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Assertività: il coraggio di essere se stessi

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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Essere assertivi significa prima di tutto rispettare se stessi. Soltanto da un profondo rispetto per la propria persona, per la propria individualità e unicità può svilupparsi la capacità di dare vita a relazioni interpersonali costruttive, sane, basate sul rispetto reciproco. I rapporti con gli altri sono spesso difficili, poco chiari, ansiogeni; questo non è altro che il risultato di fraintendimenti che nascono dall’incapacità delle persone di rapportarsi agli altri in maniera trasparente ed onesta.

Se non si è sinceri con se stessi, come si può esserlo con gli altri? Assertività vuol dire conoscere il proprio modo di essere, accettarlo e non temere di mostrarlo agli altri; nasconderlo può solo provocare incomprensioni e disagi all’interno di una relazione interpersonale.

L’assertività si conquista nel tempo e va mantenuta, evitando estremizzazioni sia in un senso che nell’altro. Essa varia infatti all’interno di due poli opposti: il primo è quello della totale passività e incapacità di confronto con le altre persone; il secondo quello della eccessiva sicurezza di sé che finisce per tramutarsi in un atteggiamento aggressivo, caratterizzato dall’imposizione sugli altri e dalla mancanza di ascolto delle altrui esigenze. Nessuno di questi due estremi si mostra adeguato e, ancora una volta, la virtù sta nel mezzo. Un atteggiamento assertivo sano ed equilibrato comporta la manifestazione dei propri punti di vista e delle proprie esigenze e, allo stesso tempo, l’ascolto e la ricezione dei punti di vista e dei bisogni altrui. Chi è assertivo sa esprimere i propri sentimenti, è in grado di modellare il suo comportamento e le sue decisioni in base al contesto in cui si trova e possiede la capacità di difendere e sostenere i propri diritti quando la situazione lo richiede. La persona assertiva riesce a fare tutto questo senza imporre la propria volontà sugli altri e senza al contrario subire passivamente quella altrui.

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Intelligenza: definizione, caratteristiche e tipi

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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L’intelligenza umana, che qui prenderemo in esame, non si caratterizza come un fattore coerente e delineato, piuttosto essa si manifesta ed esprime attraverso un insieme numeroso di abilità, comportamenti, pensieri ed emozioni. La storia ha contato molti tentativi di definire il concetto di intelligenza in modo univoco, standard; tuttavia essi non hanno avuto successo. Il motivo del loro insuccesso risiede principalmente nel fatto che l’intelligenza non è qualcosa che si possiede o non si possiede, bensì un mosaico di elementi che trovano espressione in tutti i nostri comportamenti e pensieri. Per questa stessa ragione l’intelligenza di una persona non può essere facilmente misurabile; i test che si propongono di fornirne una stima non sono in grado di cogliere le infinite sfaccettature dell’intelletto umano e finiscono necessariamente per misurare una specifica abilità o capacità, trascurando le altre.

Una definizione di intelligenza generica, abbastanza ampia ma non esaustiva, può essere la seguente: l’intelligenza è l’insieme di tutte le capacità umane che permettono di adattarsi all’ambiente, di apprendere, di formulare ragionamenti e di comprendere l’altrui pensiero. In questa definizione ritroviamo una delle prime abilità che l’uomo ha acquisito in seguito alla sua comparsa sulla terra, ossia la capacità di adattarsi all’ambiente. Sapersi adattare, modificare l’ambiente circostante per renderlo più confortevole e accogliente è un comportamento intelligente alla base della nostra civiltà. Per poterlo fare è necessario essere in grado di apprendere, ovvero di osservare le cose e capirne il funzionamento, di estrapolarne le regole di base per poterle successivamente applicare a strumenti nuovi creati appositamente per assecondare le proprie esigenze. Capire il funzionamento di qualcosa, per esempio di un fenomeno naturale, presuppone un altro comportamento intelligente, in questo caso l’osservazione. Osservare significa concentrare la propria attenzione, i propri processi cognitivi, su qualcosa. Soltanto in seguito sarà possibile ragionare su un determinato concetto. Il ragionamento consiste nell’utilizzo di ciò che è stato osservato e appreso per formulare nuove possibilità, collegate al concetto di partenza ma diverse da esso. Il ragionamento ipotetico-deduttivo ne è un esempio; pensiamo a quando attraverso l’analisi di pochi dati a nostra disposizione giungiamo alla formulazione di regole generali.
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Differenze tra il disturbo antisociale di personalità e la psicopatia

category Disturbi e patologie Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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Evoluzione dei concetti di disturbo antisociale di personalità e psicopatia nel DSM

Il termine “psicopatico” venne coniato con il lavoro di Cleckley (1976), The Mask of Sanity, in cui egli delineò i tratti salienti della personalità psicopatica (di seguito parlerò più estesamente di questa opera); esso cadde in disuso nei decenni che seguirono la pubblicazione. Il termine “sociopatico” venne usato per un certo periodo, apparentemente come riflesso delle origini sociali più che psicologiche di alcune delle difficoltà presentate da questi individui.

Dalla pubblicazione del DSM-II nel 1968 l’espressione “personalità antisociale” divenne la denominazione prediletta. Con la pubblicazione del DSM-III nel 1980, il disturbo antisociale di personalità è stato significativamente modificato rispetto alla descrizione originale di Cleckley: i criteri del DSM-III hanno fornito maggiori particolari diagnostici rispetto a quelli di qualunque altro disturbo di personalità, ma hanno ristretto il punto focale del disturbo ad una popolazione criminale verosimilmente connessa con ceti sociali inferiori oppressi ed economicamente svantaggiati (Halleck, 1981; Meloy, 1988; Modlin, 1983). ( Continua … )

Lo sviluppo mentale del bambino secondo Jean Piaget

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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Jean PiagetLo sviluppo mentale secondo Piaget è costituito da modificazioni strutturali rilevanti al punto di contrassegnare veri e propri stadii di sviluppo. Ciascuno stadio prevede una precisa forma di organizzazione psicologica, con conoscenze ed interpretazioni della realtà del tutto proprie; il passaggio da uno stadio all’altro è graduale e l’età varia da bambino a bambino, ma ogni stadio è qualitativamente diverso dal precedente e presenta una sua coerenza, costituita da forma e regole proprie. Il passaggio da uno stadio all’altro comporta l’integrazione delle acquisizioni dello stadio precedente in strutture più evolute.
La sequenza è la stessa per ogni individuo, ma può variare la velocità con cui vengono raggiunti i diversi stadii.

Piaget descrive quattro principali stadii di sviluppo: lo stadio sensomotorio, lo stadio preoperatorio, quello operatorio concreto e infine lo stadio operatorio formale. ( Continua … )

La psicologia costruttivista di George A. Kelly

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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George KellyLa psicologia dei costrutti di George Kelly, resa pubblica nel 1955, è interessata alla persona nella sua globalità, intesa quale attiva costruttrice di teorie, impegnata ad interpretare il suo mondo e a creare – attraverso il linguaggio – i significati per ciò che le sta attorno. Un costrutto, come la stessa radice semantica lascia intuire, è l’unità elementare di discriminazione attraverso la quale si attua il processo di costruzione. I costrutti sono le chiavi di lettura che rendono il mondo intelligibile: se non disponessimo di tali criteri di discriminazione, il fluire degli eventi ci apparirebbe indifferenziato e di conseguenza privo di significato.
Un costrutto non è né un pensiero né una sensazione: è un atto di conoscenza. Si tratta della discriminazione che può essere operata sulla base di un pensiero razionale, è parte del modo in cui ci poniamo davanti al mondo come persone complete. La principale teoria del costruttivismo afferma che non esiste una realtà oggettiva, uguale per tutte le persone e indipendente dall’osservatore, ma esistono molte diverse realtà, poiché tante sono le persone in grado di percepire e vedere le cose. Ogni individuo si crea dunque una realtà personale, unica, utilizzando nel produrla le proprie regole soggettive interne. Tale costruzione avviene in base a ciò che la persona crede, vede e sente nella sua personale esperienza di vita. Il focus, dunque, è la persona con le sue teorie e il suo modo di costruirle. Essa, come uno scienziato o un narratore, è fondamentalmente impegnata a dare senso a sé, agli altri, alle relazioni con loro, al mondo e ad anticipare ciò che succederà. così, le realtà che noi creiamo e che ci mostrano il mondo nel modo in cui lo percepiamo, sono soggette a continue ricostruzioni, a continue reinterpretazioni e ridiscussioni. ( Continua … )

Gli stili di attaccamento nei bambini

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007 | Stampa articolo |
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john-bowlbyNel bambino le prime manifestazioni comportamentali che possiamo cogliere sono quelle dell’attaccamento, che John Bowlby (1975; 1976; 1983) inquadrò nel contesto di una teoria basata sull’osservazione di comportamenti interattivi. Il bambino è predisposto geneticamente a sviluppare un legame di attaccamento con chi si prende cura di lui alla ricerca di protezione, per un bisogno innato, forse una pulsione, funzionale alla sua sopravvivenza.

L’attaccamento costituisce uno dei sistemi di controllo del comportamento, che motiva il bambino ad avvicinarsi alla figura di accudimento per mantenere un senso di sicurezza (Lichtenberg, 1989). I comportamenti di attaccamento sono già visibili, alla nascita, nel riconoscimento uditivo, olfattivo, tattile e cenestetico della madre da parte del neonato; al secondo-terzo mese di vita diventano poi capacità di proposta e risposta quando il bambino sa riconoscere persone familiari ed interagire con esse in modo differenziato. A partire dall’ottavo mese compaiono indicazioni chiare di un legame di attaccamento ben sviluppato e durevole: il bambino mette in atto comportamenti di avvicinamento e di ricerca del contatto verso le persone familiari, mentre è timoroso nei confronti degli estranei. ( Continua … )