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Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi. Albert Einstein
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Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Psichiatra… che differenza c’è?

category Atri argomenti Massimo Agnoletti 30 Luglio 2012 | Stampa articolo |
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LO PSICOLOGO

Lo psicologo è una persona che dopo una laurea di cinque anni (detta anche “specialistica”) in psicologia, compie un tirocinio obbligatorio della durata di un anno, effettuato con la supervisione di un professionista, al fine di superare l’esame di stato necessario all’iscrizione all’Ordine degli Psicologi. Solo dopo aver concluso positivamente tutti questi passaggi è possibile l’iscrizione presso il Consiglio Regionale degli Psicologi di appartenenza il quale abilita lo psicologo all’esercizio della professione. Lo psicologo, in accordo al codice deontologico che è tenuto a rispettare per legge, aggiorna continuamente la propria formazione.

Al pari della professione medica, lo psicologo abilitato dallo Stato e iscritto all’Ordine, esercita una professione con finalità sanitarie cioè di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione oltre alle attività di ricerca e didattica nell’ambito della psicologia.

Lo psicologo quindi è legittimato a compiere interventi che spaziano dalla   salutogenesi, ossia la prevenzione del disagio e la promozione della salute psicologica, alla patologia cioè la cura dei disturbi mentali. In quest’ultimo caso si tratterà di curare i disturbi mentali attraverso terapie psicologiche (da non confondersi con gli interventi psicoterapici riservati agli psicoterapeuti, si veda la sezione dedicata poco sotto).

Come il medico può curare (con strumenti caratteristici della professione medica) essendo abilitato alla professione della medicina, così lo psicologo può curare (con strumenti caratteristici della professione di psicologo) essendo abilitato alla professione della psicologia.

In Italia lo psicologo è l’unica figura professionale riconosciuta e regolamentata per legge che ha a che fare con la salute psicologica attraverso modalità e strumenti peculiari delle Scienze Psicologiche. Come vedremo più avanti esistono altre figure  professionali riconosciute per legge (medici, psichiatri e psicoterapeuti) che condividono la finalità intesa come miglioramento del benessere psicologico ma differiscono negli strumenti utilizzati (i medici e gli psichiatri usano strumenti farmacologici, gli psicoterapeuti strumenti psicoterapici).
Psicologo, medico, psicoterapeuta, psichiatra condividono il fatto di avere come obiettivo il benessere (anche) mentale, ma lo perseguono attraverso modalità e strumenti diversi caratteristici di ciascuna professione. Psicologo, medico, psicoterapeuta, psichiatra avendo anche come ambito di pertinenza la patologia e quindi la cura, sono tutti terapeuti che si distinguono nel modo in cui hanno di affrontare la problematica portata dall’utente/paziente.

( Continua … )

Gli alti e bassi di Biancaneve e la mistica della Femminilità – L’Amore in più fa la famiglia e l’unione fa la coppia?

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 25 Luglio 2012 | Stampa articolo |
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La fiaba di Biancaneve ci espone una situazione di rivalità generazionale, in tema di bellezza e di seduzione, di potere e di suggestione, mediata dal pomo della “discordia” e della “tentazione”, e incentrata sul rapporto con l’altro anagrafico, e con lo “specchio”, riflettente o deformante, della realtà della trasformazione, dell’immagine corporea, della dismorfofobia.

La versione primitiva, la più arcaica, contrapponeva la figlia adolescente alla madre “cattiva”, a quell’aspetto negativo della femminilità che pure esiste ed è naturale. La strega, in questo caso, diviene la corrispondente femminile dell’orco, per come è stata affidata alla storia la vicenda della contessa Erzsébet Báthory, accusata di bagnarsi nel sangue di vergini per mantenersi un’epidermide sempre giovane e fresca.

In una trasposizione albanese, Le sorelle gelose“, la morte viene causata da un anello magico e la rivalità è squisitamente sororale, come in Cenerentola. Nel classico poema epico indiano, “Padmavat (1540), la domanda “chi è la più bella?” la regina Nagamati la rivolge al suo nuovo pappagallo.

L’adattamento dei fratelli Grimm, anche se nell’immaginario moderno influenzato da Disney viene ambientato nel castello bavarese di Ludwig e Grimilde ha le sembianze della margravia Uta degli Askani, si presta alle reinterpretazioni della condizione femminile, di cui rappresenta tormenti, aspirazioni, mediazioni e corvè. Le narrazioni di Aleksandr S. Puskin (Fiaba della zarevna morta e dei sette bogatyri , 1833, e la precedente Favola dello zar Saltan, di suo figlio il glorioso e potente bogatyr principe Gvidon Saltanovič e della bellissima zarevna Lebed’, 1831, messa poi in musica da Nikolaj A. Rimskij-Korsakov), sono più eclettiche e incentrate sul tema del lutto e della nostalgia. Ma cavalieri (bogatyri) e principi, briganti, ladri o nani, al di là del subdolo richiamo fallico, osceno e prolifico, costituiscono il riferimento contrattuale contaminante con il genere maschile, essendo allo stesso tempo, in parte stupratori e partner, oppure paterni e protettivi, e dall’altra indifesi e da accudire.

La cura e l’affetto per la prole “settenaria”, compiuta, appagherebbe un istinto materno tutto da coltivare, secondo la nota tesi di Elisabeth Badinter (“L’Amore in più. Storia dell’amore materno”, Fandango, Roma 2012), e, per quanto insinua Betty Friedan, in “La mistica della Femminilità” (Castelvecchi, Roma 2012), dietro ogni stereotipo sociale, seppure di apparente emancipazione, si nasconde un’imposizione della logica utilitaristica.

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Quando una donna è lontana

category Atri argomenti Angela Flammini 13 Luglio 2012 | Stampa articolo |
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Per provare desiderio sessuale,
la donna ha bisogno di una buona
quantità di ossitocina in corpo. 

Quando un uomo è “lontano”, molto probabilmente, questo non dipende da problemi di coppia. In generale, egli ha un problema e si allontana, chiudendosi nel silenzio, per risolverlo. Ben poco può fare la donna per aiutarlo, se non tacere ed assecondare questo allontanamento. Quando un uomo è sotto stress, il suo livello di testosterone è basso e fare sesso può essere un modo per ripristinarlo e stare meglio.

Quando una donna è “lontana”, molto probabilmente e comunque in parte, dipende da problemi di coppia. In generale, ella è talmente sotto stress da avere un problema ormonale di calo di ossitocina, l’ormone del benessere femminile, della socialità e del legame. Quando questo ormone scende, ella è preda di un grande malessere e tutt’altro sente, fuorché il desiderio sessuale che, per lei, nasce dal contatto, dal legame, dal sentirsi vicina al proprio partner, ovvero, proprio dalla produzione di ossitocina. Quando la donna è lontana, molto probabilmente non si sente amata e ciò di cui ha più bisogno è proprio questo, non essere lasciata sola e di ricevere invece attenzioni, carezze e baci.

Uomini e donne hanno in media la stessa quantità di ossitocina nel sangue, ma le donne possiedono più estrogeni che ne potenziano l’efficacia, mentre, il testosterone ne contrasta l’effetto.  Per questo motivo, per una donna, partecipare ad attività lavorative che stimolano la produzione di testosterone, ovvero a tutte quelle attività maschili atte alla risoluzione dei problemi, riduce drasticamente il tasso di ossitocina. Cosa inversa degli uomini che, risolvendo i problemi, aumentano la produzione di testosterone e quindi del loro ormone del benessere.
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Contro le radici – La mappa dell’Anima – Si fa presto a dire dio – l’ossessione identitaria e il gatto di Montaigne

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Sermonem Ausonii patrium moresque tenebunt,/ utque est nomen erit; commixti corpore tantum/ subsident Teucri” (Virgilio, Aeneis, 12, 834-36).

Un problema scottante all’epoca del progenitore dei romani, come lo è ancor di più al giorno d’oggi. Gli autoctoni “conserveranno la patria lingua e i costumi, e il nome sarà quello che è; la mescolanza avverrà nel corpo e nel fondo sarà depositato quel che proviene” dagli immigrati, la cui componente dovrà svolgere un esclusivo ruolo residuale.

Chi erano gli Ausonii, chi erano i Teucri?

Tenendo conto dell’esito della rotacizzazione, in latino, della “esse” intervocalica, i primi si identificherebbero con gli Aurunci, popolazione osca, d’ origine indoeuropea, la cui pentapoli (federazione di cinque città) era composta da Ausona, Vescia, Sinuessa, Minturnae e Suessa. Secondo le fonti, gli Ausoni, insieme con gli Enotri, rappresentarono, le più antiche popolazioni italiche dominanti la gran parte meridionale del territorio peninsulare, avendo ormai raggiunto una loro stabilità nell’VIII secolo a.C.. Strabone (VI, 255) ne darebbe conferma indicandoli quali fondatori, nei pressi di Terina,  della città di Temesa, che però non corrisponderebbe a quella citata nell’Odissea, molto più probabilmente cipriota (Temése, Tamasso). Quando, secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso (1 11,2-4; 12,1), Enotro, figlio di Licaone, nato diciassette generazioni prima della guerra di Troia, condusse gli Arcadi sino alle regioni occidentali d’Italia, il mare che le bagnava “si chiamava Ausonio dagli Ausoni che abitavano le sue rive”. Gli Ausoni già allora erano indigeni!

I Teucri provenivano da oriente, dalle sponde dell’attuale Turchia, con il significato di discendenti del fondatore (Têukros). La Troia della saga omerica sarebbe stata però edificata da Dardano, figlio di Zeus ed Elettra, il quale sarebbe giunto nella Troade, ribattezzata Dardania, dopo aver fatto tappa nell’isola di Samotracia, proveniente dalla città di Corito, l’italica Cortona -Corinto, ricordata dalla magno-greca Crotone, ma molto verosimilmente identificabile con l’etrusca Tarquinia. Come nel caso di Temése, Temesa, Terina, Tamasso, anche in quello di Corito, Corinto, Cortona, Crotone, la tradizione di mitizzazione ecistica, comune alle colonie greche, di ricorrere alle omonimie, sarebbe stata ripresa nei tempi classici, per nobilitare i propri luoghi. Anzi, addirittura, per rendere meno stranieri gli sconosciuti, (ri)conoscendoli quali emigrati di ritorno!

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L’identità italiana in cucina – Locavorism – dieta mediterranea – Il Cibo come Cultura – Come apparecchiare la tavola per il gusto dell’appartenenza

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 9 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Esiste un limite tra comprensione e adattamento, ricostruzione e rielaborazione, studio della teoria e lavoro pratico, così come esiste differenza di consistenza in quanto si ottiene col pestello nel mortaio o con il mixer elettrico. Spetterà al cuoco essere dotto nelle sue variazioni per assecondare le diversità dei gusti.

Il cibo suggerisce un’identità territoriale ed esprime così una gastronomia etnica, nella quale però occorre distinguere prodotti originari, pietanze elaborate con essi e modalità di unirli in un insieme che acquisti nuovo significato, dietro la regolamentazione di dettami culinari che non si limitino a dare come risultato una semplice somma cristallizzata di ricette. La cultura del territorio si contiene in una geografia del gusto, in cui l’approccio cognitivo ai saperi locali passa attraverso determinati sapori.

La magnificenza della tavola cosmica, che retoricamente pretende la presenza di rappresentanze d’ogni dove, difficilmente nasconde sia un’ansia di “mangiare universale”, che rasenta l’horror vacui, sia l’avidità di aver tutto a disposizione, una bulimia maniacale da delirio d’onnipotenza. Questa utopia sincretista tende ad abbattere l’offerta geografica per approdare a un “non luogo”, dove ogni cosa è accessibile ma non contestualizzabile.

La mescolanza ingenera confusione e anche il baratto necessita di segni riconoscibili di identificazione: se ci si scambia qualcosa si deve avere conoscenza di questa cosa e trarne un’utilità che sia reciproca nella sua analogia e analoga nella reciprocità. Allorquando non fosse plausibile una formula di definizione, si rischierebbe di non uscire più dalle strettoie dell’equivoco e dagli incroci delle occasioni, costringendo l’attribuzione a non oltrepassare la banale casualità.

Il modello napoletano

Emilio Sereni (1907-1977), in un saggio del 1958, rimasto esemplare (“Note di storia dell’alimentazione nel Mezzogiorno: i napoletani da mangiafoglia a mangiamaccheroni”, in Cronache meridionali: IV, V, VI), attribuisce l’accelerazione dell’importanza della pasta, nella prima metà del XVII secolo, alle difficoltà produttive di risorse precedentemente determinanti, in particolare i cavoli. La diffusione della gramola e l’invenzione del torchio meccanico resero più basso il costo di produzione della pasta, che divenne così alimento popolare fondamentale. L’epiteto di “mangiamaccheroni” era stato inizialmente prerogativa dei siciliani che già nel medioevo avevano cominciato ad apprezzare il campione arabo della pasta essiccata. Accoppiata con il formaggio, condita con l’olio e successivamente con il sugo di pomodoro, promosse definitivamente lo sbilanciamento dell’equilibrio dietetico in favore dei carboidrati, garantendo apporto calorico e soprattutto incrementando il volume del piatto base di un regime alimentare altrimenti quantitativamente modesto.

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Steroidi anabolizzanti per esaltare le capacità atletiche ed effetti nocivi

category Atri argomenti Matteo Simone 7 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Per molto tempo nessuno ha potuto affermare con certezza che doparsi fosse utile agli atleti. Al di là degli effetti sulla massa muscolare, per anni i medici sportivi si sono chiesti se gli ormoni anabolizzanti fossero davvero in grado di migliorare la prestazione. La risposta è arrivata il 4 luglio 1996, sul New England Journal of Medicine. Shalender Bhasin della Charles Drew University of Medicine and Science di Los Angeles ha suddiviso quarantatrè uomini in quattro gruppi, e li ha sottoposti a quattro diversi trattamenti: placebo con e senza esercizio fisico, e testosterone (600 milligrammi alla settimana per dieci settimane consecutive) senza e con esercizio. Conclusione: il testosterone, soprattutto se associato all’esercizio, aumenta, oltre alle dimensioni, anche la forza del muscolo.

L’impiego degli steroidi anabolizzanti (SA) al fine di esaltare le capacità atletiche è con ogni probabilità il fenomeno doping più diffuso e consistente mai registrato.

L’azione anabolizzante consiste nello stimolo della sintesi delle proteine di alcuni tessuti ed in particolare dei muscoli. Essa comporta una ritenzione dell’azoto introdotto con gli alimenti nell’organismo, superiore all’escrezione (bilancio azotato positivo), nonché l’accrescimento delle masse muscolari; il peso corporeo aumenta senza che a ciò contribuisca un incremento del tessuto adiposo. (1)

Gli SA vengono assunti a cicli (cycling), con periodi di assunzione di 8-12 settimane, ripetuti dopo 6-10 settimane di wash-out. Il dosaggio degli SA viene aumentato progressivamente nelle prime settimane sino a raggiungere il massimo a metà del ciclo e poi ridotto progressivamente. E’ inoltre frequente il fenomeno dello stacking, cioè il ricorso contemporaneo a due o più preparati, sia per via orale che per via parenterale, a dosi sovra terapeutiche. (2)

Effetti nocivi dovuti alla somministrazione di SA sono stati riscontrati sia nei pazienti in trattamento con dosi fisiologiche di SA per varie patologie, sia ed in maniera ancor più evidente, negli atleti dopati con dosaggi sovraterapeutici.

In generale gli effetti tossici degli SA, tranne forse quelli sul miocardio, sono di breve durata e reversibili, dopo sospensione di questi composti, nell’arco di alcune settimane. Molti atleti assumono SA in modo quasi continuativo per lunghi periodi di tempo, per cui tali effetti nocivi possono divenire stabili e costituire un serio rischio per la salute.

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