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Depressione e rischio cardiovascolare correlato nelle donne del terzo millennio

category Disturbi e patologie Anna Mostacci 20 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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Nella sua vita la donna rincorre mille ruoli e abbraccia diverse identità sociali solo apparentemente distinte le une dalle altre. Nella costruzione e considerazione di se stessa che ella impara a rappresentarsi, si pone, o è costretta a porsi, obbiettivi significativi. Da bambina può ritrovarsi ad essere accudente e protettiva verso uno dei due genitori così come da adulta può tornare ad essere profondamente figlia e vivere forme di regressione psicologica e sociale che l’allontanano dalla realtà delle sue enormi, altre, potenzialità, in quanto la donna è per definizione votata all’aiuto degli altri.
Per alcune donne, il destreggiarsi e il calarsi nei panni ora di una ora di un’altra istanza di sé, bambina–figlia, figlia–madre, madre–figlia, sembra un processo che si svolge con naturalezza, come se dentro di sé la donna  possa percepire la modalità di passare da un ruolo ad un altro, da un’identità all’altra e fluidamente attingere alla sorgente del femminile recettivo e intuitivo della propria natura.
Ma questo interscambio psichico ha un prezzo. Esso può diventare una vera e propria fissazione psichica e  presentarsi, nel passaggio ad altre fasi della vita, come un blocco granitico che non lascia scivolare verso il cambiamento. Oppure convogliare nella malattia del corpo, corpo come mediatore tra sé e il mondo dell’altro, l’atroce dubbio identitario contestuale e relazionale.
Verranno ora prese qui in esame forme di sofferenza psichica e fisica insieme, che riguardano specificamente il vissuto odierno della donna attraverso recenti  approdi nelle ricerche di genere.
La sindrome depressiva
I disturbi depressivi, dagli stati più lievi a quelli più gravi, colpiscono in una lenta sofferenza circa il 20% della popolazione italiana; si stima che circa 6 milioni di persone di ambo i sessi sono in terapia per la cura di disturbi depressivi e 9 milioni di persone sono malate di depressione senza saperlo.
La popolazione femminile ricopre ampiamente queste stime e maggiormente la ritroviamo tra chi non si sottopone a cura farmacologica e terapia psicologica per motivi insiti nella natura sociale ricoperta dal continente donna.
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I benefici immediati dell’intervento psicoterapeutico

category Psicoterapia Anna Mostacci 11 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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“Se vado dallo psicoterapeuta che benefici immediati avrò?” Ecco una breve ed efficace risposta

Nella vita della persona possono insorgere difficoltà nelle relazioni con gli altri, con se stessi e con la realtà oggettiva.

Quando diviene difficile risolvere da soli i problemi concernenti il flessibile adattamento alla vita di tutti i giorni e ai mutamenti che le fasi della vita ci impongono, richiedere l’aiuto dello Psicologo Psicoterapeuta è già un atto di fiducia verso la cooperazione e la relazione con l’altro da sè.

Così il riscoprire le proprie capacità di resistenza agli eventi e le proprie capacità di valutazione affettiva intensificherà l’autoaffermazione e una migliore risposta allo stress.

Nello stesso tempo, l’attento ascolto dello Psicologo Psicoterapeuta potrà aiutare a risvegliare, e di conseguenza mobilitare, le sopite risorse interiori volte al benessere che esistono già dentro di noi e che generalmente si attivano solo dopo eventi traumatici molto gravi per sostenerci nella sopravvivenza.

Se in un primo momento, per alcune persone, è imbarazzante e difficoltoso riuscire a comunicare i propri vissuti interiori, dare loro corpo nella parola, è pur vero che il sollievo che ne deriva diventa una forza in sé.

Si supera l’estraniante sensazione di grosso e ingombrante peso e il pensiero fisso sulle emozioni disturbanti si allenta permettendo la catarsi.

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Riconoscere la Compassion Fatigue. Definizione clinica e possibilità di cura

category Psicoterapia Anna Mostacci 17 Marzo 2011 | Stampa articolo |
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Aiutare gli altri è un valore indiscusso dell’umanità intera e rappresenta, come ha sempre rappresentato,  la possibilità più efficace di continuare la nostra evoluzione a partire dalla sopravvivenza della specie fino a giungere alla massima espressione spirituale di gratitudine verso il dono della vita. E nell’aiutare gli altri è incentrata la vita di ognuno di noi.

L’aiutare gli altri consiste anche in molti mestieri; qui, nello specifico, parleremo delle professioni di aiuto nell’ambito della salute e delle condizioni fisiche e psicologiche vissute dalle persone che aiutano gli altri in difficoltà, a rischio della vita, nelle diverse fasi critiche della vita, nelle malattie invalidanti, nelle malattie terminali, nei comportamenti sociali deviati, nelle difficoltà del crescere e accudire giovani vite senza l’apporto di aiuti familiari e sociali condivisi – che noi sappiamo avvenire quando la rete affettiva supportiva viene a spezzarsi.

Tra il 1985 e il 1992 Charles R. Figley, professore capo del programma di Ricerca Stress Psicosociale alla Florida State University, sviluppa il concetto di “Compassion Fatigue” spiegando che è caratterizzato dallo stato di estrema tensione e preoccupazione che vivono coloro che attraversano la grande sofferenza di chi aiutano. Questa tensione comporta, per chi aiuta, un possibile trauma, come quando si assiste alla potente minaccia di morte o invalidità e/o alla inevitabile morte dell’altro come accade, per esempio, al personale di pronto intervento medico.

La Compassion Fatigue è dunque uno stato di profondo esaurimento fisico, emotivo e spirituale accompagnato da un acuto dolore emozionale ed è riconosciuto nell’ultimo decennio come lo stato soggiacente il Burnout negli operatori sanitari che lavorano nei settori di chirurgia, malattia mentale, medicina d’urgenza, ostetricia, medicina generale, medicina rurale e psicologia d’emergenza nonché nei volontari impegnati nel settore salute ed emergenza.

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L’insorgere del disagio psicologico e la richiesta di aiuto

category Disturbi e patologie Anna Mostacci 19 Novembre 2010 | Stampa articolo |
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Recenti studi hanno dimostrato che dall’insorgere di un disagio psicologico alla richiesta di aiuto passa un lasso di tempo entro il quale il problema che affligge la persona influisce percettibilmente nella conduzione della sua vita quotidiana fino ad arrivare all’invalidazione di aree specifiche del vivere.

Si intende come disagio psicologico tutte quelle situazioni problematiche che investono la persona a prescindere dallo stato psichico più o meno patologico e conclamato nonché sintomatico di nevrosi, psicosi e disadattamento.

Possiamo definire il disagio psicologico come un problema di natura emotiva che si manifesta con profonda tensione, preoccupazione e che genera un grado di insoddisfazione del vivere – attività e interazioni – e nel viversi – nella percezione, nell’immaginazione, nella motivazione, nelle pulsioni, nelle decisioni –  e che non permette alla persona di poter esplicare al meglio la propria personalità.

Emozioni disforiche come l’ansia, la paura, l’insicurezza, la non tranquillità, sono risposte a quelle realtà che la persona considera “negative”, non volute ma subite e che lo coinvolgono in un equilibrio instabile e precario nell’esplicazione della propria modalità creativa di vivere.

La capacità di risanarsi autonomamente è la spinta vitale più potente che la persona ha in sé per se stessa e verso le relazioni significative della sua vita, infatti è la capacità di risanare i conflitti e dispiegarli che contraddistingue il saper muoversi con amorevolezza della persona che sceglie la sfida con la vita come una grande opportunità e non soltanto come un grande peso da sostenere.

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Sulla guarigione e sulla nascita psicologica in psicoterapia

category Psicoterapia Anna Mostacci 16 Luglio 2010 | Stampa articolo |
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Barbara mostra il viso contratto, le lacrime che riempiono i suoi occhi, le mani tremanti che torturano le frange della sciarpa e pone la domanda accorata: “Finirà questo tormento? Guarirò?”.

Barbara soffre da più di un anno di un disturbo ossessivo-compulsivo che la attanaglia e la tiene prigioniera in regole comportamentali che lei stessa riconosce come assurdamente esigenti.

C’è in lei il bisogno di pensare che la risoluzione del suo profondo conflitto interiore avvenga come una guarigione “da tutto”, come una guarigione dalla malattia secondo il modello medico, dove si guariscono i sintomi e con essi la causa diventando infine immuni.

Spesso più è cronicizzato il disturbo più l’aspettativa verso un intervento psicologico è di questo tipo.

Questa aspettativa è comprensibile, il perdurare del disagio provoca un’invalidità dell’essere per se stesso e verso il mondo oltre sé.

Per Carlo l’ansia di arrivare primo in ogni settore della sua vita lo sta spossando da molto tempo, racconta che gli sembra di aver avuto questo problema da sempre e si aspetta che la psicoterapia lo guarisca “come si guarisce da un’infezione”. Non parla di superamento, di movimento “verso”, parla di una visione di sé completamente opposta a quella che ha ora, dove il suo bisogno di dipendenza viene soddisfatto e vissuto. Questa visione si spinge in un oltre che ha una potenzialità predittiva ed è su questa immagine che verte la promessa di un lavoro terapeutico che lo vedrà pronto a venire a patti con la sua sfiducia cronica.

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Anna Mostacci

category Gli autori Anna Mostacci 16 Luglio 2010 | Stampa articolo |
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“Il senso della mia esistenza è che la vita
mi pone una domanda.
Oppure, all’opposto, sono io stesso una
domanda posta al mondo e devo fornire
la mia risposta, altrimenti devo accontentarmi
della risposta che mi dà il mondo.”
C.G. Jung

Sono laureata in Psicologia – laurea vecchio ordinamento – all’Università della Sapienza di Roma.

Ho svolto il mio tirocinio per due anni presso l’Ospedale S.Giovanni di Roma nei reparti di Ostetricia e Ginecologia e Medicina e Chirurgia.

Ho completato la mia specializzazione presso l’Istituto di Psicoterapia Analitica Esistenziale di Roma – ora IAPE – dove ho anche svolto il training personale di analisi individuale e di gruppo.

Sono tornata come Psicologa Volontaria presso l’Ospedale S.Giovanni di Roma.

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