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La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta. Confucio
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Il ruolo dello Psicoterapeuta

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 19 Marzo 2016 | Stampa articolo |
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Alcune volte non è semplice distinguere certe figure professionali con le quali non abbiamo dimestichezza e si rischia di fare grande confusione. In questo articolo ho deciso di delineare le caratteristiche dello Psicoterapeuta: mi riferisco al ruolo di questo professionista in Italia, in quanto in altri paesi per diventare Psicoterapeuti è necessario un iter diverso.
Partiamo dal percorso necessario per diventare Psicoterapeuta. Le possibilità sono due, differenti tra di loro: la prima è attraverso la laurea in Psicologia, la seconda con la laurea in Medicina.

Lo Psicoterapeuta Psicologo

Si tratta di uno Psicologo che ha conseguito la laurea magistrale in Psicologia, ha concluso il tirocinio post-lauream della durata di un anno, è iscritto all’Albo degli Psicologi (sezione A) e ha frequentato una scuola di Specializzazione in Psicoterapia di almeno quattro anni, ottenendo il diploma di Psicoterapeuta dopo aver discusso una tesi.
La formazione di questo professionista è altamente specifica e tutta orientata alla mente umana; esistono diversi approcci teorico-clinici (Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, Psicoterapia Psicodinamica, Psicoterapia Transazionale, …), a seconda delle inclinazioni teoriche e mentali del terapeuta. Questo specialista non è autorizzato alla prescrizione di farmaci in quanto è Psicologo e non Medico.

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Il pensiero di Blaise Pascal e il suo interessante contributo psicologico

category Psicologia Giorgia Aloisio 3 Settembre 2015 | Stampa articolo |
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Blaise Pascal è stato un grande filosofo francese vissuto nel 1600: dotato di una straordinaria capacità riflessiva, oltre alla filosofia, Pascal coltivava con passione lo studio della fisica e della matematica, … a soli diciotto anni ha creato una delle prime calcolatrici, detta appunto ‘Pascalina’.

Ciò che mi ha colpito e mi ha portato a scrivere di lui è la riflessione che quest’uomo ha dedicato alla psiche umana: questo suo focalizzarsi sulla dimensione dell’angoscia, del turbamento dell’animo, sull’inconsolabilità di alcuni momenti nei quali tutti ci troviamo a vivere, in determinate fasi della vita. L’analisi che Pascal fa della mente è acuta, fine e decisamente molto attuale, dal momento che pone l’accento sulla tendenza a sentirci sempre insoddisfatti, smarriti, inquieti e ‘vuoti’ di fronte ai grandi temi dell’esistenza: a cosa mi riferisco? Per esempio al fatto che da un certo momento in poi il nostro corpo non esisterà più, e non sappiamo se continueremo ad esistere sotto forma di anima, iguana o amanita phalloides, se saremo in grado di osservare dall’alto quelli che resteranno sulla terra, al momento di passaggio che ci farà lasciare la vita e passare altrove e tematiche di questo genere.

Al di là della soluzione religiosa che Pascal ritiene l’unica, autentica via d’uscita dal male di vivere, vorrei soffermarmi sul concetto di divertissement, una parola francese che racchiude un concetto utile alla riflessione.

Nella maggior parte dei casi, nota Pascal, gli esseri umani tendono a non pensare ai grandi problemi esistenziali (il senso della vita, il male, la malattia, la morte): le persone comuni preferiscono distrarsi, pensare ad altro, immergersi nelle mille incombenze e occupazioni che, ogni giorno, ci vedono protagonisti. Questo è il senso del divertissement, inteso come “distrazione”, “diversione” ma non come spasso o divertimento nel significato italiano del termine: le nostre giornate trascorrono piene di impegni e pensieri e guai a fermarsi un attimo … perché chi si ferma è perduto, o può perdersi. Questo meccanismo è molto noto a noi specialisti della salute mentale in quanto è proprio in occasione dei periodi festivi, quando si interrompono le abituali attività lavorative, che riceviamo il maggior numero di richieste d’aiuto.

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Consultare l’albo degli Psicologi online

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 22 Agosto 2015 | Stampa articolo |
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Quante volte ci è capitato di incappare in esperti di ‘qualche cosa’ che poi, nella pratica, si sono rivelati piuttosto degli inesperti della materia? Quanto spesso ci accorgiamo che, di tante ciambelle col buco, una è uscita dal forno menomata? Un nastro bruciato dal ferro da stiro della nostra tintoria di fiducia, uno scontrino che riportava un prezzo errato – di solito il prezzo originario era inferiore a quello stampato, almeno in Italia – … una bottiglia di latte già scaduto e via dicendo. Quando però si tratta di salute, non possiamo permetterci alcuna leggerezza o disattenzione: la salute è sacra. Purtroppo non è così che la pensano quei nefandi sedicenti professionisti che, dopo anni di disonorevole carriera, sono stati smascherati: non avevano alcun tipo di specializzazione, addirittura non erano laureati o avevano a malapena il diploma di scuola. Personaggi iniqui, purtroppo, ne stiamo constatando anche nella nostra disciplina psicologica: è di gennaio la notizia dell’ennesimo disonesto individuo che da anni giocava con il disagio e il dolore di alcuni ‘pazienti’ fingendosi psicologo e psicoterapeuta. Era un counselor con aspirazioni da psicoterapeuta e non ne faceva mistero: anzi, ne ha fatto una vera e propria professione. Faceva diagnosi, praticava l’ipnosi, senza avere titoli né competenze. Il soggetto in questione seguiva più di quaranta ‘pazienti’, tra schizofrenici, depressi e quant’altro: potete leggere la notizia al seguente link (LINK).  http://m.ravennanotizie.it/articoli/2015/01/10/arrestato-ai-domiciliari-finto-psicologo-ravennate-in-cura-da-lui-oltre-44-pazienti.html
Prendendo spunto da questo drammatico episodio, proponiamo alcune riflessioni.

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Alla ricerca dei ricordi perduti

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 2 Gennaio 2013 | Stampa articolo |
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Lo psicologo William James, all’inizio del ‘900, sosteneva che il cervello umano fosse attivo solo al 10% delle sue possibilità; oggi sappiamo che questa è una credenza ampiamente diffusa ma del tutto priva di fondamento scientifico. Attraverso le metodiche di neuroimmagine (come la risonanza magnetica o l’elettroencefalogramma) la scienza ci ha assicurato che la materia grigia è tutta in costante attività e che non ci sono aree inattive neanche quando dormiamo!

Numerosi sono i misteri che avvolgono questo essenziale ma ancora poco conosciuto organo umano e tra questi misteri dobbiamo annoverare il funzionamento della memoria: molti i dubbi in merito ai meccanismi che rievocano una traccia mnestica o quelli che, invece, generano il cosiddetto oblio. La “magia” della memoria fa capolino soprattutto nel caso degli odori: l’intensità e la carica di emozioni che l’olfatto porta con sé sono stati oggetto di grande attenzione da parte di numerosi pensatori: Baudelaire, Wilde, Calvino, Balzac, fino ad arrivare ai giorni nostri con Süskind e il suo celebre romanzo “Il profumo” (1985).

A volte ci basta percepire per qualche istante un profumo per tornare indietro nel tempo, rievocare volti, scene, immagini e, soprattutto, emozioni. Ne “La ricerca del tempo perduto”, ricordiamo il celebre momento dell’assaggio della madeleine da parte del narratore. Proust focalizza l’attenzione su quanto il gusto di questo dolcetto francese sia in grado di far tornare alla mente del protagonista del romanzo antichi ricordi infantili (memoria episodica) apparentemente dimenticati: lo stesso Proust, colpito dall’intensità di questa esperienza percettiva ed emozionale, se ne mostra assai meravigliato: “Trasalii: attento a qualcosa di straordinario che mi stava accadendo”. In effetti, quello che avviene in questi casi appare davvero al di fuori dell’esperienza ordinaria, si tratta di qualcosa che sembra avere le caratteristiche del “miracolo”.

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Siamo in tempi di crisi. Che fine ha fatto la psicologia?

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 1 Febbraio 2012 | Stampa articolo |
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Le notizie che quotidianamente affollano giornali, telegiornali e siti internet non sono certo incoraggianti e spesso verrebbe da pensare “ma che futuro avrò?”. Non c’è nulla da obiettare: siamo in tempi di crisi.
La corsa ai saldi, ormai, è roba vecchia: nonostante i ribassi, i negozi italiani restano poco frequentati e, quei pochi frequentatori, sono sempre meno “compratori”. Coloro i quali hanno un posto di lavoro certo e a tempo indeterminato non se lo lasciano sfuggire e, agli occhi dei molti non ancora occupati o impiegati a tempo determinato, sembrano una razza in via d’estinzione. Quei piccoli piaceri che un tempo potevamo concederci, in certi periodi dell’anno, oggi sono diventati piccoli o grandi lussi, a volte impossibili da realizzare.
La crisi economica e sociale che coinvolge l’Italia – ma non solo – ci spinge a vedere “tutto nero”, influenza in senso negativo le nostre aspettative e fa crollare le nostre speranze: il pessimismo sembra essere l’unica risposta a questo terribile momento. Cosa succede alla psiche, di questi tempi? Quale aiuto può dare la psicologia rispetto a ciò che sta accadendo?
Anche in ambito psicologico, quando arriva un nuovo/una nuova paziente, il problema che si presenta per primo appare quello economico: il costo della psicoterapia. Certo, non tutti possono permettersi una spesa fissa come questa: ed è lecito domandarsi quanto conti intraprendere un cammino psicologico, in tempi di crisi economica e sociale. Mi permetto di dare una prima risposta: conta molto.
Spesso si sottovaluta il ruolo di spicco che la psiche riveste nella nostra vita e non ci si rende conto che investire economicamente per stare bene a livello psicologico può oggi risultare uno dei migliori investimenti. Potremmo capovolgere l’antico detto “mens sana in corpore sano”, sottolineando che una psiche equilibrata e serena è indispensabile per star bene fisicamente e per fare scelte costruttive, vantaggiose, sensate. Anzi, direi che è fondamentale!
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Io, paziente: un’etichetta ambulante

category Psicoterapia Giorgia Aloisio 21 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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Nella pratica terapeutica che svolgo, mi sono più volte trovata di fronte ad una domanda: “dottoressa, qual è il mio disturbo? Qual è la diagnosi?”.

La domanda, da parte del paziente, è più che lecita e comprensibile: abituati come siamo oggi, direi proprio “immersi” in una cultura che tende ad etichettarci come si etichetta un vaso di marmellata, a medicalizzare ogni tipologia di sintomo senza attribuire al malessere un significato ed un ruolo nell’economia di vita del paziente, la domanda sorge spontanea. Ma a cosa serve la diagnosi? Perché il paziente desidera essere classificato? Cosa potrà farsene di questa etichetta? È giusto comunicarla, da parte del terapeuta?

 

Le origini ed il significato

Il termine nosologia deriva dal greco:  νόσος (nosos) “malattia” e λόγος (logos) “parola” o “discorso” e significa, appunto, classificare in maniera sistematica le patologie.

 

La nosologia – e più in generale la classificazione – esiste per mettere in comunicazione specialisti afferenti a varie aree del sapere e serve per descrivere la condizione di ogni paziente, per “semplificare” la globalità dell’individuo riportando su un piano generale il particolare di ogni persona, affinché sia possibile confrontare tra di loro casi diversi, nel tempo e nel luogo. Naturalmente tutto ciò viene fatto allo scopo di cercare una soluzione alle problematiche che il paziente porta. Si parte dal singolo per arrivare al generale, per poi tornare di nuovo al particolare, un percorso circolare, in sostanza, un ambito che spetta allo specialista, più che al paziente: e questo discorso vale soprattutto in ambito psicologico, dove il confine tra sanità e malattia è davvero molto oscuro e risulta rischioso  distinguere in maniera categorica il soggetto completamente sano da quello completamente “patologico”.

Attraverso la classificazione, lo specialista agisce attivamente sul paziente, disegnando le linee del futuro percorso terapeutico; in questo modo parte il progetto terapeutico, e l’etichetta, pur restando in piedi come un “cartello stradale” che indica ed orienta, viene lasciata alle spalle.

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