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Travestitismo femminile – Svestite da uomo – La sindrome di Cherubino

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 3 Settembre 2009 | 8,359 letture | Stampa articolo |
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“Avevo trascorso le mie ore solitarie a travestire la mia anima. Le maschere stavano così perfette che quando giungevano ad incrociarsi sulla gran piazza della mia coscienza non si riconoscevano… Sotto questa maschera un’altra maschera. Non finirà mai di sollevare tutti questi volti…” Claude Cahun (Lucy Schwob) “Aveux non avenus”, 1930

La concezione del travestimento, e l’emozione da quello provocata, cambiano a seconda dei periodi e dei contesti storici, ma soltanto gli attori si possono considerare dei “travestiti” per definizione, tanto da poter magari asserire che il travestimento è l’essenza stessa del teatro, come del Carnevale. A furia di recitare la stessa parte ci si trasforma in quel personaggio pure nella vita di tutti i giorni.
Un critico disse della Bernhardt che nelle sue interpretazioni ci metteva “non soltanto la sua anima, il suo spirito ed il suo fascino fisico, ma anche il suo sesso”, e forse era per questo motivo se la parte che incarnava meglio era quella dell’androgino.
L’affascinante potenziale suggerito dall’equivoco dell’androginia supera di gran lunga quello di una semplice e pura femminilità. Male impersonator ed interpreti “en travesti” servono a stupire, creare scenografia, fare spettacolo. Nascondersi ed esibirsi, in contemporanea, contribuiscono a dare personalità o a metterla maggiormente in evidenza. L’effetto erotizzante viene forse procurato dall’ambiguità o dal contrasto stridente tra delicatezza del personaggio in opposizione netta alla promiscuità di un ambiente rischioso.
Nel 51° capitolo del “Don Quijote” si incontra: “una bella ragazza vestita da uomo con suo fratello da donna. Il mio scalco si è subito innamorato della ragazza, e si è ficcato in testa di volerla per sua sposa, come mi ha detto; ed io ho eletto il ragazzo per mio genero”.
Nel goldoniano ”Arlecchino servitore di due padroni”, per ingannare Pantalone, Beatrice si fa passare per Federico. Ma, in “Svestite da uomo” (Rizzoli, Milano 2007),Valeria Palumbo presenta come paradigmatico l’esempio di Cherubino, nelle “Nozze di Figaro”, quello di un mezzosoprano che si finge uomo per cantare in abiti femminili; cioè una donna (o un castrato) che interpreta un personaggio maschile mascherato da donna. “Non so più cosa son, cosa faccio,/ Or di foco, ora sono di ghiaccio,/ Ogni donna cangiar di colore,/ Ogni donna mi fa palpitar…”
L’inganno ed il gioco del travestimento si inseriscono in uno svolgimento “narrativo”; spesso nel “romanzo familiare” a cui la donna sembra essere résignée; sempre in quell’“avere storie” che caratterizza ogni vicenda sentimentale; a volte, il racconto è però quello delle “umiliate ed offese”, “donne che amano troppo” uomini che pure le maltrattano.
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Il fascino viene esaltato da un mascheramento che accentui estremizzando, o ambiguamente nasconda, l’identità di genere, perché il ruolo sessuale richiede sempre un travestimento per affinare l’interpretazione e renderla convincente, innanzitutto a se stessi. Poiché l’incapacità di accettare i diversi relega in un contesto di totale emarginazione.
Ebbene, la coesistenza di caratteristiche femminili e maschili non fa altro che sottolineare ancor di più una divisione rigida tra i sessi. Tant’è che una decisa differenza serpeggia tra le tendenze omosessuali; alle lesbiche si affiancano i transmen e, nel mondo dello spettacolo, la pratica di “Drag queen” viene contrapposta a quella di “Drag king”. Il risultato consiste nell’estremizzazione dell’aspetto caricaturale di un fenomeno che potrebbe nascondere un profondo disagio esistenziale, e che scardina il concetto medesimo di gender, oltre a rappresentare come una rivendicazione del diritto di appartenenza ad una diversità tout court.
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Alcune personalità non possono venire etichettate né come bisessuali né come lesbiche perché si dimostrano trasversali a tutte le tendenze, tanto che un uomo può fungere da “fidanzata” della sua ragazza ed una donna essere il “marito” del proprio compagno. Entrando in un gioco di pura trasgressione, si può essere sensuali senza necessariamente appartenere per questo ad un genere riconosciuto.
Qualcuna si sarebbe considerata una congenita invertita, anziché una pseudo invertita, e paradossalmente la partner più femminile di una coppia saffica.
Colette più che lesbica era bisessuale, ma ancor più era interessata alla bellezza del corpo femminile, che non al sesso vero e proprio.
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L’erotismo spesso si gioca sul contrasto tra deliziosa gaiezza ed abbigliamento maschile dimesso, con taglio di capelli corto, alla “maschietta”. L’immagine di “flapper girl”, creata da F. S. Fitzgerald in “Di qua dal Paradiso”, era fatta di inarrestabile vivacità, giovinezza, volubilità, capricciosità, autonomia, infedeltà, così come di capelli corti.
Nei capelli si può individuare un’assunzione di aspetto maschile. Accorciarli, tagliati in modo da esaltare l’androginia dei volti, è il primo segno tangibile di trasgressione, o di umiliazione, per una donna.
Il feticismo rappresentato dalla sigaretta da fumare in pubblico, potrebbe essere un altro segno distintivo di trasgressione, e, forse proprio per questo, eccitante per gli uomini.
Le donne ainu del Giappone settentrionale sono solite dipingersi i baffi, in un rituale dal significato apparentemente inspiegabile, in una variante alle acconciature che in occidente assumerebbe il valore di un camuffamento.
Un irresistibile richiamo sessuale può essere emanato anche da quello che potrebbe a prima vista essere considerato come un aspetto poco femminile. Un’aria da ermafrodito può rivelarsi tanto sensuale quanto appassionata. Poi, può pure succedere che chi a lungo ha vissuto “une vie d’homme”, preferisca sfruttare repentinamente l’apparenza di fragilità femminile per accaparrarsi protezione in una sorta di rovesciamento del travestimento.
Romain Brooks, che ritrasse Ida Rubinstein nella figura di San Sebastiano, giustificò il proprio saffismo dicendo che gli uomini l’avrebbero “sciupata” troppo. E, si sa, gli uomini sono “sciupa femmine” per antonomasia!
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Se ci si traveste da uomo è come se ci si sentisse autorizzate a fare cose virili, introiettando l’idea di poter prendere iniziative coraggiose in piena autonomia.
Tra Albania, Kosovo, Serbia e Montenegro, da centinaia di anni, sopravvive la pratica delle cosiddette “Vergini giurate”, una pratica disciplinata persino da uno dei codici legislativi più importanti dell’antichità, il “Kanun di Lekë Dukagjini”. Le ragioni principali che potrebbero portare a prendere una decisione tanto drastica vanno ricercate soprattutto nell’assenza di un capofamiglia di sesso maschile, per la morte del padre o del marito, con le ristrettezze economiche che ne derivano. Ma poteva anche accadere che una ragazza non volesse accettare lo sposo che era stato scelto per lei. Il giuramento di “conversione” da donna a uomo garantisce l’ottenimento di tutti i diritti riconosciuti al maschio, con l’impegno però di non vivere la propria naturale sessualità e mantenersi eternamente “unsex’d female”.
Madeleine Pelletier, una delle pioniere della psichiatria al femminile, propugnava la verginità militante quale unico bastione di libertà.
Ella Maillart, nel descrivere il suo rapporto con Annemarie Schwarzenbach, annotava: “Ci univa una medesima devozione verso qualcosa che non potevamo nominare. Tutt’e due avevamo scelto di rimanere libere per adempiere un obbligo supremo verso noi stesse, per superare quella prova necessaria la cui natura ci era ancora sconosciuta”.
La trasgressione del travestitismo riuscirebbe a mettere in discussione la morale piccolo borghese, con il suo prosaico culto dei beni materiali, della proprietà privata, del denaro a tutti i costi, come del matrimonio, e della procreazione.
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La nozione di genere o di sesso è stata messa in discussione. Si parla di trans gender, di terzo sesso, e si ipotizza che le categorie sessuali si siano rese sempre meno definite, di modo che parlare di gay o di omosessualità ha inavvertitamente perso di senso.
Apodittico l’esempio della donzella di mare (Coris Juris) che, nata femmina, dopo aver soddisfatto la prassi di deporre le uova, si trasforma in maschio.
C’è da chiedersi se vestire i bambini in modo uniforme, a prescindere dal sesso, induca confusione di identità. E’ l’abito, allora, a fare il monaco, nel caso del travestitismo? La nostra identità si costruirebbe su prove così flebili che un semplice indumento contribuirebbe a spiazzarla?
Lady Macbeth (Atto I, scena V) prega per essere de-sessuata (“unsex me here!”): cede il suo genere per ricevere in cambio il potere della crudeltà: “venite voi spiriti che governate i miei pensieri di morte, strappatemi il mio sesso, e riempitemi tutta, dalla testa ai piedi, della crudeltà più atroce”.
Se nell’immaginario si è formato un cliché di femminilità bisbetica più che aggressiva, Lady Macbeth vuol farsi uomo per acquisirne i poteri, il coraggio e la cattiveria. Se, in partenza, ciò non fosse una caratterizzazione sessuale nei termini di privilegi di appartenenza, la prospettiva della competizione naturale ci renderebbe forse tutti uguali allo stesso modo? Ed è forse questo de-sessuarsi (“unsex me here!”) che spiega intelligenza, sensibilità, e desideri, di chi compie l’atto di travestirsi?
Nella “Mademoiselle de Maupin” di Théophile Gautier, Madeleine sostiene di essersi travestita per poter conoscere meglio gli uomini e poter quindi scegliere bene un marito, eppure non nasconde la difficoltà di eludere le seduzioni di Rosette: “… gli uomini mi erano sembrati belli… adatti a mille cose, tranne tuttavia a quella per la quale sono stati creati: cioè servire da maschio all’animale chiamato femmina, con il quale non hanno la più leggera affinità, né fisica né morale”.
Nel caso del teatro giapponese Takarazuka,le interpreti dei ruoli maschili (otokoyaku) si sottopongono ad un faticoso addestramento per divenire, non soltanto icone saffiche, ma ideali romantici di sensibilità e di virilità anche per le eterosessuali.
Erodoto ci riferisce che gli Sciti chiamavano le amazzoni (senza seno) “oiorpata”, cioè quelle che uccidono i maschi. Per secoli le amazzoni, alla stregua della “vagina dentata”, hanno incarnato il simbolo della paura esercitata dal sesso femminile, ma hanno anche rappresentato quell’indubbia attrazione dell’ unheimlich per aver sconfinato da certe rigide categorie tranquillizzanti.
Già Erodoto evidenziava una maggior capacità empatica ed abilità linguistica delle donne: “i mariti non furono capaci di imparare la lingua delle mogli, ma le mogli compresero il linguaggio dei mariti”. Le “signore della riproduzione” si comportavano da uomini, ma, ribaltando tutti i luoghi comuni, restavano feconde.
“Audet viris concorrere virgo”: vergini guerriere sono la principessa dei Volsci, alleati dei Rutuli contro Enea, Camilla, “non di conocchia o di ricami esperta,/ ma di armi e di cavalli…”, la Clorinda del Tasso, e poi Bradamante e Marfisa del Boiardo, la Rosalynde di Lodge, ripresa da Shakespaere in “As you like it”.
Nella “Chanson de Yde et Olive”, seguito della chanson de geste “Huon de Bordeaux”, si narra del matrimonio tra due donne.
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Forse vi fu un periodo di transizione da un’arcaica organizzazione matriarcale della comunità al patriarcato di epoca storica, nel corso del quale indossare gli abiti dell’altro sesso sarebbe rientrato in un rituale codificato.
Per i mesopotamici, “vergine” significava essere capace di procreare senza il supporto dell’uomo. Ishtar, come stella del mattino, sotto forma di Dilbah, era armata di arco e frecce, e, su di un carro guidato da sette leoni, cacciava le fiere e gli uomini come un dio barbuto. Quale stella della sera, Zib, era venerata dalle prostitute in quanto divinità dal candido seno “che porta il maschio alla femmina e la femmina al maschio”.
Nella Venezia del 500, le meretrici, sotto la gonna, portavano, per motivi squisitamente professionali, dei pantaloni, cosicché potessero essere in grado di offrire prestazioni doppie, sia in quanto donne che come maschi. La sodomia era un peccato punito con pene gravissime. Ma, forse, adescare in abiti maschili avrebbe comportato dei rischi minori, almeno fin quando il travestimento non venne esplicitamente vietato. Oppure si può pensare anche che il doppio abito andasse incontro ai gusti ambigui dei viziosi clienti.
“Due volte la mia sorte bona ha mandato la vostra persona bella in casa mia e d’altri: una, vestita da uomo, essendo donna, e l’altra vestita da donna, essendo uomo. Voi siete uomo nei casi di dietro e donna nei conti dinanzi… Sino agli abiti che vi travasano continuamente il dosso, stanno in forse se la zufolina è zufolone o se il zufolone è zufolina” (Pietro Aretino, Lettere, IV, 365, 159).
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La figlia di Thutmosi I, Ma’at-ka-ra Hatshepsut, si concesse tutti gli attributi maschili del potere, a cominciare dalla barba posticcia, il gonnellino corto di lino (shendyt) ed il copricapo di tela rigata (nemes). Più tardi, Caterina di Russia, la quale faceva selezionare i suoi amanti da una contessa che li metteva alla prova, dopo essere stata unta d’olio santo, in quanto capo della chiesa ortodossa, celebrò messa.

Nell’Ellade arcaica, uomini e donne vestivano sostanzialmente in maniera analoga, chitone, tunica e mantello, himation. Plutarco dice che a Sparta, la novella sposa indossava abiti maschili per accondiscendere a dei rituali di passaggio da soddisfare in maniera simmetrica in entrambi i sessi, perché prevedevano pure il travestimento in abiti femminili per i maschi. Si ricordino, a titolo d’esempio, i mitici, celebri casi di Ercole alla corte di Omphale ed Achille in casa di Licomede.
Prima d’ogni altro scopo, lo scambio d’abito sarebbe servito da esorcismo per confondere gli spiriti del male. Il ribaltamento delle vesti avveniva pure ad Argo, durante le festività ibristiche, celebrazioni dell’ira e della rabbia scatenate tra maschi e femmine, in onore della difesa della città da parte della poetessa Telesilla che sconfisse Cleomene. Quasi a ribadire lo stretto legame esistente tra Eros e guerra, nel tempio di Afrodite, venne immortalata in una statua con l’elmo.
Nelle Ecclesiazuse, Aristofane si pone il dilemma: “Non si sono appiccicate le barbe che dicemmo? O non pervennero a rubare i mantelli dei mariti?
Anche le romane non ancora influenzate dalla moda etrusca, indossavano, sopra altri abiti, una sorta di toga maschile, o pallio. A distinguere le matrone era solo il velo.
Il leghion 114 del Vangelo gnostico di Tommaso che recita: “… poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei Cieli”, ha ispirato molte donne a seguire la parola evangelica, da Santa Anastasia Patrizia, e S. Margherita Reparata, a S. Marina, S. Perpetua, e S. Tecla, compagna di Paolo. Wilgefortis pregò affinché le spuntasse la barba. E, come l’eremita Antonio, veniva chiamato Abba, padre, Sara venne definita Amma, madre del deserto.
La vicenda leggendaria della papessa Giovanna viene ritenuta all’origine dell’istituzione della sedia stercoraria, anche se sembra che alluda a quel periodo oscuro della storia dei papi in cui patrizie dell’aristocrazia romana, come Teodora e Marozia, tenevano in pugno le redini del potere temporale del papato.
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La sorella di Amenemhat IV, Sobekneferu (bellezza del dio – coccodrillo – della fecondità e della potenza della luce solare, Sobek), pur continuando a vestire da donna, almeno in parte, si attribuiva i titoli maschili di faraone, come si suppone abbia fatto, prima di lei, la mitica Nitokris.
Irene di Bisanzio si sarebbe fatta chiamare basileus e non basilissa e la vedova di Ottone II, Teofano, avrebbe apposto la firma Imperator Augustus.
George Sand, pur essendo un’insaziabile conquistatrice di uomini, scriveva di sé al maschile e si firmava con nome maschile.
La paura di un’esistenza anonima con riconoscimento di ruoli secondari, anche se in relazione a qualcos’altro, suggerisce l’assunzione di un altro nome quale equivalente di travestitismo. Cambiare nome, o identità, però, rientra tra i tratti caratteriali delle personalità indubbiamente sempre pronte a mentire.
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L’orizzonte di genere potrebbe profilarsi secondo un’omogeneizzante androginia, di modo che tra maschile e femminile ci sia come una continuità, oppure una mescolanza dei due poli secondo varie combinazioni fornite dall’insieme di inclinazioni, sensibilità, esperienze…
Il travestitismo femminile tenderebbe a dimostrare che si può essere al contempo, ed, a seconda delle circostanze, sia molto femminili che adeguatamente virili. Il tentativo di definire categoricamente cosa sia femminino e cosa sia mascolino, cosa va apparentemente “contro natura”, e cosa invece viene destinato dalla biologia, sembra dover restare del tutto accademico.
Al giorno d’oggi, le ragazze manifestano atteggiamenti, abitudini, ed abiti, sempre più tendenti al maschile, e viceversa, quasi a sfondare i limiti della definizione di genere. Le caratteristiche sessuali distintive andrebbero a convergere in una sorta di curvatura “gender bending”, che invita all’androginia e conduce all’indefinitezza del “queer”.
Le caratteristiche sessuali non sarebbero definite in modo marcato per loro natura, ma verrebbero destinate in maniera variabile, a seconda dei contesti. In età adolescenziale, la consapevolezza di doversi adeguare al modello, o maschile o femminile, in un clima di crescente difficoltà di riconoscimento, è fortemente ansiogeno. Nella confusione tra caratteristiche sessuali morfologiche e caratteristiche di genere acquisite e variabili si può constatare di nascere di un sesso, ma di diventare di un genere. Sesso e genere potrebbero non corrispondere in maniera convenzionale, fin quasi a rendere ininfluente ogni etichettatura di qualsiasi definizione.
Quel che sembra certo è che in ogni contesto si apprende a rappresentare se stessi, anche se ciò non avverrebbe con modalità del tutto volontarie, né tanto meno consapevoli. Spesso il ruolo viene assegnato senza tener conto del talento ad interpretalo e tende a prevalere l’obbligo di conformarsi alla norma. Persino il desiderio finisce per venire modellato dalla struttura sociale.
L’atto di travestirsi ha assolto differenti ruoli nelle varie epoche e contesti sociali, sia pur provocando scandalo ed effetti a volte del tutto paradossali. E’ servito a contestare l’esistenza di comportamenti naturali in opposizione ad atteggiamenti deviati, o persino perversi. In ogni caso, non necessariamente v’è un rapporto tra travestitismo ed omosessualità. Anzi, c’è una limitazione netta all’espressione di sé, quando, che si tratti di uomo o di donna, si definisce cosa sia accettabile per qualcuno in maniera diversa da cosa sia accettabile per qualcun altro.

GIUSEPPE M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Ierace G.M.S.: ”Il culto bizantino delle sante che si fanno maschi”, su Kemi-Hathor, XX, 104, pag. 41-53, Equinozio d’autunno, 2001
Maier C.: “No Kid, 40 ragioni per non avere figli”, Bompiani, Milano, 2008
Nazare-Aga I. : “La manipolazione affettiva”, Castelvecchi, Roma, 2008
Norwood R. : ”Donne che amano troppo”, Lyra, Como 1987
Palumbo V.: “Svestite da uomo”, Rizzoli, Milano 2007







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