La timidezza appresa
La timidezza è un tratto gentile del carattere e viene apprezzata perché le persone timide sono più educate e tendono a fare in maniera più scrupolosa il loro lavoro; per alcuni, rappresenta un modo efficace per difendere la privacy propria o degli altri.
Ma e’ sempre cosi facile riuscire a convivere con una (e solo una) caratteristica della propria personalita’ anche se poco toglie alla complessita’ emozionale, cognitiva e comportamentale tipica di ognuno? Evidentemente no.
È probabile che l’esperienza della timidezza appartenga ai più ed è altrettanto probabile che non tutti la vivano come un problema; in molti, però, la considerano un peso insopportabile, gravoso, che incide in maniera significativa sulla conduzione di una vita sociale normale.
Riconoscere un timido è relativamente facile; le manifestazioni fisiologiche che lo caratterizzano (rossore al viso, disturbi della parola, respiro corto, balbuzie, difficoltà a coordinare movimenti volontari, tremore alle mani, sudore e spossatezza dopo la “crisi”) sono evidenti, al punto da sembrare veicolo di una precisa comunicazione interpersonale: “sono in difficoltà, ho bisogno di aiuto”.
Eppure la componente relazionale è condizione necessaria ma non sufficiente; le ricerche confermano il dato secondo il quale la timidezza avrebbe componenti intrapersonali importanti, implicate sia nella predisposizione biologica, sia nell’espressione e nel mantenimento del disturbo.





