Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Un proverbio per te non sarà mai tale finché la vita non te lo avrà illustrato. John Keats
Viagra online

Archivio Autore

Effetti e conseguenze psicologiche dell’Information Overload

category Disturbi e patologie Maria Galantucci 13 Novembre 2011 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Nel corso degli anni sono stati individuati due principali fenomeni strettamente collegati al sovraccarico informativo (Information Overload): l’Information Fatigue Sindrome (IFS) e l’Information Anxiety, entrambe derivanti dallo stress derivante dal dover fronteggiare una quantità eccessiva di dati.

 

L’Information Anxiety

Information Anxiety è un termine coniato da Richard Saul Wurman nel suo libro omonimo del 1989 ed individua una condizione di stress causata dall’impossibilità di accedere, capire o fare un uso dell’informazione necessaria. Wurman definisce l’ansia da informazione come “il prodotto del sempre più ampio divario tra ciò che capiamo e quello che pensiamo di capire. È il buco nero tra i dati e la conoscenza4”. L’information Anxiety sembra essere un’entità distinta dall’Information Overload, seppure strettamente connessa a quest’ultimo. Gli studiosi Baron e Wood hanno concluso che i soggetti sviluppano l’ansia da informazione quando i compiti che stanno svolgendo diventano più complessi, e quando aumenta il numero e la forza delle distrazioni. Inoltre gli individui manifestano l’Information Anxiety più frequentemente in compiti nuovi o con i quali non hanno ancora dimestichezza, piuttosto che in attività già consolidate5.

L’ansia da informazione è dovuta quindi principalmente alle difficoltà nell’accedere ai dati piuttosto che alla sensazione di esserne bombardati e non sottolinea particolari manifestazioni fisiche come avviene nel caso dell’Information Fatigue Syndrome, affrontato nel successivo capitolo e più strettamente collegato all’Information Overload.

( Continua … )

Psicologia dello sport

category Psicologia Maria Galantucci 12 Novembre 2011 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

La scelta tra sport individuale e sport di squadra rappresenta per molti bambini e adolescenti una decisione presa in modo poco consapevole rispetto alle diverse valenze formative che si possono apprendere nei due differenti filoni.

Quando un bambino di 6 o 7 anni si trova a dover scegliere lo sport da praticare, nella sua decisione hanno un ruolo determinante le influenze sociali esterne, più che le motivazioni personali o interiori. Quel ragazzino, invece, dovrebbe essere messo nella condizione di praticare la disciplina che più gli interessa e che più si avvicina a ciò che sogna in quel momento. I genitori, descrivendo con cura le principali caratteristiche delle varie discipline sportive, dovrebbero guidarlo verso una scelta consapevole, frutto dell’incontro tra le motivazioni del ragazzo e le prospettive fisiologiche, cognitive e di socializzazione insite in ogni sport.

La conoscenza delle attitudini del ragazzo e soprattutto la corretta valutazione delle sue predisposizioni e delle sue insicurezze sono i parametri fondamentali per orientarlo verso la disciplina giusta. Orientare, non imporre.

Un errore ricorrente, che alcuni genitori commettono e che rischia di compromettere l’autostima del ragazzo, è indurlo o addirittura costringerlo a cimentarsi con la stessa disciplina praticata in gioventù da un familiare, magari per ottenere finalmente un riscatto personale rispetto a un successo tanto desiderato e mai conquistato.

Ci si chiede se gli ostacoli che si devono affrontare durante la pratica sportiva sono davvero capaci di fortificare il nostro carattere, e quindi aiutarci a superare i limiti? A volte sì. Per un adulto che soffre di ansia, per esempio, praticare uno sport ad alto livello di stress potrebbe aiutare a superare il suo stato di prostrazione. Ma un ragazzo in età tardo-puberale o pre-adolescenziale, con un’identità non ancora definita e con le insicurezze del caso, trarrebbe sicuramente maggiori benefici da una disciplina capace di ripartire l’ansia situazionale o di “stato” per il numero di individui appartenenti a un gruppo più numeroso: in una parola, la squadra.

( Continua … )

Psicologia dello sport

category Psicologia Maria Galantucci 23 Febbraio 2011 | Stampa articolo |
3 votes, average: 3.67 out of 53 votes, average: 3.67 out of 53 votes, average: 3.67 out of 53 votes, average: 3.67 out of 53 votes, average: 3.67 out of 5 (voti: 3 , media: 3.67 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

La scelta tra sport individuale e sport di squadra rappresenta per molti bambini e adolescenti una decisione presa in modo poco consapevole rispetto alle diverse valenze formative che si possono apprendere nei due differenti filoni.

Quando un bambino di 6 o 7 anni si trova a dover scegliere lo sport da praticare, nella sua decisione hanno un ruolo determinante le influenze sociali esterne, più che le motivazioni personali o interiori. Quel ragazzino, invece, dovrebbe essere messo nella condizione di praticare la disciplina che più gli interessa e che più si avvicina a ciò che sogna in quel momento. I genitori, descrivendo con cura le principali caratteristiche delle varie discipline sportive, dovrebbero guidarlo verso una scelta consapevole, frutto dell’incontro tra le motivazioni del ragazzo e le prospettive fisiologiche, cognitive e di socializzazione insite in ogni sport.

La conoscenza delle attitudini del ragazzo e soprattutto la corretta valutazione delle sue predisposizioni e delle sue insicurezze sono i parametri fondamentali per orientarlo verso la disciplina giusta. Orientare, non imporre.

Un errore ricorrente, che alcuni genitori commettono e che rischia di compromettere l’autostima del ragazzo, è indurlo o addirittura costringerlo a cimentarsi con la stessa disciplina praticata in gioventù da un familiare, magari per ottenere finalmente un riscatto personale rispetto a un successo tanto desiderato e mai conquistato.

Ci si chiede se gli ostacoli che si devono affrontare durante la pratica sportiva sono davvero capaci di fortificare il nostro carattere, e quindi aiutarci a superare i limiti? A volte sì. Per un adulto che soffre di ansia, per esempio, praticare uno sport ad alto livello di stress potrebbe aiutare a superare il suo stato di prostrazione. Ma un ragazzo in età tardo-puberale o pre-adolescenziale, con un’identità non ancora definita e con le insicurezze del caso, trarrebbe sicuramente maggiori benefici da una disciplina capace di ripartire l’ansia situazionale o di “stato” per il numero di individui appartenenti a un gruppo più numeroso: in una parola, la squadra.

( Continua … )

Il paziente medico: un caso clinico

category Psicoterapia Maria Galantucci 15 Novembre 2010 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

E un luogo comune dire che i peggiori pazienti sono proprio i medici. In realtà curare i medici è sempre più difficile rispetto ad altre categorie di pazienti. Infatti un medico spesso presenta tratti di personalità ipocondriaci che lo rendono di per sé un paziente difficile. E’ anzi probabile che uno dei motivi nella scelta di questa professione sia proprio la paura delle malattie.

L’ipocondria può essere usata per strumentalizzare i rapporti con gli altri. Il medico, invece, cerca di controllarla, e da qui deriva un suo atteggiamento salvifico, talvolta anche onnipotente. Questa sublimazione, cioè trasformare  una “debolezza” in un’attività socialmente utile, diventa un vantaggio per gli altri, con il rischio però che questo meccanismo, nella pratica, possa trasformarsi in accanimento terapeutico.

Nel caso in cui sia un medico, magari uno psichiatra, a rivolgersi a un terapeuta,  per un disturbo mentale, nel caso da me analizzato per un disturbo bipolare,  entrano in gioco diverse variabili, prima fra tutte l’accettazione della malattia.

Ancora oggi un problema psichiatrico continua a essere percepito come un fallimento e questo sentimento è facilmente esasperato da uno specialista preposto a curarlo. Infatti continuiamo a subire una visione distorta dei disturbi psichici come reazione a situazioni ambientali che pensiamo di modificare senza interventi esterni. Sulla base di questa premessa lo scopo della relazione terapeutica, come nel  caso trattato, è  quello di promuovere un riconoscimento del disturbo, una sua accettazione e, alla fine, un trattamento psicoterapeutico o un trattamento farmacologico, oppure combinato.

Nella relazione tra il medico paziente e il terapeuta è necessaria una chiarezza, nel senso che è indispensabile che il primo sia disponibile a vedersi dall’altra parte della scrivania. Questo è possibile solo se il paziente, che nel caso analizzato è anche medico e psichiatra, ha la capacità di accettare di farsi accompagnare, di abbandonare il suo ruolo di medico e di non voler prevaricare sul terapeuta.

Certamente tutto sarebbe più semplice se il training psicoterapeutico fosse obbligatorio per tutti gli psichiatri.

Dott.ssa Maria Galantucci

Gli abusi sui minori

category Psicologia Maria Galantucci 15 Novembre 2010 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Si definisce “abuso” ogni atto omissivo o autoritario che metta in pericolo o danneggi la salute o lo sviluppo emotivo di un bambino, compresa la violenza fisica e le punizioni corporali irragionevolmente severe, gli atti sessuali, lo sfruttamento in ambito lavorativo e il mancato rispetto dell’emotività del fanciullo e, in particolare, “abuso sessuale” il coinvolgimento di bambini e adolescenti in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente, alle quali non sono in grado di acconsentire con piena consapevolezza o che sono tali da violare i tabù di una particolare società (dal V Congresso internazionale sull’infanzia maltrattata e abbandonata – Montreal, 1984).

Si parla di abuso sul piano fisico, sessuale, psicologico o emotivo, quest’ultimo è sempre presente. Infatti ogni forma di maltrattamento implica un coinvolgimento emotivo cui conseguono postumi sia immediati che permanenti.

IL MALTRATTAMENTO

Si parla di abuso fisico o di maltrattamento fisico quando i genitori o le persone legalmente responsabili del bambino eseguono o permettono che si eseguano lesioni fisiche, o mettono i bambini in condizione di rischiare lesioni fisiche. Ovviamente queste lesioni possono essere di natura e gravità diversa e in base alla necessità o meno di un ricovero in ospedale o in reparto di rianimazione, possono essere distinti in lievi, moderate, severe.

( Continua … )

Separazione e divorzio: genitori per sempre

category Atri argomenti Maria Galantucci 1 Giugno 2010 | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Per evitare che i figli subiscano le conseguenze dolorose di una divisione familiare nel momento più fragile della vita, molte coppie rinviano il momento di separarsi al termine della loro infanzia.

Questa decisione, senza essere una norma, può essere molto opportuna, a condizione che si evitino nella convivenza quotidiana gli scontri aperti e le tensioni costanti: liti, bronci, recriminazioni, ripicche. Per i figli non è necessario che i genitori si amino ma è indispensabile che si rispettino, che non giochino reciprocamente al massacro. Ma perché sia una scelta veramente positiva non può neppure comportare rinunce eccessive: un individuo frustrato difficilmente sarà un buon genitore.

Quando la separazione dei genitori accade entro i suoi primi tre anni di vita, il bambino capta intorno a sé fratture affettive, dinamiche distruttive, senza riuscire a farsene da solo una rappresentazione corrispondente, a tradurle in pensieri e in parole. Soltanto il gioco ( la collisione di due trenini, la lacerazione di una bambola, uno scarabocchio rabbioso) può esprimere la forte conflittualità che lo dilania. Come sappiamo, le emozioni e i conflitti non elaborati dal pensiero tendono a tradursi in forme somatiche. In questo caso il bambino esprimerà il suo dolore senza nome attraverso sintomi di malessere o malattie vere e proprie.

Tutti gli psicologi sono concordi nel rammentare alla coppia che la separazione li riguarda in quanto marito e moglie, non in quanto genitori. Qualunque cosa accada tra di loro non cesseranno mai di essere il padre e la madre dei loro figli. Dettato logicamente indiscutibile, ma spesso le passioni non conoscono ragioni e il contrasto coniugale rischia di oltrepassare gli argini e di sommergere tutte le migliori intenzioni.

( Continua … )