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La transizione all’età adulta nei pazienti trapiantati: compiti evolutivi e sostegno alla crescita

category Psicoterapia Rosario Girgenti 28 Gennaio 2015 | Stampa articolo |
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ABSTRAT

Il trapianto di fegato pediatrico rappresenta una efficace strategia terapeutica per molte patologie epatiche infantili. Negli ultimi anni, grazie ai significativi progressi in campo medico e chirurgico, il trapianto epatico ha raggiunto percentuali di successo a lungo termine per patologie infantili fino a qualche anno fa dall’esito nefasto. Tale situazione implica che molti bambini, con patologie precedentemente mortali, oggi possono affrontare il loro percorso di crescita e raggiungere l’età adulta. Oltre i miglioramenti nelle strategie terapeutiche che tentano di ridurre sempre più gli effetti collaterali connessi al percorso post trapianto, risulta necessario valutare gli esiti del trapianto pediatrico sul percorso di vita, le ricadute sulla qualità della vita di questi pazienti e sulla loro capacità di raggiungere con efficacia i vari compiti di sviluppo effettuando un adeguato passaggio all’età adulta (Kelly, 2006). Il presente elaborato intende indagare il vissuto di malattia e l’atteggiamento rispetto alle cure di adolescenti sottoposti a trapianto di fegato. Nello specifico si vuole fornire una lente di lettura di ciò che accade al paziente trapiantato in quel delicato passaggio del ciclo di vita che va dall’infanzia all’adolescenza. Affinché il passaggio al mondo adulto si realizzi, risulta importante che anche la malattia e la sua gestione vengano ri-significati ed inseriti all’interno del percorso evolutivo. Quando ciò non accade assistiamo ad una serie di comportamenti messi in atto dal giovane paziente trapiantato per esprimere il suo disagio rispetto ad una condizione clinica che non gli appartiene. Una delle manifestazioni più frequenti di tale disagio è la non aderenza al regime terapeutico che altera, in alcuni casi, il percorso di cura del giovane stesso, condizionando anche l’esito del trapianto. L’articolo intende proporre una panoramica dei principali studi sull’argomento e una riflessione alla luce dell’esperienza accumulata dal Servizio di Psicologia Clinica ISMETT in quest’ambito.

PAROLE CHIAVE: TRAPIANTO, ADOLESCENZA, ADERENZA TERAPEUTICA, QUALITA’ Della VITA.

 

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PREMESSA

L’adolescenza rappresenta quella fase del ciclo vitale fondamentale per la costruzione del processo di individuazione personale. In questa fase la soggettività dell’adolescente è strettamente interdipendente da fattori cognitivo-emotivi e relazionali. Per comprendere la complessità dei meccanismi che accompagnano e scandiscono lo sviluppo dell’adolescente è necessario osservare la co-evoluzione reciproca dell´adolescente e quello del suo contesto interpersonale (M.Malagoli Togliatti, R. Ardone, 1993).

( Continua … )

Il medico, lo psicologo, l’equipe e i genitori del bambino malato/epatopatico: quale comunicazione?

category Psicoterapia Rosario Girgenti 13 Febbraio 2014 | Stampa articolo |
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Il lavoro svolto in ISMETT (Istituto Mediterraneo Trapianti e Terapia ad Alta Specializzazione – Palermo)  mira soprattutto al trattamento e alla cura di pazienti affetti da grave patologie per le quali risulta opportuno/necessario un trapianto d’organo. Oltre alla professionalità di ciascun membro dell’équipe che si esprime in un costante lavoro di aggiornamento volto a migliorare il proprio “saper fare”, si tende anche a porre notevole attenzione al proprio “saper essere” nella relazione con i vari pazienti. Ciò si traduce nell’impiego di una particolare cura a tutti gli aspetti che caratterizzano la relazione e, dunque, la comunicazione tra medico-paziente-familiari.

L’uso funzionale di una comunicazione, infatti, che tenga conto dei segnali verbali, non verbali e paraverbali, la capacità di decodificare tali messaggi, l’informazione retroattiva (feedback) inviata e recepita da entrambi gli interlocutori, possono permettere lo sviluppo di una comunicazione efficace (cfr.Zani B, 2000). E’ importante per tutti e, per il medico nello specifico, imparare ad osservare in sé stesso e negli altri, tali segnali, affinché la consapevolezza che i propri comportamenti possono influenzare gli altri, consenta un miglior uso dei segnali attraverso un’attività-modulazione che colga il feedback durante la comunicazione stessa. Riconoscere le proprie modalità abituali di interazione, quelle inefficaci e quelle efficaci, può consentire la costruzione di una buona competenza comunicativa attraverso l’uso consapevole e appropriato di una serie di tecniche di comunicazione. Per tanto, se il paziente dall’altra parte deve assumere un ruolo più attivo, la responsabilità di aiutarlo a fornire un maggior numero di informazioni, formulare domande di chiarimento o di maggiori informazioni e a sviluppare strategie di problem solving, ricade almeno in parte sul medico (cfr. Bara BG, 1999). In tal senso, la comunicazione tra il medico, il paziente e la sua famiglia non può che essere considerata come una funzione clinica fondamentale da non trascurare. Istaurando un processo di comunicazione interpersonale con il paziente, il medico può non solo ottenere delle utili informazioni per indirizzare il percorso diagnostico e terapeutico, ma anche suscitare un buon livello di soddisfazione e di consenso che finisca per incidere positivamente sui risultati clinici complessivi (cfr. “il Pensiero Scientifico Editore”, 2005). Se questo è valido in linea generale nel rapporto medico-paziente, lo diventa ancora di più con gli utenti che afferiscono all’ISMETT, partendo dal presupposto che la compliance è una delle componenti fondamentali perché un trapianto abbia un buon esito terapeutico.

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Gisella: Un caso clinico di disturbo ossessivo compulsivo

category Psicoterapia Rosario Girgenti 23 Novembre 2013 | Stampa articolo |
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Durata di trattamento: 1 anno.

Generalità del paziente: Gisella, 38 anni.

Inviante: La paziente mi viene riferita dai colleghi endoscopisti dell’ISMETT (Istituto Mediterraneo Trapianti e Terapia ad Alta Specializzazione, Centro ove lavoro) in evidenza di sospetta sintomatologia ansiosa. La paziente si presentata al Centro per un problema al colon.  Il medico di base aveva sospettato un tumore, quando trattatavasi di un problema di diverticoli.

Setting terapeutico: Ambulatorio ISMETT

DIAGNOSI secondo i criteri del DSM-IV-TR:

  • F42.8 Disturbo Ossessivo Compulsivo.

 

Descrizione Generale

Gisella, ha 38 anni, è minuta nel fisico, l’abbigliamento consono, risulta di aspetto gradevole.

È sposata da 20 anni. Il marito lavora presso una ditta  edile al nord e non lo vede da alcuni mesi.  Ha 3 figli (16 anni, 13 anni, 8 anni, tutti riferiti in buona salute).

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La donazione di organi: viaggio tra paure e realtà

category Atri argomenti Rosario Girgenti 20 Novembre 2013 | Stampa articolo |
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Il dibattito relativo alla donazione degli organi prevede, dunque, un approccio conoscitivo ed un panorama d’informazioni non solo a livello medico, ma anche psicologico e comunicativo. Infatti, a causa della denominazione stessa di “donazione degli organi”, gli individui non si immedesimano mai in chi potrebbe riceverli, ma piuttosto in chi li deve donare, accrescendo così la paura di una mancanza di compiutezza terapeutica nei loro confronti a vantaggio di qualcun altro.

La difficoltà a comprendere il concetto di morte cerebrale, rappresenta, per alcuni, una vera sensazione di rischio personale. Fanno, inoltre, da contorno una serie di notizie giornalistiche e di miti metropolitani che aumentano ulteriormente i timori sull’argomento. Per tali ragioni, potremmo partire, in tale ambito, dalla domanda: che cosa significa morire? La morte è la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, secondo la definizione universalmente accettata da chiesa, medicina e legge.

Da sempre, la morte s’identifica con la fine dell’attività cardiaca e con la cessazione del respiro: il cuore smette di battere, il respiro si ferma e prende avvio quel processo di decomposizione organica caratteristico del cadavere. Tuttavia i progressi tecnici hanno complicato la constatazione del fenomeno poiché rendono possibili le funzioni respiratorie e circolatorie, seppur in modo artificiale smentendo, così, il concetto secondo cui la cessazione di tale attività deve coincidere necessariamente con la morte.

Occorre, dunque, spostare l’attenzione da respiro e circolo, “centri della vita” secondo la tradizione millenaria, ad uno specifico organo che rappresenta il substrato essenziale della vita ed il cui danno irreversibile costituisce, da solo, il momento di compromissione dell’integrità dell’uomo come persona e quindi, il momento dell’evento morte. L’attenzione si sposta, dunque, su quello che è sempre stato il vero protagonista dell’arresto di circolo e di respiro: l’encefalo.

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Domenico: Un caso di allucinazione ipnagogiche infantile

category Psicoterapia Rosario Girgenti 16 Novembre 2013 | Stampa articolo |
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Durata di trattamento: 3 mesi.

 

Generalità del paziente: Domenico, 3 anni e 4 mesi. Frequenta la scuola materna.

Inviante: U.O. Pediatria/U.O. Chirurgia pediatrica ISMETT

Setting terapeutico: ambulatorio ospedaliero

Contratto terapeutico: viene concordato l’inizio del trattamento terapeutico con i genitori del bambino ai quali si spiega il percorso terapeutico secondo il modello teorico cognitivo comportamentale. Si sottolinea il fatto che il contributo dei genitori, trattandosi di un bambino, è di fondamentale importanza a livello prognostico. La frequenza degli incontri è fissata inizialmente a cadenza settimanale, periodicamente (circa ogni 15 giorni) viene richiesto un incontro con entrambi i genitori. Viene programmato un follow-up a distanza di 3 mesi dal termine della terapia e uno a distanza di 6 mesi.

 

PRIMO COLLOQUIO E STORIA EVOLUTIVA DELLA SINTOMATOLOGIA

La prima segnalazione mi viene sottoposta dalla responsabile della pediatria e dal responsabile dell’U.O. di chirurgia pediatrica dell’ISMETT (Istituto Mediterraneo Trapianti e Terapia ad Alta Specializzazione – Palermo). Ad essa segue un contatto telefonico da parte della madre del bambino. La signora riferisce che in Domenico da qualche giorno dopo la dimissione dall’ISMETT (avvenuta il 9 Settembre 2010) si sono determinati dei “fenomeni allucinatori” a ricorrenza quasi giornaliera (6 notti su 7), episodi mai determinatisi prima di allora.

Al primo incontro giungono entrambi i genitori (separatisi qualche settimana prima dell’intervento), visibilmente in ansia e decisamente preoccupati.

Sono puntali, l’abbigliamento è consono e si dispongono in maniera produttiva al colloquio.

( Continua … )