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Pet Therapy: Zooantropologia e Dimensioni di Relazione

category Atri argomenti Roberto Marchesini 2 Febbraio 2010 | Stampa articolo |
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Da molti anni ormai si parla del significato terapeutico del rapporto con l’animale nelle diverse applicazioni assistenziali che hanno dimostrato evidenze scientifiche, cosicché le ricerche pionieristiche degli anni ’60 condotte da Boris Levinson non sono più una novità. E tuttavia non basta affermare che la presenza del pet “fa bene” altrimenti rischiamo di cadere in visioni magiche e taumaturgiche dell’animale quali si possono rinvenire nei racconti popolari: “se vuoi guarire da un’artrosi prendi una rondine in mano e toccati sulla parte malata”. D’altro canto questa versione naïf della terapia assistita è facilmente divulgabile e in un contesto mediatico di banalizzazione del rapporto con gli animali ci sta la possibilità che l’ennesima rubrica consigli l’adozione di un pet per curare i disturbi del figlio o migliorare il tono cardiocircolatorio dell’anziano. Va subito smentita questa interpretazione: l’animale non è una medicina o un ricostituente, bensì un soggetto relazionale che quando entra nelle nostre case richiede un preciso impegno di affiliazione, cioè di introduzione corretta nella sistemica familiare. Pensare di adottare un animale per avere un beneficio terapeutico è già un modo sbagliato per iniziare la relazione affiliativa o di proprietà (pet-ownership) che, viceversa, chiede uno slancio disinteressato e una piena assunzione di responsabilità. Inoltre per apportare un beneficio è necessario affrontare i problemi specifici del paziente attraverso attività mirate per cui, mentre un bambino iperattivo richiede attività di relazione calmanti e strutturanti, un anziano depresso e solipsistico ha bisogno di attività che stimolino le leve motivazionali. Se lasciamo il paziente relazionarsi in modo spontaneistico con l’animale è più facile che emergano attività di relazione che non migliorano il suo stato o addirittura lo peggiorano, per esempio un bambino iperattivo farà giochi eccitatori mentre un paziente schizofrenico si produrrà in giochi di finzione. Non è vero che l’animale per le sue caratteristiche di appeal o di facilità relazionale (non giudica, non è in competizione, ha molti canali di comunicazione, offre argomenti di base) faccia sempre emergere ed eserciti ciò che c’è di meglio nella persona o dia modelli utili al suo miglioramento.

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Pet Therapy

category Atri argomenti Roberto Marchesini 7 Gennaio 2010 | Stampa articolo |
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Le attività coterapeutiche assistite dagli animali stanno conoscendo una stagione di accresciuto interesse non solo dai media ma dalle stesse strutture socio-assistenziali con nuove possibilità di impiego per coloro che vogliono investire in questo settore occupazionale. Alcune cautele tuttavia sono d’obbligo se non si vuole perdere questa importante opportunità. Troppe fandonie circolano su giornali e periodici, spesso ripetute pedissequamente da improvvisati relatori nei convegni, i quali ritengono che in fondo la pet therapy sia una sciocchezza e quindi non richieda una specifica preparazione. Si sente perciò affermare che gli animali fanno bene perché emanano energie positive o assorbono la negatività (in un delirio taumaturgico da far impallidire i seguaci della new age), che la sola vicinanza del cane abbasserebbe la pressione sanguigna (e solo chi non ha mai avuto un cane può dire una tale idiozia), che l’animale fa bene perché stimola emozioni (ma anche la paura, il disgusto, la rabbia, la gelosia sono emozioni), che l’animale porta fuori ciò che di meglio c’è nella persona (e questo non ha bisogno di commenti e ben lo sanno i medici veterinari), che l’animale fa bene perché non giudica, non pone vincoli, non è in competizione insomma dà campo espressivo (ossia delirio allo schizofrenico, gioco eccitatorio all’iperattivo, comportamento di scherno e violenza da parte del bullo). Questo sovente porta una famiglia ad adottare un cane per il figlio autistico o a inserire degli animali all’interno di centri di salute mentale, con risultati ovviamente disastrosi. Chi parla di pet therapy in questo modo non è interessato a questo ambito di lavoro, non ci crede e non intende applicarsi seriamente, ma semplicemente cavalca una moda e per farlo in modo agevole ne parla in modo demagogico e acritico. Le attività coterapeutiche assistite dagli animali, banalmente definite pet therapy, sono servizi che richiedono un’alta competenza e un’onestà di fondo, basata sul sapere che prodotto si offre e quali sono le leve per differenziarlo a seconda dei bisogni dell’utenza.

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Pedagogia Cinofila

category Atri argomenti, Tesi di laurea Roberto Marchesini 23 Luglio 2009 | Stampa articolo |
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La parola “educazione” in cinofilia viene spesso confusa con disciplina, ma questi due termini in pedagogia – la scienza che si occupa di dare un indirizzo allo sviluppo dei giovani – hanno significati profondamente diversi che occorre conoscere soprattutto se ci si vuol fregiare del titolo di “educatore”. Educare deriva da ex-ducere, letteralmente portare fuori ovvero consentire il pieno sviluppo nei due sensi: 1) di corrispondenza, vale a dire di piena acquisizione dell’identità di specie; 2) di correlazione, ossia di rispecchiamento dei vincoli e delle opportunità offerte dal contesto di vita. L’educazione è perciò il processo che realizza il carattere del cane, nel suo essere equilibrato, armonico, coeso, arricchito, conforme, adattabile, prosociale. La disciplina invece ha un altro obiettivo, sempre riferibile al benessere del cane, ma più indirizzato alla capacità integrativa del quattrozampe. Diciamo subito che disciplinare significa impostare dei comportamenti controllati che facilitano la vita del cane, il suo coinvolgimento in tutte le situazioni, accrescendo il tempo che il pet-owner può trascorrere insieme al suo fedele amico. Una precisazione: disciplinare non vuol dire: a) schiacciare il cane con un comportamento troppo assertivo o nevrotico; b) eccedere nel tecnicismo nell’interazione con lui e avere un rapporto freddo; c) pretendere l’assoluta obbedienza del cane e controllare tutte le sue espressioni. Ci sono peraltro degli stili del proprietario che contrastano lo sviluppo di disciplina. Certe persone, per esempio, ritengono che il cane non vada corretto nelle sue espressioni, vuoi per un’idea sbagliata di libertà o di naturalità vuoi perché preferiscono confinare il cane nel giardino o comunque non coinvolgerlo nella loro vita. Altri proprietari hanno una relazione proiettiva con il cane, ossia lo utilizzano per accontentare particolari bisogni, il che significa non impegnarsi nel rapporto. Per alcuni è un figlio quindi amano assecondarlo, per altri è un gioco quindi sono portati a eccitarlo, per altri ancora è una mascotte per cui quanto più è pittoresco e smodato tanto meglio è. Ci sono poi dei proprietari che mancano di coerenza e continuità e ancora una volta i motivi possono essere i più disparati: in famiglia non tutti la pensano allo stesso modo, la persona ha sbalzi d’umore, il rapporto è ristretto a ritagli di tempo.

( Continua … )