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Il talento vero è possedere le risposte quando ancora non esistono le domande. Alessandro Baricco
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Siamo in tempi di crisi. Che fine ha fatto la psicologia?

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 1 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le notizie che quotidianamente affollano giornali, telegiornali e siti internet non sono certo incoraggianti e spesso verrebbe da pensare “ma che futuro avrò?”. Non c’è nulla da obiettare: siamo in tempi di crisi.
La corsa ai saldi, ormai, è roba vecchia: nonostante i ribassi, i negozi italiani restano poco frequentati e, quei pochi frequentatori, sono sempre meno “compratori”. Coloro i quali hanno un posto di lavoro certo e a tempo indeterminato non se lo lasciano sfuggire e, agli occhi dei molti non ancora occupati o impiegati a tempo determinato, sembrano una razza in via d’estinzione. Quei piccoli piaceri che un tempo potevamo concederci, in certi periodi dell’anno, oggi sono diventati piccoli o grandi lussi, a volte impossibili da realizzare.
La crisi economica e sociale che coinvolge l’Italia – ma non solo – ci spinge a vedere “tutto nero”, influenza in senso negativo le nostre aspettative e fa crollare le nostre speranze: il pessimismo sembra essere l’unica risposta a questo terribile momento. Cosa succede alla psiche, di questi tempi? Quale aiuto può dare la psicologia rispetto a ciò che sta accadendo?
Anche in ambito psicologico, quando arriva un nuovo/una nuova paziente, il problema che si presenta per primo appare quello economico: il costo della psicoterapia. Certo, non tutti possono permettersi una spesa fissa come questa: ed è lecito domandarsi quanto conti intraprendere un cammino psicologico, in tempi di crisi economica e sociale. Mi permetto di dare una prima risposta: conta molto.
Spesso si sottovaluta il ruolo di spicco che la psiche riveste nella nostra vita e non ci si rende conto che investire economicamente per stare bene a livello psicologico può oggi risultare uno dei migliori investimenti. Potremmo capovolgere l’antico detto “mens sana in corpore sano”, sottolineando che una psiche equilibrata e serena è indispensabile per star bene fisicamente e per fare scelte costruttive, vantaggiose, sensate. Anzi, direi che è fondamentale!
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Io, paziente: un’etichetta ambulante

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 21 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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Nella pratica terapeutica che svolgo, mi sono più volte trovata di fronte ad una domanda: “dottoressa, qual è il mio disturbo? Qual è la diagnosi?”.

La domanda, da parte del paziente, è più che lecita e comprensibile: abituati come siamo oggi, direi proprio “immersi” in una cultura che tende ad etichettarci come si etichetta un vaso di marmellata, a medicalizzare ogni tipologia di sintomo senza attribuire al malessere un significato ed un ruolo nell’economia di vita del paziente, la domanda sorge spontanea. Ma a cosa serve la diagnosi? Perché il paziente desidera essere classificato? Cosa potrà farsene di questa etichetta? È giusto comunicarla, da parte del terapeuta?

 

Le origini ed il significato

Il termine nosologia deriva dal greco:  νόσος (nosos) “malattia” e λόγος (logos) “parola” o “discorso” e significa, appunto, classificare in maniera sistematica le patologie.

 

La nosologia – e più in generale la classificazione – esiste per mettere in comunicazione specialisti afferenti a varie aree del sapere e serve per descrivere la condizione di ogni paziente, per “semplificare” la globalità dell’individuo riportando su un piano generale il particolare di ogni persona, affinché sia possibile confrontare tra di loro casi diversi, nel tempo e nel luogo. Naturalmente tutto ciò viene fatto allo scopo di cercare una soluzione alle problematiche che il paziente porta. Si parte dal singolo per arrivare al generale, per poi tornare di nuovo al particolare, un percorso circolare, in sostanza, un ambito che spetta allo specialista, più che al paziente: e questo discorso vale soprattutto in ambito psicologico, dove il confine tra sanità e malattia è davvero molto oscuro e risulta rischioso  distinguere in maniera categorica il soggetto completamente sano da quello completamente “patologico”.

Attraverso la classificazione, lo specialista agisce attivamente sul paziente, disegnando le linee del futuro percorso terapeutico; in questo modo parte il progetto terapeutico, e l’etichetta, pur restando in piedi come un “cartello stradale” che indica ed orienta, viene lasciata alle spalle.

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Ho bisogno di una psicoterapia?

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 2 Aprile 2011 | Stampa articolo |
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Quando ci si accorge che è giunto il momento di effettuare una consultazione psicologica? Quali sono i sintomi che ci devono indurre a riflettere sul nostro stato psicologico? Quand’è che dobbiamo davvero preoccuparci?

Sono gli altri che ce lo devono consigliare o siamo noi che dovremmo renderci conto del nostro stato e cercare una soluzione?


Di solito, l’esigenza nasce dal profondo:  anche quando apparentemente sono gli altri (amici, familiari, colleghi) che ci fanno notare il nostro disagio, è sempre l’individuo che, alla fine, sceglie, spinto da una motivazione interna più o meno cosciente.

Attualmente, almeno il 50% delle richieste rivolte ai medici di base nascondono, in realtà, un disagio di ordine psichico (dato emerso da un’analisi condotta dall’Ordine Nazionale degli Psicologi). Ciò significa che almeno la metà degli individui avrebbe bisogno di sostegno psicologico e che un numero ancora maggiore sperimenta disagio in tal senso: questi elementi risultano allarmanti, soprattutto quando queste richieste d’aiuto non sono recepite o vengono fraintese. È per tali motivi che è essenziale fare chiarezza sulle ragioni che possono portare ad un consulto psicologico. Non dimentichiamo, inoltre, che corpo e psiche costituiscono sempre e comunque un tutto non divisibile: anche quando il disturbo si manifesta a livello fisico, ci saranno in ogni caso implicazioni a carico della psiche del soggetto in questione (avremo modo di approfondire questa tematica poco più avanti).

I disagi psicologici che possiamo sperimentare nella nostra esistenza sono numerosi: tuttavia, è possibile catalogarli e racchiuderli in alcune grandi aree.

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Déjà vu: questo “strano, comune fenomeno”.

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 17 Settembre 2010 | Stampa articolo |
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«Il déjà vu è un errore di Matrix. Succede quando loro cambiano qualcosa».  Dal Film Matrix (1999).

La memoria è la capacità di un organismo vivente di mantenere tracce della propria esperienza pregressa e di utilizzarla per entrare in relazione con il mondo: il tutto è finalizzato a favorire il processo di adattamento. Nella specie umana, questa capacità si esplica attraverso il ricordo: il non riuscire a rievocare alcuni eventi è invece definito oblio.

Della memoria sappiamo molto, eppure tutto questo non è sufficiente per svelarne i molteplici misteri: per fare un esempio, attualmente non siamo in grado di stabilire l’esatto centro neuronale in cui essa è collocata; infatti non è localizzata in precise aree cerebrali, piuttosto rappresenta il risultato dell’interazione di tutta l’attività corticale.

Un’esperienza legata alla memoria che si ripete più o meno comunemente nella vita della maggior parte delle persone è rappresentata dal fenomeno del déjà vu, letteralmente “già visto”: si tratta della sensazione che proviamo di fronte ad un avvenimento mai visto, che pure ci sembra noto e familiare. Il mondo dell’arte, in particolare la cinematografia e la letteratura, hanno utilizzato questo tipo di spunto per realizzare opere di fantascienza creative ed assai suggestive. Ma ancora prima, nell’antichità, questo fenomeno aveva colpito e condotto alla riflessione alcuni celebri filosofi che già si interrogavano sul significato e l’origine del déjà vu  (Aristotele, Pitagora, Sant’Agostino, e molti altri ancora). Inoltre, ha da sempre occupato una posizione di rilievo nella cultura popolare, nella superstizione e nel pensiero di poeti, musicisti, religiosi, scienziati.

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La psicologia e l’abbellimento – decorazione del corpo

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 26 Marzo 2010 | Stampa articolo |
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Fin dai tempi più remoti, gli individui hanno mostrato di voler arricchire ed impreziosire il corpo umano. Nella gran parte dei casi l’uomo si è dedicato alla realizzazione di oggetti preziosi o semi-preziosi utili ad abbellire chi li indossava: ma bellezza poteva coincidere anche con modifiche anatomo-strutturali del corpo umano, che avvenivano nella quasi totalità su donne (ricordiamo la deformazione artificiale del cranio, tipica del Messico e del Perù, oppure la fasciatura dei piedi delle bambine cinesi in modo che le future donne potessero sfoggiare piedini da principesse).

Sia gli uomini che le donne hanno utilizzato questi oggetti o si sono sottoposti a queste pratiche per motivi assai diversi tra loro: mostrare la propria ricchezza e distinguersi, così, dai più poveri, dare sfoggio del proprio potere, ma anche proteggersi (pensiamo agli elmi, alle armature, agli scudi tipici dell’età medioevale), sottolineare una funzione sociale esercitata (religiosa, politica, militare,…), o esaltare la propria bellezza.

Nel mondo antico, questi oggetti ornamentali rappresentavano la natura o il mondo umano: animali, fiori, particolari anatomici (la forma dell’occhio tipicamente egiziana) o visi.

I monili hanno origini antichissime: già i primi popoli che hanno abitato la terra si dedicavano alla realizzazione di tali oggetti. Diamo uno sguardo alla storia ed alla geografia del bijoux.

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L’eterna ricerca psicologica dell’uomo

category Psicologia Giorgia Aloisio 30 Ottobre 2009 | Stampa articolo |
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In epoche e culture differenti, la psicoterapia è stata praticata secondo modalità molto lontane da quelle odierne, con le quali però, riflettendoci, sembrano esserci alcuni tratti in comune.

Fatte le dovute essenziali differenze, la richiesta d’aiuto formulata oggi allo psicologo o al medico, riflette numerosi altri simili antichi gesti di uomini lontani che si sono avvicinati a sciamani, stregoni, re, sacerdoti, maestri, filosofi, profeti alla ricerca di loro stessi. Il rito di quella che noi oggi definiamo visita, consultazione, o colloquio diagnostico/terapeutico, ricorda i cerimoniali, i trattamenti che questi terapeuti ante litteram mettevano in atto con i loro ‘pazienti’ magari con la promessa di una guarigione, o più genericamente di una via d’uscita dal loro disagio somato-psichico.

Ricordiamo il ruolo che, all’interno delle grandi città dell’antica Grecia, rivestivano filosofi come Plotino, Socrate, Platone: attorno a loro si riunivano gruppi di studenti e pensatori desiderosi di apprendere e conoscere le verità nascoste all’occhio umano, visibili agli occhi di chi dedicava la propria esistenza a questo genere di riflessioni. Spesso ai filosofi giungevano richieste inerenti la comprensione del mondo, l’esistenza umana, il senso della vita: domande che noi terapeuti ben conosciamo.

In molte zone della Grecia per esempio, dove i templi di Esculapio (dio della medicina) andavano per la maggiore, le guarigioni avvenivano tramite vari rituali, tra i quali l’incubazione: il paziente giaceva a terra per una notte intera all’interno di una caverna. Qui avrebbe avuto un sogno o una visione che lo avrebbero guarito.

In America ed in Tibet si utilizzavano altri rituali di guarigione: in Guyana (America meridionale) il paziente veniva ipnotizzato (pratica tuttora messa in atto da alcune correnti di psicoterapia) ed a volte questo accadeva con gruppi più o meno numerosi di pazienti che entravano in stato di trance collettiva.

La medicina primitiva (oggi detta magia) è sempre stata molto diffusa un po’ in tutto il mondo, e continua ad esserlo tra le popolazioni non industrializzate dei giorni nostri. In certi casi gli stregoni procurano delle ‘malattie magiche’ che spesso portano i pazienti alla morte nel giro di poche ore, come testimoniato dai riti del bastone e dell’osso (Australia Centrale, Melanesia). Altre volte, tali nefasti effetti della magia nera vengono (venivano) neutralizzati da atti di magia riparatrice ad opera di sciamani.

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