Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
L'esperienza è una cosa che non puoi avere gratis. Oscar Wilde
Viagra online

Un’idea di felicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 25 Settembre 2014 | 1,324 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

Il pensiero è una terapia, alla stessa stregua della lettura, della cultura, della natura…

Un’ossessiva ricerca della felicità riveste spunti nevrotici d’insofferenza verso il futuro, ignoto, mentre un’idea di felicità, attuale, modesta e raggiungibile (e raggiungibile perché modesta), risulta tranquillizzante già nell’immediato. Come la fame, insaziabile, se non c’è niente di cui nutrirsi, ma che si trasforma in sano appetito, e in gusto, di fronte a una tavola imbandita.

Gli autori di quest’agile libretto, “Un’idea di felicità” (Guanda, Parma 2014), Luis Sepúlveda e Carlo Petrini, si dimostrano preparati e pronti a condividere sette idee di futuro e di felicità, alcune delle quali possiedono in comune (nutrimento, condivisione, natura, politica, sviluppo), e due, gastronomia e letteratura (con l’inserimento provvido del racconto de I salmoni dell’Isola felice), che li contraddistinguono per ciò che attualmente rappresentano sulla scena culturale mondiale.

L’idea onnicomprensiva di tutto ciò che è la felicità, per l’uno deve tornare al centro dei nostri pensieri in quanto condivisione e convivialità, piacere di stare a tavola, cultura alimentare, economia più equa, e pertanto politica più giusta, la cui universalità richiede che tutti indistintamente debbano essere liberati dalle condizioni della mancanza, della ristrettezza, del sacrificio.

Per sconfiggere la rassegnazione bisogna imbrigliarne il pensiero, cambiare la mente e la prospettiva delle cose. Insomma, il pensiero come terapia!

L’insostenibilità dell’impatto ecologico generalizzato, e di livello industriale, deve cedere il passo a un mosaico di sistemi rigenerativi, e autorigeneranti, che aiutino ad aumentare “la produttività degli agricoltori di piccola scala”. Proprio così, l’uno e l’altro, in una sorta di “rivoluzione, doppiamente verde, che aumenti la produzione preservando allo stesso tempo l’ambiente”.

Una volta gli agricoltori familiari – scrive Carlo Petrini – erano considerati parte del problema della fame nel mondo, mentre in realtà sono parte della soluzione per la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile”.

Il lavoro agricolo familiare si è forgiato sulla biodiversità locale, oltre che su delle tradizioni culinarie ottimali per le disponibilità del territorio.  E, così, questa della diversità potrebbe arricchire l’elenco delle idee per il futuro e la felicità, costituendone persino una sorta di assicurazione etica, oltre che estetica. “La vita è bella perché varia!” e in questa varietà si è depositata la più potente forza creativa, un misto di adattamento migliorativo e di cambiamento in crescita. La ridondanza della natura, con i suoi inesauribili meccanismi, ce l’addita come insegnamento valido per tutte le stagioni e la cultura alimentare la riconferma nella sostanza e in quell’analisi complessa che certi aspetti edonistici tendono a mascherare o a trascurare.

Quando si sceglie di definire l’identità nazionale nel classico “piatto di spaghetti al pomodoro”, si dimentica che l’invenzione della pasta è contesa tra arabi e cinesi e il pomodoro venne importato dalle Americhe come pianta ornamentale, tanto che, nelle ricette tradizionali del meridione, per molto tempo gli  si preferì il peperone e il peperoncino, magari condito con olio, aglio e pan grattato.

Quest’identità culinaria regionale (ma tanto “provinciale”) s’è strutturata sullo scambio con altri, spesso un “prossimo” molto lontano, in una rete relazionale sempre molto più ampia di quanto saremmo portati a immaginare.

E se vale la mia tesi che anche la felicità sia a forma di rete, se proprio una forma vogliamo darle, la soluzione è presto trovata. -  aggiunge Petrini – Non siamo nessuno, e non siamo felici, se siamo chiusi, se siamo soli. Proprio come avviene per il cibo che ci rappresenta, che ci fa sentire parte di una comunità perché ne è simbolo identitario, perché è familiare e lo riconosciamo come affettivo e in qualche modo rassicurante, lo stesso accade anche per le relazioni umane, per i sentimenti: l’anima è nutrita dallo scambio, dalla relazione, dal rapporto. A volte anche dal contrasto…”.

La comprensione s’aggiunge all’elenco di cui sopra, sia nel senso di contenere sia in quello di accogliere. La capacità di capire e la capienza sono modalità d’inglobare affetti ed emozioni, saperi e sapori, con quel gusto del riconoscimento che rende unica la dignità che tutti noi ci meritiamo.

Ecco, ribatte Sepúlveda, una vita degna potrebbe essere un primo passo per la felicità, una vita realizzata, piena. Come potrebbe benissimo esprimere l’igiene mentale comunitaria o la sanità psicologica dei singoli individui che ne condividono l’idea. La dimostrazione d’equilibrio rientra nella ricetta della felicità, e del futuro, e dello sviluppo, perché queste idee s’allacciano in una rete, come se non riuscissero a restare isolate!

 

«Il treno parte da Antofagasta, sulla costa settentrionale cilena, e inizia un viaggio di seicento chilometri in direzione nord-est, attraverso il deserto più arido del pianeta, quello di Atacama, e dopo due giorni penosi riesce a risalire i cinquemila e tanti metri che lo portano fino a Ollagüe, sulla frontiera con la Bolivia. È un treno molto lento.» (Patagonia express. Appunti dal sud del mondo, Al andar se hace el camino se hace el camino al andar, 1995)

Cosa implica la velocità o la lentezza, se non l’ignoranza o la conoscenza di ciò che ci aspetta, la vertigine d’un precipizio o la sicurezza del guscio d’una chiocciola.

L’idea della calma come metodo di ricerca della felicità la si ritrova in “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” (Historia de un caracol que descubrió la importancia de la lentitud, 2013).

La lumaca – dice Sepúlveda – incarna l’idea che alla consapevolezza e alla soluzione dei problemi non si arriva di colpo ma passo dopo passo: capire perché le cose stanno in un certo modo e che cosa ognuno di noi può fare è un processo lungo e spesso doloroso. La favola parla dei temi su cui cerco di riflettere nella mia opera letteraria: di responsabilità, tolleranza, coraggio e della memoria come punto di riferimento per capire il presente e per immaginare il futuro. E per questo è scritta anche per i lettori adulti ma pensata per le piccole persone, questa umanità che ha pochi anni e che si troverà ad affrontare la realtà che noi le abbiamo preparato”.

Anche la fiaba rientra nell’idea di futuro!

Nelle differenti culture del mondo, la lumaca resta dappertutto simbolo di lentezza, ma spesso incarna anche l’idea del letargo, nei suoi vari sensi, di riposo rigenerante e di immobilità per esaurimento delle energie vitali, l’uno necessario l’altro fatale, preceduto dall’angoscia dell’ultima fase terminale.

La calma invita ad andare piano e quindi a recuperare un ritmo personale di movimento e di sviluppo. Ma pure a condividere questa tranquillità che allontana l’angoscia e annienta ogni ansietà. La lumaca pertanto è pure simbolo d’equilibrio, di moderazione, perché possiede soltanto ciò che le serve e nient’altro di superfluo. Giusto lo spazio in cui abitare, l’esoscheletro che cresce con lei, proprio dello stretto necessario e nella misura più opportuna e adeguata alle sue esigenze.

Il senso della misura sta in proporzione alla condivisione. E la convivialità è un’idea di condivisione di gusti e di sapori, come lo scrivere. Si scrive per partecipare ad altri il diritto di sapere, oppure per imprimere il giusto ritmo, o ancora indicare una nuova direzione alternativa di movimento.

E per farlo occorre tempo!

 

“«E pensare che ci sono stati uomini come i Gemelli Grim che non hanno mai ricevuto una telefonata». Tale accenno mi ha colmato di inquietudine…”. (con Mario Delgado Aparaín: “I peggiori racconti dei fratelli Grim”, Los peores cuentos de los hermanos Grim, 2004).

Umoristicamente, in questo caso, il discorso sulla confusione tra frenesia ed efficienza alleggerisce lo scarto della vita comoda con una più dinamica (ma non per questo più efficace), suggerendo pure che un’adeguata porzione di piacere sensuale viene assicurata, se centellinata, in una prolungata pratica di lento godimento, estesa fino a diventare quasi estenuante.

Quest’idea del piacere, inteso come diritto irrinunciabile, coincide con la libertà d’avere garantite gioie semplici, piccole soddisfazioni che valgono tanto. La politica, lo sviluppo, il futuro non si pongono il problema che l’esercizio del piacere rende giustizia alla dignità stessa della persona. Garantirlo a tutti equivale alla moderazione, a dissuadere dall’eccesso, a non esagerare, proprio come fa la lumaca.

Gli autori di “Un’idea di felicità” (Guanda, Parma 2014) appartengono alla generazione (la mia!) che forse ha meglio saputo conciliare l’attivismo con la poesia, quasi come la passione con il lavoro, il benessere con qualcosa di più che la semplice assenza di malattia, la politica con la letteratura, la cultura, la civiltà.

La “politica della civiltà”, di cui parla Edgar Morin, si dovrebbe tradurre in un’umanizzazione delle città e nella lotta alla desertificazione delle campagne.

Io, verso la fine della mia vita, se guardo la politica che non c’è, il disastro ambientale, il mercato che domina ecc. potrei dire: Be’, è finita, no? E invece no, io sono convinto che ci sia nel mondo questa umanità che nelle sue comunità sta cambiando le cose. Quando tutto deve ricominciare, allora tutto è già ricominciato”!

Nella sua “Lettre aux paysans sur la pauvreté et la paix” (1938), Jean Giono (1895-1970) ribadisce la superiorità della natura sulla tecnologia, indicando la salvezza dell’uomo in un lavoro naturale, opponendo le armi della semplicità, del buon senso e della poesia a un mondo che ha preso la direzione opposta: quella, sbagliata, del profitto.

Agricoltori e non “condividono”, loro malgrado, un destino comune. Quello d’un mondo ipnotizzato dal culto della velocità, della tecnologia e del progresso, che si propone, gradualmente, d’eliminare ciò ch’è naturale a favore dell’artificio. Un mondo che ora costringe milioni di contadini a soffrire la fame.

La lotta ingaggiata al fianco degli agricoltori di tutto il mondo, contro la guerra e contro lo Stato, un “pacifista-anarchico” sa che è una battaglia persa. Perché sempre avrà il sopravvento il totalitarismo dello Stato e delle guerre “democratiche”. Eppure, parlando con i contadini di agricoltura e povertà, Giono è consapevole di poter applicare il suo discorso anticonformista a tutte le vicende e le cose umane. Sa pure che il suo messaggio li porterà molto lontano, e così facendo egli saprà di poter, a suo modo, realizzare l’ovvietà. “Tous les peuples du monde sont prisonniers”: Ognuno di noi è un detenuto!

Il romanziere che avrebbe descritto, in “L’homme qui plantait des arbres” (1953), il mondo contadino raccordato ai grandi ritmi elementari (in realtà, tutto sommato, in una versione abbastanza innocua), cede al pensatore impegnato, politicamente “scorretto”.

 

Anche “La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l’oblio” (La lámpara de Aladino y otros cuentos para vencer al olvido, 2008) di Sepúlveda insiste sul fatto che i sentimenti aiutano ad affrontare le asprezze dell’esistenza, soprattutto quelli, eterni, che stanno alla base della comprensione, dell’amicizia, del rispetto per la dignità degli individui, per la natura, per le diversità.

Da quando ha conquistato la notorietà con “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (Un viejo que leía novelas de amor, 1989), Luis Sepúlveda ha pubblicato numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra cui delle “fiabe” che non sono inferiori al resto della sua produzione. Tra esse certamente spicca “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar, 1996), uno dei libri più letti degli ultimi vent’anni.

Vi si espongono quelli che dovrebbero essere considerati quali valori generazionali, come il dovere di proteggere i deboli, più giovani o più vecchi che siano. Un altro valore fondamentale, che conferma il rispetto della diversità nella natura e nell’umanità, lo si ritrova in “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico” (Historia de Mix, de Max y de Mex, 2012).

I protagonisti felini di queste due storie gli rammentano le parole che gli rivolse un astrologo cinese: “Non sono un indovino né un profeta. Non leggo il futuro, nessuno può farlo, mi limito a individuare dei dettagli interessanti. Tu puoi credere o meno alla reincarnazione, ma io ti dico che, molte vite fa, sei stato un gatto, e un gatto felice…”.

Lo strano personaggio gli offrì in dono tre gatti di porcellana, invitandolo a cingerli con una catenella d’argento, “perché i gatti sono vanitosi”; poi gli consigliò di dar loro da mangiare riempiendo un orifizio a forma di pesce che occupava il loro lato posteriore, con l’ingiunzione a non esagerare: “Gatto sazio non prende topi”!

E riecco la moderazione, non si può essere felici se non si ha il senso della misura!

 

Giuseppe M. S.   Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Ierace G. M. S. Dalla cena di Pitagora alla liberazione animale: ortoressia, gastrosofia, ed etica a tavola, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/dalla-cena-di-pitagora-alla-liberazione-animale-ortoressia-gastrosofia-ed-etica-a-tavola/1142/

Ierace G. M. S. L’identità italiana in cucina, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/l%E2%80%99identita-italiana-in-cucina-%E2%80%93-locavorism-dieta-mediterranea-il-cibo-come-cultura-%E2%80%93-come-apparecchiare-la-tavola-per-il-gusto-dell%E2%80%99appartenenza/2025/

Ierace G. M. S. Eppure, qualcosa si butta anche del maiale!, Primordia, XXI, XL, 44-46, Equinozio di Primavera 2012

Ierace G. M. S. Verdure di troppo ed erbe ritrovate… perché tutto fa brodo!, in corso di stampa

Nucciotti L. Avanzi popolo, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo 2009

Sepúlveda L. e Petrini C. Un’idea di felicità, Guanda, Parma 2014

Verdone L. Il pensiero come terapia, Paoline, Milano 2014

 







Lascia un Commento

*