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Sottovoce agli Psichiatri: da Ermete e la stirpe dei draghi a… i ragazzi di von Gloeden

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 5 Agosto 2013 | 2,613 letture | Stampa articolo |
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Più sottovoce che mai, in questi argomenti che risultano estranei in una psichiatria ormai decisamente sessuofobica: l’iter emotivo, interiore, che affianca e traduce gli aspetti biologici che rappresentano la trama di fondo dell’identità riguardante il sesso e il genere, diventa complesso e inestricabile se non si cerca di porre alcuni punti fermi definitori”.

Con questo incipit, il prof. Romolo Rossi (“Sottovoce agli Psichiatri”, Piccin, Padova 2010) apre il capitolo significativamente intitolato “Amor sacro e amor profano”, riproducendo a suo modo la distinzione proposta da Karl Heinrich Ulrichs (1825-1895) in quella serie di cinque opuscoli (1864-65), poi raccolti sotto il titolo “Forschungen über das der Räthsel mannmännlichen Liebe” (Ricerca sull’enigma della natura dell’amore sessuale tra uomini), dove lo scrittore tedesco impiega una terminologia (Urning per gay, Urninds, lesbica, Uranodionings, bisessuale, Zwitter, ermafrodito), antecedente al lemma “omosessuale”, apparso in seguito, nel 1869, in un opuscolo pubblicato anonimo da Karl-Maria Kertbeny (1824-1882).

Il termine (urning, tradotto in italiano: uraniano, uranita e uranista) avrebbe identificato quel “terzo sesso” (intermedio, nel Simposio di Platone protetto, da Afrodite Urania, celestiale o paradisiaca), il quale a metà strada tra l’uno e l’altro, in origine, genericamente indicava persona con “anima muliebris virili corpore inclusa” (psiche femminile in corpo maschile), sessualmente attratta da uomini, secondo la tesi del “konträre Sexualempfindung” (tradotto in italiano come”inversione”, dall’allievo e successore del Lombroso,  Arrigo Tamassia, nel saggio appunto: Sull’inversione dell’istinto sessuale, del 1878).

A causa dell’ansia catalogatrice di Ulrichs, e poi di John Addington Symonds, nonché nel timore di trascurare (e quindi di privare del “diritto di cittadinanza”) qualche particolare tipo di sessualità, si giunse alla costruzione d’una complicata tassonomia comprendente (già solo per quanto riguarda l’omosessualità maschile, Urningthum, urnische Liebe, homosexual), oltre agli scontati urning e dioning, Uraniaster (uranisierter Mann, in relazione a una qualsiasi forma di omosessualità  situazionale), Manuring (feminine straight man), Virilised urning (straight-acting gay), Mannling (butch gay), Weibling (queen), Zwischen-urning (chronofili: efebofili, con preferenza sessuale per gli adolescenti, ebefilici, che prediligono gli individui in età puberale, e veri e propri pedofili attratti dai bambini impuberi), ecc.

Nel mito, la dea Afrodite era nata dal padre Urano (dal nome greco del cielo, “Ouranos“) al di fuori dalle parti del suo corpo, per cui starebbe a rappresentare l’amore immateriale, “platonico”, puro, appunto “sacro”, mentre “profano” sarebbe “Dioning”, dall’altro appellativo, più proprio per la passione carnale, eterosessuale e procreativa di Dionea (poiché partorita secondo consuetudine da una madre naturale, Dione), per Afrodite Pandemia (di tutto il popolo, e dunque volgare). Cosicché, in una lettera (senza data, ma probabilmente del 18 febbraio 1898), Oscar Wilde scrisse a Robert Ross che ad aver cambiato la sua vita sarebbe stata l’ammissione per la forma d’amore uraniano di essere ignobile, mentre la riteneva in realtà più nobile delle altre.

La personificazione del cielo, nella Teogonia di Esiodo, è una divinità primordiale, in quanto di per se stessa elemento fecondo, figlio e contemporaneamente coniuge della Madre Terra (Gea o Gaia), che ingravida spargendo su di essa fertili gocce di pioggia, per generare dapprima mostruosi Ecatonchiri (Briareo, Cotto, Gige) e Ciclopi (Arge, Sterope e Bronte), subito gettati nel Tartaro, e poi Titani (Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeteo, e Crono) e Titanidi (Tethys, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Tia e Dione). Per vendicare i figli deformi, la madre Gea istiga Crono ad aggredire il padre con una falce da lei preparata, al fine di coglierlo di sorpresa ed evirarlo. I genitali di Urano ricaddero presso Cipro e dalla spuma marina formatasi nell’impatto nacque Afrodite, mentre dal sangue imbevuto dal suolo fuoriuscirono Giganti, Erinni e Ninfe meliadi, collegate all’albero del frassino, dal cui legno si costruivano giavellotti e dalla cui corteccia si ricava ancora la manna.

Molte località costiere dall’accogliente insenatura si contendono questa geografia mitica, ricordando nell’etimologia del toponimo la falce (in greco: drepanon, o zancle), dispersa sull’isola dei Feaci. Ma la tradizione esiodea racconta anche della profezia fatta a Zeus allo scopo di metterlo in guardia da un ipotetico figlio procreato dall’ambigua Meti (la “Prudenza”, o in senso negativo, “la Perfidia”). Per scongiurare proprio questa profezia, il dio inghiottì Meti, e di conseguenza fu lui a mettere al mondo Atena, nata dalla sua testa, dando così origine all’archetipo del parto maschile.

Ezio Albrile, in “Ermete e la stirpe dei draghi” (Mimesis, Milano-Udine 2010), si rifà alla mitologia iranica draconica dell’usurpazione del trono di Yima Xsaeta, primo uomo, primo sovrano, primo peccatore, primo sacrificatore, che trasgredendo un tabù, di tipo alimentare (uccidere animali e cibarsene) oppure sessuale (incesto), pone fine al “tempo paradisiaco” per andare a regnare sotterra. Come ripercussione, questo gravissimo peccato comporta l’instaurarsi del “tempo storico” e l’avvicendarsi delle stagioni, nonché il ricorrere delle calamità che ne costituiscono le naturali conseguenze, dalla siccità alle inondazioni. La restaurazione dello stato edenico, antecedente all’incontro dei sessi, ne richiede quindi la segregazione, sostenuta dalla gelosia per la sfera femminile della verginità e del sangue. L’omosessualità diviene allora un rimedio per una primigenia hybris, in concorrenza allo stratagemma gnostico-manicheo dell’onanismo, sviluppato poi nel motivo della “seduzione degli Arconti”. La pratica misterica pertanto si basava, come ci spiega Jorunn Jacobson Buckley (1994), su di una teologia che attribuisce alla funzione del seme maschile una controparte alchemica nel sangue femminile. Il peccato originale delle mele addentate che mostrano e la nudità e il riconoscimento dei sessi è del tutto analogo. L’evento ierogamico della riproduzione viene demonicamente ostacolato dalla spermatofagia ahrimanica, sublimata successivamente dall’offerta di nutrimento concentrato nel tuorlo d’uovo, transitato nel culto orfico. L’interdizione alimentare accomunava allora il consumo di determinate sostanze all’attività sessuale, come le fave precluse pure ai pitagorici. L’uovo cosmico, il sangue-Afrodite, il tempo-Crono, e la vicenda dei progenitori biblici pongono la psicofagia luminosa a uno snodo fondamentale della comprensione della mitologia arcaica, diffusa dall’iconografia misterica del mitraismo nella raffigurazione, estranea al pantheon classico, di Zurwan akanarag, o Aiòn, entità mostruosa, leontocefala, alata, avvolta dalle spire serpentine d’un Ourobòros, cosmocràtor e cronocràtor, che, con le sue due chiavi, apre e chiude le porte del Cielo. Questa cosmogonia diviene ermeneutica con l’apparire di quel Chronos ageraos (tempo senza vecchiaia), che, scaturito dalle nebbiose fluidità del Chaos, concepisce l’uovo da cui far fuoriuscire il Pròtogonos, l’ermafrodita Phanes della teologia orfica. Il mostruoso transessuale, egemone del kénoma (vuoto) inferiore, sarebbe pure Ialdabaoth, per l’Apokryphon Johannis, seduttore della progenitrice Eva, la cui più antica variante, Altabaoth, l’ebraico traduce “dio del desiderio”.

 

A differenza di quanto aveva fatto Ulrichs, Kertbeny non fece mai “coming out”, giustificava il suo interesse per l’omosessualità con il suicidio di un amico d’infanzia, vittima d’un ricattatore, e, persino la sua seconda lettera anonima a Leonhardt la firmò “un normalsessuale“. Nel suo libro del 1880: “Entdeckung der Seele” (La scoperta dell’anima) espose la teoria secondo cui l’attrazione sessuale ha origine olfattiva e fu proprio quest’opera a far acquisire popolarità al nuovo termine e, per associazione oppositiva, al suo contrario complementare, propagandato più tardi da Marc André Raffalovitch. “La voce omosessuale è stata inventata nel 1869 da un medico ungherese chiamato Benkert, che scriveva sotto lo pseudonimo di Kertbeny. – dichiarò Havelock Ellis nei suoi Studi sulla psicologia sessuale (1896-1928) – Tale parola apparve per la prima volta in un opuscolo anonimo indirizzato al Ministro della Giustizia Prussiano, sotto forma di lettera”.

I militanti cominciavano già a nutrire sempre minori dubbi sulla loro identità di genere e sulle forme naturali di orientamento sessuale. Ma la tesi del “terzo sesso” continuò a riscuotere successo soprattutto in quanto concetto di “Sexuelle zwischenstüfen” (condizione sessuale intermedia), recuperato nel 1897 da Magnus Hirschfeld, appoggiandosi alle ricerche endocrinologiche, e soprattutto per un’utilità pratica, etico-giuridica, di poter individuare una causa ormonale, fisiologica, non dipendente dalla volontà dei soggetti (“Anders als die Andern”), dunque moralmente non punibili per legge, e abrogare infine la sezione del codice penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità, il cosiddetto “Paragrafo 175”.

A ispirarsi alle teorie di Ulrichs, in epoca vittoriana, ci fu il britannico Edward Carpenter, sostenitore di un cameratismo virile e romantico, in base alle idee di amicizia e democrazia propagate da Walt Whitman. Al poeta statunitense dedicò Days with Walt Whitman (1906), e Some friends of Walt Whitman: a study in sex psychology (1924), in cui ribadisce la convinzione che le unioni omosessuali siano superiori alle altre, condividendola con Oscar Wilde. Negli anni dei processi contro quest’ultimo, elaborò il saggio Love’s coming-of-age (L’amore diventa maggiorenne, 1896), dove conia l’espressione “amore omogenico“, associandolo agli uomini con un carattere “gentile ed emotivo”, nel capitolo “The intermediate sex“, e pone inoltre grande enfasi sui diritti delle donne. In Homogenic love and its place in a free society (1895) aveva ripercorso la storia dell’omosessualità, esaminandone le implicazioni mediche e sociologiche, per arrivare a concludere che l’omosessuale non solo ricopre un preciso ruolo nella società, ma che questo è positivo e naturalmente portato alla democrazia, per cui lo Stato non avrebbe alcun diritto di intromettersi nella vita privata dei cittadini. Carpenter infine ebbe pure il coraggio di asserire come la “nevrosi” non sia la causa, ma semmai il risultato “dell’inversione”.

A Walt Whitman si ricollegava pure John Addington Symonds, il quale, per esporre le sue idee, pubblica privatamente A problem in Greek ethics (1883, in dieci copie), e, otto anni dopo, A problem in modern ethics (in 50 copie). Collaborò con Havelock Ellis alla stesura del volume dedicato all’omosessualità, sul quale però gli eredi non vollero che apparisse il suo nome, ma una delle storie cliniche di omosessuali (il “caso XVIII”, per la precisione), comprese nella celebre opera di Ellis, è proprio la storia personale del poeta di Bristol.

Nonostante la forte suggestione di accostare la teoria di Ulrichs a certa poesia pederastica,   Michael Matthew Kaylor, in una nota del suo libro “Secreted Desires: The Major Uranians: Hopkins, Pater and Wilde” (2006), precisa come, essendo i più prominenti uraniani anche ben ferrati classicisti, non avessero bisogno di richiamarsi all’apologia della “Forschungen űber das Räthsel mannmännlichen Liebe” e della terminologiadell’urning, impiegata, dal 1860, per indicare “anima muliebris virili corpore inclusa”, potendo benissimo rivolgersi direttamente alle stesse fonti classiche, in particolare al Simposio, anche per dar maggior rilievo alla loro specifica preferenza, senza mescolare un generico omoerotismo androfilico con l’antica pederastia dei filosofi greci. Il che varrebbe non tanto per un “prestito” preso “da” (borrowing from), ma piuttosto per un “ponte” indirizzato “a” (bridge to) quanti la pensavano alla medesima maniera, proprio come Symonds.

Questi era stato allievo di Benjamin Jowett, il teologo traduttore dei dialoghi di Platone, che però sosteneva che l’amor platonico non prevedeva un’attività sessuale, in contrasto con Walter Horatio Pater, il quale perseguiva un ideale di vita “estetico”, nel senso etimologico di percezione, temperato dall’ascetismo, e quindi in una continua tensione tra tradizione e innovazione, consuetudini sociali e amoralità.

L’opera dei poeti uraniani era infatti caratterizzato da un esplicito richiamo all’ideale vetusto, della Grecia storica, di infatuazione sentimentale di uomini maturi per adolescenti dello stesso sesso, alla stregua però anche della conservazione delle forme metriche classiche in poesia. Appartennero a questa cerchia, oltre a John Addington Symonds e all’autore, William Johnson Cory,  di “Ionica” (1858), il primo poema e manifesto del gruppo, Edmund John, Lord Alfred Douglas, Montague Summers, John Francis Bloxam, Charles Kains Jackson, John Gambril Nicholson, Edmund John, John Moray Stuart-Young, Charles Edward Sayle, Fabian S. Woodley, e l’eccentrico “Baron Corvo” (Frederick Rolfe), nonché tanti autori nascosti da pseudonimi quali “Philebus” (John Leslie Barford ) o “A. Newman” (Francis Edwin Murray). A loro comunque si associavano, seppur solo marginalmente, altri scrittori sia famosi, come Edward Carpenter, sia meno noti quale fu lo pseudo- profetico Ralph Chubb (“I do not necessarily claim to be a great artist or writer; but I claim to be a true spirit – this is a subtler test”).

Oltre che nella poesia, pure nelle arti figurative la teoria uraniana ebbe delle incisive e imprescindibili manifestazioni. Wilhelm von Gloeden faceva circolare le sue fotografie di giovani scarsamente vestiti in pose statuarie, quali idilliache e classicheggianti “illustrazioni di Omero e Teocrito”, che vennero anche riprodotte in cartoline e godettero d’una certa popolarità come souvenir per facoltosi turisti stranieri dalle fantasie omoerotiche. Anche se Gloeden stava sempre molto attento a non infrangere i limiti della “decenza”, vendeva con discrezione, alla sola clientela che gli avesse esplicitamente fatto richiesta, delle immagini un po’ più audaci, in cui i ragazzi erano completamente nudi o che, per via degli sguardi o di contatti allusivi, erano più erotiche; un esempio di nudo integrale maschile è quel “Dioniso a villa Lysis“, in cui sono messe in mostra le natiche d’un giovanetto, mentre in “Siesta greca” alcuni adolescenti sono assopiti dinanzi al paesaggio di Taormina sorvegliato da altri due ragazzi.

Da un punto di vista culturale, per decodificare l’ambigua complicità tra locali e stranieri, nonché la costruzione dei reciproci stereotipi, sono stati elaborati più piani interpretativi allo scopo di conferire senso a comportamenti sociali ufficialmente riprovevoli, ma ciononostante fortemente legati all’immaginario erotico. Mario Bolognari, ne “I ragazzi di von Gloeden. Poetiche omosessuali e rappresentazioni dell’erotismo siciliano tra Ottocento e Novecento” (Città del sole edizioni, Reggio Calabria 2013), interpreta questo complesso fenomeno, non del tutto risolto dall’antica omofilia greca, con una lettura antropologica che svela la natura retorica delle rappresentazioni politico-turistiche di sudditanza coloniale, e adattamento al potere economico e al dominio estraneo, sotto forma di rivalsa nei confronti del pregiudizio, proprio attraverso la sua assunzione a una dimensione ancora mitica.

Seppur dotato di un forte senso del colore, che lo faceva eccellere nel rappresentare la luce naturale della fragile estate inglese, Henry Scott Tuke, nell’ostinarsi a non privilegiare una scelta più ortodossa dei suoi soggetti, rimase un pittore di nicchia e i suoi nudi di maschietti lo hanno etichettato quale pioniere dell’arte “Queer” (che tradizionalmente stava per “eccentrico”, “insolito”, derivando dal tedesco “quer” che significa “di traverso”, “diagonalmente”).

I ritratti di adolescenti di Tuke, per esempio, Bathers (1888), August blue (1893-1894), o Ruby, gold and malachite (1902),  non sono mai sessualmente espliciti, quasi mai i genitali vengono mostrati, i modelli non sono in contatto tra loro, né v’è alcuna suggestione equivoca, per cui si è ipotizzato che, come per molti omosessuali di quel periodo, il pittore britannico abbia presumibilmente sublimato la sua sessualità nell’arte e in romantiche  amicizie, prossime a una condizione non “congiuntiva”, quindi con esclusivi sentimenti di tenerezza per gli uomini (e magari passionali in altre circostanze), tipo “bromance” (crasi di “brother” e “romance”). In questi casi, l’assenza di omofobia sembra strettamente collegata all’eliminazione della difficoltà di identificarsi e di comprendere le emozioni (alessitimia).

 

In base al tipo narcisistico a cui appartiene, una persona, per Freud, può amare qualcuno che un tempo era parte di sé, ciò che magari vorrebbe essere, chi era una volta, oppure “che cosa” è adesso.

Su questa scia, le fondamentali intuizioni di Ulrichs consistono nell’aver ricondotto l’intera problematica a complicate storie di personificazioni e di identificazioni che, prim’ancora d’essere oggetto di qualsiasi scienza medica, giuridica o che altro, sono un prodotto culturale; ha distinto l’attrazione fisica di quell’anima muliebris dal sesso biologico del “virili corpore e chiarito che non ogni tipo di attrazione sessuale per gli uomini doveva necessariamente essere di natura femminile. Per comprendere, e contestualmente meglio spiegare, tale varianza erotica e di genere fece ricorso a una sorta di “filetto”, tris, mulinello, composto da tre triplici assi, uno per le caratteristiche fisiche di genere (maschile, femminile, intermedio), un secondo per l’orientamento sessuale (attrazione per la femmina, per il maschio, bisessuale), e il terzo per il comportamento erotico (attivo, passivo, nessuna preferenza). Cosicché, per descrivere la sua condizione si definiva un  Weiblinge, omosessuale femminile, ossia femmineo nell’aspetto, nella psiche e nel comportamento generale, con desiderio sessuale verso gli uomini, ma con preferenza per il ruolo sessuale attivo.

L’identità sessuale si delinea così compatibile non soltanto con un’inversione di scelta dell’oggetto, ma pure con una più complessa declinazione della narrazione personale che presuppone una coscienza triadica: l’Io, l’uomo che (non) sono, la donna che (non) voglio, e ancora il Tu che desidero, la donna che (non) sei, l’uomo che (non) vuoi…

L’identità di genere rimane confinata alla coscienza diadica, senza possibilità di altro schieramento, né di scelta di un particolare vissuto individuale. Questo carattere si definisce grammaticalmente in un’impostazione sintattica convenzionale che sfocia in declinazioni differenti a seconda del linguaggio che s’intende parlare. Ciò, per i neo-latini, comporta un cambiamento di desinenza obbligato (“tertium non datur”), una disgiunzione esclusiva determinata dalla contrapposizione di una logica binaria, non del tutto priva di ambiguità, arrivando a investire persino cose inanimate, astrazioni, entità… non ultima il cosiddetto sesso degli angeli.

Senza entrare nel merito delle differenze per cui in una lingua il mare è maschile e in un’altra femminile, l’identità di genere e quella personale, dalla quale si differenzia nettamente, trova imbarazzanti incroci sul cammino lessicale dei ruoli sociali, con le sue immediate ed equivocabili conseguenze nominali, ma sempre legate al contesto culturale, tanto che, dove non vige la legge salica, la regina non è semplicemente la moglie del re, e può avere al suo fianco un principe consorte…

Una maschera è d’obbligo se le pratiche sessuali estreme rientrano in un rituale misterico di cui si può essere persa ogni traccia esplicativa. “Avevo già udito molte volte parlare di ’’a figliata’ la famosa cerimonia sacra che si celebra ogni anno, segretamente, a Torre del Greco e alla quale convengono, da ogni parte d’Europa, i più alti sacerdoti della misteriosa religione degli Uraniani… – racconta ne “La Pelle” Curzio Malaparte – La celebrazione di quell’antichissima cerimonia (il culto asiatico della religione uraniana è stato introdotto in Europa dalla Persia poco prima di Cristo e già durante il regno di Tiberio la cerimonia della “figliata” era celebrata nella stessa Roma in molti templi segreti, di cui il più antico nella Suburra) era stata sospesa durante la guerra: ed ora era la prima volta, dopo la liberazione, che quel misterioso rito tornava in onore”.

 

Il rito antichissimo (di natura magico-contadina) della “couvade“, per il fatto di essere in fondo una
compartecipazione del marito-padre, che mima il parto della moglie mentre la donna ha le doglie, si basa sul principio della simpatia e della finzione operata solitamente da uno stregone, o sciamano, in stretta attinenza con l’emulazione maschile espiatoria d’una funzione della  controparte.  Crono, che divora i figli generati da Rea e dalla dea sostituiti con pietre, alla fin fine fa assumere a questo secondo, e invertito,  parto maschile, consistente in un’incorporazione, le  opposte connotazioni di una morte, compianta da lamentazioni rituali, secondo le posologie tecniche del “taluorno” e del “trivolo vattuto” (una nenia ritmica, tipica della veglia funebre, realizzata colpendosi il volto con le mani, e contemporaneamente facendo oscillare il capo avanti e indietro). Lo sposalizio dei femminielli verrebbe festeggiato invece dalla tammurriata che, nelle espressioni più vivaci e relativamente più recenti (la “nera” di Edoardo Nicolardi ed E. A. Mario, 1944), narra d’incredibili nascite storicamente contestualizzate, come medley,  dalla napoletanizzazione del ritornello e del primo verso della canzone Pistol Packin’ Mama di Al Dexter (versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, 1974).

Le nozze degli eunuchi” (1922) è un saggio poco noto di Curzio Malaparte (Kurt Erich Suckert) impostato sulla satira contro quanti non riescono a “possedere” l’arte e non sull’approfondimento del rito omosessuale del “baciamano”. Ierofanie misteriche di culti mithraici erano comunque già presenti ne “La Montagna incantata” di Mann che, non sappiamo però quanto consapevolmente, cita Luigi Settembrini, traduttore dei Dialoghi di Luciano di Samosata, nonché autore de “I Neoplatonici“, fintamente tradotto dal greco di un inesistente Aristeo di Megara.

 

Il parto del fallo del mysthe viene celebrato con un’agape mithriaca, riunendo in una parodia gnostica i vari temi della morte e della resurrezione, dei parafernalia ermetici e delle gemme basilidiane, della ierofania della deformtà del brēphos come del dio volatile forte e collerico, del cetaceo dracontico e della balena di Giona, fino all’uovo cosmico e alla couvade delle pietre (bethel), che ci riportano alla metafora linguistica della comprensione intellettuale contenitiva, all’arcano della consapevolezza generativa e dell’istinto di distruzione, o della gravidanza maschile di Zeus, nei miti dell’apparizione di Dioniso e Atena e di rinascita della divina prole di Urano.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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