso”, codificata in regole da eminenti autori latini, come Cicerone e Quintiliano, e sperimentata nel medioevo dai predicatori per meglio declamare i sermoni. All’avvento della pagina stampata, l’invenzione di Gutenberg ebbe l’effetto di relegarla nell’ambito delle tradizioni ermetiche riesumate nel periodo rinascimentale. L’illuminismo l’avrebbe adibita a fenomeno da baraccone, accantonandolo nei recessi dell’occultismo meno raffinato. I surrealisti invece avrebbero riesumato il concetto destinandolo a un’interpretazione relativistica.
Ne “La persistenza della memoria”, ovvero “Gli orologi molli”, il celeberrimo olio su tela di Salvador Dalì, realizzato nel 1931 e conservato nel MoMA di New York, gli orologi fluidi stanno a dimostrare l’elasticità di un tempo poco definibile, in contrasto con le rigide regole della puntualità. Il trascorrere dell’età viene ricordato meglio quanto più è distante, perché, indipendentemente dalla dicotomia “memoria a breve/lungo termine”, le umane rimembranze non seguono le leggi dello scorrere meccanico delle ore e dei giorni. Il ricordo ha del tempo una percezione relativa, a volte persino umorale, che lo rende pesante e lento nelle fasi di tristezza e molto più dinamico e veloce nei momenti di gioia.
“Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, gli sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività!” (Albert Einstein, 1879-1955)

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Sinottico della coppia felice

category Atri argomenti Angela Flammini 25 Dicembre 2011 | Stampa articolo |
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A nostre spese abbiamo ormai compreso che uomini e donne sono diversi e diverse sono le reciproce esigenze. Il guru della coppia, John Gray, nella serie “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, ne parla diffusamente, ma tra il dire ed il fare, c’è di mezzo il mare; il mare delle emozioni, degli istinti e dei bisogni, il mare dell’amore…. Quell’amore che più è intenso e più ci fa sbagliare, perché accresce il nostro bisogno di essere amati e ci porta a dare all’altro ciò che invece vorremmo per noi e che, solitamente, non è ciò che l’altro vuole..
E’ difficile capire cosa sia meglio per l’altro e dargli esattamente ciò di cui ha bisogno, se nessuno ce lo insegna e ce lo ripete in continuazione.
Un planning settimanale, benché spesso incomprensibile, perchè lontano dai nostri schemi ed opposto alle nostre convinzioni, ci educa concretamente alle differenze tra uomo e donna ed a rispettare il proprio partner, rendendolo felice.
Un calendario dell’amore, una guida quotidiana sulle cose da fare e da non fare, ”365 giorni per non farsi mollare, 52 settimane per conoscersi, rispettarsi ed amarsi”, che ci spiana la strada ad un rapporto duraturo e felice, tenendo lontane le ombre delle crisi di coppia.
Almeno una volta a settimana, bisogna liberarsi dallo stress, le donne con altre donne, e gli uomini con altri uomini
Almeno una volta a settimana, bisogna ridere.
Almeno una volta a settimana, bisognerebbe stare con amici comuni.
Almeno una volta a settimana, l’uomo deve poter fare qualcosa per la donna. Perché, per un uomo, è fondamentale sapere di poter fare qualcosa che, di certo renderà felice la propria donna.
Almeno una volta a settimana, bisogna rilassarsi completamente e far nulla.
Almeno una volta a settimana, bisogna condividere un interesse comune.
Talvolta, l’uomo ha bisogno di allontanarsi, per poi tornare con molto più amore.
Tutti i giorni, la donna ha bisogno di piccoli gesti d’amore, per essere felice ed accogliente…
Tutti i giorni bisogna ringraziare e mostrare tutta la felicità per un gesto o uno sforzo fatto.
Non litigare maiI! Discussioni rispettose, comunicazione e negoziazione, ma non litigi furiosi o accuse infondate. Quando accade, la collera la fa da padrone e la vista si annebbia, come i sentimenti.

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