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Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Lucio Anneo Seneca
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Lacune – Imparare a vivere da “vuoti a perdere”: “Anticipazione della lontananza”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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Gli uomini hanno piena coscienza del loro destino mortale, al contrario degli animali, e degli dei. In ciò sono mirabilmente impersonati da quel Prometeo in grado di pensare “in anticipo”. “L’uomo, slanciandosi avanti nelle possibilità in quanto trascendenza esistente,” Martin Heidegger (“Vom Wesen des Grundes”, 1929) lo definiva: “un essere della lontananza”.

 

Nostalgia dell’Eternità

La mia voglia di vivere – riconosce Jung, in una lettera ad Aniela Jaffé del 29 maggio 1953 – è un daimon ardente che talvolta mi rende maledettamente difficile mantenere la coscienza di essere mortale”.

Il desiderio d’immortalità si interpone tra una certezza, quella della fine, e il piacere di vivere e di avere una continuità nella discendenza o di trasmettere qualcosa di immateriale quale prolungamento di sé. La gloria che deriva da imprese memorabili, nella competizione con la natura e gli dei, rende gli eroi immuni all’oblio. Se, in natura, tutto è ciclico, ciò che viene compiuto si inserisce in questo circolo di “eterno ritorno” che ci rammenta le cose, come le parole pronunciate, o ancor meglio quelle scritte.

Come non dovrei anelare all’eternità – si chiedeva pertanto l’anti-Odisseo Nietzsche in “Also sprach Zarathustra - e al nuziale anello degli anelli – anello dell’eterno ritorno? Ancora non trovai donna da farmi desiderare figli, se non questa donna, che io amo: perché ti amo, Eternità!”.

 

Muore il padre, muore la madre, muore la figlia della sorella, muore pure quella …

L’augurio di prosperità del maestro Sengai (“Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote”), contestato dal commissionario, viene spiegato nella sua palese semplicità: “Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho esplicitato, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità”. E’ la risposta trascritta da Nyogen Senzaki e Paul Reps in101 Zen Stories” (1939).

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Lacune – Imparare a vivere da “vuoti a perdere”: Nostalgie

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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La parte involontaria di un discorso affiora in reticenze e difetti, poiché, nell’assenza, è come se l’inconscio si esprimesse meglio. Si tratta di ammanchi significativi, produttori di senso, che stimolano la percezione di ciò che non viene detto, di quel vuoto vitale ancora attivo, proprio per la sua insufficienza.

L’inconscio ci parla un discorso contraddittorio, allusivo, frammentario e incompiuto, decisamente controcorrente. Il buon senso non lo abita e la conversione non lo manipola; s’avvantaggia solamente d’una esaustiva sconvenienza. Esiste poi un indice di inconvertibile differenza che svaluterebbe appartenenza e identità.

I sintomi ci prendono in contropiede e neanche la più profonda e consolidata conoscenza dell’inconscio potrà mai impedire la loro imponderabilità temporale. Prima, non sappiamo, dopo, forse, capiremo. Questa suddivisione si traduce in un atto desiderante, ma ignorante dell’ispirazione che lo ha generato. E l’oblio darà rilievo alla mancanza.

Sintomi, sogni, lapsus, parole pronunciate e quelle non dette, atti mancati e quelli compiuti, pur possedendo una latenza di significati, assumono una forma significante di corrispondenze femminili.

Guido Ceronetti, a commento de “Il libro dei Salmi” (2006), annotava: “Sentendosi troppo rispettato, il testo si ritiene poco amato e ti pianta subito”, proprio come una donna che vuol farsi corteggiare.

Ogni interpretazione elimina qualcosa, un po’ di tutto; interferisce, o meglio ferisce, e infierisce, con quello stillicidio ematico che sgorga  da tanta beanza. La smania di decodificare arreca traumi che non guariscono facilmente quasi mai, perché agiscono da menorragie contaminanti. Nella loro natura castrante, dissonanze e scomposizioni suscitano pregiudizi, proscrizioni, invidie.

 

L’invidia

L’invidia è un’ambizione mediocre, assorbita da un circolo vizioso autoreferenziale. Invidiando si interpreta di essere invidiati e viceversa.

Se si aspira ai privilegi, bisognerebbe già parlare di cupidigia. Se “non ride, salvo sorridere se vede dolore”, è schadenfreude. In ogni caso, “non si gode mai il sonno, agitata da mille assilli;/ assiste con sofferenza ai successi degli uomini, non/ li sopporta, si rode nell’atto di rodere gli altri, ed è questo/ il suo supplizio” (Ovidio, Metamorfosi, II, 778-782, traduzione di Vittorio Sermonti).

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 3

category Atri argomenti Alfonso Falanga 7 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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“ Poiché le crisi di cui ci occupiamo oggi avvengono in effetti – e questa è la novità – in una società essa stessa in crisi. Detto altrimenti, cosa succede quando la crisi non è più l’eccezione alla regola, ma è essa stessa la regola nella nostra società ? “.

M. Benasayang, G. Schimt, “ L’epoca delle passion tristi “, Universale Economica Feltrinelli, p. 13.

 

Un individuo o un’intera collettività, se vivono in una dimensione temporale compressa sul presente, sono in crisi. Anzi sono “ la crisi “. Vale a dire che non si trovano ad affrontare un problema che, per quanto complesso sia, resta comunque esterno e semmai legato a circostanze del momento. Quando un individuo o un’intera collettività si percepiscono privi di futuro, dunque nell’impossibilità di progettare, essi stessi rappresentano “ il problema “.Essi vivono, a volte inconsapevolmente, un disagio e lo manifestano, spesso altrettanto inconsapevolmente, mediante comportamenti minimi e quotidiani, dunque non necessariamente eclatanti, ma che comunque riflettono l’assenza di progettualità. Specifichiamo, qualora ce ne fosse bisogno, che non ci stiamo riferendo ad alcuna forma di patologia bensì a qualcosa che accade a persone cosiddette “ normali “ che, però, vivono una condizione poco “ normale “.

Detto questo, è pur vero che non è certo chissà quale novità parlare di crisi e in particolare di “ crisi del futuro “.

Come già accennato negli interventi precedenti, la compressione sul  presente infatti è una segno peculiare della società post – moderna relegata nella dimensione del “ tempo reale “, e dunque di un’eterna “ diretta “, da quella stessa tecnologia mediale che è sia origine che conseguenza della post – modernità. Il concetto che intendiamo qui affermare, in modo specifico, è che proprio la crisi economica ha oggi non acuito questa condizione, che può ormai essere definita “ umano – esistenziale “, ma l’ha resa trasparente, a chi più e a chi meno.

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Essere Padre, essere Figlio.

category Atri argomenti Emilio Castaldi 4 Settembre 2012 | Stampa articolo |
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La cosa più difficile, forse, nel fare bene il mestiere di

padre, sta proprio nell’ accogliere, fare spazio, alla

figura paterna dentro di sé e nella propria vita.

E quindi, innanzitutto, nell’ accettarsi come figli,

tranquillamente grati di ciò che dai nostri padri

abbiamo ricevuto. Pronti a perdonare ciò che non

hanno saputo o potuto darci.

(C. Risè, 2009, Il mestiere di Padre, p. 89)

 

La certezza di divenire genitori spinge inevitabilmente la coppia verso il futuro, ma allo stesso tempo, la riporta nei ricordi legati al passato. Per quanto riguarda l’uomo, in particolare, questo continuo avanzare e indietreggiare attraverso il tempo ha un suo risultato psicologico molto importante: rivisitare la propria infanzia, comprendere il proprio sviluppo e portare a termine cose lasciate in sospeso con la propria famiglia: un percorso necessario per preparare il padre verso il suo nuovo ruolo. C’è infatti il passaggio dalla condizione di figlio a quella di padre, che comporta l’affrontarsi/scontrarsi con i propri genitori sullo stesso campo, quello della genitorialità.

L’interpretazione psicodinamica della paternità vede il neo-padre nuovamente in una posizione triangolare, come era nel rapporto con i propri genitori, posizione nella quale gli altri due poli, questa volta, sono occupati dalla moglie e dal bambino.

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Comunicare con efficacia nell’epoca dello spread – 2

category Atri argomenti Alfonso Falanga 28 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Non staremo qui a spendere troppe parole sui concetti di “ comunicazione “ e di “ efficacia “.

Sappiamo bene che comunichiamo efficacemente quando siamo in grado di realizzare gli obiettivi della comunicazione o se vi ci avviciniamo in misura significativa. Come questo si realizzi, poi, è oggetto di discussione tra i vari orientamenti teorici che si occupano di che cosa accade, in termini di contenuti e forme, tra le persone quando entrano in contatto tra loro.

Secondo qualcuno, l’efficacia comunicativa coincide con la congruenza tra il linguaggio verbale e quello non verbale. Da quest’ottica, dunque, risulta essenziale una adeguata coordinazione della propria gestualità, mimica, postura, prossemica, uso della voce e dello sguardo, così come è necessaria l’attitudine a cogliere le medesime modalità nel proprio interlocutore ed interpretarle adeguatamente.

Per qualcun altro, pur nel riconoscimento della validità della padronanza del non verbale, la comunicazione efficace è esito, in misura preponderante, della gestione di quanto accade, in sé e negli interlocutori, in termini emotivi e cognitivi. Comunicare efficacemente, secondo quest’orientamento, è il risultato della capacità di dipanare  il groviglio di emozioni, pensieri e convinzioni che generano la comunicazione e che da essa, nel contempo, sono generate.

Da tale prospettiva, quella in cui di fatto mi riconosco, viene da chiedersi quali siano, in modo particolare, le variabili emotive e cognitive emergenti in tempo di crisi.

Una risposta richiede, però, che si chiarisca preventivamente cosa si intende, almeno in questa sede, per “ crisi “.

Quando si utilizza questo termine ci si vuole riferire, generalmente, ad una contrazione.

Applicato all’economia, almeno quella che ci riguarda direttamente e quotidianamente, il concetto sottende una carenza di soldi. “ Crisi del lavoro “ indica la drammatica mancanza di opportunità di inserimento nel mondo produttivo, licenziamenti, situazioni di precarietà per chi svolge comunque un’attività professionale, ecc.

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Shock da rientro

category Atri argomenti Laura Intiso 27 Agosto 2012 | Stampa articolo |
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Le vacanze tanto agognate sono giunte al termine. Mare, monti, laghi e luoghi che hanno trasportato la nostra mente lontano dalla solita quotidianità avvolgono ancora i nostri sensi. Eppure un pensiero insidioso turba questa magia: il rientro!

Valigie da disfare, finanze da ricapitolare, lavori da organizzare e impegni da smaltire.

Sveglia puntuale, traffico, telefono che squilla, appuntamenti, riunioni.

Ritornare alla vita di tutti i giorni può rappresentare un vero è proprio momento di stress. Cio’ è causato dal cambiamento di abitudini, dal passaggio da una totale assenza di obblighi e restrizioni a dei ritmi frenetici orchestrati da impegni e scadenze.

I sintomi piu’ diffusi possono manifestarsi sia a livello fisico che cognitivo. Spesso si possono presentare con mancanza di concentrazione, irritabilità, calo dell’attenzione, senso di stordimento, disturbi del sonno, dolori muscolari e nevralgie.

Sebbene lo stress sia concepito con un’accezione negativa, in realtà ha anch’esso una valenza positiva entro certi livelli. E’ un campanello dall’allarme, un segnale funzionale che ci avvisa che esiste un malessere, una rottura del delicato equilibrio mente-corpo.

Lo stress non è altro che la risposta aspecifica del nostro organismo alle situazioni di cambiamento e viene sperimentato quando ci sono delle richieste interne o esterne al soggetto che eccedono le risorse di adattamento.

( Continua … )