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Sopravvissuti all’olocausto

category Atri argomenti Dr.ssa Breschi Sara 3 Luglio 2010 | 4,465 letture | Stampa articolo |
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Leggendo un libro di psicoanalisi (si veda in Bibliografia, Louise J. Kaplan) ho trovato molto interessante un Capitolo riguardante il trauma che i sopravvissuti all’Olocausto tramandano inconsciamente alle generazioni successive. Non è mia intenzione rifugiarmi in etichette psicoanalitiche, dare spiegazioni rassicuranti ma provare a descrivere, in parte, un fenomeno, un orrore, che riguarda tutta l’umanità. Mi avvicino in punta di piedi, con il rispetto e la consapevolezza della complessità che può nascondere un silenzio.

Mentre l’avvenimento traumatico accade, la vittima deve essere cieca, sorda e muta, deve cancellare tutto quello che vedrebbe, sentirebbe, penserebbe e proverebbe normalmente, altrimenti non riuscirebbe a sopravvivere.

I sopravvissuti all’Olocausto, che hanno potuto registrare frammenti di ciò che stava accadendo, comunicarono ai figli, decenni dopo, con le loro assenze psicologiche ed i silenzi, le sensazioni e i pensieri su quello che era accaduto loro. Furono questi figli a testimoniare ciò che accadde ai genitori.

La tecnica nazista di sterminio si basava su un terrorismo sistematico volta a disumanizzare i prigionieri che, per sopravvivere, dovevano nascondere la propria umanità. Per non morire bisognava costruirsi un guscio, corazzare l’Io, far assumere al Sé la forma di una macchina incapace di pensare e provare sentimenti. Questo sforzo di corazzare il proprio Sé, poteva risolversi in un totale impoverimento delle risorse narcisistiche, che comprendono il nostro senso di dignità, autostima, padronanza e autocontrollo: questi prigionieri sopravvivevano in uno stato psicologico simile alla morte che accresceva la loro predisposizione ad ammalarsi, portandoli spesso alla morte fisica.

Finita la guerra, con il ritorno ad una vita apparentemente normale, i reduci furono perseguitati dal senso di colpa e dalla vergogna di essere sopravvissuti.

Soltanto alla fine degli anni Settanta, quando gli psicoterapeuti, che avevano in cura i figli di sopravvissuti, presero a scambiarsi le proprie esperienze, si cominciò ad intravedere il significato degli eventi. Il sintomo più comune, sia nei bambini che negli adulti, erano le fobie: nei bambini, la fobia della scuola e agorafobia; negli adulti, la paura di uscire di casa o camminare per strada. Improvvisamente, il figlio di un sopravvissuto era travolto da un’inspiegabile tristezza e da crisi di pianto, a volte si mutilava, spesso era perseguitato da sogni e fantasie di mutilazione corporea, tormentato di ipocondrie.

Louise J. Kaplan, psicoanalista, riferisce che i terapeuti che avevano in cura figli di sopravvissuti riportavano la sensazione di parlare con persone morte: questi figli avevano dentro di sé le voci e i gesti di morti, vivevano e sognavano gli incubi dei genitori. Non avendo potuto costruire il distacco attraverso l’elaborazione del lutto, i sopravvissuti all’Olocausto si aggrappano ai morti, non lasciandoli andare, così che i defunti rimangono vivi, vivono in quei gesti e in quei silenzi che si tramandano ai figli.

La psicoanalista Judith Kestenberg definì, negli anni ’70, trasposizione il processo psicologico di trasmissione inconscia del trauma di massa da una generazione all’altra. Trasposizione equivale a qualcosa di vitale e duraturo nel dialogo umano: il dialogo umano non si lascia sterminare. Ciò che rende, però, spaventoso il fenomeno della trasposizione, è la quantità di spazio psicologico che il passato del genitore occupa nell’esistenza attuale del figlio che deve rinunciare al diritto di esistere nel proprio presente. La trasposizione del trauma nasce dal desiderio inconscio del genitore sopravvissuto di relazionarsi e dall’inconscia disponibilità del figlio a curare il genitore, sciogliendo il trauma, mettendosi al suo posto. Il trauma non riguarda soltanto l’accaduto, gli avvenimenti in sé, ma anche le reazioni indescrivibili dei genitori allo sterminio di cui sono stati testimoni e che non hanno potuto impedire. Il figlio avverte il terrore, la vergogna e il senso di colpa dei genitori per un qualcosa che avrebbero dovuto impedire , senza esserci riusciti.

Il figlio di un sopravvissuto non si sente autorizzato a vivere la propria vita finché non riesce a traghettare il genitore fuori dall’universo psicotico dei campi di concentramento. Per poter ricominciare a vivere, il figlio del sopravvissuto deve sentirsi, innanzitutto, autorizzato a lasciare il mondo dei defunti.

P. Levi riferisce che un sogno ricorrente riferito da molti prigionieri era che “avevano fatto ritorno a casa, raccontavano con passione e sollievo le sofferenze passate ad una persona cara, e non venivano creduti, anzi, neppure ascoltati” (1986, pg 3-4).

Ancora oggi, nel 2010, c’è chi preferisce credere che l’Olocausto non può essere accaduto, che non è accaduto. Ancora oggi c’è chi continua a difendersi con la negazione, ma quei gesti, quei silenzi sono ancora vivi e continuano a farsi sentire.

Bibliografia

-          Louise J. Kaplan, Voci dal silenzio, Raffaello Cortina Editore, 1996, Milano

-          Judith Kestenberg, Psychoanalytic contributions to the problem of children of survivors from Nazi persecution. Israel Annals of Psychiatry and Related Disciplines, 10, pg 249-265,1972

-          P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986, Torino

-          www.sarabreschi.it







1 Commento a “Sopravvissuti all’olocausto”

  1. Max

    Interessante. Considerato che gli ebrei (chissà per quale misteriosa ragione) sono stati perseguitati praticamente da qualunque altro popolo con il quale sono entrati in contatto da millenni, mi chiedo se per caso questi traumi che si tramandano da padre in figlio tra gli ebrei non risalgano fino ai tempi di Nabuccodonosor. Questo in effetti spiegherebbe le ragioni dell’antisemitismo.

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