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[Citazione del momento]
Se ti opponi a tutte le sensazioni, non avrai alcun metro di giudizio per distinguere quelle vere dalle false. Epicuro
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I Veli di Pietra: archeologia, archigrafia, epigrafia, paleografia, architettura, scultura, Kunstgewerbe Kunstwollen, araldica, emblematica, iconologia, pasigrafia, crittografia, grafologia, nuove scritture

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Maggio 2012 | Stampa articolo |
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In un preciso momento storico, l’attenzione degli intellettuali fu rapita dai vari tipi di segni pittografici di espressione, dai caratteri, dalle cifre. Ma l’interesse per la comunicazione del pensiero attraverso manufatti nasce con l’homo sapiens. La tradizione ebraica vuole che l’apprendistato delle lettere, da parte dello stesso Adamo, o di Abramo, sarebbe avvenuto grazie all’insegnamento dell’arcangelo Raziel, Potenza dell’Amore e del Sapere, oppure del “rustico” e misterioso Jambusan o Somboscher.

Giuseppe Flavio, nelle “Antichità Giudaiche” (I, 4), racconta dei figliuoli di Seth, i quali affidarono a due colonne, una di mattoni, l’altra di pietra, la loro conoscenza sopra le “cose celesti”. La scelta dei materiali era stata fatta sulla base della predizione adamitica di due catastrofi, una cagionata dal fuoco, l’altra dall’acqua.

Dal momento che la scrittura è stata inventata più o meno cinquemila anni fa, – scrive Joseph Rykwert, in un suo celebre saggio – le iscrizioni hanno sempre fatto parte della superficie degli edifici. Le incrostazioni geroglifiche degli egiziani e degli ittiti nobilitavano l’architettura, e ne celebravano la funzione. Gli assiri e i babilonesi incidevano i loro testi cuneiformi non solo su muri spogli, ma anche sui bassorilievi di templi e palazzi. I greci scolpivano in pietra i testi delle leggi – ma incidevano nello stesso modo anche i capitolati e descrizioni tecniche di edifici particolarmente importanti. Queste tavole incise diventavano monumenti commemorativi di avvenimenti specifici, ma potevano anche rievocare un atto legislativo, o celebrare il cantiere di una costruzione. Si potrebbe continuare: iscrizioni più o meno visibili si trovavano sugli archi di trionfo dei Romani, sulle cattedrali bizantine e gotiche, sui palazzi rinascimentali”.

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Ma cosa vogliono veramente le donne

category Atri argomenti Angela Flammini 16 Aprile 2012 | Stampa articolo |
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Bella… La parola bella è nata insieme a lei (Quasimodo, atto primo dell’opera “Notre Dame de Paris”)

Se ti stai ponendo questa domanda, o sei una donna e, come tante, vivi in uno stato di insoddisfazione latente e nemmeno tu sai se puoi ancora essere felice, oppure sei un uomo e, come tanti, non riesci proprio ia capire l’universo femminile e ti sembra che qualsiasi cosa tu faccia per rendere felice la tua donna, sia sempre insufficiente. Nel primo caso, questo articolo può far riemergere la tua consapevolezza e rifocalizzare le tue esigente primordiali. Invece, se sei un uomo, molto probabilmente troverai tutto ciò assolutamente non comprensibile, forse infantile e sciocco e, quasi certamente, non facile da attuare… Quello che una donna vuole ed abbisogna totalmente, a qualsiasi età ed in ogni cultura, è naturale, ma tutt’altro che banale, è essere donna, ovvero essere FEMMINILE. Beh, scoperta l’acqua calda! Eppure quanti sanno dire cosa significhi essere “donna” e quali sono i bisogni fondamentali che una donna, anche fisiologicamente e filogeneticamente ha, senza cadere in scontati stereotipi? Essere donna significa assecondare la propria natura, che vuole il corpo della donna strutturato ad accogliere l’uomo e la maternità. Mentre l’uomo è strutturato per la caccia, il corpo della donna, ha il dono dell’attesa e della stazionarietà. Da sempre, il ruolo della donna è poliedrico, compagna, mamma ed amica, ed innumerevoli sono i suoi compiti, tra cui il sostegno emotivo e la cura di se stessa, dei figli e dell’habitat. Le donne, tutt’oggi, benché lavorino e spesso siano coadiuvate dagli uomini, sono naturalmente deputate alla cura della casa e della prole, della quale si occupano in modo totale e solipsistico per nove mesi. Un tempo, le donne vivevano le loro attese, nella comunità, supportate psicologicamente e materialmente dalle altre donne ed il loro reciproco sostegno emotivo, le loro chiacchiere, contribuivano ad accrescere il livello di ossitocina, l’ormone del benessere femminile, naturalmente prodotto durante tutte le attività di cura e belletto del corpo e del proprio ambiente, ovvero nelle attività creative, nonché in tutte quelle tenerezze tipiche dell’intimità emotiva. In vero, conseguentemente alle sue attività di cura e di accoglienza, la donna, aveva ed ha tutt’oggi il normalissimo bisogno di essere FEMMINILE e di sentirsi BELLA, AMATA e SPECIALE, per tutto quello che fa. E’ questo che le da la motivazione per costruire una famiglia ed accudire la prole.

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Il sogno nella storia

category Atri argomenti Stefano Terenzi 8 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le orme lasciate dal sogno sulla sabbia del tempo risalgono all’antichità ed esse hanno sempre incuriosito ed animato l’esistenza umana.

Tale caratteristica è transculturale ed è sempre stata avvolta da significati mistici e da oscuri timori già in tempi preistorici. Ne è un esempio la raffigurazione su un carboncino in una delle Grotte di Lascaux, nel sud -ovest della Francia, fatta risalire ad una data compresa tra il 15.000 ed il 13.000 a.C., dove è disegnata quella che si può ritenere una fantasia, un sogno; “l’uccisione di un bisonte durante una battuta di caccia” . Si può ritenere che esso riproduca un “sogno ad occhi aperti” tracciato a memoria da un Homo Sapiens.( Mancia, 1998)

Già nella prima testimonianza scritta è presente il sogno. Nell’ Epopea di Gilgamesh, appartenente alla civiltà Babilonese e fatta risalire al 2.000 a.C., il re sumero della città di Uruk, da cui il poema prende il nome, sogna di incontrare Enkidu, prima avversario e poi grande amico di epiche battaglie.

Nell’opera il protagonista racconta il suo sogno:

“Madre, stanotte ho avuto un sogno.

Nel cielo sopra di me, luccicavano le stelle.

E qualcosa simile al firmamento di An mi cadde addosso!

Io tentai di sollevarlo ma era troppo pesante per me.

Io tentai di spostarlo ma non riuscii a maneggiarlo.

La cittadinanza di Uruk era accorsa a lui;

la cittadinanza si assembrò attorno a lui;

gli uomini si ammassarono presso di lui;

e i giovani uomini si accalcarono attorno a lui.

Essi baciarono i suoi piedi come bambini.

Io lo amai come una moglie, lo abbracciai forte.

Io lo portai con me, lo feci inginocchiare di fronte a te,

tu lo trattasti come fosse tuo figlio”.

( Epopea di Gilgamesh, Tavola I, I due Sogni di Gilgamesh, 227-229)

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Psicoeducazione per Guadagnare salute con l’attività fisica Sapere e saper fare per star meglio

category Atri argomenti Matteo Simone 7 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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“Lo sport è parte del patrimonio di ogni uomo e di ogni donna e la sua assenza non potrà mai essere compensata.”

Pier de Coubertin

Secondo la definizione adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’attività fisica è: “…qualsiasi forma di lavoro prodotta dalla muscolatura scheletrica che determini un dispendio energetico superiore a quello a riposo”.

La COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE con la presentazione del LIBRO BIANCO SULLO SPORT in data 11.7.2007 mette in risalto il ruolo sociale dello sport considerato una sfera dell’attività umana che interessa in modo particolare i cittadini dell’Unione Europea ed ha un potenziale enorme di riunire e raggiungere tutti, indipendentemente dall’età o dall’origine sociale.

L’OMS raccomanda un minimo di 30 minuti di attività fisica moderata (che include ma non si limita allo sport) al giorno per gli adulti e di 60 minuti per i bambini.

Nell’infanzia e nell’adolescenza (5-17 anni) è indicato praticare non meno di un’ora di esercizio fisico moderato al giorno e come minimo 3 sedute la settimana di attività aerobica che sollecitino l’apparato muscolo-scheletrico, in modo da stimolare l’accrescimento e migliorare forza muscolare ed elasticità. (1)

C’è consenso sul fatto che per ottenere benefici sulla salute degli adulti l’attività fisica di intensità moderata venga praticata per almeno 30-45 minuti, 4-5 giorni della settimana, per tutta la vita (at least five a week). Questi livelli sono sufficienti per ridurre il rischio cardiovascolare, di diabete e di cancro e a garantire la funzionalità neuromuscolare con l’avanzare dell’eta

Agli anziani vanno prescritti programmi di attività fisica quotidiana a livelli moderati. Risponde ad alcuni di questi requisiti per esempio il walk and talk model, che prevede di camminare a un’intensità tale in cui si riesca a parlare bene. Questa procedura è utile anche negli anziani cardiopatici. (2)

Per sedentarietà si definisce invece la pratica di un’attività fisica per un tempo uguale o inferiore a 3,5 ore la settimana.

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Siamo in tempi di crisi. Che fine ha fatto la psicologia?

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 1 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le notizie che quotidianamente affollano giornali, telegiornali e siti internet non sono certo incoraggianti e spesso verrebbe da pensare “ma che futuro avrò?”. Non c’è nulla da obiettare: siamo in tempi di crisi.
La corsa ai saldi, ormai, è roba vecchia: nonostante i ribassi, i negozi italiani restano poco frequentati e, quei pochi frequentatori, sono sempre meno “compratori”. Coloro i quali hanno un posto di lavoro certo e a tempo indeterminato non se lo lasciano sfuggire e, agli occhi dei molti non ancora occupati o impiegati a tempo determinato, sembrano una razza in via d’estinzione. Quei piccoli piaceri che un tempo potevamo concederci, in certi periodi dell’anno, oggi sono diventati piccoli o grandi lussi, a volte impossibili da realizzare.
La crisi economica e sociale che coinvolge l’Italia – ma non solo – ci spinge a vedere “tutto nero”, influenza in senso negativo le nostre aspettative e fa crollare le nostre speranze: il pessimismo sembra essere l’unica risposta a questo terribile momento. Cosa succede alla psiche, di questi tempi? Quale aiuto può dare la psicologia rispetto a ciò che sta accadendo?
Anche in ambito psicologico, quando arriva un nuovo/una nuova paziente, il problema che si presenta per primo appare quello economico: il costo della psicoterapia. Certo, non tutti possono permettersi una spesa fissa come questa: ed è lecito domandarsi quanto conti intraprendere un cammino psicologico, in tempi di crisi economica e sociale. Mi permetto di dare una prima risposta: conta molto.
Spesso si sottovaluta il ruolo di spicco che la psiche riveste nella nostra vita e non ci si rende conto che investire economicamente per stare bene a livello psicologico può oggi risultare uno dei migliori investimenti. Potremmo capovolgere l’antico detto “mens sana in corpore sano”, sottolineando che una psiche equilibrata e serena è indispensabile per star bene fisicamente e per fare scelte costruttive, vantaggiose, sensate. Anzi, direi che è fondamentale!
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Il bello della Solitudine ed Elogio della Depressione

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 30 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“La solitudine è un toccasana per un essere umano. – sostiene Gérard Macqueron , in “Il bello della Solitudine” (trad. it. Luisa Cortese, De Agostini, Novara 2010) – Gli regala la possibilità  di scegliere la propria vita. Come uno specchio, gli rinvia i riflessi più segreti della sua storia e i recessi più intimi del suo essere, a volte con una grande disperazione. Infatti, l’immagine che l’individuo coglie non è sempre quella attesa. Ma colui che resta fedele a se stesso, che si accetta per quello che è, accede a un benessere autentico e solido. Dunque la solitudine è una promessa per ciascuno di noi. E’ la possibilità per ciascuno di noi di giungere a un diverso ascolto di sé, di procedere a un esame di coscienza e a un fondamentale rimettersi in discussione”.
Il modo in cui gli adulti costruiscono le loro relazioni interpersonali dipende direttamente dai legami affettivi primari dell’esperienza infantile. Punto di riferimento fondamentale resterà, come modello ovviamente per plasmare i successivi, il primo rapporto d’amore e una buona qualità relazionale iniziale sarà foriera della fiducia in grado di tollerare le inevitabili separazioni.
La psicoanalisi freudiana ha maggiormente sottolineato gli aspetti relativi ai bisogni fisici (fame, sete, pulizia), investiti  di componente affettiva nel rapporto diadico materno-filiale. Per John Bowlby (1907-1990) è lo stesso “attaccamento” un bisogno primario e la qualità del legame che si va intrecciando è il prodotto dell’atteggiamento della principale figura d’attaccamento, a seconda se freddo o caloroso, distante o premuroso,  scostante o affidabile. I comportamentisti si soffermano invece  su condizionamenti e apprendimento per il tramite di rinforzi  positivi (ricompense) e negativi (punizioni).
Nell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17), Sigmund Freud (1856-1939) prende in considerazione “le vie anatomiche  per le quali s’instaura lo stato d’angoscia”. Il primo ebbe origine alla nascita, al momento della separazione dalla madre. Il trauma del parto è “la fonte e il prototipo della condizione affettiva dell’angoscia”. La paura della solitudine viene poi assimilata alle fobie, in particolare quella per il buio; “a entrambe è comune il fatto che viene sentita la mancanza della persona amata che si cura del bambino”; alla base di tutte le fobie (per gli spazi chiusi, la folla, il temporale…) la frustrazione sessuale. E ciò vale anche nel caso in cui l’angoscia provenga dalla “rappresentazione” (paura) che il soggetto fornisce a se stesso della condizione di solitudine, altrimenti, in un vero e proprio “stato” di solitudine, l’angoscia è “esistenziale” e rimanda al trauma di essere venuti al mondo.

( Continua … )