Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Se solo l’avessi saputo, avrei fatto l’orologiaio. Albert Einstein
Viagra online

Archivio Autore

SNC: antidepressivi / trattamenti per la depressione

category Disturbi e patologie Mauro Acierno 17 Settembre 2016 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Esiste un’ipotesi eziologica per l’insorgenza della depressione come patologia, secondo cui il deficit di queste neuroammine causerebbe l’alterazione delle funzioni da loro regolate. Da questa ipotesi sono nate due categorie di farmaci, MAO-inibitori e TRICICLICI, con diverso meccanismo d’azione, ma medesimo effetto farmacologico, ovvero il potenziamento della trasmissione noradrenergica e serotoninergica. Questi farmaci si sono dimostrati utili, ma non sufficienti: l’effetto antidepressivo compare dopo settimane di trattamento, sebbene la trasmissione neuronale venga ripristinata dopo poche ore dalla somministrazione. Il motivo di questa incongruenza ce lo spiega la seconda ipotesi formulata dagli studiosi, l’ipotesi neurotrofica della depressione; secondo questa teoria, la depressione è causata non esclusivamente dal deficit neuroamminergico, ma altresì da: alterazioni nell’espressione dei recettori di questi neurotrasmettitori, alterazioni nei meccanismi di trasduzione a livello del cytosol e alterazioni durante l’espressione genica di fattori neurotrofici; queste ultime causerebbero fenomeni di neuro degenerazione, in quanto ridicono la plasticità e la sopravvivenza neuronale. Gli antidepressivi di seconda generazione tendono e ridurre tali fenomeni inducendo neurogenesi, ovvero ripristinando la funzione dei neuroni danneggiati; ma anche in tal caso occorrono settimane di trattamento prima che l’effetto si esplichi.

Classificazione degli antidepressivi.

Inibitori delle MAO: inibitori irreversibili delle mono-ammino-ossidasi, enzimi degradativi delle monoammine neuronali: ciò permette ai neurotrasmettitori di essere continuamente rilasciati, senza però subire una degradazione. Gli IMAO di prima generazione sono irreversibili, quelli di seconda generazione presentano invece alcuni membri con caratteristiche di inibitori reversibili e con minor effetti collaterali rispetto ai primi. Tuttavia presentano un uso limitato perché sono epatotossici e richiedono una somministrazione frequente ed una dieta povera di alimenti contenenti tiramina.

( Continua … )

Dall’invecchiamento cerebrale alla demenza di Alzheimer

category Disturbi e patologie Mauro Acierno 28 Gennaio 2016 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Perché si invecchia?

L’invecchiamento può essere definito come un processo biologico comune a tutti gli organismi viventi che si realizza in modi estremamente variabili nelle varie specie, inizia in tempi diversi nei vari organi ed apparati provocando modificazioni quantitative e qualitative delle funzioni biologiche.

L’essere umano, in particolare, che esprime il massimo delle sue potenzialità intorno ai 30 anni inizia poi un progressivo e lento decadimento che non rappresenterebbe una limitazione per la vita fino ai 110-120 anni (cellule prelevate a novantenni e poste in coltura si dividono ancora da 10 a 15 volte). Questi scadimenti funzionali, che si verificano in assenza di malattie, si possono configurare come autentici “cambiamenti dovuti all’età” o semplicemente come “invecchiamento fisiologico”.

Per alcuni tessuti i segni dell’invecchiamento si manifestano abbastanza precocemente (ad esempio le rughe della cute) per alti invece sono tardivi (come accade nel caso del cristallino che, quando si

opacizza, provoca la comparsa della cataratta).

Tale processo può essere accelerato (invecchiamento patologico) a causa di malattie dell’organismo, per l’intervento di sostanze tossiche ambientali o di fattori di usura fisiologici (ad es. radicali liberi).

L’invecchiamento sembra quindi geneticamente programmato per ogni singola cellula (invecchiamento fisiologico) non conosciamo però con precisione le cause di questo progressivo decadimento e non sappiamo se possa essere manipolato.

Fra le varie teorie formulate al riguardo è al DNA (molecola che contiene le informazioni che regolano il funzionamento e la vita delle cellule) che si rivolge l’attenzione per arrivare ad una adeguata spiegazione dell’invecchiamento fisiologico, mentre vengono chiamati in causa vari fattori esogeni per spiegare una alterazione del normale processo di invecchiamento (invecchiamento patologico).

L’Acido desossiribonucleico (DNA), molecola che contiene le informazioni che regolano il

funzionamento e la vita delle cellule, oltre a guidare la riproduzione (con il continuo rinnovo delle

stesse) guiderebbe il processo di invecchiamento.

( Continua … )

Il Trattamento non farmacologico del Disturbo di Panico

category Psicoterapia Mauro Acierno 16 Luglio 2015 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Terapie cognitive e comportamentali

Le terapie comportamentali pongono al centro dell’intervento clinico il

comportamento osservabile del paziente in relazione al suo ambiente. Le

terapie cognitive, invece, puntano l’attenzione sulla conoscenza che il

paziente ha di sé, degli altri e della realtà esterna in generale, in modo da

facilitare la revisione dei modelli conoscitivi correlati alla sofferenza

emozionale ed ai comportamenti disadattativi. Sia le terapie

comportamentali che le terapie cognitive prendono origine

dall’intenzione di applicare alla psicoterapia le teorie, i metodi ed i

risultati della psicologia sperimentale. A partire dagli anni ’60 un numero

sufficientemente ampio di psicoterapeuti si impegnò a creare un ponte tra

psicologia sperimentale e cura psicologica dei disturbi psichiatrici. Dal

momento che, in quegli anni, la ricerca di base in psicologia era dominata

dalla teoria e dalla prassi sperimentale nota come comportamentismo

(behaviorism), le prime tecniche terapeutiche si concentrarono sul

comportamento osservabile, e presero il nome di terapia del

comportamento (behavior therapy).

( Continua … )

Anche un po’ di depressione è troppo

category Psicologia Mauro Acierno 23 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Dopo essersi dedicati alle cose e alle persone amate, dopo aver portato a compimento i progetti mondani, dopo aver collezionato successi e fallimenti, sopraggiunge il momento della meditazione sulla propria vita, cercando di cogliere in essa un ordine e un significato all’interno di un ordine e di un senso più vasti e trascendenti. E’ il momento dell’affermazione dignitosa della propria individualità e del proprio stile esistenziale, che si riconosce diverso da quello degli altri, con cui si mantiene un rispettoso rapporto di tolleranza, ma senza avere il bisogno di essere accettati e di piacere. La propria diversità e il senso di compiutezza della propria persona, costituiscono il patrimonio dell’anima di ogni individuo che abbia raggiunto questa fase del ciclo vitale. Subentra però a questo punto anche la disperazione rispetto all’esistenza propria e alla vita in generale, che ci mette di fronte alla cruda realtà della morte. I bilanci esistenziali sono infatti momenti drammatici, in cui si cede alla potente tentazione di rimpiangere ciò che non è stato e che invece avrebbe potuto essere, si prova nostalgia per un passato che crediamo migliore di quanto in realtà sia stato, poiché viene ammantato di ideali e di desideri inappagati, si realizza che la propria vita è andata secondo certe direttive consce e inconsce e non c’è più tempo e più modo di rimediare e di cambiare. Sono momenti di intensa solitudine in cui la realtà della morte induce un sentimento di separazione e di allontanamento da tutto e tutti. E’ qui che si instaura una forma di depressione relativamente forte!

La depressione colpisce più di 34 milioni di persone di tutte le età ogni anno. Si afferma che le stime di prevalenza di sintomi depressivi clinicamente rilevanti varia dal 10% al 15%. Un dato allarmante visto che, con l’invecchiamento della popolazione, tenderà ad aumentare (Sexton et al., 2012). La depressione a esordio tardivo si riferisce a uno stato che si verifica per la prima volta in una persona anziana (dopo i 65 anni). Anche se quest’ultima non è una parte normale del processo di invecchiamento, può sopraggiungere e deve essere trattata o può portare a disabilità e aumento della mortalità. Essa colpisce tutto il corpo, così come l’umore e pensieri. Di seguito è riportato un elenco dei più comuni sintomi, secondo il National Institute of Aging:

( Continua … )

Transizione alla genitorialità: i contributi psicodinamici

category Psicologia Mauro Acierno 10 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

La gravidanza e la nascita di un figlio, “turning point” nello sviluppo dell’identità femminile e nella vita di una coppia, comportano una profonda crisi “maturativa” di rimaneggiamento e riordinamento psichico alla ricerca di nuovi equilibri (Ammaniti, 1992). La transizione alla genitorialità delinea un processo di profonda trasformazione che riattiva rappresentazioni mentali strettamente legate alla precedente storia relazionale, dalle quali si riaffacciano le passate esperienze di attaccamento con le proprie figure genitoriali ed i vissuti di accudimento esperiti durante l’infanzia (Di Vita, Brustia, 2008).  Il tempo della gravidanza è fondamentale per i futuri genitori al fine di creare uno spazio fisico e mentale, che dovrà ospitare le rappresentazioni di sé come madre, del proprio partner come padre e del futuro bambino: in questo lungo e complesso processo di elaborazione “si snoda il tema dell’identità” genitoriale, di genere e familiare (Di Vita, Giannone, 2002).

Per la donna è evidente che la realtà biologica e psichica della gravidanza comportino una trasformazione della sua immagine corporea, “il corpo vissuto e il corpo reale”, e del sentimento di identità, che si attua in un processo di duplice individuazione di sé, “come figlia di fronte alla propria madre, come madre di fronte al proprio figlio” (Racamier, Taccani, 1986, p. 57), e nello stesso tempo di accettazione del figlio separato da sé. Tale processo di doppia individuazione avviene anche per l’uomo, che è figlio del proprio padre e nello stesso tempo diviene padre, anche se egli non vive i cambiamenti corporei e psichici e le ansie intense e complesse legate alla trasformazione del corpo e al parto. A lui spetta il compito non facile di sostenere il percorso della gravidanza, poi quello di favorire la relazione madre-bambino e il comportamento esplorativo successivo del bambino, attraverso il sostegno alla donna, la collaborazione e l’accudimento, ma ciò è possibile solo se anche il futuro padre avvia il lavoro psichico di profondo rimaneggiamento e ritrascrizione del proprio scenario rappresentazionale. L’adattamento a questi mutamenti può rappresentare un processo complesso, nel quale possono aprirsi scenari di fragilità psicologica, sia individuali che di coppia, che la letteratura ha ben analizzato negli ultimi decenni.

( Continua … )

La Vitiligine: correlazione della malattia con stati depressivi o con manifestazioni reattive di ansia

category Atri argomenti Mauro Acierno 4 Febbraio 2015 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Questo articolo intende approfondire il tema della Vitiligine e la correlazione di questa malattia autoimmune con stati depressivi o con manifestazioni reattive di ansia. L’argomento mi è molto a cuore dato che, purtroppo, anche io ne sono affetto.  E’ da ormai un anno, o forse più, che sono in cura presso l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata; la situazione inizialmente circoscritta a piccole macchie sulle mani, sul volto e nelle zone genitali oggi è diventata più seria. Ne sono nate di nuove e quelle che già erano presenti hanno visto un’enorme espansione, allargandosi in senso centrifugo. Da qui l’interesse a trattare nel mio lavoro questo problema che oggigiorno colpisce moltissime persone e le rispettive famiglie.

L’auspicio è di aiutare chi, come me, ha avuto difficoltà ad imparare a convivere con queste macchie discromiche che chiamo “straniere”.

Secondo Rordam la Vitiligine è uno dei più comuni disturbi dermatologici. E’ una malattia cronica e generalmente progressiva, non infettiva e non contagiosa, che si presenta, in forma leggera, prima dei 20 anni di età. E’ una malattia di cui si ha notizia già nei testi sacri indiani vecchi di circa 2000 anni fa, ed anche negli antichi romani dove Lucio Cornelio Silla parla di una “faccia mora aspersa di farina”. Nel tardo medioevo si pensava che lebbra e vitiligine fossero la stessa cosa: solo grazie a Jean Louis Alibert e alla sua opera avanguardista “Monographie des dermatoses”, edita nel 1835, il disturbo qui preso in esame si è distinto come malattia dalle caratteristiche proprie. Le peculiarità della malattia sono così definite, aprendo la strada a nuove ricerche sempre più precise.

Rordam esordisce nel suo articolo affermando che la vitiligine appare come una ben circoscritta ipopigmentazione (macchie bianche), dovuta alla distruzione autoimmune dei melanociti; mancando dunque il produttore della melanina viene meno questo pigmento e la zona di cute assume il suo colorito base: il bianco. Le aree maggiormente colpite sono il viso ed il dorso delle mani, ovvero le aree più esposte ai raggi ultravioletti. Negli anni molti studiosi hanno cercato di spiegare le cause della Vitiligine: Rordam, Arycan, Iyenger e Park la classificano come malattia autoimmune. Altri invece la ritengono genetica, dato che si può ritrovare nel 30% dei casi in famiglia un altro soggetto malato. Molte sono le malattie che vengono correlate alla vitiligine come, ad esempio, il diabete, l’iper/ipotiroidismo e la celiachia.  Indubbiamente nell’eziopatogenesi della vitiligine concorre una pluralità di fattori; una specifica branca della medicina, la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) studia appunto le interazioni tra psiche, sistema nervoso, sistema immunitario e cute; in molti hanno fatto riferimento alla stretta relazione tra la pelle e la psiche. Il lavoro di ricerca di Manzoni et al. 2013 ha evidenziato come dalla formazione dell’io la pelle diventi mezzo di comunicazione con il mondo esterno. Ergo, la letteratura scientifica ha riscontrato come l’attenzione posta ai problemi psicologici correlati ad alcuni disturbi della pelle porti a cure più efficaci.

( Continua … )