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La sindrome del “Savant” (savantismo) e l’arte di ricordare tutto

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Il savantismo viene identificato come “sindrome” (del “Savant”, appunto) e non come malattia vera e propria, per la quale siano riconosciuti criteri standardizzati di diagnosi (Muñoz-Yunta J. A. et al., 2003). La definizione è quella di una rara condizione in cui soggetti con disfunzioni dello sviluppo (in particolare, i tipici disturbi dell’autismo), nettamente in antitesi con le marcate limitazioni complessive, dimostrano straordinarie abilità in alcuni ambiti specificamente circoscritti.
La definizione che ci fornisce Darold A. Treffert, nel suo “Islands of genius”, parla di “spettacolari isole di talento o intelligenza che spiccano per il loro paradossale contrasto con la gravità dell’handicap”. In maniera del tutto informale, questo autore ne distingue tre categorie: i dotati di abilità “frammentarie”, in grado di memorizzare un insieme di dati poco significativi; i “talentuosi”, con competenze in un settore ampio, e dalle abilità evidentemente in controtendenza rispetto ai loro handicap; i “prodigi”, dotati di capacità comunque sorprendenti, anche qualora non fossero associate ad alcuna invalidità.
Le cause sarebbero per lo più genetiche, anche se non si escludono quelle acquisite, ed eventualmente compresenti con altri disturbi dello sviluppo, quali lesioni cerebrali, malattie contratte in fase pre-natale, natale, post-natale, nell’infanzia, e persino più tardi.
Circa la metà delle persone affette dalla “sindrome del Savant” presentano disturbi autistici (compreso l’Asperger), mentre l’altra metà sviluppa altri tipi di disabilità, a partire dal ritardo mentale, sindrome di Gilles de la Tourette, sindrome di Opitz-Kaveggia… Alcuni di loro sono portatori di evidenti anomalie neuropatologiche (come, ad esempio, la mancanza del corpo calloso), localizzate in particolare nell’emisfero cerebrale sinistro.
“… Non tutti i savant sono autistici e non tutti gli autistici sono savant…” afferma Treffert, mentre altri sostengono invece che i tratti caratteristici dell’autismo e le capacità dei savant potrebbero essere strettamente intrecciati fra di loro.
La sindrome del savant è dalle 4 alle 6 volte più frequente negli uomini che nelle donne, e questa differenza non si può spiegare solamente per via della preponderanza maschile tra i soggetti autistici, per cui, secondo alcuni, potrebbe essere un eccesso di testosterone in circolo durante la vita fetale a limitare lo sviluppo dell’emisfero sinistro, favorendo la migrazione di cellule in quello destro.
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Sviluppi traumatici

category Psicologia Giuseppe Maria Silvio Ierace 21 Ottobre 2011 | Stampa articolo |
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Abusi, maltrattamenti, o semplice trascuratezza emotiva (neglect), influenzano negativamente lo sviluppo mentale, facendolo evolvere in una generica vulnerabilità a vari disturbi psicopatologici. Alcuni autori (Herman 1992, van der Kolk  et al. 2005) avrebbero circoscritto in una specifica sindrome la condizione che intacca in particolar modo le funzioni integratrici della coscienza e della memoria.
Il tentativo di assimilare i frammenti mnesici in una sintesi che consenta la “presentificazione” ha indotto, a volte, falsi ricordi, con conseguenti infondate accuse di abusi e maltrattamenti, destinati a sollevare delicate problematiche medicolegali (Loftus 2003). La produzione di tali memorie falsate dipende, con buona probabilità, dalla propensione a fantasticare tipica di ciascuno, e non piuttosto dal trauma o dalla dissociazione ad esse ricollegabili, e ancora meno forse da un intervento psicoterapeutico, per quanto incauto possa rivelarsi (Dalenberg & Palesh 2010). La ricerca ossessiva di prove, o la ricostruzione approssimativa di vicende storiche poco chiare, neppure intesa a convalidare delle esperienze personali, non rientra difatti tra gli scopi della psicoterapia. Se poi, alla verità accertabile, subentrano dubbi e incertezze sui reali accadimenti, il rischio dell’investigazione è persino di essere decisamente controproducente (Dalenberg & Palesh 2010). Del resto, un’impossibile ricerca di verità va tollerata almeno quanto l’angoscia del dubbio o la perplessità dell’incertezza, nella considerazione che un eccesso di fiducia nei ricordi potrebbe rivelarsi un allontanamento dall’obiettività e, dunque, un’ipotizzabile certificazione di menzogne.
La vulnerabilità a sviluppare dal trauma un disturbo psicopatologico usufruirebbe di fattori protettivi (resilience) in grado di resistere alle avversità (Bertetti 2008). Il termine anglosassone, che suggerisce flessibilità ed elasticità, è stato preso in prestito dal linguaggio della fisica, indicando infatti quella capacità di un materiale di assorbire urti senza subire persistenti deformazioni. In psicologia assume il valore di dinamico adattamento ad ogni significativa fonte di tensione, con il quale si oppone uno sforzo cosciente, nell’affrontare avversità, pressioni, traumi, tragedie, o minacce, oneri, frustrazioni, al fine di risolvere problemi personali e interpersonali, tentando di  tollerarne i conflitti e minimizzarne lo stress che ne deriva. Nel produrre l’emersione di tali fattori protettivi, l’evento traumatico verrebbe addirittura trasformato positivamente in un’esperienza formativa. Ma, trattandosi di un processo suscettibile di sviluppo, piuttosto che un tratto stabile della personalità (Rutter 2008), le sue variabili sono numerose, e sia di tipo psicobiologico, sia socioculturale.
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La trama lucente: Creatività, arte, follia, sogni… scimmie, angeli, maestri di sushi… – il resto è rumore …

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 1 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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“Il caso Wölfli potrà un giorno essere d’aiuto per fornire nuovi chiarimenti sulle origini della forza creativa e ribadisce la singolare e sempre più autorevole opinione che molti sintomi di malattia sarebbero da incoraggiare (come suppone Morgenthaler), in quanto suscitano il ritmo mediante il quale la natura tenta di riconquistarsi quanto le è diventato alieno e di strumentarlo in una nuova melodia” (Rainer M. Rilke a Lou Salomé, 10 settembre 1921, citato su “Arte e follia in Adolf Wölfli” di Walter Morgenthaler,  Alet, Padova 2007).
A parlare per primo di come la follia possa generare arte è lo psichiatra elvetico Walter Morgenthaler che nel 1908 prende in cura un contadino internato nel manicomio di Waldau, aggressivo e allucinato, abusato da piccolo e arrestato poi per abusi.
“Questa fu la vita di Adolf Wölfli. Il quale dunque, se incredibilmente è stato uno degli artisti più straordinari del nostro secolo (‘nostro’ affettivamente ed elettivamente, ormai), lo sarà stato in quanto pazzo: più precisamente schizofrenico. In tanta desolazione solo la pazzia, infatti, può giustificare tanta creatività: così argomentiamo per esclusione, così (paradossalmente) ragioniamo secondo volgare buon senso, così, quando pur non agiscano suggestioni evangeliche, siamo indotti a pensare dalla teoria platonica del furor, dal senechiano nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae, dal mito rinascimentale e barocco della melanconia saturnina, dalla vulgata romantica, persino dal positivismo lombrosiano, da esempi come Lucrezio, Pontormo, Tasso, Borromini, Hölderlin, Schumann, Nietzsche, Maupassant, Van Gogh, Campana, Ligabue. Senonchè proprio questo elenco di nomi dovrebbe farci esitare, visto che in tutti questi casi, a eccezione di Ligabue, abbiamo a che fare con un personaggio che prima fu artista e poi, a un certo punto della propria carriera, artista pazzo se non solamente pazzo. Al contrario Wölfli, prima di essere internato (1895), non scrisse nulla e non disegnò nulla, inattività che anzi si protrasse per i primi quattro anni della sua reclusione; e solo quando le sue psicosi e la sua sofferenza giunsero all’apice, solo allora egli, di colpo e dal nulla, divenne un artista. Di colpo e dal nulla vuol dire anche che nella sua opera non si danno progressi, avvicinamenti, tentativi, esercizi, preludi, fasi o periodi…” (Michele Mari, su “Arte e follia in Adolf Wölfli” di  Walter Morgenthaler,  Alet, Padova 2007).
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Psichiatria culturale dei disturbi alimentari

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 13 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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“L’Occidente è terrorizzato dall’obesità… E’ necessario, senza avventatezza e senza minimizzare le preoccupazioni giustificate per la sua crescita, contestualizzare il fenomeno e leggerlo come parte dei numerosi disturbi dell’alimentazione che affliggono gli occidentali. Molti di questi problemi, che vanno dall’alimentazione compulsiva alla bulimia, sono meno visibili dell’obesità ma non meno diffusi; anzi prevalgono. Le adolescenti in particolare sono talmente preoccupate per il proprio aspetto che tra loro sono in poche a mangiare in base all’appetito o a smettere quando sono fisicamente soddisfatte. A queste ragazze sfuggono i concetti di appetito e sazietà. Fanno parte di una generazione cresciuta con madri preoccupate per l’accettabilità del proprio corpo e con un rapporto contraddittorio, diffidente e spesso ansioso nei confronti dell’alimentazione e dell’aspetto fisico. Le figlie hanno imparato molto presto a essere guardinghe nei confronti del cibo e ad affidarsi a regole e regimi (contro cui talvolta si ribellano) piuttosto che a stimoli biologici… Le ribellioni emotive e biologiche contro una vita di restrizioni alimentari, privazioni e ginnastica compulsiva possono produrre una risposta di tipo anoressico o il suo opposto: un’alimentazione fuori controllo.” (Susie Orbach: “Corpi”, Codice, Torino 2010)
Nelle società occidentali, l’immagine corporea snella, il conseguente contenimento del peso e, con esso, dunque, la magrezza, vengono talmente enfatizzati che alcuni epidemiologi (DiNichola V.F., 1990; Littlewood R.& Lipsedge M., 1987) hanno ipotizzato che i disturbi dell’alimentazione possano essere considerati sindromi strettamente ricollegate alla cultura dei nostri tempi e paesi.
Polinesiani, come Hawaiani e Samoani, tendono ad avere un peso piuttosto elevato, certo più della media tra persone appartenenti a gruppi etnici differenti. Tahitiani, Indiani, Filippini, o Vietnamiti si situerebbero all’opposto, tra i più magri in assoluto. Da situazioni di questo genere derivano atteggiamenti culturali verso un determinato tipo d’immagine corporea che inevitabilmente arrivano a influenzare psicologicamente il peso, cosicché, per Samoani e Hawaiani, salute, bellezza e desiderabilità verranno associati a persone ben in carne. Un po’ in tutta l’Asia, però, al  grasso viene ricondotto, non solo il concetto di benessere, ma anche quello di fortuna. Lo testimonierebbero i tanti Buddha panciuti, dal cui ventre prominente traspare uno stato di beatitudine. Il magro, d’altronde, comporta un riferimento alla sofferenza, alla malattia, alla povertà, persino all’inaffidabilità. Shakespeare fa esclamare a Giulio Cesare: “Quel Cassio laggiù ha un aspetto troppo magro e affamato: pensa troppo, e uomini del genere sono pericolosi” (atto I, scena II). Alcuni secoli addietro, infatti, il modello di bellezza era sicuramente più pingue anche in occidente.
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Pietre di pane. Psichiatria culturale delle migrazioni

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Nel nostro paese abbiamo assistito a diverse ondate di flussi e riflussi demografici, da parte di nostri concittadini all’interno della nazione, quasi esclusivamente dal mezzogiorno e dalle isole verso il nord-Italia, in seno alle regioni dell’Europa, come pure transoceanici (emigrazione), a volte seguiti da rientro, magari unitamente alle nuove generazioni nate fuori (remigrazione), e, del tutto più recentemente, a massicci ingressi di nomadi, richiedenti asilo, e altro genere di disperati in cerca di fortuna (immigrazione). Indubbiamente la forma più comune di migrazione è quella di chi si sposta per motivi economici, alla ricerca di un lavoro. Può trattarsi di un movimento massiccio che avviene, all’interno dello stesso paese, da una zona rurale a una urbana, come da un’area dalle condizioni ambientali sfavorevoli a una società a maggior sviluppo. Ci sono, poi, i rifugiati di guerra e gli esiliati politici, i quali soffrono un vero lutto da separazione (Munoz  L., 1980), sia per via dell’assoluta mancanza di progettazione, sia a causa del vissuto di espulsione, che alimenta sentimenti di netta aggressività, non ben indirizzata, bensì sentita come “sospesa” (Perez M. M., 1984). Tra i rifugiati di guerra è soprattutto l’integrità del nucleo familiare e gli effetti personali a venire danneggiati più seriamente, per le gravi perdite finanziarie. Comunque, in caso di persistenza di un disturbo postraumatico da stress, la depressione, legata ai fattori di disagio più recenti, perché successivi alla migrazione, segue un andamento del tutto indipendente (Sack W. H., Him C. & Dickson D., 1999).
Gli stress affrontati possono essere naturalmente connessi ad aspetti pratici, quali trovare un lavoro, un’abitazione, istruirsi, ed eventualmente padroneggiare la lingua, essere accettati e intessere una rete di relazioni. Apprendere dei pattern comportamentali tipici di un nuovo stile di vita, che rispecchino la differente gerarchia di valori, costituisce un processo di adattamento e di trasformazione talmente elaborato da procurare quella forte pressione psicologica che si va a scontrare con la questione del mantenimento dell’identificazione etnica e culturale, sfociando in un conflitto interiore, in cui dibattito e negoziazione sono destinati a rincorrersi indefinitamente.
Le modalità di adattamento possono seguire delle strategie differenti, a seconda di alcune variabili. In base all’ambiente, ad esempio, refrattario, e alle relazioni di gruppo, un nucleo di immigrati può intrattenere  scambi soltanto con coloro che appartengono alla stessa etnia, conservando quindi la lingua madre, socializzando prevalentemente tra di loro, persino risiedendo negli stessi quartieri; questa modalità, che non ricerca un vero inserimento nel paese ospitante, ha finito per formare le note “China Town” o “Little Italy”. Viceversa, secondo un altro ambiente, più propizio, e la personalità individuale, si possono ricercare una rapida acculturazione e un’aggregazione imitativa, che, qualora non dovesse riuscire, provocherebbe però frustrazione e squilibri. Se l’ambiente viene percepito nettamente sfavorevole e riluttante, prevale allora una modalità di tipo difensivo, che conduce all’assunzione di una posizione persecutoria, con accentuata diffidenza, sfiducia, sospettosità, sino a manifestazioni di tipo paranoicale (Ndetei D. M., 1988).

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Non è un paese per vecchie, psichiatria culturale dell’invecchiamento di genere

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 1 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Per l’uomo moderno la temporizzazione degli eventi è divenuta sempre più irregolare ed una teoria dello sviluppo psichico, in specie in età adulta,  basata su di una successione di fasi, sembrerebbe, per vari motivi, troppo semplicistica (Neugarten, 1979). Di modificazioni intrapsichiche ne avvengono di continuo nel corso degli anni, tant’è che le tematiche predominanti, riferite da adulti appartenenti a diverse fasce d’età, non seguono quell’ordine che ci si aspetterebbe.
L’anzianità potrebbe essere vista, allora, quasi come una transitoria fascia in mobilità, suscettibile di ininterrotte evoluzioni e di ambivalenti sovrapposizioni, determinate dalla percezione che si ha di se stessi e da quella che gli altri hanno di noi, diversa in quanto coetanei, e ancora differente se essi sono più giovani o più vecchi.
Di solito, non ci si vede quando si è immersi nel fluire dell’esistenza, ma se diventa inevitabile il confronto, non ci si riconosce più, specie nell’ identificarsi con un corpo tra quelli che ci hanno rivestito nel tempo. Nell’era della comunicazione quest’identificazione è assoluta, costrittiva, investendo ogni ambito delle possibilità. Ma, mentre i maschi sembrano più proiettati verso l’esteriorità degli spazi liberi, le donne si richiuderebbero nell’intimo domestico. Il benessere, per i primi, equivale a forza e potere, per le altre, più semplicemente a bellezza, e al pregiudizio che ne deriva. L’età non fa altro che esasperare questa distinzione.
I maschi possono persino compiacersi di avere interessi leggermente pedofili, mentre alle donne spetta un’irreversibile obsolagnia, e quando rivolgono le loro attenzioni a “prede” più giovani diventano “coguare” (cougar). La trasgressione femminile, per via dello squilibrio della coppia coniugale, è sempre stata una minaccia all’ordine costituito e a Giocasta non si concede neppure la tragedia di un Edipo rovesciato. Per Raymond de Saussure (1919) si tratta solo di un morboso attaccamento materno, quasi un capovolgimento dell’idea di James Jackson Putnam (1913) circa l’ avversione del padre verso la figlia che, raggiunta l’età adulta, gli preferisce un altro uomo (Griselda Fantasy).
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