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LINEE GUIDA DELL’INTERVENTO PSICOLOGICO NELLA SCUOLA

category Psicologia Dr.ssa Breschi Sara 7 Aprile 2011 | Stampa articolo |
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Ordine degli Psicologi della Toscana
Atti del convegno “Strumenti di intervento, ricerca, prospettive future”
Firenze 17 ottobre 2008

Nonostante la situazione italiana della psicologia scolastica sconti un ritardo significativo rispetto ad altri paesi europei che contemplano da lungo tempo la figura dello psicologo nella scuola primaria e secondaria, a livello locale si stanno muovendo alcuni primi passi nella direzione di definire il ruolo e le competenze di questa figura nel contesto scolastico. In particolare sono stati elaborati alcuni accordi ed iniziative interistituzionali volti a promuovere l’azione e l’intervento degli psicologi nella scuola. A livello regionale, nel 2003 la Regione Toscana e la Direzione Scolastica Regionale hanno firmato un primo Protocollo D’Intesa per la “Promozione e la realizzazione di attività integrate per il benessere e il successo formativo fra i giovani per lo sviluppo dell’educazione alla salute ed al benessere”, in cui si afferma che “la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia ed infermità” (OMS) che richiede molteplici azioni sul fronte sociale, ambientale, economico educativo e psicologico a partire da una educazione alla responsabilità fin dall’età scolare, per rendere ciascuna persona in grado di affrontare le fasi, le scelte e le difficoltà della vita con la consapevolezza delle risorse personali e comunitarie a disposizione.” Nel 2006 è stato firmato un Protocollo D’Intesa tra l’Ufficio Scolastico Regionale e l’Ordine degli psicologi della Toscana che definiva le competenze e gli ambiti di intervento dello psicologo nella scuola ed impegnava i due Enti alla promozione di buone pratiche in questo settore. Dal punto di vista storico è utile ricordare che, a livello nazionale sin dal 2001, è stato siglato un Protocollo D’Intesa tra il Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale dell’Ordine relativo agli ambiti e alle funzioni dello psicologo nella scuola.

L’obiettivo generale dell’intervento psicologico nella scuola è la promozione della salute e l’educazione al benessere. Dal protocollo di intesa tra l’Ufficio scolastico Regionale e Consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Toscana Siglato nell’ottobre 2006 si delineano alcuni ambiti specifici di intervento:

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L’abbandono scolastico

category Atri argomenti Dr.ssa Breschi Sara 3 Gennaio 2011 | Stampa articolo |
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Con il termine “abbandono scolastico” si intende l’uscita definitiva di uno studente da un dato iter educativo-formativo. L’abbandono si pone come un evento che può avvenire in qualsiasi momento dell’anno scolastico e che dipende da una decisione a senso unico, di solito irreversibile. Si ha abbandono se uno studente lascia la scuola dell’obbligo o, come accade più frequentemente, la scuola superiore, senza farvi ritorno, almeno non in breve tempo. Uno studente, invece, che effettua un cambiamento di scuola, passando da una scuola ad un’altra, in un dato momento, non realizza l’abbandono scolastico in senso stretto. Si tratta, in ogni caso, di un fenomeno in costante crescita che vede coinvolti, per lo più, giovani dai 13 ai 16 anni, in prevalenza di sesso maschile. In Italia, l’Eurispes ha calcolato che ogni anno oltre 240.000 studenti lasciano i banchi di scuola.

L’abbandono scolastico rappresenta la manifestazione principale di quel complesso fenomeno che in letteratura viene indicato con il termine “dispersione scolastica“, definita genericamente come un insieme di processi, attraverso i quali si verificano ritardi, rallentamenti e altre interruzioni più o meno prolungate all’interno di uno specifico iter scolastico (Besozzi, 1993).

Un soggetto che abbandona la scuola potrebbe avere minori probabilità di inserimento professionale, minori aspirazioni lavorative, minori possibilità di affermazione personale e di guadagno, in una società come quella attuale che richiede sempre più specializzazione, abilità, informazioni differenziate e uso di tecnologie avanzate. È stata suggerita, inoltre, una potenziale relazione tra l’abbandono scolastico e la presenza di comportamenti devianti, antisociali, “in quanto gli aspetti di progettualità, di organizzazione del quotidiano e di percezione di efficacia e di efficienza personale rischiano una notevole compromissione” (Giorni, Vallario, 2001, p. 8).

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Sopravvissuti all’olocausto

category Atri argomenti Dr.ssa Breschi Sara 3 Luglio 2010 | Stampa articolo |
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Leggendo un libro di psicoanalisi (si veda in Bibliografia, Louise J. Kaplan) ho trovato molto interessante un Capitolo riguardante il trauma che i sopravvissuti all’Olocausto tramandano inconsciamente alle generazioni successive. Non è mia intenzione rifugiarmi in etichette psicoanalitiche, dare spiegazioni rassicuranti ma provare a descrivere, in parte, un fenomeno, un orrore, che riguarda tutta l’umanità. Mi avvicino in punta di piedi, con il rispetto e la consapevolezza della complessità che può nascondere un silenzio.

Mentre l’avvenimento traumatico accade, la vittima deve essere cieca, sorda e muta, deve cancellare tutto quello che vedrebbe, sentirebbe, penserebbe e proverebbe normalmente, altrimenti non riuscirebbe a sopravvivere.

I sopravvissuti all’Olocausto, che hanno potuto registrare frammenti di ciò che stava accadendo, comunicarono ai figli, decenni dopo, con le loro assenze psicologiche ed i silenzi, le sensazioni e i pensieri su quello che era accaduto loro. Furono questi figli a testimoniare ciò che accadde ai genitori.

La tecnica nazista di sterminio si basava su un terrorismo sistematico volta a disumanizzare i prigionieri che, per sopravvivere, dovevano nascondere la propria umanità. Per non morire bisognava costruirsi un guscio, corazzare l’Io, far assumere al Sé la forma di una macchina incapace di pensare e provare sentimenti. Questo sforzo di corazzare il proprio Sé, poteva risolversi in un totale impoverimento delle risorse narcisistiche, che comprendono il nostro senso di dignità, autostima, padronanza e autocontrollo: questi prigionieri sopravvivevano in uno stato psicologico simile alla morte che accresceva la loro predisposizione ad ammalarsi, portandoli spesso alla morte fisica.

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ANORESSIA e BULIMIA

category Disturbi e patologie Dr.ssa Breschi Sara 26 Aprile 2010 | Stampa articolo |
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Ogni anno migliaia di persone in Italia sviluppano un Disturbo dell’Alimentazione: più del 90% sono adolescenti e giovani donne adulte. una ragione della particolare vulnerabilità delle donne in questa fascia d’età è la loro tendenza a sottoporsi a rigide diete per raggiungere la linea ideale. Studi appropriati hanno evidenziato che un regime dietetico restrittivo può avere un ruolo di primo piano nello scatenare un Disturbo dell’Alimentazione. Circa l’1% delle adolescenti si ammala di Anoressia Nervosa, una malattia che può portare alla morte per denutrizione, all’arresto cardiaco o al suicidio.

Silvia si ammalò di Anoressia Nervosa quando aveva 16 anni. Era una ragazza timida dedita allo studio e che tentava in ogni modo di piacere a tutti, era graziosa sebbene leggermente soprappeso. Come molte ragazze della sua età, era interessata ai ragazzi ma temeva di non essere abbastanza carina da attirare la loro attenzione. Quando suo padre, scherzosamente, le disse che non avrebbe mai avuto un appuntamento se non fosse dimagrita un po’, lo prese sul serio e si mise implacabilmente a dieta senza vedersi mai sufficientemente magra anche quando diventò marcatamente sottopeso. Con la perdita di peso, scomparve il ciclo mestruale. Mano a mano che l’Anoressia la stringeva nella sua morsa, Silvia diventò ossessionata dall’idea del cibo e della dieta e sviluppò strani comportamenti rituali circa l’alimentazione. Ogni giorno pesava tutto ciò che avrebbe ingerito su una bilancia, tagliava il cibo in piccoli pezzi e misurava anche le bevande. Metteva la sua razione giornaliera in piccoli contenitori allineandoli in rigoroso ordine. Inoltre praticava strenui esercizi fisici continuando anche quando era debole e deperita. Nessuno riusciva a convincerla di essere in pericolo. Alla fine il suo medico riuscì a farla ricoverare in ospedale dove avrebbe potuto essere curata. Durante la degenza, Silvia continuava a fare esercizio fisico nel bagno.

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ADOLESCENTI E SUICIDIO

category Disturbi e patologie Dr.ssa Breschi Sara 7 Febbraio 2010 | Stampa articolo |
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Il suicidio, inteso come modo per uscire dalla vita, nasce dalla convinzione d’aver perduto ogni possibilità di essere amati e dalla fantasia di trovare una liberazione da una situazione insostenibile. Per il suicida, la morte tende ad assumere un significato liberatorio perché essa riveste, paradossalmente, il significato di luogo dove si può stare sereni e tranquilli, finalmente liberati da tutto quello che ci stringe il cuore.

Le cause del suicidio sono sempre molteplici e difficili da stabilire poiché variano da caso a caso. Secondo diversi studi effettuati sull’argomento, risulta che gli adolescenti d’oggi soffrono per mancanza di sicurezza, d’identità, in rapporto ai cambiamenti repentini della società e della qualità della vita in famiglia, a causa del numero crescente delle separazioni e dei divorzi, dell’uso di droghe ed alcol, della pressione per i successi scolastici, risoltisi, invece, in delusioni fallimentari, nonché a causa dell’angoscia per il futuro. Fra le motivazioni apparenti più frequenti dei suicidi adolescenziali, troviamo quelle di un brutto voto a scuola oppure di una bocciatura ma il vero problema è il significato interiore della frustrazione vissuta in seguito alla bocciatura o al cattivo voto. Il giovane può pensare che entrambi, non sarebbero tollerati dai genitori e questo potrebbe significare, una brusca separazione da loro e, quindi, un motivo sufficiente per desiderare la morte.

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Sentirsi “emo”

category Atri argomenti Dr.ssa Breschi Sara 22 Dicembre 2009 | Stampa articolo |
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Il termine “emo” è stato utilizzato, per la prima volta, negli anni ’80 per indicare un sottogenere musicale che faceva parte della cosiddetta musica hardcore punk e che si sviluppò in particolar modo a Washington. La parola “emo” indicava, quindi, band sempre hardcore ma che utilizzavano sonorità più melodiche e ricche e che, quindi, volevano emo-zionare l’ascoltatore durante le loro esibizioni. Successivamente, durante gli anni ’90, il termine si estese ad indicare anche i gruppi musicali indie. Grazie anche ad internet, oggi il significato della parola “emo” si è esteso ed è arrivato ad identificare una vera sottocultura, che  coinvolge non solo la musica, ma anche molti altri aspetti della vita dei giovani, dalla moda agli atteggiamenti.

Partita dagli Stati Uniti, questa sottocultura ha raggiunto l’Inghilterra ed, in breve tempo, si è diffusa in tutto il mondo.

Ma chi sono veramente gli “emo” e cosa caratterizza la loro identità?
Hanno, di solito, tra i 14 e i 19 anni, si vestono con abiti dall’aria gotica, ascoltano musica “emo-core”. Pare che, oggi, sia possibile identificare un adolescente “emo” soprattutto dall’abbigliamento: stile punk, smalto nero, occhi truccati, maglioni di lana larghi o magliette molto strette, pantaloni di velluto, scarpe da ginnastica, skinny jeans, frangia asimmetrica, capelli spettinati, collane con cuori spezzati o teschi. Una descrizione che coincide in maniera dettagliata con lo stile del cantante dei Tokio Hotel, Bill Kaulitz, uno dei principali rappresentanti della musica moderna considerata “emo”.

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