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Assertività e diritti assertivi: “Io sono il solo giudice di me stesso”

category Psicologia Anna Chiara Venturini 26 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“Vieni oggi in centro con me?” vi chiede un’amica, “Guarda veramente avrei da fare…” risponde la seconda.. e inizia il broncio.. “Ma come, tu sei mia amica…non puoi lasciarmi sola… dai, quello che devi fare lo puoi fare anche dopo… vieni con me… “ E vi ritrovate a fare l’esatto contrario di quello che volevate, mentre il vostro pensiero va al bel pomeriggio di relax che vi eravate programmate da tempo e a cui avete dovuto rinunciare per far contenta un’amica.
“Amore mi piacerebbe molto andare in moto con gli amici sabato pomeriggio, vieni?” Chiedete alla vostra compagna “Guarda, a me non piace affatto, lo sai che ho paura e sai anche che non mi va che vai con gli amici in giro come uno smidollato… non hai più vent’anni!”
E il risultato è che passate tutto il sabato pomeriggio a fare compere mentre pensate a quanto sarebbe stato bello poter uscire un po’ con gli amici e fare quella gita in moto che tanto desideravate.
“Non urlare o cosa penseranno i vicini di noi!!” Tipica frase che si sente durante un litigio casalingo.

Quante volte avreste voluto dire di no e invece vi siete ritrovate a fare l’esatto contrario, o peggio ancora siete passati sopra a quelli che erano i vostri bisogni per assecondare i desideri dell’altro. E ancora, ripensate a quella volta che avreste voluto dire la vostra opinione ma avete preferito tacere per evitare il giudizio altrui, oppure quando vi siete sentiti giudicati e feriti nel profondo per aver semplicemente detto quello che pensavate.
Bhe, miei cari.. se queste situazioni vi sono capitate o le avete viste accadere sotto i vostri occhi, è proprio il caso che iniziamo a leggere il capitolo più importante contenuto nel manuale di sopravvivenza nelle relazioni, il capitolo che s’intitola assertività.
L’Assertività è la decisa volontà a far valere i propri diritti, di esprimere le proprie opinioni, sentimenti, desideri, bisogni, in modo chiaro, onesto, diretto, appropriato e rispettoso dei diritti ma non dei voleri altrui.
( Continua … )

Corsi e ricorsi storici: impariamo a riconoscere gli schemi che guidano i nostri comportamenti …

category Psicologia Anna Chiara Venturini 5 Gennaio 2012 | Stampa articolo |
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“Historia magistra vitae” per dirla con Ciceroni prima e con Vico poi. Il viaggio che ci apprestiamo a fare oggi con questo articolo riguarda la storia, il tempo inteso come tempo personale, esperienziale; storia come storia di vita, accadimenti e insegnamenti che si traggono dal quotidiano, comportamenti mutuati dagli altri, appresi e reinterpretati alla luce dei propri canoni, della propria educazione, della propria morale e del proprio sentimento sociale. Storia maestra di vita dunque, ma con il chiaro intendo di rivelarci quei “corsi e ricorsi” che ne scandiscono i momenti; quei gesti, quelle situazioni, quelle emozioni che spesso ci troviamo a sottolineare con l’esclamazione “Ecco, è capitato di nuovo!”. Trappole di vita” o lifetraps come le chiama Jeffrey Young, riferendosi a modi di pensare, di sentire, di agire e di relazionarsi  che si sono formati in momenti fondamentali dello sviluppo e che nel tempo si sono strutturati in vere e proprie trappole. Spesso le persone non le riconoscono limitandosi semplicemente ad identificarle con il “destino”, arrendendosi (resa) così alla possibilità di cambiare la propria vita e sovvertire gli schemi che la determinano. Tuttavia alcuni possono riconoscere la disfunzionalità della gabbia e scelgono di evitare la situazione di “innesco” (fuga), oppure tendono ad ipercompensare (contrattacco) con comportamenti nettamente opposti a quelli che in realtà sono propri dello schema ( per esempio chi ha paura di essere abbandonato può non legarsi a nessuno in modo profondo). Quello che tuttavia appare comunque chiaro è che queste gabbie non permettono di avere relazioni sociali soddisfacenti e felici poiché le persone che sono imprigionate non conoscono veramente né se stesse né gli altri. Gli schemi, infatti, si formano in occasione di esperienze precoci ( di solito durante la prima infanzia per poi rafforzarsi  nel corso della vita), quando i bisogni del bambino non sono stati adeguatamente interpretati dal caregiver, ovvero dalla figura di accadimento. Il piccolo ha così dovuto gioco forza nascondere il suo vero Sé  e relativo mondo emotivo, in favore di uno più accettabile per l’altro che gli garantisce così vicinanza e accudimento. Si tratta quindi di schemi maladattivi precoci, ovvero organizzazioni dell’esperienza secondo pattern relazionali, comportamentali, cognitivi ed affettivi distorti e frutto dell’incontro “malato” tra il temperamento del bambino e le sue esperienze con il caregiver.
( Continua … )

“Ho perso la testa per te!” Scopriamo insieme perché ci innamoriamo e cosa accade al nostro cervello

category Psicologia Anna Chiara Venturini 28 Ottobre 2011 | Stampa articolo |
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Ricordate il post sulla differenza tra innamoramento e amore tratto dal film “il mandolino del capitano Corelli? “”L’amore  è quello che resta del fuoco, quando l’innamoramento si è consumato.” In realtà molto probabilmente non abbiamo mai pensato a cosa ci capita quando la scintilla fa poi ardere il fuoco della passione: avremo di certo avvertito le famose farfalle nello stomaco, le gambe che iniziano a tremare, ma cosa succede davvero?

Quante  volte ci sarà capitato di dire “Ho letteralmente perso la testa per lui/lei!”… oppure “Penso sempre a lui/lei!”… ebbene, queste espressioni non sono altro che la traduzione della tempesta che sta irrompendo nella nostra vita, la tempesta dell’amore.

All’inizio siamo fortemente attratti dall’altro per gli occhi, i capelli, le labbra, l’odore , ma si tratta solamente di razionalizzazioni, poiché in realtà non sappiamo mai per quale motivo una persona sconosciuta diventi il centro dei nostri pensieri. Cos’è che fa entrare in azione Cupido?

Ovviamente parte del lavoro viene fatto dal patrimonio genetico: più un partner è “lontano” da noi, nel senso di “diverso”, più è probabile che garantisca un patrimonio genetico più eterogeneo e favorevole per la prole.

Subentrano poi gli organi di senso come per esempio l’olfatto, il più antico ed anche il più potente ( partendo dall’azione “sessuale” dei feromoni, per arrivare alla forza della memoria olfattiva che ci fa rivivere sensazioni del passato sentendo certi profumi ed odori); la vista ( fondamentale per la formazione delle relazioni interpersonali, poiché attraverso le espressioni del volto possiamo capire cosa accade all’altro e regolare i nostri comportamenti ); l’udito ( tonalità e timbro rivelano le intenzioni dell’interlocutore); il gusto ( durante il bacio vengono probabilmente rilasciati feromoni e altre sostanze come le endorfine che stimolano i centri del piacere) e infine il tatto ( pensiamo al potere dello sfiorarsi non intenzionale… la pelle è un involucro che protegge il nostro Io e ovviamente lo sfiorarsi ed il toccarsi assumono un significato particolare nella misura in cui quel sottile limite viene oltrepassato in modo più o meno consapevole). Ed infine il ruolo del cervello. Avreste mai creduto di “decidere” di innamorarvi? In realtà è proprio questo quello che accade.

( Continua … )

“Perché mi va sempre tutto storto?”: la profezia che si autoavvera e il potere delle proprie “predizioni”

category Psicologia Anna Chiara Venturini 15 Settembre 2011 | Stampa articolo |
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La sfortuna sembra perseguitarvi, la iattura si accanisce senza lasciarvi tregua… e voi iniziate a pensare che oramai tutto è destinato a fallire e che tutto ciò che toccate diventa cenere. Pensate e rimuginate sui fallimenti tralasciando tuttavia un particolare di certo non poco rilievo: quanto ci mettete del vostro per far andare tutto storto? O meglio, siete proprio sicuri che ve ne capitino di tutti i colori senza che voi siate in minima parte responsabili? Per rispondere a queste domande è necessario partire da lontano e dal quello che Rosenthal nel 1968 definì “Effetto Pigmalione”, noto anche come “Effetto Rosenthal”. Nel 1948 Gordon e Durea durante uno studio, fornirono i risultati di alcuni test in cui emergevano i QI dei loro alunni ad inizio anno. Tali test erano stati manipolati ad hoc, cosicchè alcuni ragazzi risultassero più intelligenti di altri. A fine ricerca si evidenziò come gli alunni a cui era stato “profetizzato” di essere intelligenti avevano una media di voti molto più alta rispetto ai loro compagni e ai loro stessi risultati dell’anno scolastico precedente. Cosa era successo? Il rendimento dei ragazzi era stato molto condizionato dalle aspettative degli insegnanti nei loro confronti: questi ultimi infatti, col loro comportamento, avevano favorito il rendimento di alcuni alunni rispetto ad altri: si erano infatti rivolti più spesso ai ragazzi verso cui nutrivano aspettative più elevate, lasciando loro più tempo per fornire le risposte, assumendo, in termini generali, un atteggiamento di fiducia e mostrandosi più pazienti, mentre nel caso degli alunni “ meno dotati intettettivamente” addirittura avrebbero potuto ostacolare il rendimento scolastico con un atteggiamento che comunicava sfiducia e scarsa stima.

I meccanismi psicologici alla base dell’Effetto Rosenthal, detto anche “Effetto Pigmalione” (dal nome del re di Cipro che, dopo aver colpito la statua di una donna bellissima se ne innamorò desiderando a tal punto di renderla umana che Afrodite lo esaudì), sono gli stessi che fanno si che, quando un ragazzo appena conosciuto non ci chiama iniziamo a “profetizzare” sul perchè, finendo con il predisporci alla lite che molto probabilmente si verificherà quando lui telefonerà, il più delle volte ignaro del nostro meccanismo.

Se quindi una persona crede di non piacere ad un’altra, sarà proprio a causa di questa supposizione che si comporterà in maniera ostile e suscettibile, generando intorno a sé quel clima di sfiducia e disprezzo che si aspettava sin dall’inizio: avrà così ottenuto la prova del fatto che “aveva ragione” e che la sua convinzione era dunque ben fondata. Si tratta quindi di un circolo vizioso: le aspettative della persona A portano alla creazione di particolari comportamenti di A stessa nei confronti di B. essi però genereranno come conseguenza dei comportamenti di B verso A che porteranno A a confermare le proprie aspettative.

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Alla scoperta del senso di colpa: perché trasgredire ad una regola interna ci fa stare così male

category Psicologia Anna Chiara Venturini 6 Luglio 2011 | Stampa articolo |
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“Bellissime quelle scarpe in vetrina… costano un po’… però quasi quasi le compro, anche se..!” “No, domani pomeriggio ho tanto da fare, non posso venire con te!” Oppure ancora.. “L’esame è andato proprio male, avrei dovuto studiare di più!”

Il senso di colpa l’abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita; chi per un acquisto pazzo che poi, pensandoci bene, era meglio evitare, chi per aver dato buca ad un amico, e ancora chi avrebbe potuto fare di più e invece si è limitato al minimo indispensabile.

Il senso di colpa è dunque una sensazione trasversale, ubiquitaria ed è legata all’aver commesso qualcosa di biasimevole e dannoso, sia verso se stessi che verso gli altri. Ma in base a cosa si stabilisce la gravità del danno e quindi l’entità del senso di colpa? Secondo la teoria cognitivo comportamentale esistono in ognuno di noi delle credenze, delle assunzioni, dei valori (credenze intermedie) che guidano i nostri comportamenti e che sono il frutto dell’educazione genitoriale, della socializzazione e dell’educazione religiosa. Tali valori vengono interiorizzati e l’individuo li fa propri in maniera più o meno consapevole, utilizzandoli poi come bussole per orientarsi nel mondo in base al “ciò che è giusto fare”. Ma per capire meglio rifacciamoci all’esempio della buca che diamo al nostro amico dicendogli di non poter uscire con lui. Esistono a questo punto due livelli di analisi; il primo, legato al fatto che magari veramente non possiamo uscire con lui perché siamo impegnati, ed il secondo, legato invece alla bugia che raccontiamo per non aver magari voglia di incontrarlo. In entrambe i casi però proviamo senso di colpa… perché? Perché veniamo meno alla nostra regola interna, ovvero alla credenza intermedia “non si deve dire di no ad un amico” nel primo caso, e nel secondo caso alla credenza “non si deve dire una bugia ad un amico”, un po’ come se un bambino ruba una mela al supermercato e poi si sente in colpa perché è venuto meno alla legge morale insegnatagli “non si ruba”. Ovviamente noi non ci rendiamo sempre pienamente conto della trasgressione delle nostre regole interne e quello che avvertiamo è solo il grande senso di colpa. Tuttavia non si tratta solo di trasgredire; un altro elemento fondamentale nel senso di colpa è l’immedesimarsi nell’altro, nella “vittima” cui abbiamo arrecato danno.

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Prigionieri di noi stessi: il male oscuro e sconosciuto dell’agorafobia. Cos’è e come curarla, lo psicologo risponde

category Disturbi e patologie Anna Chiara Venturini 19 Giugno 2011 | Stampa articolo |
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A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma

 

L’agorafobia, o sindrome agorafobica, è la forma più diffusa e gravemente invalidante tra tutti i disturbi fobici.

Il termine indica etimologicamente la paura per l’agorà, luogo del mercato e della vita pubblica nella Grecia antica ed ha dunque poco a che fare con la paura degli spazi aperti come spesso si crede per senso comune. Gli effetti di questo disturbo si manifestano infatti anche in condizioni diverse, come in alcuni luoghi chiusi (banche a chiusura controllata, ascensori o altri spazi ristretti) nei quali si instaurano inoltre i disturbi da claustrofobia e in situazioni in cui si teme di non poter essere soccorsi subito in caso di pericolo.

Anzitutto, dunque, si tratta di un’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto ( i timori agorafobici, infatti riguardano tipicamente situazioni che includono l’essere fuori casa da soli, l’essere in mezzo alla folla o in coda, l’essere su un ponte o in ascensore e il viaggiare in autobus, automobile o aeroplano). Inoltre, le situazioni vengono evitate (per es., gli spostamenti vengono ridotti), oppure sopportate con molto disagio o con l’ansia di avere un attacco di panico o viene richiesta la presenza di un compagno.

Nella mia esperienza clinica la maggior parte delle volte la sindrome agorafobica compare in associazione ( anche se non necessariamente vi è sempre questa correlazione) al disturbo di panico, contribuendo a rafforzarne i meccanismi. La persona infatti pur di non rischiare, limita progressivamente il proprio raggio d’azione, tanto che diviene persino difficile svoltare l’angolo di casa, divenendo prigioniera della propria stessa paura.

E’ possibile in genere tracciare una linea di demarcazione abbastanza netta tra “zone sicure” e “zone di pericolo”: le zone sicure sono infatti caratterizzate dalla vicinanza della propria casa o di una persona significativa: coniuge, parente, amico, talvolta anche un ospedale o un medico; quelle di pericolo sono invece sapientemente evitate perché eccessivamente ansiogene o affrontabili solo se accompagnati.

( Continua … )