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[Citazione del momento]
Un proverbio per te non sarà mai tale finché la vita non te lo avrà illustrato. John Keats
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Monica Vivona

category Gli autori Monica Vivona 2 Dicembre 2007 | Stampa articolo |
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Dott.ssa Monica Vivona
Psicologa – Consulente – Formatrice

Servizi:
- Consulenze e sostegno psicologico ad adulti e minori, alla coppia, al gruppo
familiare
- Valutazioni psico-diagnostiche
- Intervento in situazioni di disagio specifico
- Orientamento scolastico e professionale
- Corsi e percorsi su: comunicazione efficace e assertiva, autostima, crescita
personale

Studio:
Roma: Via di Sant’Erasmo 22
Ancona: Corso Garibaldi 144
Senigallia (An): Via Gioberti 37

Tel. 347.2764240
Email. mvivona [@] quiedora [.] net
Web. www.quiedora.net

ATTACCAMENTO E CONFIGURAZIONE DEL SÉ

category Psicologia Monica Vivona 2 Dicembre 2007 | Stampa articolo |
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Compito dei genitori è donare due cose ai figli:
le radici e le ali
(Proverbio del Quèbec)


1. Attaccamento
Dalle attuali ricerche condotte in ambito psicosociale, emerge l’immagine di un bambino attivo e protagonista del suo sviluppo.
Il bambino fin dalla nascita è capace di instaurare relazioni (seppur asimmetriche, rispetto all’adulto caregiver). Fin dalla nascita il bambino svolge un ruolo attivo nel definire la sua relazione con il caregiver: è coinvolto in uno scambio interattivo e si dimostra capace di autoregolare i suoi comportamenti attraverso meccanismi di feedback con coloro che interagiscono con lui.
I neonati sono dotati di requisiti percettivi e di strutture temporali (ritmi nell’alimentazione, ritmo sonno-veglia) deputati a consentire loro il contatto con l’adulto di riferimento.
Gli studi di Bowlby e dei suoi collaboratori hanno evidenziato come il legame iniziale che ogni bambino instaura con la propria madre dipenda da un bisogno innato di entrare in contatto con gli appartenenti alla propria specie, il comportamento di attaccamento è quel comportamento che il bambino manifesta verso un adulto di riferimento, che ritiene in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diviene evidente ogni volta che il bambino è spaventato, stanco, malato, e si attenua quando riceve conforto e cure.
Se l’obiettivo esterno del sistema di attaccamento è quello di garantire la vicinanza con il caregiver, quello interno è di motivare il bambino alla ricerca di una sicurezza interna.
Il compito biologico e psicosociale dell’adulto caregiver è quello di essere una base sicura per il bambino, da cui il bambino si possa affacciare verso il mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo che sarà accolto, nutrito, rassicurato, confortato. Quindi il ruolo del caregiver è quello di essere disponibile e responsivo quando chiamato in causa, intervenendo solo quando è necessario.
( Continua … )

Training Autogeno

category Psicoterapia Monica Vivona 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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Il training autogeno è una tecnica di rilassamento psico-corporeo, nata in ambito medico agli inizi del 1900. Permette di raggiungere un elevato stato di rilassamento della mente e del corpo, ed è utile per curare disturbi organici e psichici, aumentare il benessere e l’equilibrio.
Permette di:
combattere lo stress,
combattere l’astenia,
allentare le tensioni muscolari.

E’ utile nella cura di:
ansia,
insonnia,
manifestazioni somatiche,
gastrite,
emicrania, ecc ( Continua … )

La richiesta di aiuto

category Psicologia Monica Vivona 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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La richiesta d’aiuto nasce quando la persona si trova di fronte a problemi che non gestisce bene.
Ciò può causare disagi personali (insoddisfazione, stress, ansia, depressione, manifestazioni psicosomatiche), problemi relazionali o lavorativi.
A volte può succedere che ciò che fino a ieri aveva funzionato, ad un certo punto non vada più bene, perché la situazione può essere diversa, oppure perché il risultato non ci soddisfa più, oppure perché rappresenta uno sforzo eccessivo e richiede un prezzo troppo alto.
Nonostante il disagio avvertito, chiedere aiuto è comunque difficile. Spesso ci si arriva quando sono passati anni di dolore, insoddisfazione, angoscia.
A volte succede di accorgersi che abbiamo bisogno di un aiuto, di qualcuno che ci ascolti.
Ma forse è troppo doloroso ammettere che abbiamo bisogno di ricorrere all’aiuto di un’altra persona, oppure temiamo di non reggere le conseguenze di intraprendere un cammino verso una maggior conoscenza di noi stessi, oppure non possiamo permettere un cedimento alla nostra immagine di persone efficaci e che bastano a se stesse, quindi ricacciamo indietro la possibilità di scegliere ciò che ci può rendere felici, rassegnandoci a non far nulla per cambiare.
Altre volte sono i pregiudizi che ci bloccano, come quando ci diciamo che chi ha bisogno di aiuto psicologico sono solo i “disturbati” mentali. Altre volte ancora, una errata connessione causale ci inganna, come quando attribuiamo l’origine di un disagio a fattori fisiologici, facendo ricorso a prescrizioni mediche e sottovalutando la componente psicologica del disagio, lasciandolo inascoltato e sviando dall’affrontarlo. ( Continua … )

La comunicazione efficace

category Psicologia Monica Vivona 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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La comunicazione interpersonale sembra qualcosa di banale, familiare, perché è qualcosa che tutti sanno fare, che si fa quotidianamente, che non necessita di essere esplorata… in realtà nasconde una struttura ben più complessa.
Per utilizzare una metafora si può dire che i fenomeni comunicativi sono come un parco che si ha l’abitudine di attraversare quotidianamente: lo si vede tutti i giorni e ai nostri occhi la vegetazione appare un insieme di forme che si confondono in una tavolozza di sfumature e colori, cogliamo un unicum quasi indistinto.

Ma un botanico o un giardiniere può individuare centinaia di specie vegetali diverse, può capire cosa rende armonico o equilibrato l’insieme e cosa no.
Questo articolo vuole stimolare ad osservare e scoprire cosa si nasconde dietro una “banale” comunicazione quotidiana, in cui siamo immersi tutti i giorni.
Partiamo dal primo assunto della teoria della comunicazione, elaborato dalla scuola di Palo Alto, che afferma che è impossibile non comunicare. L’uomo non è un pianeta isolato dagli altri, anche quando è silenzioso. Comunichiamo sempre qualcosa, anche quando pensiamo di non farlo, perché ogni comportamento è c., invia messaggio agli altri, che lo si voglia o no. Ad esempio, immaginiamo un uomo che guarda fisso davanti a sé, con un’espressione assorta, mentre fa colazione in un bar affollato: sta comunicando che non vuole che gli si rivolga la parola, di solito gli altri capiscono e non disturbano. Questo è stato comunque uno scambio comunicativo.
La comunicazione non è esclusiva della specie umana, Un gruppo di studiosi ha studiato attentamente il sistema di danza delle api: attraverso il modo di volare queste trasmettono alle loro compagne accurate informazioni su distanza, direzione di volo, dislocazione e qualità del cibo. Questo è un sistema di comunicazione, comunque, che riguarda esclusivamente il cibo. ( Continua … )

Il bullo e il bullismo

category Psicologia Monica Vivona 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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Definizione e etimologia: “E’ malvagio. Quando uno piange, egli ride. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro”. Così Edmondo de Amicis ci dipinge il “bullo” Franti nel libro Cuore.
Ma chi è il bullo? Cercando i sinonimi del termine troviamo: delinquentello, giovinastro, bravaccio, smargiasso, teppista, borioso, gradasso, sbruffone, spaccone, vanaglorioso, ragazzaccio, malandrino, vandalo.
Nonostante non si trovi nei dizionari storici, “bullo” è una parola antica che risale al Rinascimento. Tommaso Garzoni, erudito nato a Bagnacavallo, la usò in una sua opera, “La piazza universale di tutte le professioni del mondo” pubblicata a Venezia nel 1585. In quest’opera, il termine bullo era affiancato a «bravazzi, spadaccini e sgherri di piazza».
Il primo a registrare questo termine in un dizionario è Alfredo Panzini: lo definisce voce romanesca che sta per “smargiasso, bravaccio, teppista”.
Il significato della parola dunque si associa all’inizio ad un’idea di violenza organizzata e ad un concetto di isolamento ed estraneità, di prevaricazione e di prepotenza.
Poi nel Novecento il significato si attenua: indica per lo più soltanto un giovane arrogante.
Non solo. Nel secolo scorso si trova in letteratura, con Pasolini, persino un vezzeggiativo: bulletto di provincia. ( Continua … )