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Si può resistere a tutto fuorché alle tentazioni. Oscar Wilde
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Anche per l’alcolismo ci deve essere un modo per uscirne fuori

category Disturbi e patologie Matteo Simone 30 Aprile 2014 | Stampa articolo |
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La dipendenza dall’alcool causa problemi alle persone e alle famiglie: perdita del posto di lavoro, separazioni, crimini. E’ difficile uscirne fuori ma per ogni problema c’è almeno una soluzione. E’ difficile vivere con questa dipendenza che non permette di avere una vita serena ma come per la Capoeira dove è sempre possibile schivare un attacco anche per l’alcolismo ci deve essere un modo per uscirne fuori o, comunque, per andare avanti.

E’ importante innanzitutto avere la consapevolezza di avere il problema, le persone consapevoli di soffrire a causa di questa dipendenza possono passare all’azione chiedendo di farsi aiutare, per esempio, approdando nei gruppi di alcolisti anonimi.

Gli alcolisti inizialmente non pensano di avere un problema, non sono consapevoli e quindi non esprimono alcuna intenzione di cambiare nell’immediato futuro, in questo caso si può dire che si trovano nella prima fase chiamata precontemplativa del Modello transteoretico di Di Clemente e Prochaska. (2)

Può succedere che prendono consapevolezza delle loro difficoltà e problemi correlati all’uso dell’alcol ed iniziano a pensare che forse devono fare qualcosa per stare meglio, le persone che dichiarano di aver pensato di cambiare il comportamento ma senza assumersi ancora impegni precisi verso una modifica, si trovano nella fase contemplativa.

La fase di preparazione indica l’intenzione di agire nel futuro prossimo e vi è la presenza di tentativi di cambiare il proprio comportamento.

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Disturbo Post-Traumatico da Stress

category Atri argomenti Matteo Simone 26 Marzo 2014 | Stampa articolo |
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Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.
Confucio (551-479 a.C.)

 

Per apprendere bisogna provare, è importante sperimentare, fare l’esperienza diretta, se vuoi guidare una macchina non lo puoi fare ascoltando solamente la teoria, è necessario mettersi al volante e condurre l’autovettura.

La piramide dell’apprendimento

Edgar Dale, nel 1946, si è reso conto che non tutti i mezzi hanno la stessa probabilità di creare momenti di apprendimento. Dale riassume il suo pensiero attraverso la piramide di apprendimento, detta anche cone of experience. Alla base troviamo le esperienze dirette  mentre in cima alla piramide troviamo i simboli verbali. Se attraverso la lettura la probabilità di assimilare contenuti è circa del 10% attraverso esperienze dirette la probabilità si avvicina al 90%.

Gli strumenti relativi alla parte alta della piramide possono essere classificati come strumenti di passive learning,  ossia di apprendimento passivo, in cui la persona non si mette in gioco.

Alla base della piramide, invece, gli strumenti possono essere assimilati alla categoria di active learning, ossia di apprendimento attivo, in cui la persona apprende poiché utilizza la sfera emozionale.

Il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana definisce il trauma una “lesione determinata dall’azione violenta di agenti esterni: le ferite, le contusioni, le ustioni sono traumi” e il trauma psichico “un’emozione che incide profondamente sulla personalità del soggetto”

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Le competenze psicologiche che un buon arbitro deve possedere

category Atri argomenti Matteo Simone 19 Febbraio 2014 | Stampa articolo |
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L’autoefficacia per quanto riguarda gli arbitri dovrebbe essere elevata in partenza, dovrebbero averla come corredo per intraprendere quest’attività ma, comunque, va incrementata per acquisire una elevata fiducia in se stessì anche considerando che sono da soli in un campo di calcio o calcetto per cercare di condurre una partita facendo rispettare le regole a due squadre composte da giocatori di diverse personalità attorno ai quali gravitano tante altre figure quali allenatori, preparatori, dirigenti, sponsor, genitori, tifoserie e quindi è alta la pressione sugli arbitri e sul loro operato e se gli stessi arbitri non avessero una sicurezza sulla loro preparazione, autorevolezza, capacità non si troverebbero comodi, sicuri nel momento di decidere di fischiare per decretare una qualsiasi decisione.

Sulla rivista l’Arbitro n. 5/2013 (1) è riportata un’intervista a Luca Pairetto, arbitro di serie A ed alla domanda: Quali sono le esperienze arbitrali che ricordi con maggiore piacere? Luca risponde: “Ce ne sono molte a dir la verità ma ne cito una molto curiosa: Sapri-Nocerina, semifinale playoff di ritorno di Serie D. Al termine di una partita rocambolesca ribaltata dagli ospiti, venne nel mio spogliatoio il Direttore Sportivo locale, Ciccarone, presumendo una lamentela del mio operato davanti al mio Organo tecnico Nicoletti. Ascoltai con grande stupore le sue parole: <Oggi abbiamo perso ma è stata colpa  nostra, lei è un grande arbitro e farà grandi cose>”.

Questa è stata un’affermazione che consolida ed incrementa l’autoefficacia personale. L’arbitro ricorderà sempre quest’episodio e saprà che farà sempre bene il suo lavoro, che la sua intenzione è di fare un buon arbitraggio, di far rispettare le regole, di essere attento, in forma fisica per seguire la palla, le azioni, i vari giocatori, e cercherà di non sbagliare e di essere sempre imparziale per confermare quanto detto dal citato Direttore Sportivo locale e cioè che luii è un grande arbitro.

Vari autori hanno individuato le competenze psicologiche che un buon arbitro deve possedere e che devono essere inclusi e praticati nei programmi di formazione, e cioè la concentrazione, fiducia, capacità decisionale, capacità di efficace comunicazione interpersonale e di autocontrollo.

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Credere nel raggiungimento dell’obiettivo e passare all’azione

category Atri argomenti Matteo Simone 5 Febbraio 2014 | Stampa articolo |
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Utilizzando il modello O.R.A. (Obiettivi, Risorse ed Autoefficacia) si definisce chiaramente l’obiettivo temporale e le risorse per raggiungerlo. E’ importante riuscire a vedersi con l’obiettivo raggiunto.

Attraverso l’ipnosi Ericksoniana si chiede di immaginarsi poi avanti nel tempo con l’obiettivo raggiunto:

Come ti vedi avendo già raggiunto l’obiettivo? Dove? Con chi? Come ti senti? Come è stato raggiungere l’obiettivo? Cosa hai fatto? Chi ti ha aiutato? Quali sono state le tue risorse? Come hai iniziato? Da dove sei partito? Quali difficoltà hai incontrato? Come le hai superate?

Sì passa al lavoro di Gestalt con la tecnica della “sedia vuota”: “tu sei avanti nel tempo e hai raggiunto l’obiettivo, visualizza te stesso sulla sedia davanti a te con obiettivo ancora da raggiungere, digli come hai fatto tu a raggiungerlo e come può fare lui”; “cambia sedia e diventa te con obiettivo da raggiungere, sei disposto ad impegnarti? Quanto credi in te stesso?”.

John Whitmore nel suo libro Coaching elenca alcune domande utili per passare all’azione:

“Che cosa intendete fare?

Quando lo farete? Questa è forse la domanda più ‘impegnativa’. Tutti possiamo avere grandi idee su ciò che ci piacerebbe fare o che faremo,  ma è soltanto quando fissiamo delle scadenze precise che la nostra azione passa a un livello di realtà.

La vostra azione vi condurrà all’obiettivo?

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La corsa dal punto di vista di un atleta psicologo

category Atri argomenti Matteo Simone 10 Ottobre 2012 | Stampa articolo |
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Perché uno corre?

Si inizia a correre per esempio perché invogliati da un amico, o su indicazione di un medico, o per partecipare a una corsa non competitiva.

Che succede dopo aver provato a correre?

In genere non si torna subito a correre perché la fatica ha lasciato il segno, ma, per pochi diventa un’occasione per fare qualcosa insieme, per stare con altri, per frequentare un gruppo, per stare all’aria, per tenersi in forma. Ci si incontra, si ha uno spazio e un tempo riservato, ci si interessa ai mondi altrui che piano piano si schiudono all’altro, si organizzano cene, viaggi.

Cosa può succedere dopo un periodo di allenamento?

Capita che uno riesce nella corsa a non stancarsi subito, a stare al passo con altri che corrono da più tempo, che si viene invogliati ad allenarsi meglio e a partecipare a competizioni.

Cosa succede partecipando a competizioni sportive?

Può succedere che non si regge lo stress o che, al contrario, si arrivi al traguardo prima di altri, e si viene riconosciuti come persone in gamba che riescono.
Cosa si va incontro riuscendo nelle competizioni sportive?

Si sperimenta qualcosa di nuovo, si viene riconosciuti alle gare come persona da battere, si inizia a pensare a diventare sempre più forti, quindi si chiede ai più bravi come fare per migliorare le prestazioni, si chiedono programmi di allenamento, ci si mette d’accordo con i più forti per allenarsi assieme, la corsa diventa una cosa importante della propria vita, uno spazio e tempo da investire, qualcosa di prioritario nella giornata, quindi ci si sveglia pensando a quando ci si può allenare, come con chi e a quale gara partecipare per verificare il proprio potenziale.

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Steroidi anabolizzanti per esaltare le capacità atletiche ed effetti nocivi

category Atri argomenti Matteo Simone 7 Giugno 2012 | Stampa articolo |
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Per molto tempo nessuno ha potuto affermare con certezza che doparsi fosse utile agli atleti. Al di là degli effetti sulla massa muscolare, per anni i medici sportivi si sono chiesti se gli ormoni anabolizzanti fossero davvero in grado di migliorare la prestazione. La risposta è arrivata il 4 luglio 1996, sul New England Journal of Medicine. Shalender Bhasin della Charles Drew University of Medicine and Science di Los Angeles ha suddiviso quarantatrè uomini in quattro gruppi, e li ha sottoposti a quattro diversi trattamenti: placebo con e senza esercizio fisico, e testosterone (600 milligrammi alla settimana per dieci settimane consecutive) senza e con esercizio. Conclusione: il testosterone, soprattutto se associato all’esercizio, aumenta, oltre alle dimensioni, anche la forza del muscolo.

L’impiego degli steroidi anabolizzanti (SA) al fine di esaltare le capacità atletiche è con ogni probabilità il fenomeno doping più diffuso e consistente mai registrato.

L’azione anabolizzante consiste nello stimolo della sintesi delle proteine di alcuni tessuti ed in particolare dei muscoli. Essa comporta una ritenzione dell’azoto introdotto con gli alimenti nell’organismo, superiore all’escrezione (bilancio azotato positivo), nonché l’accrescimento delle masse muscolari; il peso corporeo aumenta senza che a ciò contribuisca un incremento del tessuto adiposo. (1)

Gli SA vengono assunti a cicli (cycling), con periodi di assunzione di 8-12 settimane, ripetuti dopo 6-10 settimane di wash-out. Il dosaggio degli SA viene aumentato progressivamente nelle prime settimane sino a raggiungere il massimo a metà del ciclo e poi ridotto progressivamente. E’ inoltre frequente il fenomeno dello stacking, cioè il ricorso contemporaneo a due o più preparati, sia per via orale che per via parenterale, a dosi sovra terapeutiche. (2)

Effetti nocivi dovuti alla somministrazione di SA sono stati riscontrati sia nei pazienti in trattamento con dosi fisiologiche di SA per varie patologie, sia ed in maniera ancor più evidente, negli atleti dopati con dosaggi sovraterapeutici.

In generale gli effetti tossici degli SA, tranne forse quelli sul miocardio, sono di breve durata e reversibili, dopo sospensione di questi composti, nell’arco di alcune settimane. Molti atleti assumono SA in modo quasi continuativo per lunghi periodi di tempo, per cui tali effetti nocivi possono divenire stabili e costituire un serio rischio per la salute.

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