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Subito dopo il creatore di una buona frase viene, in ordine di merito, il primo che la cita. Ralph Waldo Emerson
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Un fulmine a ciel sereno: l’attacco di panico

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 7 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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L’Attacco di Panico è una condizione psicologica in cui la persona sperimenta intenso terrore o intensa paura in modo improvviso e per pochi minuti.

Internamente si attivano scenari che prendono forma inconsapevolmente e si manifestano, sia sul piano fisiologico che psicologico, con sintomi quali: palpitazioni, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, sensazione di mancanza d’aria, di asfissia, nausea o disturbi addominali, dolore o fastidio al petto, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o svenimento, brividi o vampate di calore, formicolio in parti del corpo o addormentamento di esse, appannamento della vista, nodo alla gola, vertigini, senso di stordimento, perdita di controllo e di impazzire, paura di morire o di avere un malore, paura di impazzire, incapacità di percepire la realtà correttamente, sentirsi staccati dal proprio corpo. Per fare diagnosi di attacchi di panico, bisogna avere 4 dei sintomi sopra riportati, meno di 4 sintomi è indice di un attacco di paura; l’ansia caratteristica di un attacco di panico può essere differenziata dall’ansia che si prova in genere per la sua natura improvvisa e per la gravità dei sintomi provati.

Chi ha fatto esperienza di attacchi di panico sa che l’episodio è un evento estremamente spiacevole, che porta disagio nel vivere quotidiano e cambiamenti significativi. Le persone hanno paura a stare nelle situazioni o nei luoghi in cui si sono avuti gli attacchi di panico le prime volte, pensano alla possibilità di venirne colti nuovamente, in modo improvviso e mettono in atto comportamenti per evitare ciò come: non andare più nei luoghi sensibili agli A.P. fino ad evitare qualsiasi posto; farsi accompagnare da qualcuno perché ci si sente indifesi, o stare nella situazione in preda al panico in allerta che i sintomi sopraggiungano in ogni momento. La vita sociale ne risente significativamente.

Perché l’attacco di panico fa così paura? (la cosiddetta paura della paura). Come riportano le persone nel contesto clinico, esse vivono una serie di sintomi fisici di cui non conoscono la natura e che interpretano come indice di un possibile malessere fisico, come l’infarto o una crisi epilettica; quando non c’è questa idea a sostenere la paura, il soggetto definisce i sintomi spaventosi per la forma in cui si presentano sul piano fisico con difficoltà a controllarli se non allontanandosi dalla situazione. Ciò che rinforza l’evitamento sociale è, la vergogna nell’essere visti mentre si sta male perché qualcuno potrebbe emettere giudizio.

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La danzaterapia: una cura per sviluppare e risvegliare parti di sé attraverso il movimento.

category Psicoterapia Teresita Forlano 5 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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L’idea della valenza terapeutica della danza, che trova oggi la sua realizzazione nella corrente della danzaterapia, si sviluppa grazie all’incontro tra le progressive conquiste della danza occidentale e le pratiche della meditazione orientale, mirate al recupero dell’armonia interiore. La danzaterapia mira a considerare la danza come evento che coinvolge il fisico e la psiche, recuperando il suo significato più antico. E’ un importante strumento di espressione globale della persona, una forma di manifestazione delle dimensioni profonde della natura umana. La sua capacità di sostenere il benessere attraverso la manifestazione delle emozioni era già nota in molte popolazioni primitive che attraverso i balli tradizionali mimavano i propri stati affettivi individuali o di gruppo. La danzaterapia si distingue dalla danza tradizionalmente intesa in quanto ricerca e studia i movimenti più “autentici”, cioè quelli istintivi collegati al nucleo più essenziale ed intimo di noi stessi, che si esprimono in ognuno con le proprie capacità e stile.

La danzaterapia nasce in seguito all’esperienza di lavoro con pazienti affetti da disturbi mentali, prevalentemente soldati, che, nell’immediato dopoguerra, erano stati colpiti da disturbi della personalità. Furono le danzatrici degli anni Quaranta a trovare nella danza e nel piacere del movimento in sé una risorsa terapeutica. E’ da queste sperimentazioni post belliche, che nasce la danzamovimentoterapia, disciplina che, a partire dal riconoscimento del rapporto profondo che unisce mente e corpo, utilizza la danza e il movimento espressivo quale strumento e linguaggio privilegiato per favorire e sostenere la salute fisica e lo sviluppo psicologico dell’individuo.

La danzamovimentoterapia é una disciplina orientata a promuovere l’integrazione fisica, emotiva, cognitiva e relazionale, la ma­tu­rità affettiva e psicosociale e la qualità della vita della persona, mediante il linguaggio del movi­men­to corporeo, della danza e il processo creativo, all’interno di processi interpersonali ( coppia o gruppo).

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Depressione post partum: maternity blues

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 3 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Mamme nel buio.

Sono diversi i disturbi psichici che possono comparire dopo la gravidanza; in questo articolo pongo l’attenzione sul Maternity Blues, una forma clinica di depressione temporanea e passeggera, che si manifesta nella donna dopo la nascita del figlio. E’ una sindrome che fa riferimento alla tristezza del dopo parto. Si tratta di una sintomatologia che colpisce circa il 70% delle neomamme, ed è caratterizzata da:

  • facilità al pianto, che rappresenta il sintomo centrale
  • stanchezza fisica
  • tendenza all’umore depresso
  • ansia
  • irritabilità
  • difficoltà a prendere sonno o a rimanere svegli
  • cefalea
  • diminuzione della capacità di concentrazione
  • difficoltà elevata nel pensiero
  • senso di inadeguatezza

La sintomatologia è evidente verso il 3°- 4° giorno dopo il parto ed ha una durata di una settimana circa, entro la quale si risolve completamente, soprattutto se la donna viene aiutata e sostenuta emotivamente, psicologicamente e materialmente da chi le sta intorno: il compagno, i parenti più stretti, il personale medico nelle prime ore in ospedale. Il compagno è la figura di sostegno fondamentale in questa fase, con la sua presenza, vicinanza, appoggio e amore, la fa sentire accolta, sostenuta, confortata, amata e desiderata, permettendole di prendersi pienamente cura del bambino.

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Emozioni e benessere psicofisico

category Psicologia Teresita Forlano 8 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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  • Emozioni, cosa sono

La parola emozione deriva dal latino “moveo” con l’aggiunta del prefisso “e” muoversi da, per indicare che in ogni emozione è implicito un movimento.

Le emozioni possono essere definite stati affettivi intensi che insorgono improvvisamente in relazione ad uno stimolo esterno o interno e vengono sperimentate fino a quando lo stimolo non scompare. Queste caratteristiche le distinguono dai sentimenti che invece sono stati interni duraturi nel tempo, non dipendono da uno stimolo temporaneo ma dai nostri interessi, dai nostri valori. Ad esempio possiamo considerare emozione il piacere che proviamo alla vista di un bell’uomo o di una bella donna, ma appena la persona si allontana da noi la nostra reazione emotiva si attenua. Questa attrazione si trasforma in sentimento nel momento in cui iniziamo a pensare a qualcuno anche quando non è vicino a noi, desideriamo incontrarlo, trascorrere del tempo insieme, valutiamo che potremmo essere in sintonia perché condividiamo delle idee, delle abitudini.

Le emozioni quando compaiono in noi provocano una serie di reazioni a livello fisiologico e psichico. Le risposte somatiche possono essere direttamente osservate attraverso manifestazioni fisiche; a livello psicologico, una persona molto emozionata riduce la capacità di autocontrollo, di ragionare in modo logico e critico. Le emozioni si basano sull’attività del cervello antico, formatosi prima della neo-corteccia sede del ragionamento e delle attività più evolute, sono la parte più istintiva e spontanea, con l’educazione culturale impariamo a reprimerle scegliendo l’intelletto.

  • quali sono

Sono cinque le emozioni: rabbia, tristezza, gioia e paura, disgusto. Sono definite emozioni fondamentali in quanto strettamente connesse con la nostra sopravvivenza, universalmente riconosciute, quindi riconoscibili attraverso l’espressione facciale in tutte le culture, già presente nei bambini piccoli e nei primati umani.

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Carezze e benessere psicologico

category Atri argomenti Teresita Forlano 12 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Per crescere bene e poter fare una vita sana, sin da piccoli abbiamo bisogno di cure che non si limitano al solo nutrimento ma anche al contatto fisico, alla vicinanza del bambino al genitore quando ne sente il bisogno. Queste attenzioni che procurano benessere, sono definite “carezze”. Il termine indica uno stimolo che arriva da una fonte esterna, necessario per la sopravvivenza dell’organismo umano, che “ha fame di stimoli” fin dalla nascita. Ognuno di noi ha bisogno di stimolazioni per vivere bene. A tale riguardo, diverse ricerche hanno rilevato che i neonati privati di stimolazioni tendono a un declino fisico che li rende più vulnerabili alle malattie e anche alla morte. Queste ricerche hanno anche evidenziato: persone private di stimoli per lunghi periodi, hanno avuto reazioni mentali ed emotive negative, se non addirittura forme di psicosi caratterizzate da allucinazioni. Quindi, la mancanza di stimoli emotivi, affettivi e sensoriali può comportare uno stadio di apatia che giunge fino a stadi degenerativi fisici e cerebrali e alla morte. Spesso non fa differenza se gli stimoli che arrivano suscitano piacere o dolore, capita che possano mancare carezze che procurano piacere e il piccolo si accontenta di quelle che suscitano malessere: meglio queste piuttosto che, stare in una totale mancanza di stimoli. Infatti, i neonati vissuti in orfanotrofi, lasciati a se stessi senza alcun tipo di stimolazione sensoriale e affettiva, con sola nutrizione, hanno sviluppato stati depressivi. Le carezze stimolano la crescita biologica dell’organismo, il cervello, la formazione della mente, il senso di calore, le emozioni.

E’ chiaro che il bisogno di carezze è insito in tutti noi, di base tutti abbiamo bisogno di stimoli, sia bambini che adulti, probabilmente in uguale quantità, anche se alcuni bambini nascono più esigenti, la dose di stimoli è uguale per tutti.

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Il Disturbo Borderline di Personalità Fattori evolutivi nel disturbo borderline di personalità (una lettura Analitico Transazionale)

category Disturbi e patologie Teresita Forlano 30 Marzo 2011 | Stampa articolo |
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Martin D. Haykin in “Type Casting”, articolo comparso su Transational Analysis Journal nel 1980, affronta l’influenza delle esperienze infantili precoci sulla struttura dello stato dell’Io Bambino, ponendo a confronto la letteratura contemporanea sui disordini di personalità con le teorie berniane e postberniane. Per la comprensione patogenetica del disturbo borderline di personalità, bisogna far riferimento alla “nascita psicologica del bambino” della Mahler, cui fanno riferimento gli studi di James Masterson, Otto Kernberg, H. Kout e di M.D. Haykin.

La nascita psicologica è cronologicamente posteriore a quella anagrafica. Il neonato viene al mondo con un Io potenziale che non va considerato come una “tabula rasa” perché capace di selezionare particolari esperienze in virtù di meccanismi biologicamente determinati. Ciò è in accordo con la visione di Melanie Klein di un Io sufficiente per sentire l’ansia, per usare meccanismi di difesa e per formare primitive relazioni oggettuali, fantasticate o reali. Heinz Hartmann parlò di matrice indifferenziata (il bambino nasce con apparati innati di autonomia primaria ed incontra un ambiente per lo più costituito dalla madre). Solo intorno ai 9 mesi il bambino ha la percezione di esistere, con la formazione di un Io rudimentale.

Miglionico e Novellino rileggono con Haykin le fasi della Mahler integrando la psicologia berniana con la teoria psicodinamica delle relazioni oggettuali (Haykin, 1980; Novellino, Miglionico, 1987a, b). La fase autistica vede la formazione più primitiva di relazioni oggettuali attraverso l’introiezione di oggetti parziali (Kohut) quali il capezzolo, la sensazione termicotattile del contatto, il volto della madre: il bambino è soggetto a stimolazioni fisiologiche e tende all’omeostasi dei propri bisogni, non riconosce un oggetto esterno (dopo il 1° mese vi è una tenue sensazione che esiste « qualcosa » di esterno che fornisce cure).

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