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Il bello della Solitudine ed Elogio della Depressione

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 30 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“La solitudine è un toccasana per un essere umano. – sostiene Gérard Macqueron , in “Il bello della Solitudine” (trad. it. Luisa Cortese, De Agostini, Novara 2010) – Gli regala la possibilità  di scegliere la propria vita. Come uno specchio, gli rinvia i riflessi più segreti della sua storia e i recessi più intimi del suo essere, a volte con una grande disperazione. Infatti, l’immagine che l’individuo coglie non è sempre quella attesa. Ma colui che resta fedele a se stesso, che si accetta per quello che è, accede a un benessere autentico e solido. Dunque la solitudine è una promessa per ciascuno di noi. E’ la possibilità per ciascuno di noi di giungere a un diverso ascolto di sé, di procedere a un esame di coscienza e a un fondamentale rimettersi in discussione”.
Il modo in cui gli adulti costruiscono le loro relazioni interpersonali dipende direttamente dai legami affettivi primari dell’esperienza infantile. Punto di riferimento fondamentale resterà, come modello ovviamente per plasmare i successivi, il primo rapporto d’amore e una buona qualità relazionale iniziale sarà foriera della fiducia in grado di tollerare le inevitabili separazioni.
La psicoanalisi freudiana ha maggiormente sottolineato gli aspetti relativi ai bisogni fisici (fame, sete, pulizia), investiti  di componente affettiva nel rapporto diadico materno-filiale. Per John Bowlby (1907-1990) è lo stesso “attaccamento” un bisogno primario e la qualità del legame che si va intrecciando è il prodotto dell’atteggiamento della principale figura d’attaccamento, a seconda se freddo o caloroso, distante o premuroso,  scostante o affidabile. I comportamentisti si soffermano invece  su condizionamenti e apprendimento per il tramite di rinforzi  positivi (ricompense) e negativi (punizioni).
Nell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17), Sigmund Freud (1856-1939) prende in considerazione “le vie anatomiche  per le quali s’instaura lo stato d’angoscia”. Il primo ebbe origine alla nascita, al momento della separazione dalla madre. Il trauma del parto è “la fonte e il prototipo della condizione affettiva dell’angoscia”. La paura della solitudine viene poi assimilata alle fobie, in particolare quella per il buio; “a entrambe è comune il fatto che viene sentita la mancanza della persona amata che si cura del bambino”; alla base di tutte le fobie (per gli spazi chiusi, la folla, il temporale…) la frustrazione sessuale. E ciò vale anche nel caso in cui l’angoscia provenga dalla “rappresentazione” (paura) che il soggetto fornisce a se stesso della condizione di solitudine, altrimenti, in un vero e proprio “stato” di solitudine, l’angoscia è “esistenziale” e rimanda al trauma di essere venuti al mondo.

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“Lupus lupo (non) homo” e il paradosso della schadenfreude – altruismo auto-protettivo, pet therapy, esercizio della compassione, assunzione empatica di prospettiva

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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Nel 2007, il geriatra David M. Dosa ha enfatizzato un ben strano caso di pet therapy specificamente psicotanatologica. Oscar è il gatto di una clinica per malati di Alzheimer, Parkinson e altre malattie dell’età avanzata, che si trova a Providence, nel Rhode Island. Gironzolando tra le varie stanze, annusa garbatamente un po’ tutti, ma si raggomitola solo accanto ai pazienti terminali. “La sua semplice presenza sul letto del malato è considerata dai medici e dal personale infermieristico come un indicatore pressoché assoluto di morte imminente e fa sì che i membri del personale possano dare adeguata notifica alle famiglie. Oscar ha fatto compagnia a chi altrimenti sarebbe morto in solitudine”. Il mistero di Providence, la città del pittore William Congdon, del romanziere Cormac McCarthy e dello scrittore onirico Howard Phillips Lovecraft, si proietta adesso, raddoppiandosi,  nell’agire di un felino sornione. Come fa Oscar a distinguere i morituri e, soprattutto, qual è la sua reale motivazione all’assistenza terminale e all’estremo saluto?
Nella pet therapy non si ricorre ai rettili perché non sono in grado di offrire la stessa reattività emotiva dei mammiferi, disposti a concedere affetto disinteressato e, interpretando il nostro umore, porsi con noi in connessione diretta, forte e franca. Sono note le diminuzioni del ritmo cardiaco registrate nei cavalli gentilmente accarezzati, come negli esseri umani che accarezzano i loro beniamini domestici. I cani avrebbero funzione antidepressiva, i gatti sarebbero i più efficaci antistress.
Accostare la figura del gatto a quella del topo serve di solito a sottolinearne  innate differenze in netto contrasto, senza alcuna comunanza. Ma a proposito di compassione ed empatia non è proprio così, perché entrambi si comportano da mammiferi, quali siamo anche noi.
Russell M. Church, psicologo sperimentale della Brown University, noto per gli studi sui processi decisionali, nonché sulla capacità di stimare la durata del tempo e l’associazione di eventi negli animali, fermamente convinto che il condizionamento sia sotteso a ogni comportamento, elaborò un esperimento, sintetizzato nel 1959 come “Emotional Reactions of Rats to the Pain of Others”, in cui avrebbe dimostrato come, quando un ratto assiste alla sofferenza di un proprio simile,  provi timore per il proprio benessere. L’esperimento  consisteva nell’addestrare dei ratti a procurarsi del cibo premendo una leva che contemporaneamente  avrebbe potuto cagionare una scossa al compagno; in quest’ultimo caso, interrompevano drasticamente il loro gesto.
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Che cosa sono io: personalità, memoria, coscienza, rappresentazione del tempo, disorientamento, amnesia… autoreferenzialità degli studi neuropsicologici

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 12 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“Se l’esperienza è davvero la somma dei nostri ricordi e la saggezza è la somma delle esperienze, avere una memoria più efficiente significa non solo conoscere meglio il mondo, ma anche se stessi” Joshua Foer: “L’arte di ricordare tutto” (trad. it. Elisabetta Valdré, Longanesi, Milano 2011).
La mnemotecnica denominata “palazzo della memoria”, che si fa risalire a Simonide di Ceo, consiste semplicemente nel pensare secondo i metodi più adatti a ricordare. Quest’ars memorativa è stata definita pure quale metodo dei “loci” o sistema del “percorso”, codificata in regole da eminenti autori latini, come Cicerone e Quintiliano, e sperimentata nel medioevo dai predicatori per meglio declamare i sermoni. All’avvento della pagina stampata, l’invenzione di Gutenberg ebbe l’effetto di relegarla nell’ambito delle tradizioni ermetiche riesumate nel periodo rinascimentale. L’illuminismo l’avrebbe adibita a fenomeno da baraccone, accantonandolo nei recessi dell’occultismo meno raffinato. I surrealisti invece avrebbero riesumato il concetto destinandolo a un’interpretazione relativistica.
Ne “La persistenza della memoria”, ovvero “Gli orologi molli”, il celeberrimo olio su tela di Salvador Dalì, realizzato nel 1931 e conservato nel MoMA di New York, gli orologi fluidi stanno a dimostrare l’elasticità di un tempo poco definibile, in contrasto con le rigide regole della puntualità. Il trascorrere dell’età viene ricordato meglio quanto più è distante, perché, indipendentemente dalla dicotomia “memoria a breve/lungo termine”, le umane rimembranze non seguono le leggi dello scorrere meccanico delle ore e dei giorni. Il ricordo ha del tempo una percezione relativa, a volte persino umorale, che lo rende pesante e lento nelle fasi di tristezza e molto più dinamico e veloce nei momenti di gioia.
“Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, gli sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività!” (Albert Einstein, 1879-1955)

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Arguzia, schadenfreude, sarcasmo, riso affiliativo od ostracizzante, playface, sbadiglio, immedesimazione, scimmiottamento, imitazione – Lingua madre, problema della corrispondenza, sincronizzazione, chameleon effect, contagio emotivo, Einfühlung, tending instinct nell’Età dell’Empatia

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Dicembre 2011 | Stampa articolo |
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Il riso è innato e condiviso con le scimmie antropomorfe, per cui il senso dell’umorismo potrebbe essere considerato alla stregua di una raffinata evoluzione dell’atteggiamento giocoso dei primati e il cosiddetto “effetto sorpresa”, che coincide con la battuta finale, o il rovesciamento di significati nell’epilogo delle barzellette, non sarebbe altro che una cervellotica riproposta del gioco infantile del “bu bu settete”.

Allorquando diverse persone scoppiano a ridere all’unisono, rinforzano i loro legami di cameratismo e solidarietà, trasmettendo e condividendo emozioni positive. Nel riso, però,  si può celare quella componente aggressiva e ostile della schadenfreude, con il semplicistico meccanismo per cui, con lo scherno, si proiettano su estranei sentimenti negativi, razzisti, di disprezzo.

“La gloria repentina è la passione che produce le smorfie chiamate riso e nasce sia quando si compie all’improvviso qualche azione che ci fa piacere, sia dal venire a conoscenza di qualche deformità in un’altra persona al cui confronto ci rallegriamo subitaneamente di noi stessi” (Thomas Hobbes: “Leviathan”, 1651).

Richard D. Alexander (1986) sostiene che l’umorismo possa essere interpretato come un’attività sociale finalizzata a influenzare positivamente lo stato mentale dei soggetti umoristi, ma negativamente gli oggetti vittime del sarcasmo. Tradizionalmente si distinguono due differenti classi di humor, quello “affiliativo”, incentrato sulla creazione e il mantenimento della coesione di gruppo, in cui l’identificazione di una vittima può essere incidentale, l’altro palesemente “ostracizzante”, in cui la scelta della vittima dipende quasi esclusivamente dalla maggioranza dell’uditorio.

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L’Età dell’Empatia: sociopatia, schadenfreude… familismo… maternese, lingua madre… legge dell’effetto…autonomia motivazionale…

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 11 Dicembre 2011 | Stampa articolo |
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“La malattia mentale – scrive Frans De Waal, in “L’Età dell’Empatia” (trad. it. Marco Pappalardo, Garzanti, Milano 2011) – è caratterizzata da una disconnessione permanente tra l’assunzione di prospettiva e le aree profonde dell’empatia”.

Anche se per lo più affibbiamo l’etichetta della “psicopatia” a ogni manifestazione di aggressività, sadismo, schadenfreude, narcisismo o vampirismo affettivo, non dobbiamo dimenticare che questa patologia così vasta non connota tanto un atteggiamento genericamente antisociale (da cui anche “sociopatia”), bensì specificatamente la mancanza di attaccamento del mero egoista. Questa gente senza morale, che non dimostra alcuna pietà, spesso esercita un grande fascino e occupa posizioni di prestigio.

Nel descrivere la psicopatia diffusa nel mondo degli affari, Paul Babiak  e Robert D. Hare parlano di “serpenti  vestiti di tutto punto”, in doppiopetto, giacca e cravatta, ma rettili; “Snake in Suits: When Psychopaths Go to Work” è il titolo del loro libro del 2006, che denuncia la maggiore concentrazione di questi soggetti giusto in quei sistemi che remunerano la spietatezza. Gli psicopatici sono come i serpenti perché possiedono tutti gli strati cognitivi che permettono di capire desideri e bisogni degli altri, e persino individuarne seduta stante i punti deboli, ma restano del tutto indifferenti agli effetti che su di essi il loro comportamento provoca.

James  R. Blair (1995), nell’affrontare il problema dello sviluppo del senso etico, ipotizza, per tali soggetti, un precoce disturbo dell’apprendimento. Sostiene infatti che agli psicopatici manchi quella certa sensibilità che si esprime come premura e soprattutto come controllo della propria forza e inibizione di gratuiti atti prevaricatori. Il condizionamento psicopatologico li spinge verso l’apprendimento della manipolazione e il gesto intimidatore. Intellettualmente in grado di assumere il punto di vista degli altri, lo ignorano completamente dal punto di vista affettivo, o imparano a simulare i sentimenti nel pieno disprezzo della verità, e della reciprocità. Le loro pur innegabili abilità sono tutte protese all’esercizio del potere e dell’autorità, a scapito dell’assennatezza. Questa malattia è come se immunizzasse all’altrui sofferenza.

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La sindrome del “Savant” (savantismo) e l’arte di ricordare tutto

category Disturbi e patologie Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Novembre 2011 | Stampa articolo |
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Il savantismo viene identificato come “sindrome” (del “Savant”, appunto) e non come malattia vera e propria, per la quale siano riconosciuti criteri standardizzati di diagnosi (Muñoz-Yunta J. A. et al., 2003). La definizione è quella di una rara condizione in cui soggetti con disfunzioni dello sviluppo (in particolare, i tipici disturbi dell’autismo), nettamente in antitesi con le marcate limitazioni complessive, dimostrano straordinarie abilità in alcuni ambiti specificamente circoscritti.
La definizione che ci fornisce Darold A. Treffert, nel suo “Islands of genius”, parla di “spettacolari isole di talento o intelligenza che spiccano per il loro paradossale contrasto con la gravità dell’handicap”. In maniera del tutto informale, questo autore ne distingue tre categorie: i dotati di abilità “frammentarie”, in grado di memorizzare un insieme di dati poco significativi; i “talentuosi”, con competenze in un settore ampio, e dalle abilità evidentemente in controtendenza rispetto ai loro handicap; i “prodigi”, dotati di capacità comunque sorprendenti, anche qualora non fossero associate ad alcuna invalidità.
Le cause sarebbero per lo più genetiche, anche se non si escludono quelle acquisite, ed eventualmente compresenti con altri disturbi dello sviluppo, quali lesioni cerebrali, malattie contratte in fase pre-natale, natale, post-natale, nell’infanzia, e persino più tardi.
Circa la metà delle persone affette dalla “sindrome del Savant” presentano disturbi autistici (compreso l’Asperger), mentre l’altra metà sviluppa altri tipi di disabilità, a partire dal ritardo mentale, sindrome di Gilles de la Tourette, sindrome di Opitz-Kaveggia… Alcuni di loro sono portatori di evidenti anomalie neuropatologiche (come, ad esempio, la mancanza del corpo calloso), localizzate in particolare nell’emisfero cerebrale sinistro.
“… Non tutti i savant sono autistici e non tutti gli autistici sono savant…” afferma Treffert, mentre altri sostengono invece che i tratti caratteristici dell’autismo e le capacità dei savant potrebbero essere strettamente intrecciati fra di loro.
La sindrome del savant è dalle 4 alle 6 volte più frequente negli uomini che nelle donne, e questa differenza non si può spiegare solamente per via della preponderanza maschile tra i soggetti autistici, per cui, secondo alcuni, potrebbe essere un eccesso di testosterone in circolo durante la vita fetale a limitare lo sviluppo dell’emisfero sinistro, favorendo la migrazione di cellule in quello destro.
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