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Tradimenti e infedeltà: le scappatelle fanno bene al rapporto?

category Atri argomenti Anna Chiara Venturini 25 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Un aforisma del pittore John Harington dice” Il tradimento non trionfa mai: qual è il motivo? Perché se trionfa e diventa un grande amore, nessuno osa chiamarlo tradimento.”

Ognuno di noi ha una parte segreta, quella parte segreta che non vuole essere scoperta e non vuole scoprire, quella parte segreta che fantastica ed ha al contempo paura di conoscere. Il tradimento dà voce a quest’aspetto recondito di noi, sia come traditori che come traditi, portandoci inevitabilmente a riflettere, a crescere e maturare, indipendentemente dalla nostra età e mettendoci di fronte ad una nuova autonomia. Sotto quest’aspetto si potrebbe parlare di una funzione quasi terapeutica del tradimento, proprio perché porta comunque con sé un momento di crisi e quindi di rinnovamento, sia personale che della coppia; ci riporta immancabilmente coi piedi a terra e ci fa rendere consapevoli dei nostri limiti e della nostra fragilità, ricordandoci la nostra parte più autentica che risiede nella capacità di risollevarsi. Ma perché tradiamo? Partendo dalle considerazioni dell’antropologa americana Fisher, secondo cui il tradimento sarebbe scritto nel patrimonio genetico della specie umana, nonostante l’adulterio sia stato da sempre condannato e represso dalla nostra cultura e dalla nostra religione, la dirompenza e l’imprevedibilità dell’istinto sessuale hanno avuto la meglio anche sui più terribili divieti sociali, arrivando quasi a far considerare  la vera trasgressione il rimanere fedeli! Oggi come oggi la tentazione erotica per un’altra persona appare come trasgressione e desiderio di un’avventura, qualcosa di nuovo che sia in grado di regalarci un brivido diverso, qualcosa che ci faccia sentire le farfalle nello stomaco e che ci faccia sentire irresistibili. Nell’immaginario collettivo il tradimento diviene così quell’atto che permette di superare la noia del rapporto facendoci sentire nuovamente vivi, come se il rapporto di coppia debba essere sempre all’insegna dei fuochi d’artificio altrimenti c’è il rischio delle corna. Ma immaginate che stress nel rapporto se tutto deve essere calcolato in funzione di evitare un tradimento? Nessuna donna andrebbe più in giro per casa in tuta e nessun uomo metterebbe su la pancetta o si piazzerebbe davanti al televisore se ci si dovesse dar da fare per evitare un “terzo incomodo”. Questa però sarebbe una coppia serena? E soprattutto quale sarebbe il motivo dell’unione? Al di là quindi del motivo che spinge a tradire, forse sarebbe bene chiedersi cosa ci spinge ad essere fedeli, se il piacere o il bisogno reciproco; di riflesso si comprenderà la radice dell’adulterio. Nella prima ipotesi, infatti, sarà più facile il tradimento, ma sarà anche più “salutare” per la coppia, perché diviene la spia che il legame non rende più felici i partner e si può allora lavorare sulla rinascita del sentimento; nel caso in cui invece, il rapporto si regga sul bisogno reciproco, difficilmente uno tradirà l’altro, ma l’unione diverrà una specie di gabbia dorata in cui i due soffocheranno nella reciproca dipendenza e nel totale estraniamento dagli altri, visti come potenziali elementi destabilizzanti.

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Pessimismo: perchè vediamo il bicchiere mezzo vuoto ?

category Psicologia Anna Chiara Venturini 15 Maggio 2011 | Stampa articolo |
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Giorni fa mi sono imbattuta in un aforisma che diceva pressappoco questo Un pessimista è uno che, quando sente profumo di fiori, si guarda in giro per vedere dov’è la bara”. (Henry L. Mencken) ed ho pensato che fossero parole che rendevano a pieno il pensiero del pessimista. Vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, svegliarsi la mattina speranzosi e curiosi verso la vita o al contrario, aprire gli occhi e anticipare negativamente tutto quel che sarà sono due differenti condizioni in cui ognuno può transitare in base alle contingenze. Già, perché non si è mai e per sempre totalmente ottimisti o dei pessimisti cronici; a volte, magari, a seconda del particolare periodo che si attraversa, è possibile manifestare una fase di tolleranza ed ottimismo più marcata o, viceversa, si decide di contrassegnare le proprie giornate con una tinta decisamente più scura, convinti che qualcuno si stia divertendo a farci andare tutto allegramente a rotoli o che il destino si sia scagliato contro di noi. In realtà, al di là delle varie situazioni, in cui può capitare di essere presi da euforia o da insoddisfazione momentanea, c’è in ognuno di noi la tendenza a ragionare ed a rapportarsi con la realtà esterna attraverso due ottiche differenti. Si impara infatti a decodificare la propria esperienza in base alla propria personalità e ai condizionamenti derivanti dall’ambiente e dagli altri, ma non si tratta di una conquista definitiva, ogni essere umano è in continua evoluzione solo che a volte ci percepiamo “fermi” in uno stato d’animo che sentiamo come una sorta di “gabbia”, dalla quale non sappiamo come uscire. In realtà, quella è una gabbia mentale che ci siamo costruiti da soli per difenderci dalla sofferenza, un pessimismo difensivo che tuttavia ci tarpa spesso le ali. Questo difatti non permette una valutazione accurata delle situazioni, portandoci comunque ad anticipare l’esito negativo cosicchè “Se va bene, tanto di guadagnato, se va male, tanto me lo aspettavo”, così da non rischiare nulla. Alla base ci sono esperienze spesso di rifiuto ed abbandono, in cui la persona sviluppa una visione negativa di sé ( non sono degno di amore, perciò vengo rifiutato-abbandonato), degli altri ( mi rifiutano, evitano, sono cattivi e giudicanti) e del mondo ( il mondo va a rotoli ed il futuro è cupo). Si innesca così una sorta di meccanismo che si definisce “profezia che si autoavvera”, ovvero, se si anticipa negativamente un evento si gettano inconsapevolmente le basi affinchè questo di fatto si riveli catastrofico.

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L’attacco di panico: tra “paura della paura”, interpretazioni ed evitamento

category Disturbi e patologie Anna Chiara Venturini 27 Aprile 2011 | Stampa articolo |
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La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale: essa serve a preparare l’organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo, e ad approntare il comportamento di risposta all’evento temuto: generalmente la fuga o l’attacco.

Negli organismi normali, quanto maggiore è la minaccia percepita (e più grave la posta in gioco), tanto maggiore sarà l’intensità di questi meccanismi preparatori (la risposta alla minaccia reale o percepita). Sotto stress, la capacità dell’uomo di proiettarsi con la mente, e con la memoria, nel passato e nel futuro, lo rende vulnerabile – paradossalmente – alla stessa emozione che dovrebbe garantire la sua sopravvivenza: la paura.

Il panico vero e proprio la persona lo raggiunge focalizzando l’attenzione sui propri stati interni fisiologici in reazione alla paura. Tale processo ingenera (aumentandolo) uno stato di apprensione ansiosa incentrata sui propri stati corporei interni e fisiologici. Una volta innescato, questo processo può diventare ricorsivo (tendendo così ad auto-alimentarsi).

Gli attacchi di panico sono comunemente descritti come un’improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente. Nel particolare, un episodio può essere caratterizzato da risposte  di carattere cognitivo, neurovegetativi, psicosensoriali e comportamentali, con  frequenza ed intensità variabili per cui si presentano quadri clinici tra loro molto diversificati (Faravelli, 1997)

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La resilienza psicologica: una forza che nasce dalla sofferenza

category Psicologia Anna Chiara Venturini 19 Novembre 2010 | Stampa articolo |
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Il filosofo Khalil Gibran ha scritto: “Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.”

La morte di un caro, la perdita del lavoro, una malattia grave sono esperienze di vita che mettono a dura prova l’equilibrio psicologico della persona:emozioni forti e in senso di profonda inquietudine ed incertezza prendono il sopravvento e la persona potrebbe sentirsi come un “puzzle che va in pezzi”. Difficile leggere l’evento, collocarlo nella giusta prospettiva, attribuire responsabilità e onori: tutto sembra nebuloso, il tempo scorre dettato dallo stato d’animo e le cose acquistano un sapore diverso. Alcuni si adattano presto, altri richiedono un processo più laborioso e faticoso: ma da cosa deriva questa differente capacità di resistere agli “urti” della vita?O meglio, perché ci sono individui più o meno resilienti?

La resilienza, termine derivato dalla scienza dei materiali e indicante la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione, in psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. Non è quindi solo capacità di resistere, ma anche di “ricostruire”la propria dimensione, il proprio percorso di vita, trovando una nuova chiave di lettura di sé, degli altri e del mondo, scoprendo una nuova forza per superare le avversità. Si tratta di un processo dunque individuale, ovvero che si costruisce nella persona in base alla personalità, ai modelli di attaccamento e agli eventi di vita e pertanto si verifica in modo differente in ognuno di noi. Molto spesso, infatti può capitare che, quando una persona che conosciamo si trova ad affrontare un evento particolarmente stressante, pensiamo “Io al suo posto non sarei riuscita a sopportarlo!”; tuttavia, come detto, questo dipende dalle nostre esperienze, dai nostri apprendimenti, dalla nostra personalità e pertanto filtriamo ed elaboriamo gli eventi e loro significati in modo differente, reagendovi e integrandoli nella memoria in modo altrettanto differente.

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I giorni dell’abbandono: come reagire e superare il trauma delle separazioni

category Atri argomenti Anna Chiara Venturini 12 Agosto 2010 | Stampa articolo |
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Le separazioni fanno sempre male, sono lutti che ci troviamo nostro malgrado ad elaborare, traumi dolorosi soprattutto se siamo noi ad essere abbandonati. Alcuni reagiscono minacciando il suicidio, altri iniziano a perseguitare l’ex amato, altri ancora invece soffrono attraversando il dolore e lasciandosi attraversare da esso perché il dolore c’è, esiste ed è innegabile. Tuttavia non sempre chi ci è accanto è in grado di reggere questo dolore: alcuni si defilano, altri pronunciano frasi di circostanza- Non ci pensare! Vedrai che passerà, datti tempo! Morto un papa…. – col risultato che ci si sente sempre più soli, più incompresi e più confusi. Si sa e si sente che sono frasi di chi sta bene, di chi non sta soffrendo come noi l’angoscia dell’abbandono e della separazione, e che sortiscono l’effetto contrario, ci fanno arrabbiare e ci rendono ancora più tristi e soli.   Quando si viene abbandonati viene minata la sicurezza personale, e per un attimo la propria identità viene messa a soqquadro: “E’ colpa mia, ho sbagliato io, cambierò se è questo quello che vuole!”, senza mettere minimamente in discussione l’agito dell’altro, come se di certo, se sia è abbandonati, è perché lo si è voluto e meritato. Si entra così nella fase di separazione-frustrazione: l’unione è andata in frantumi, con essa molte delle proprie certezze e si “subisce” la situazione di abbandono. Nessuno sembra in grado di aiutarci a far fronte e il peso del dolore sembra tutto sulle nostre spalle: non neghiamo allora l’evidenza e parliamo col nostro dolore, usiamolo per capire e capirci, trasformiamo l’abbandono in separazione attiva, facendo una corretta analisi della situazione per comprendere cosa davvero è accaduto, senza darsi né dare la colpa ma soffermandosi ad analizzare le dinamiche spesso malate e consolidate che hanno portato alla rottura.

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L’amore è eterno… finchè dura: come far durare un rapporto nel tempo

category Atri argomenti Anna Chiara Venturini 24 Giugno 2010 | Stampa articolo |
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“L’amore è eterno finchè dura”, così si intitolava un film di Carlo Verdone incentrato sulle problematiche di coppia, specchio dello tzunami emotivo che prima o poi ogni unione attraversa salvo poi uscirne indenne. Nella vita un amore può finire, ed è questo il primo pensiero con cui va iniziata una relazione: no no, niente di nefasto o che suoni come una profezia, bensì una semplice presa di coscienza sul fatto che un unione, per quanto sia splendida e reciprocamente arricchente possa nel tempo finire. Molte persone infatti, soprattutto in rapporti di lunga durata, tendono ad occuparsi di tutto tranne che dell’altro, dandolo per scontato come fosse parte dell’arredamento della casa; è un po’ come se avessero un bel fuoco ardente nel camino  ma non fanno nulla per aggiungere legna: non si può pretendere che quel fuoco resti acceso a lungo. Un errore che purtroppo viene spesso commesso è quello di farsi prendere da mille impegni: la carriera, gli hobby, la casa, gli amici, e non c’è più tempo per parlarsi e ascoltarsi e così si va avanti come se si fosse più una srl che non una coppia: si mettono insieme i soldi per la casa, le utenze, ma non si condivide niente di più. E’ ovvio che un rapporto non può crescere da solo se non si partecipa, se non si comunica, se non c’è voglia e interesse da ambo le parti di ritagliarsi del tempo, quello spazio sacrosanto e vitale per tenere acceso il fuoco nel camino.

Ma allora ,viene da domandarsi, qual è la ricetta per far durare un rapporto?.. Premesso che prevenire è meglio che curare, è bene tener presente alcuni dei seguenti suggerimenti:

1)   sapere cosa si vuole da un rapporto ed esprimere chiaramente i propri bisogni : non facciamoci prendere dall’attrazione fisica, non intraprendiamo rapporti sperando che l’altro prima o poi cambierà per amor nostro, non pretendiamo di avere le dimostrazioni d’amore che hanno i nostri amici dai rispettivi partner.. ognuno ha un proprio modo di amare, di dimostrarlo, di parlare d’amore, ed è anche questo che lo rende unico e speciale. Dobbiamo imparare ad esprimere i nostri bisogni perché non è vero che ” se mi ama davvero deve capire quello di cui ho bisogno!”.. il partner non ha la palla di vetro né legge nel pensiero: parliamo chiaramente delle nostre necessità e ascoltiamo quelle dell’altro

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