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È impossibile godere a fondo l'ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare. Jerome K. Jerome
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Il Pensiero Positivo

category Atri argomenti Rocco Berloco 3 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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Quando si ha un pensiero il nostro cervello produce una sostanza chimica che viene definita neuropeptide; quando una cellula del cervello vuole comunicare con un’altra produce un neuropeptide che si attacca alla cellula ricevente e viene inglobata in essa. Il nostro sistema immunitario è composto da monociti, cellule che hanno recettori per i neuropeptidi, questo significa che il nostro sistema immunitario intercetta i nostri pensieri, e molto spesso le cellule immunitarie producono neuropeptidi. Quindi c’è una grande connessione tra il pensiero e la salute, e possiamo dire che pensiamo con il corpo. La mente non è solo nel corpo, per esempio quando ci rilassiamo tutto il nostro organismo produce sostanze benzodiazepinico-simile ma senza effetti collaterali, e quando siamo nervosi tutto il nostro corpo produce sostanze eccitatorie, non solo le surrenali. Quando stiamo bene il nostro organismo produce immunomodulatori molto potenti e questo aumenta le barriere immunitarie. Le cause delle nostre felicità possono essere diverse, ma in ogni caso ci produrranno serenità e questa serenità si trasmette al nostro sistema immunitario, e quindi aumenta la nostra salute. Sono stati individuati circa 50 neurootrasmettitori che il nostro cervello può produrre su richiesta di un pensiero o di un’immagine mentale, una di queste per esempio è un antidolorifico 50 volte più potente della morfina, questo ci spiega perché in battaglia i soldati sopportano senza batter ciglio stimoli dolorifici estremamente alti, che in contesti differenti nessuno riuscirebbe a sopportare. O ancora per esempio alcuni ricertpori di Bolder, Colorado, hanno dimostrato come le emozioni positive fanno salire i livelli di DHEA (un ormone che favorisce il rinnovamento cellulare e combatte lo stress) e di IgA (anticorpi), mentre le emozioni negative provocano la riduzione di entrambi. Si pensa che una persona normale produca circa 60000 pensieri ogni giorno, di cui il 90% di essi sono uguali a quelli del giorno precedente. Questo significa che si creano continuamente gli stessi modelli psico-energetici. In altre parole se siamo legati a dei Modelli Cognitivi Limitanti questi sono il nostro vivere quotidiano e limitano oltre il nostro umore, anche le nostre capacità psico-fisiche ed il nostro stato di salute in senso lato. Facciamo qualche esempio. Basta pensare ai Giochi Olimpici: un tempo si pensava che fosse impossibile percorrere un miglio in 4 minuti. Nessuno riusciva a farlo e numerose teorie di ordine pseudo-scientifico avvaloravano questo Modello Cognitivo Limitante. Dopo che nel 1987 Roger Bannister riuscì nell’impresa dopo di lui un intero gruppo di perasone ottenne lo stesso risultato, e lo stesso si può dire con i 100 metri in meno di dieci secondi e quando nel 1992 Carl Lewis ottenne il risultato nella stessa gara sei atleti abbatterono la barriera. I Modelli cognitivi limitanti non sono innati, vengono generati da noi e da noi vengono trasmessi.

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Trattamento alimentare del paziente depresso

category Psicoterapia Rocco Berloco 2 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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Il trattamento alimentare del paziente depresso è di fondamentale importanza e di estremo interesse per il medico che si voglia occupare in maniera olistica del soggetto che ha di fronte. Tutti noi sappiamo che gli alimenti contengono una serie di minerali, di aminoacidi, di lipidi, etc e sarebbe estremamente miope pensare che queste sostanze una volta ingerite diventassero neutre o che non potessero essere utilizzate dal paziente. Oggi la depressione dal punto di vista pratico assume un ruolo importante dal punto di vista sociale sia per la sua alta incidenza sulla popolazione, sia per essere una delle più importanti fonti di suicidio. Detto questo ci sembra molto interessante citare alcuni studi a partire da quello della dottoressa Wurtman, del Massachusetts Institute of Technology, la quale  sostiene che aumentando con la dieta l’apporto di triptofano, aminoacido che superata la barriera ematoencefalica si trasforma in serotonina, si possono avere risultati interessanti in numerose forme di depressione. La stessa Wurtman in uno studio successivo con Fernstrom spiega come l’insulina endogena prodotta dopo l’assunzione dei carboidrati possa fare aumentare il triptofano ematico che poi oltrepassa la barriera ematoencefalica. Nei pasti ricchi di proteine e carenti in carboidrati, invece, l’abbondanza di GAEN (aminoacidi elettricamente neutri: tirosina, fenilalanina, leucina, isoleucina, valina) che giungono al cervello mediante lo stesso sistema di trasporto del triptofano si dimostrano competitivi ai danni di quest’ultimo. Il ruolo dell’insulina secondo Wurtman e Fernstrom sarebbe quello di ridurre la quantità di GAEN nel sangue senza antagonizzare anche il triptofano, anzi favorendone, a questo punto il suo trasporto, e la sua successiva trasformazione in serotonina. Il ruolo dei carboidrati nel soggetto depresso viene esaltato anche dal dottor Norman Rosenthal, ricercatore del National Institute of Mental Helth, che infatti  ha somministrato a due gruppi di volontari (uno formato da depressi e l’altro no) sei biscotti contenenti circa cento grammi di carboidrati, notando che dopo due ore l’umore dei componenti del primo gruppo era migliorato. Pure la dottoressa Bonnie Spring, docente di psicologia presso la Chicago Medical School individua i carboidrati come ottimi “sedativi”, infatti dopo aver somministrato ad un gruppo di volontari di diverso sesso e in buona salute due pasti differenti, uno a base di carboidrati e l’altro ricco di proteine, e dopo aver sottoposto loro un test per valutare la qualità dell’umore e lo stato di vigilanza, ha potuto notare come quelli che avevano assunto carboidrati apparivano più tranquilli e rilassati due ore dopo il pasto.  Il dottor Young della McGill University ha evidenziato che in soggetti depressi c’è una carenza di acido folico: il deficit di folacina causa una riduzione dei livelli di serotonina; infatti provocando sperimentalmente uno stato carenziale di folati per cinque mesi in un gruppo di volontari sono apparsi sintomi caratteristici quali la sonnolenza, l’irritabilità, la riduzione della memoria, tutti scomparsi riportando l’acido folico a valori ottimali. Young è anche convinto che la quantità di folati necessari per ridurre i sintomi depressivi si aggiri tra 200 e 500 microgrammi al giorno, quantità normalmente raggiungibile con una sana ed equilibrata dieta.

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Omeopatia, terapia del futuro

category Altre terapie Rocco Berloco 1 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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Voglio raccontare una storia, forse quella più affascinante, e quella che maggiormente ha rischiarato il cielo della medicina olistica. Voglio raccontare la storia di Samuel Christian Friedrich Hahnemann, del dott. Hahnemann. Nasce in Sassonia, allo scoccare della mezzanotte del 10 aprile 1755 da un decoratore di porcellane. Il padre gli  aveva prospettato una vita da commerciante, ma i suoi insegnanti riconoscendo in lui una spiccata propensione per lo studio lo accettarono gratuitamente a scuola. Studiò e studiò medicina fino al 10 agosto 1779 quando ad Erlangen discusse la tesi dal titolo “Valutazione dell’eziologia e terapia delle affezioni spastiche.” Hahnemann divenne un buon medico, un medico con lo studio sempre pieno, ma un qualcosa lo rendeva insoddisfatto: non riusciva a guarire veramente i suoi pazienti. Non si poteva continuare a somministrare purganti e salassi. Riprese a studiare ancora, chimica, traduzioni di argomento medico. Una traccia importante la lascia la materia medica dello scozzese Cullen. Comincia la sua ricerca e la sua sperimentazione sulla corteccia di china fino al momento in cui formula la tesi che una sostanza sia in grado di curare i sintomi che essa è in grado di procurare. Nel 1790 sperimenta questa tesi con successo e da lì continua la sua ricerca, il suo percorso, il suo lungo viaggio verso una medicina dolce, energetica, vibrazionale, una medicina che non sopprime i sintomi, ma che riequilibra energeticamente l’organismo. Ma non dobbiamo immaginare Hahnemann come una “vox clamans in deserto” quella è un’epoca in pieno fermento culturale e le diatribe maggiori sono tra i propugnatori dell’importanza dell’infinitamentente piccolo in medicina, ovvero il batterio ed i sostenitori del “terreno” individuale. Perché una malattia possa attecchire c’è bisogno principalmente di un organismo, quindi un ” terreno” favorevole. Non c’è batterio tanto potente da poter sconvolgere un organismo sano ed energeticamente equilibrato. Ma in questa storia compare Pasteur, e la Storia, quella con la “S” maiuscola darà ragione a lui,  tutti gli studi e gli orientamenti futuri saranno improntati alla ricerca dell’infinitamente piccolo. E la Medicina prosegue in quella direzione, ma c’è qualcuno che ha giurato averlo sentire dire sul letto di morte: “Il batterio è niente, il terreno è tutto”, ma anche questa è un’altra storia. Ma torniamo all’omeopatia e a quelle palline bianche di zucchero che vengono fuori da un tubulo piccole e discreto: i granuli. Il principio dell’omeopatia sta in quel famoso aforisma: “similia similibus curentur” ovvero il simile si cura con il simile.

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Fiori di Bach, terapia di modulazione

category Altre terapie Rocco Berloco 1 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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La floriterapia è una disciplina che intende curare l’uomo con delle essenze floreali. In questa sede ci soffermeremo solo sui trentotto fiori scoperti da Edward Bach durante la sua breve ed intensa vita, non tenendo conto di tutto il vasto panorama attuale che comprende le più svariate gamme, da quelli californiani a quelli francesi, da quelli italiani a quelli australiani, da quelli indiani a quelli dell’Alaska. La loro azione non si svolge a livello recettoriale, ma in un campo più alto, e cioè a livello energetico.

Per riuscire a comprendere a pieno il meccanismo d’azione dei fiori di Bach dobbiamo dire qualche parola circa il modello psicosintetico di Roberto Assaggioli, il quale postula tre livelli di inconscio: superiore, medio ed inferiore. Quest’ultimo sarebbe un grande serbatoio istintuale, un vero Acheronte di pulsioni e conflitti rimossi, molto difficilmente estrapolabili da tale contesto per portarli a livello dello stato di coscienza. In una parola ci troviamo in quello che per Freud è l’inconscio. L’inconscio superiore contiene invece quelli che possono essere dei veri e propri imperativi etici, delle qualità non ancora espresse, degli archetipi che la Chiesa può identificare con le virtù, Platone, invece, con il mondo delle idee. Per Jung il sé. Nell’inconscio medio, invece, troviamo dei contenuti facilmente accessibili al campo di coscienza, che non è altro che la nostra realizzazione personale, o per essere più precisi quello che Freud identifica con l’Io. In questa modello definito anche l’ovoide di Assaggioli, perché il modello psicosintetico è postulato con tale forma e delimitato da linee tratteggiate, quindi potenzialmente influenzabili dall’esterno (da altri ovoidi, quindi altre personalità) ma anche aperto e dinamico al suo interno noi possiamo immaginare il funzionamento del fiore di Bach. Il fiore, dunque, aiuta a portare nel campo di coscienza (Io) le alte qualità, gli archetipi, le virtù del Sé (inconscio superiore) modificando gli aspetti negativi dell’Io. In altre parole, volendo illustrare il meccanismo d’azione dei fiori di Bach possiamo dire, che agiscono sul Sé, stimolando stati mentali positivi. Volendo illustrare come, possiamo dire che noi al paziente non diamo un farmaco, ma una vibrazione, una frequenza: una frequenza da assumure quattro volte al giorno per os!

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