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Per natura gli uomini sono vicini, l'educazione li allontana. Confucio
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Perverso, Predatore, Ammazzafemmine!

category Atri argomenti Sabrina Costantini 18 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Una delle situazioni che coinvolgono e accomunano frequentemente le donne, forse in una sorta d’iniziazione alla vita e all’adultità, è rappresentata dalla relazione perversa.

Si tratta della relazione con un individuo, di solito il partner di una relazione sentimentale, con una struttura prettamente narcisistica. In quanto tale, la relazione è caratterizzata da asimmetria, abuso, uso narcisistico, violenza psicologica, talvolta violenza fisica, prevaricazione, ecc.

L’etimologia stessa della parola “perverso” ci rimanda al latino “pervertere”, ovvero rivoltare, rovesciare. Di fronte ad un individuo perverso ci troviamo ad un rovesciamento continuo della realtà e della posizione. Non si sa mai dove trovarli, creano fascino e obnubilamento, dicono e subito dopo negano quanto detto, non vogliono essere trovati e al di là della posizione cosciente, loro stessi non sanno dove realmente sono, di conseguenza l’ambivalenza regna sovrana, all’insegna dell’inconsapevolezza e della violenza. Gli umani oggetto della loro manipolazione, di solito donne, si sentono disorientate, affascinate, “sotto sopra”, rivoltate nella loro integrità e continuità, predate della loro essenza.

La storia di Barbablù è assai interessante e connotativa rispetto a questa condizione. Ne troviamo versioni differenti, da quelle raccolte dai fratelli Grimm (vedi ad esempio L’uccello di Fichter o il Maiale fatato), alla versione anglosassone del Signor Fox, alla produzione di Charles Perrault, di Henri Pourrat, alle versioni orali narrate in tutta l’Asia e l’America Centrale, a quella facente parte delle fiabe di Mille ed una notte, ecc.

Ciascuna con una qualche variante, ma accomunate dal tema centrale coerente in tutte quante. Il fatto che ce ne sia tante versioni sparse in posti così lontani, lascia pensare all’universalità del suo tema di fondo, all’elevato valore simbolico dell’ossatura.

Bettelheim ci ricorda che questa non è una fiaba, perché manca l’elemento magico e soprannaturale (eccetto per il sangue sulla chiave) ed inoltre, nonostante il male venga punito, questo esito non produce consolazione né salvezza.

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Quando il corpo ci tradisce

category Psicologia Sabrina Costantini 5 Ottobre 2011 | Stampa articolo |
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Il corpo costituisce il nostro involucro, il confine col mondo, ciò che scambia con esso, che fa entrare ed uscire, trasforma, fa proprio ciò che riceve e rifiuta buttando fuori, ciò che non gli si addice (in termini di equilibrio, sanità, natura, ecc.).

Noi siamo il nostro corpo.

Il corpo rappresenta ciò che ci fa vivere, ci fornisce ossigeno e nutrimento, grazie ai suoi meccanismi automatici (quali il respiro e la trasformazione biochimica degli alimenti e delle bevande, delle sostanze sciolte nell’acqua e nell’aria, ecc.), ciò che ci salvaguarda nei confronti dell’ambiente circostante (ad esempio attraverso il dolore di elementi nocivi, come il fuoco, l’eccessivo caldo o freddo, ecc.) e nei confronti dell’ambiente interno (ad es. attraverso il vomito di elementi indigesti o nocivi sia in senso fisico che psicologico), che ripristina l’equilibrio psicofisico (ad esempio attraverso la malattia e la richiesta d’attenzione e cure).

Il corpo è anche caldo, talvolta freddo, più o meno liscio, peloso, morbido, sensibile, eccitabile, è fonte di infinite sensazioni con una gamma di variazioni illimitate, fonte di piacere e di godimento a livello sensoriale, sessuale, emotivo.

Costituisce anche lo strato più esterno, la prima immagine che noi forniamo di noi stessi al mondo, il primo biglietto da visita, nello stesso tempo è la parte che ci fornisce gli elementi di esplorazione e di conoscenza del mondo in senso concreto, materiale ma anche emotivo e relazionale.

Insomma, questo nostro corpo è un organo che possiede un suo equilibrio, una sua significatività, una funzione, un meccanismo, un incastro perfetto. Corpo e psiche, garantiscono un connubio unico e significativo, garantiscono la dimensione materiale e concreta, nonché quella emotiva e connotativa.

In esso, è racchiuso tutto l’universo. Esso contiene l’alchimia per potersi adattare nel modo migliore, al mondo.

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La Ripetizione dell’essere

category Psicologia Sabrina Costantini 7 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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La ripetizione rappresenta una costante della nostra vita, fonda l’automaticità e la serenità, di tante azioni quotidiane. Si tratta della ripetizione tipica dei rituali, che ci accompagnano ogni giorno nelle mille azioni da noi intraprese, da quelle vitali e salutari (mangiare, bere, cucinare, lavarsi, vestirsi, camminare, ecc.), a quelle legate alle necessità più infrastrutturali (lavorare, guidare, ecc.), a quelle sociali (salutarsi, scambiarsi convenevoli sul tempo, sulla salute, luoghi comuni, ecc.).

Insomma, certe azioni, frasi, pensieri ripetuti costantemente, si trasformano in elementi automatici e inconsapevoli, che vanno a produrre delle abitudini, una parte (spesso grande) della nostra vita.

L’abitudine (dal latino habitudo, habitudinis) rimanda alla struttura fisica o morale. Sta cioè ad indicare la disposizione o attitudine, acquisita attraverso la ripetizione d’esperienza. Arriva il concetto di qualcosa che, attraverso la ripetizione diventa una struttura, si concretizza e si incarna in noi, contribuendo a costruire ciò che siamo.

Comprendiamo quindi che la ripetizione e l’abitudine sono fondamentali per donarci una struttura, per dare una stabilità, solidità e sicurezza, a ciò che siamo e che saremo. Del resto pensiamo ad esempio all’importanza della ripetizione, per il neonato. Se non vivesse la continua esperienza di pianto-soddisfazione dei propri bisogni fondamentali (fame, sete, pulizia, protezione), sarebbe impossibilitato a sviluppare una propria idea di sé, un’impalcatura della propria personalità. Se successivamente, non sperimentasse ancora la ripetizione nella relazione, ad esempio nell’essere lasciato all’asilo e poi ripreso puntualmente, verrebbe oltremodo a mancare la possibilità di costruire un’immagine di sé di persona amata e amabile, nonché la fiducia in sé e negli altri. Infine, se non sperimentasse la ripetizione nel gioco, non potrebbe interiorizzare le regole, un contenitore presente e stabile entro cui muoversi serenamente e consapevolmente, in relazione con gli altri.

Nonostante ciò, esiste una ripetizione disorientante e dolorosa. Si tratta della ripetizione di una condotta che, anziché rassicurarci e solidificarsi, ci ferisce ed è distruttiva per noi. Mi riferisco ad esempio a tutte le condotte di dipendenza, da droghe, alcool, da videogiochi, da internet, dallo shopping compulsivo, dal sesso compulsivo, dalla pornografia, dal vomito, ma soprattutto alla dipendenza emotiva e in genere a tutte quelle condotte acquisite nell’infanzia, con grande valore adattivo nel momento in cui sono nate, ma con grande effetto deprivante, per l’espressione del proprio sé.

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L’uomo Nero

category Psicologia Sabrina Costantini 18 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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L’Uomo Nero costituisce da sempre una figura emblematica, spaventosa e misteriosa, che racchiude ed esprime molte delle paure infantili. Spesso si presenta come mezzo educativo, uno “spauracchio” utilizzato inappropriatamente, con lo scopo di indirizzare la condotta in una direzione anziché in un’altra: “Se non fai il bravo, viene l’uomo nero!”

Partiamo dal dato di fatto, rassicurante per i genitori, che le paure infantili sono un normale e sano processo evolutivo. Infatti, il bambino di pochi mesi, non possiede alcuna paura o quasi. Certo, un rumore improvviso lo spaventa, ma in questo caso è l’invadenza e l’aggressività dello stimolo, che lo rende difficilmente codificabile e gestibile, soprattutto nel suo carattere di immediatezza. La paura del bambino è rivolta alla sua incapacità, all’immaturità appunto, che gli impedisce di gestire il mondo esterno, in questo caso un rumore che passa la sua barriera di “accettazione percettiva” e comprensione.

Altro esempio è costituito dall’abbandono totale, quindi dalla mancata risposta ai suoi bisogni fondamentali (fame, sete, sonno, protezione), che lo porta a vivere in una condizione di terrore psichico indifferenziato. Renè Spitz, nei suoi studi condotti in orfanotrofi, aveva osservato condizioni di angoscia totale, che arrivavano fino ad uno stato di letargia irreversibile.

Ma a parte questi esempi estremi, il neonato, mancando di chiara consapevolezza del mondo, soprattutto mancando di separatezza fra sé ed il mondo, non sperimenterà stimoli discriminati in modo fine, potenzialmente spaventosi, che invece esperirà nel corso della crescita.

La cosa può sembrare paradossale: più crescono e più si spaventano. I genitori si chiederanno: ma in cosa abbiamo sbagliato? Cosa non capiamo? Cosa dobbiamo fare? Derivandone un gran senso di incapacità, inadeguatezza e svariati sensi di colpa.

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Automobilista, non spari!

category Atri argomenti Sabrina Costantini 15 Marzo 2011 | Stampa articolo |
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Quante volte ci è capitato, di incontrare sulla nostra strada, un’automobilista furioso, che impreca, sbraita, strombazza, offende, al punto da sembrare sul punto di perdere le staffe, fino ad arrivare alle mani. Sempre più persone, imbracciano il volante, circolando con questa modalità di guida e di relazione, sparando a destra e a manca.

Le strade dunque, sembrano tornate ad essere campi di battaglia, esattamente come succedeva secoli e secoli fa. Ed incontrare individui così furiosi, parabrezza a parabrezza, specchietto a specchietto, ci fa solo sperare e pregare che “non spari”: sentenze, parole, gesti o qualunque altra cosa si possa sputare addosso!

Se non bastasse, per quanto questa, sembri la descrizione perfetta di un automobilista uomo, in realtà non è proprio così. Sempre più donne, pari ai colleghi uomini, seguono questo modello di “guida aggressiva”. Sempre più membri del così detto “gentil sesso”, si accaniscono e incaniscono contro il primo mal capitato.

Questa condotta dunque, è sempre più frequente e generalizzata, al di là del sesso del guidatore, dell’età e della condizione socio-economica.

Si ha fretta, si deve correre, essere efficienti e veloci, non si tollerano lumache, dimenticanze, false manovre, imbranataggini e quant’altro può emergere nel corso del percorso, non si parli poi del dare la precedenza a chi in effetti non ce l’ha! E’ una gara a chi scatta più veloce al semaforo, chi si immette prima negli incroci, chi sorpassa più prontamente, ecc.

Quale sia il premio mi sfugge, ma non credo sia niente di buono. Eppure non se ne può fare a meno!

Non solo, vediamo sempre più spesso questi individui frenetici sulle nostre strade, ma sempre di più, anche nei nostri studi terapeutici. E’ interessante notare che questo comportamento, frequentemente emerge alla domanda: “Ma dove va a finire la sua rabbia?”. Allora, dopo vari “non so, non saprei, da nessuna parte, …..”, quasi per caso si fa riferimento alla propria intolleranza, al posto di guida.

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Solitudine di vita

category Disturbi e patologie Sabrina Costantini 3 Marzo 2010 | Stampa articolo |
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Solitudine di vita, suona come un abisso oscuro, misterioso e freddo, abisso in cui puoi cadere, perderti e rischiare di non tornare mai più. Una sorta di buco nero risucchiante, la cui forza centripeta supera ogni ferrea volontà!

La solitudine è un sentimento d’inquietudine forte, un senso di estraneità a sé, un disagio di fronte a noi stessi, un “dis-agio” non ben identificato, è un senso di tremolio e di indefinitezza sobbalzante allo stomaco, un senso di fragilità alle gambe e confusione alla testa. Non c’è nessuno intorno a noi, nessuno accanto a noi, non vediamo nessuno e non sentiamo nessuno, siamo completamente isolati in una piazza affollata, ci sentiamo incompresi in mezzo a tante orecchie, non sentiamo conforto di fronte a tante parole!

Non si sa bene cosa si sta sentendo, cosa pensare e come affrontare ciò che ci capita. E’ una condizione che alberga nelle nostre anime, ma difficile da afferrare e definire.

Nel mondo dell’arte si trovano sovente scritti ed opere che ne parlano, in modo più o meno  diretto. La ritroviamo sotto le vesti di una speranza ormai morta nella domenica del villaggio (Giacomo Leopardi), nel vuoto desolante del dopo bombe devastanti, di una guerra mondiale (Giuseppe Ungaretti), come nostalgia della terra natia (Ugo Foscolo), come costante ricerca di una musa ispiratrice alla stregua dell’amor cortese (Dante Alighieri). E non è forse la solitudine, l’orrore di un urlo muto, di una condizione angosciante, quella che s’intravede in modo inquietante, nella rappresentazione di Munch? Pensate poi alla solitudine kafkiana, di un uomo che si vede ridotto ad uno scarafaggio, relegato in un angolo della casa e della società, per poi essere spazzato via, proprio nel momento in cui smette di essere utile, produttivo e sfruttabile. Non resta più traccia di umanità!

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