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Perché abbiamo un’anima

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 17 Gennaio 2017 | Stampa articolo |
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L’epistemologo ante litteram Pierre Gassend, detto Gassendi (1592-1655), obiettò a René Descartes (1596-1650) l’impossibilità da parte dell’immateriale, privo d’estensione (“res cogitans”) di interagire con la materia comunque soggetta a espansione (“res extensa”). Ma neppure l’occasionalismo di Arnold Geulincx (1624-1669) e Nicolas Malebranche (1638-1715) avrebbe potuto adeguatamente sostituire la ghiandola pineale quale “nocchiero nella barca” corporea.

Tutto  avverrebbe allora in una sorta di ridistribuzione dell’energia esistente, che non ne modifica la quantità totale (Edward W. Averill e Bernard Keating , 1981), oppure grazie all’irriducibile proprietà della coscienza di sottostare persino alla realtà fisica (l’hard problem di David John Chalmers)?

Anche se abbiamo spiegato lo svolgimento di tutte le funzioni cognitive e comportamentali in prossimità dell’esperienza – discriminazione percettiva, categorizzazione, accesso interno, resoconto verbale – una domanda può ancora rimanere senza risposta: perché lo svolgimento di queste funzioni è accompagnato dall’esperienza?…”, – si chiede il filosofo australiano, autore di “The Conscious Mind: In Search of a Fundamental Theory” (1996).

Perché tutta l’elaborazione dell’informazione non si svolge ‘al buio’, libera da ogni sensazione interna? Perché, quando le onde elettromagnetiche colpiscono la retina, vengono distinte e categorizzate da un sistema visivo, tali operazioni sono esperite come sensazione di rosso acceso? Sappiamo che l’esperienza cosciente sorge quando sono svolte queste funzioni, ma è il fatto stesso che sorga a costituire il mistero principale… Per spiegare l’esperienza cosciente, abbiamo bisogno di un ingrediente supplementare… Qualcuno propone un’iniezione di caos e di dinamica non lineare. Qualcuno pensa che la chiave stia nei processi non algoritmici. Qualcuno si appella a future scoperte della neurofisiologia. Qualcuno suppone che la chiave del mistero sia a livello della meccanica quantistica… Per ogni processo fisico che noi specifichiamo, vi sarà una domanda senza risposta: perché questo processo dovrebbe dare vita all’esperienza? Dato uno qualunque di questi processi, è concettualmente coerente che esso possa venire instanziato in assenza dell’esperienza. Ne segue che nessuna spiegazione dei processi fisici ci dirà perché sorge l’esperienza. L’emergere dell’esperienza va oltre ciò che può essere derivato da una teoria fisica”.

( Continua … )

Jung e Pauli. Il carteggio originale sulla Sincronicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Novembre 2016 | Stampa articolo |
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In Carl Gustav Jung una prima allusione all’idea di sincronicità sembrerebbe balenare in occasione del seminario sui sogni del 28 novembre 1928, in cui si esaminarono delle coincidenze associate a immagini oniriche. Una testa di toro disegnata da un paziente, con un disco solare tra le corna, e la lettera ricevuta da un amico che aveva assistito a una corrida lo indussero a parlare dei sogni sulla tauromachia come di “cose vive”, con l’avvertenza però circa l’eventuale errore nel giungere a considerarli causali”, in quanto che gli eventi accadano a causa dei sogni sarebbe assurdo, e “non riusciremmo mai a dimostrarlo; semplicemente, accadono…”.

Il contemporaneo interesse per il pensiero orientale, e in particolare il taoismo cinese, suscitatogli dal lavoro di Richard Wilhelm su “I Ching” e “Il segreto del fiore d’oro”, gli fecero aggiungere in appendice: “L’Oriente basa gran parte della sua scienza su questa irregolarità, e considera le coincidenze, più che le causalità, come base attendibile del mondo. Il sincronismo è il pregiudizio dell’Oriente; la causalità è il pregiudizio dell’Occidente moderno. Più ci occupiamo dei sogni, più vediamo tali coincidenze-possibilità…”. E completava questa annotazione con l’ammonimento relativo proprio al Libro dei mutamenti (I King): “Ricordatevi che il più antico libro scientifico cinese tratta dei possibili casi della vita”!

Poco più di un anno dopo, dichiarava: “…ho inventato la parola sincronicità come termine che comprendesse questi fenomeni, vale a dire cose che accadono nello stesso momento in quanto espressioni dello stesso contesto temporale”. Ribadendo tale concetto pure in occasione del necrologio commemorativo in onore dell’orientalista di Stoccarda. “La scienza dell’I Ching, infatti, non si fonda sul principio di causalità, bensì su un principio rimasto finora innominato (perché da noi non esiste) che a livello sperimentale ho provvisoriamente indicato come principio di sincronicità”.

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Dal tragico all’osceno

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Ottobre 2016 | Stampa articolo |
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In “Dal tragico all’osceno” (Bompiani, Milano 2016), Antonio Scurati nota come per la prima volta siano stati diagnosticati casi di Sindrome Post-Traumatica da Stress Acuto in soggetti, per così dire, colpiti da un evento mediatico, costituito dall’ossessiva diffusione delle immagini relative al crollo delle Torri gemelle.

Non “reduci di guerra”, bensì spettatori televisivi della violenza terroristica.

Fino a quel momento non erano stati documentati gli effetti sulla salute mentale di una catastrofe sperimentata da lontano. Quindi, non soltanto le persone presenti a un evento traumatico subirebbero spesso sintomi da stress, poiché per un certo numero di adulti, e molti bambini, sarebbe sufficiente assistervi a distanza, per considerarsi anch’essi alla stregua delle vittime. L’11 settembre 2001, buona parte degli americani possono avere percepito gli attacchi terroristici come diretti alle loro persone fisiche, in quanto, nel mostrare i due aerei schiantarsi contro il World Trade Center, la pervasività televisiva li ha ampiamente descritti quali incombenti minacce alla sicurezza dell’intera nazione.

Il quadro clinico della sindrome post-traumatica è contrassegnato dal lacerante e intrusivo ritorno di engrammi mnesici relativi al vissuto dell’accadimento. La ferita viene a riaprirsi e reagisce sanguinando anche nella dinamica psicologica dello spettatore che rigetta a priori l’immagine, in quanto assolutamente intollerabile.

Nel ruolo della psicopatologia collettiva paradigmatica d’un’epoca, il trauma psichico avrebbe allora sostituito la classica paranoia. Quasi quale corpo contundente, l’assalto delle immagini colpisce con una violenza che trascende il suo stesso significato, non tanto per l’eloquenza della simbologia, bensì, come scrive Nicholas Mirzoeff, in “Watching Babylon” (2005),  per la “forza inesorabile della loro mera presenza”.

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La nuova disciplina del benessere. Vivere il meglio possibile… nella Sincronicità: ovvero di Welfare, Hyggelig, Zeitgeist, Kairos, concentrazione, amore… e altre “storie”.

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Ottobre 2016 | Stampa articolo |
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Nel suo celebre saggio “Die Kunst, glücklich zu sein: Dargestellt in fünfzig Lebensregeln” (l’arte d’essere felici: esposta in cinquanta precetti), Arthur Schopenhauer (1788-1860) presentava un’accezione filosofica, molto influenzata dalla concezione buddhista, delle modalità di evitamento del dolore.

Eppure, in tedesco, glück significa anche fortuna e solamente glückseligheit è indice di beatitudine duratura.

E sì, perché sia pur un pieno soddisfacimento dei desideri, sufficiente a non far richiedere nient’altro, s’ottiene, e contemporaneamente purtroppo si compie, in un lasso temporale modesto, se non del tutto effimero, e soltanto se si dovesse prolungare produrrebbe uno stato che può agevolmente spaziare tra la serenità e il gaudio.

Welfare o wellbeing

Con terminologia un po’ più accurata, l’utilitarismo inglese si esprime con happiness,  distinguendo gioia e contentezza, e con welfare traduce ciò che i francesi chiamano bonheur e che, nel campo della politica, ha fatto sorgere il problema di quella condizione di benessere da assicurare in maniera egualitaria a tutti i cittadini.

Appena salito al trono, nel 1972, a diciassette anni, il Quarto “Druk Gyalpo” (Re Drago) della dinastia Wangchuck, Jigme Singye, sovrano quanto mai illuminato del regno himalaiano del Bhutan, proclamò senza tentennamenti che per misurare il progresso dei suoi sudditi non si sarebbe avvalso delle statistiche contenute comunemente nel cosiddetto “Prodotto Interno Lordo”, bensì avrebbe valutato la salute fisica, sociale, e persino spirituale degli abitanti, preservando i valori fondanti della nazione e proteggendo l’integrità naturale del suo ambiente.

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Piccoli equivoci tra noi Animali… e No

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Agosto 2016 | Stampa articolo |
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Gli animali vengono verso di noi” disse laconicamente Ludwig Wittgenstein, ma non è facile concepire come e quando prepararsi a questo specialissimo incontro con la diversità d’un’esperienza di vita sufficiente in se stessa, e poi al di fuori d’ogni tentazione verso l’antropocentrismo, e nell’esteriorità in cui riflettere il nostro più intimo sentire e cogliere l’anelito collettivo dell’esistenza in quanto tale.

Un’eventuale confusione tra le specie condurrebbe allo stordimento, è la risposta di Umberto Pasti, in “Animali e No” (disegni di Pierre Le-Tan, Bompiani, Milano 2015).

Per colpa dell’insulto che aveva subìto, Luca si era abituato a questa sua condizione di ibrido, un poco rapace (soprattutto quando mangiava) e un poco umano (lì, supino al mio fianco). Ma per me si trattò di addentrarmi in un intrico spinosissimo. Murato nella mia condizione di uomo, non riuscivo a capire quasi nulla del comportamento degli animali. A causa di Luca, dell’ansia di quei mesi, del dolore provocatomi dalla sua impotenza, le barriere di contenimento che separano i regni, e all’interno dei regni i generi e le specie, stavano crollando: mi sorprendevo a chiedermi se gli antenati di quel pastore fossero cani o sciacalli, e cosa stesse pensando quel ragno terricolo in agguato, e cosa dicessero quelle tre, quattro, cinque allodole – e discorrevano tra loro, o con l’Acacia esausta di polvere e di vento su cui erano posate?”.

Carolina è un colubro liscio (Coronella austriaca), Teo un botolo, Darling una mantide dalla caratteristica inquietante, “il suo sguardo, mentre mangiava a quattro palmenti, era rivolto altrove, a una specie di interiorità siderale, inintuibile, inavvicinabile, che accentuava il suo aspetto di creatura venuta da un altro mondo, da un pianeta più grigio e più freddo del nostro, probabilmente più evoluto… guardandosi intorno con quegli occhi da E. T. (poteva volgere il capo di trecentosessanta gradi), e talvolta osservando me con un sorriso sarcastico che in realtà dipendeva dalla forma a V della sua bocca… tutto era una scoperta, il cielo stellato coi suoi testi geroglifici (gli asini, ragliando nella notte, parevano darne pubblica lettura)…”!

 

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Caos apparente nella Scienza dell’Hermes

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 4 Agosto 2016 | Stampa articolo |
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L’angelo solare, sollevando con la mano destra un’urna d’oro, ne travasa il liquore nell’urna d’argento che regge con la sinistra…” – Marie Victor Stanislas de Guaita (1861-1897).

Stefano Mayorca, ne “La Scienza dell’Hermes” (Spazio Interiore, Roma 2016) non trascura il fatto che l’Elixir sia in stretta analogia con certi elementi organici e con l’apparato eterico, ammettendo poi come l’immagine descritta dall’esoterista francese, appartenente alla XIV Lama dei Tarocchi, alluda esplicitamente alla questione dell’Arché quale fermento di maturazione, e autentica Quintessenza, la cui possibilità di essere moltiplicata riguardi sia il regno della quantità sia la proprietà stessa della sostanza.

Secco o umido?

Corpi alchimici sperimentali, che riconoscono le loro radici proprio nella scienza cosmologica di provenienza orientale, vennero reintrodotti nell’ambito islamico da Jabir ibn Hayyan (Giabir). Il vitale prodotto dell’opera, l’al-iksir (dal greco xërós, secco), concepito alla stregua d’una sostanza artificiale, veniva ritenuto dotato d’un proprio dinamismo, tale da conferire anche ad altri la sua intrinseca perfezione.

Tesi della Bilancia

Eppure, mediante il Lunare e il Mercuriale, nella struttura “sottile” dell’essere umano si ritrova ogni capacità di proiezione. Esternata, la materia plastica si concretizza. Ma questa “fabbrica”, per giungere a maturazione, dev’essere perseguita in maniera costante e graduale, nel rispetto del giusto equilibrio dei quattro elementi, allo scopo di perfezionarne le trasformazioni, in base a quella “Tesi della Bilancia”, teorizzata da Giabir, per ribadire il concetto di come tutto debba avvenire a imitazione dell’operato della Natura. I corpi si fondono così l’un l’altro, acquisendo capacità differenti da quelle possedute antecedentemente.

Aurora Consurgens

Il tantrismo dimostra come alla nascita traumatica di ciascuno di noi contribuiscono odori e sapori dei fluidi corporei (seme, urina, feci, sangue mestruale e muco), a cui alludono le cinque M del Panchamakara (madya, māṃsa, matsya, mudrā, maithuna), divenute “nutrimento iniziatico” nell’enigmatica figura IX dell’Aurora Consurgens. In essa, il sacrificio-permuta si fonda sullo scambio di energie in continua correlazione tra l’interno e l’esterno (inspirazione, espirazione; alimentazione, escrezione…). Da un tale baratto dipende tutto quanto ne deriva, e per gli Śivasūtra di Vasugupta, “il mestolo” di questa funzione di rimescolamento è costituito dal corpo.

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