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Morire per poter esistere: il suicidio letto in un’ottica analitico-transazionale

category Psicologia Marina Belleggia 28 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Quando un genitore si sente minacciato dalla presenza del figlio piccolo può, in modo inconsapevole, inviare messaggi al bambino con contenuti omicidi.

Ad esempio, una madre che, dopo due gravidanze troppo ravvicinate, vuole attenzione per i propri bisogni, probabilmente si sentirà arrabbiata e frustrata per non poterli soddisfare e dover invece accudire un altro figlio. Sentendosi arrabbiata, potrebbe sopprimere questa rabbia, mossa da sensi di colpa, e in modo indiretto trasmettere al neonato il suo rifiuto.

Allo stesso modo un padre, accorgendosi di quante attenzioni la moglie dedica al figlio appena nato, rivive la propria esperienza infantile di gelosia per il fratellino e si sente spaventato come allora di perdere l’amore della madre. Come tornare ad essere oggetto di attenzioni? Facendo fuori il neonato, magari uccidendolo. Oggi può accadere che questo bambino, diventato padre, invii dei messaggi al proprio figlio del tipo: “Vorrei che non fossi mai nato!”.

Nessun genitore invia il messaggio non verbale di “non esistere” al figlio perché è un cattivo genitore, ma perché il proprio diritto di esistere è stato probabilmente negato nella propria infanzia e i propri bisogni non sono stati soddisfatti.

L’ingiunzione “non esistere” è piuttosto ricorrente nell’analisi del copione di vita delle persone. Tuttavia, non è vero che chiunque abbia ricevuto tale ingiunzione arriverà al suicidio, quanto è vero che chi commette suicidio ha sicuramente ricevuto questa ingiunzione. Fortunatamente, siamo abbastanza creativi per trovare dei modi di sopravvivere, nonostante ci abbiano detto di “non esistere”!

( Continua … )

“Sii perfetto!”: come ci impediamo di guarire

category Psicologia Marina Belleggia 13 Dicembre 2011 | Stampa articolo |
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Diversi autori di Analisi Transazionale, la teoria psicologica nata negli anni Sessanta e che ha avuto come maggior portavoce Eric Berne, sostenevano quanto fossero importanti i messaggi verbali e non verbali (espressivi, corporei), che i genitori inviano al bambino, per la costruzione della sua visione di se stesso, degli altri, del mondo. E quanto questa visione influenzi le sue prime decisioni relative a sé e alla vita. Alcuni di questi messaggi genitoriali sono stati definiti messaggi spinta. Infatti, sono dei veri e propri comandi del genitore affinché il bambino faccia qualcosa. Questi, quando riceve tali comandi, sente una coazione a seguirli, poiché è convinto di poter essere amato fintanto che continuerà a comportarsi come il genitore gli dice di fare. Uno di questi messaggi spinta è quello che dice: “sii perfetto!”. Il comando ad essere perfetto può consistere nel prendere sempre il voto più alto a scuola, oppure nel non sporcarsi mai i vestiti, oppure ancora nel cominciare a fare qualcosa solo se veramente sicuro di poterla fare perfettamente. La spinta ad essere perfetto è, a mio avviso, uno dei messaggi genitoriali che il bambino segue, che influenzano di più, da adulto, il suo percorso di guarigione, e in particolare la percezione che egli ha dei propri cambiamenti durante la terapia. La percezione  non sarà allora aderente alla realtà, ma ad un ideale di perfezione soggettivo. Spesso, chi ha una forte spinta ad essere perfetto, ha un’idea perfetta su come dovrà diventare alla fine della terapia, e su come la sua guarigione possa essere tale solo qualora implichi l’assenza totale di sintomi e di emozioni “spiacevoli”. Quando la persona vuole essere perfetta a tutti i costi, perché è l’unico modo che conosce per essere sicura di contare qualcosa per gli altri ed essere stimata, è molto probabile che anche quando proverà ad immaginare la propria guarigione, di qualunque natura essa sia (psicologica o fisica), la immaginerà aderente al proprio ideale di perfezione: “se guarisco perfettamente, allora valgo qualcosa”. Oltretutto, i modelli sociali, oggi, rinforzano moltissimo questo modo di pensare: va bene solo ciò che non ha difetti e risponde a certi ideali di perfezione. La sofferenza e l’imperfezione, sia psicologiche che fisiche, sono viste sempre di più come qualcosa da far passare in fretta, perché rivelano la fragilità umana.

( Continua … )

La salute psicologica come armonia e cambiamento

category Atri argomenti Marina Belleggia 23 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Come possiamo parlare di armonia quando la persona si sente turbata dalla malattia? Tuttavia, parlare di armonia ci avvicina a un concetto realistico della salute: la salute è una lotta contro tutto ciò che avversa l’armonia nell’uomo. Per armonia si intende la confluenza di diversi elementi in modo ordinato, cioè l’unità. E l’unità è la vita, poiché la disintegrazione è la morte. Tendere all’armonia vuol dire aumentare la vita, e la salute è l’unico modo per conservare e aumentare la vita. Ma qual è l’armonia che promuove la salute? Quella che si realizza in fatti concreti che danno espressione a questa armonia, che la fanno aumentare, che correggono le disarmonie. Quindi, l’armonia si esprime sotto forma di cambiamento.
L’armonia verso la quale tendiamo è l’armonia fisica, psichica, sociale e spirituale. Mi soffermo su quella psichica, considerando le altre tre come intimamente connesse a questa.
Dal punto di vista psicologico la salute consiste:

- nell’avere competenza sociale, ovvero sapersi muovere in modo adeguato nei contesti sociali, ascoltando, conversando, esprimendo in modo accurato atteggiamenti ed emozioni;

- nell’avere una buona stima di sé, un giudizio positivo del proprio valore personale;

- nell’avere una buona capacità di risoluzione dei problemi, cioè l’abilità di identificarli e analizzarli, di scegliere le soluzioni e di valutare i risultati;

-nell’avere la percezione accurata delle proprie emozioni, il controllo di esse, e la capacità di esprimerle in modo appropriato.

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L’attaccamento tra madre e bambino e l’intimità di coppia

category Psicologia Marina Belleggia 17 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Tra i sette e i nove mesi di vita avvengono molti cambiamenti evolutivi nel bambino che lo predispongono al vero e proprio comportamento di attaccamento. In questa fase l’obiettivo del bambino diventa quello di mantenersi abbastanza vicino alla madre, tanto da usarla come “base sicura” a cui tornare se l’ambiente esplorato diventa pericoloso e a cui mostrare segnali di protesta qualora questa si allontani (Holmes, 1994).

John Bowlby, psicoterapeuta e psichiatra infantile, definì il comportamento di attaccamento come “una forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1989). Affermò, inoltre, che tale comportamento è tipico della prima infanzia, ma si conserva per tutta la vita dell’individuo, soprattutto nelle situazioni di emergenza (Ibid.).

Un contributo rilevante allo studio dell’attaccamento nel ciclo della vita è venuto da Mary Ainsworth, psicologa statunitense, allieva di Bowlby. L’Autrice definisce l’attaccamento come un “legame affettivo”, ovvero “un vincolo relativamente duraturo con un partner che acquista valore come individuo unico e non intercambiabile” (Ainswort, 1995). I rapporti di attaccamento sono caratterizzati dal desiderio di vicinanza con l’altro e questo è un segno distintivo di questi particolari legami affettivi. L’Autrice analizza parallelamente il legame tra il bambino e i genitori, il legame sessuale di coppia, i legami di amicizia e quelli tra fratelli.

Nel legame di coppia a lungo termine, tra i partner si instaura un attaccamento reciproco che implica l’atteggiamento di cura di uno verso l’altro. Ciascuno dei due partner può trovarsi, a seconda delle situazioni, a considerare l’altro come più saggio, o più forte, o più competente, e questi risponde, a sua volta, offrendo cure e protezione (Ibid.). Ecco, dunque, che la relazione tra due adulti di sesso opposto può ricalcare il legame di attaccamento tra bambino e genitore, in quanto ne mantiene la caratteristica fondamentale: garantire all’altro una “base sicura”.

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Marina Belleggia

category Gli autori Marina Belleggia 17 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Psicologa – Psicoterapeuta – Analista Transazionale

Campi di interesse:
psicologia clinica della depressione
psicologia dei disturbi d’ansia
psicologia del lutto
psicologia delle relazioni e della comunicazione
tecniche di rilassamento e psicologia del benessere

Di cosa mi occupo:
Consulenze psicologiche
Psicolterapia individuale dell’adulto
Psicoterapia dell’adolescente
Psicoterapia di coppia

Sito web personale: marinabelleggia.wordpress.com
e mail: marinabelleggia [@] libero [.] it
cell. 380.3116197