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La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta. Confucio
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Il sogno nella storia

category Atri argomenti Stefano Terenzi 8 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le orme lasciate dal sogno sulla sabbia del tempo risalgono all’antichità ed esse hanno sempre incuriosito ed animato l’esistenza umana.

Tale caratteristica è transculturale ed è sempre stata avvolta da significati mistici e da oscuri timori già in tempi preistorici. Ne è un esempio la raffigurazione su un carboncino in una delle Grotte di Lascaux, nel sud -ovest della Francia, fatta risalire ad una data compresa tra il 15.000 ed il 13.000 a.C., dove è disegnata quella che si può ritenere una fantasia, un sogno; “l’uccisione di un bisonte durante una battuta di caccia” . Si può ritenere che esso riproduca un “sogno ad occhi aperti” tracciato a memoria da un Homo Sapiens.( Mancia, 1998)

Già nella prima testimonianza scritta è presente il sogno. Nell’ Epopea di Gilgamesh, appartenente alla civiltà Babilonese e fatta risalire al 2.000 a.C., il re sumero della città di Uruk, da cui il poema prende il nome, sogna di incontrare Enkidu, prima avversario e poi grande amico di epiche battaglie.

Nell’opera il protagonista racconta il suo sogno:

“Madre, stanotte ho avuto un sogno.

Nel cielo sopra di me, luccicavano le stelle.

E qualcosa simile al firmamento di An mi cadde addosso!

Io tentai di sollevarlo ma era troppo pesante per me.

Io tentai di spostarlo ma non riuscii a maneggiarlo.

La cittadinanza di Uruk era accorsa a lui;

la cittadinanza si assembrò attorno a lui;

gli uomini si ammassarono presso di lui;

e i giovani uomini si accalcarono attorno a lui.

Essi baciarono i suoi piedi come bambini.

Io lo amai come una moglie, lo abbracciai forte.

Io lo portai con me, lo feci inginocchiare di fronte a te,

tu lo trattasti come fosse tuo figlio”.

( Epopea di Gilgamesh, Tavola I, I due Sogni di Gilgamesh, 227-229)

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Psicoeducazione per Guadagnare salute con l’attività fisica Sapere e saper fare per star meglio

category Atri argomenti Matteo Simone 7 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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“Lo sport è parte del patrimonio di ogni uomo e di ogni donna e la sua assenza non potrà mai essere compensata.”

Pier de Coubertin

Secondo la definizione adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’attività fisica è: “…qualsiasi forma di lavoro prodotta dalla muscolatura scheletrica che determini un dispendio energetico superiore a quello a riposo”.

La COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE con la presentazione del LIBRO BIANCO SULLO SPORT in data 11.7.2007 mette in risalto il ruolo sociale dello sport considerato una sfera dell’attività umana che interessa in modo particolare i cittadini dell’Unione Europea ed ha un potenziale enorme di riunire e raggiungere tutti, indipendentemente dall’età o dall’origine sociale.

L’OMS raccomanda un minimo di 30 minuti di attività fisica moderata (che include ma non si limita allo sport) al giorno per gli adulti e di 60 minuti per i bambini.

Nell’infanzia e nell’adolescenza (5-17 anni) è indicato praticare non meno di un’ora di esercizio fisico moderato al giorno e come minimo 3 sedute la settimana di attività aerobica che sollecitino l’apparato muscolo-scheletrico, in modo da stimolare l’accrescimento e migliorare forza muscolare ed elasticità. (1)

C’è consenso sul fatto che per ottenere benefici sulla salute degli adulti l’attività fisica di intensità moderata venga praticata per almeno 30-45 minuti, 4-5 giorni della settimana, per tutta la vita (at least five a week). Questi livelli sono sufficienti per ridurre il rischio cardiovascolare, di diabete e di cancro e a garantire la funzionalità neuromuscolare con l’avanzare dell’eta

Agli anziani vanno prescritti programmi di attività fisica quotidiana a livelli moderati. Risponde ad alcuni di questi requisiti per esempio il walk and talk model, che prevede di camminare a un’intensità tale in cui si riesca a parlare bene. Questa procedura è utile anche negli anziani cardiopatici. (2)

Per sedentarietà si definisce invece la pratica di un’attività fisica per un tempo uguale o inferiore a 3,5 ore la settimana.

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Siamo in tempi di crisi. Che fine ha fatto la psicologia?

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 1 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le notizie che quotidianamente affollano giornali, telegiornali e siti internet non sono certo incoraggianti e spesso verrebbe da pensare “ma che futuro avrò?”. Non c’è nulla da obiettare: siamo in tempi di crisi.
La corsa ai saldi, ormai, è roba vecchia: nonostante i ribassi, i negozi italiani restano poco frequentati e, quei pochi frequentatori, sono sempre meno “compratori”. Coloro i quali hanno un posto di lavoro certo e a tempo indeterminato non se lo lasciano sfuggire e, agli occhi dei molti non ancora occupati o impiegati a tempo determinato, sembrano una razza in via d’estinzione. Quei piccoli piaceri che un tempo potevamo concederci, in certi periodi dell’anno, oggi sono diventati piccoli o grandi lussi, a volte impossibili da realizzare.
La crisi economica e sociale che coinvolge l’Italia – ma non solo – ci spinge a vedere “tutto nero”, influenza in senso negativo le nostre aspettative e fa crollare le nostre speranze: il pessimismo sembra essere l’unica risposta a questo terribile momento. Cosa succede alla psiche, di questi tempi? Quale aiuto può dare la psicologia rispetto a ciò che sta accadendo?
Anche in ambito psicologico, quando arriva un nuovo/una nuova paziente, il problema che si presenta per primo appare quello economico: il costo della psicoterapia. Certo, non tutti possono permettersi una spesa fissa come questa: ed è lecito domandarsi quanto conti intraprendere un cammino psicologico, in tempi di crisi economica e sociale. Mi permetto di dare una prima risposta: conta molto.
Spesso si sottovaluta il ruolo di spicco che la psiche riveste nella nostra vita e non ci si rende conto che investire economicamente per stare bene a livello psicologico può oggi risultare uno dei migliori investimenti. Potremmo capovolgere l’antico detto “mens sana in corpore sano”, sottolineando che una psiche equilibrata e serena è indispensabile per star bene fisicamente e per fare scelte costruttive, vantaggiose, sensate. Anzi, direi che è fondamentale!
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Il bello della Solitudine ed Elogio della Depressione

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 30 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“La solitudine è un toccasana per un essere umano. – sostiene Gérard Macqueron , in “Il bello della Solitudine” (trad. it. Luisa Cortese, De Agostini, Novara 2010) – Gli regala la possibilità  di scegliere la propria vita. Come uno specchio, gli rinvia i riflessi più segreti della sua storia e i recessi più intimi del suo essere, a volte con una grande disperazione. Infatti, l’immagine che l’individuo coglie non è sempre quella attesa. Ma colui che resta fedele a se stesso, che si accetta per quello che è, accede a un benessere autentico e solido. Dunque la solitudine è una promessa per ciascuno di noi. E’ la possibilità per ciascuno di noi di giungere a un diverso ascolto di sé, di procedere a un esame di coscienza e a un fondamentale rimettersi in discussione”.
Il modo in cui gli adulti costruiscono le loro relazioni interpersonali dipende direttamente dai legami affettivi primari dell’esperienza infantile. Punto di riferimento fondamentale resterà, come modello ovviamente per plasmare i successivi, il primo rapporto d’amore e una buona qualità relazionale iniziale sarà foriera della fiducia in grado di tollerare le inevitabili separazioni.
La psicoanalisi freudiana ha maggiormente sottolineato gli aspetti relativi ai bisogni fisici (fame, sete, pulizia), investiti  di componente affettiva nel rapporto diadico materno-filiale. Per John Bowlby (1907-1990) è lo stesso “attaccamento” un bisogno primario e la qualità del legame che si va intrecciando è il prodotto dell’atteggiamento della principale figura d’attaccamento, a seconda se freddo o caloroso, distante o premuroso,  scostante o affidabile. I comportamentisti si soffermano invece  su condizionamenti e apprendimento per il tramite di rinforzi  positivi (ricompense) e negativi (punizioni).
Nell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17), Sigmund Freud (1856-1939) prende in considerazione “le vie anatomiche  per le quali s’instaura lo stato d’angoscia”. Il primo ebbe origine alla nascita, al momento della separazione dalla madre. Il trauma del parto è “la fonte e il prototipo della condizione affettiva dell’angoscia”. La paura della solitudine viene poi assimilata alle fobie, in particolare quella per il buio; “a entrambe è comune il fatto che viene sentita la mancanza della persona amata che si cura del bambino”; alla base di tutte le fobie (per gli spazi chiusi, la folla, il temporale…) la frustrazione sessuale. E ciò vale anche nel caso in cui l’angoscia provenga dalla “rappresentazione” (paura) che il soggetto fornisce a se stesso della condizione di solitudine, altrimenti, in un vero e proprio “stato” di solitudine, l’angoscia è “esistenziale” e rimanda al trauma di essere venuti al mondo.

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“Lupus lupo (non) homo” e il paradosso della schadenfreude – altruismo auto-protettivo, pet therapy, esercizio della compassione, assunzione empatica di prospettiva

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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Nel 2007, il geriatra David M. Dosa ha enfatizzato un ben strano caso di pet therapy specificamente psicotanatologica. Oscar è il gatto di una clinica per malati di Alzheimer, Parkinson e altre malattie dell’età avanzata, che si trova a Providence, nel Rhode Island. Gironzolando tra le varie stanze, annusa garbatamente un po’ tutti, ma si raggomitola solo accanto ai pazienti terminali. “La sua semplice presenza sul letto del malato è considerata dai medici e dal personale infermieristico come un indicatore pressoché assoluto di morte imminente e fa sì che i membri del personale possano dare adeguata notifica alle famiglie. Oscar ha fatto compagnia a chi altrimenti sarebbe morto in solitudine”. Il mistero di Providence, la città del pittore William Congdon, del romanziere Cormac McCarthy e dello scrittore onirico Howard Phillips Lovecraft, si proietta adesso, raddoppiandosi,  nell’agire di un felino sornione. Come fa Oscar a distinguere i morituri e, soprattutto, qual è la sua reale motivazione all’assistenza terminale e all’estremo saluto?
Nella pet therapy non si ricorre ai rettili perché non sono in grado di offrire la stessa reattività emotiva dei mammiferi, disposti a concedere affetto disinteressato e, interpretando il nostro umore, porsi con noi in connessione diretta, forte e franca. Sono note le diminuzioni del ritmo cardiaco registrate nei cavalli gentilmente accarezzati, come negli esseri umani che accarezzano i loro beniamini domestici. I cani avrebbero funzione antidepressiva, i gatti sarebbero i più efficaci antistress.
Accostare la figura del gatto a quella del topo serve di solito a sottolinearne  innate differenze in netto contrasto, senza alcuna comunanza. Ma a proposito di compassione ed empatia non è proprio così, perché entrambi si comportano da mammiferi, quali siamo anche noi.
Russell M. Church, psicologo sperimentale della Brown University, noto per gli studi sui processi decisionali, nonché sulla capacità di stimare la durata del tempo e l’associazione di eventi negli animali, fermamente convinto che il condizionamento sia sotteso a ogni comportamento, elaborò un esperimento, sintetizzato nel 1959 come “Emotional Reactions of Rats to the Pain of Others”, in cui avrebbe dimostrato come, quando un ratto assiste alla sofferenza di un proprio simile,  provi timore per il proprio benessere. L’esperimento  consisteva nell’addestrare dei ratti a procurarsi del cibo premendo una leva che contemporaneamente  avrebbe potuto cagionare una scossa al compagno; in quest’ultimo caso, interrompevano drasticamente il loro gesto.
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Antiomofobia è prima di tutto rispetto di sé. Superare l’omofobia interiorizzata

category Atri argomenti Maurizio Palomba 16 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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L’omofobia interiorizzata è l’accettazione conscia o inconscia da parte di gay e lesbiche di tutti i pregiudizi, le etichette negative e gli atteggiamenti discriminatori, citati sopra, di cui essi stessi sono vittime.

Il termine “omofobia” fu coniato da Weinberg (1972) che lo usò per indicare la “paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con gli omosessuali” e il “disgusto per se stessi” (self-loathing) degli omosessuali medesimi (p. 4). L’introduzione di tale concetto, nella sua duplice valenza, ebbe una funzione pionieristica nelle scienze sociali degli anni ’70 che si occupavano di omosessualità.

Un gay o una lesbica che fin dall’infanzia ha sentito introno a sé pregiudizi e atteggiamenti negativi nei confronti dell’omosessualità è naturalmente portato a interiorizzare parte di tutto ciò, finendo per sentirsi “sbagliato” in quanto omosessuale. Ciò è tanto più vero in quanto i gay e le lesbiche crescono generalmente senza modelli positivi di riferimento e nella maggior parte dei casi senza poter trovare nella famiglia d’origine un adeguato supporto.

Chi è affetto da omofobia interiorizzata ha difficoltà ad accettare serenamente il suo orientamento sessuale, fino alla completa negazione di tale orientamento. Nella vita di tutti i giorni tende a giudicarsi negativamente e spesso guarda con disapprovazione i tentativi del movimento gay di ottenere maggiori diritti per le persone omosessuali. È preoccupato che gli altri scoprano la sua omosessualità, a volte finge di essere eterosessuale e spesso non riesce a sviluppare una sana relazione di coppia. Vorrebbe diventare eterosessuale e potrebbe aver fatto dei tentativi psicoterapeutici in proposito. Col tempo può sviluppare ansia, depressione, problemi con l’alcol e con il cibo, ansia sociale e disturbi sessuali.
( Continua … )