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Sedotte e abbandonate, da Elissa Didone in poi … l’accoglienza di Clitemnestra, la vendetta di Fedra, la follia di Medea, la consolazione di Arianna… “Manuale per donne lasciate” – la tela di Penelope ed il carattere dei Proci. Henriette ed il suo Message in a Bottle

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 7 Febbraio 2010 | 6,638 letture | Stampa articolo |
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Chi, almeno una volta nella vita, non ha subito, o vissuto come tale, un abbandono, una separazione, un tradimento? Per tutti i cuori infranti la perdita del partner è una pena d’amore intollerabile, una dannazione, con cui Venere e Cupido colpiscono inesorabilmente tutti i mortali, la quale, a volte, non si conclude neppure nella burocratica ritualità del divorzio. Quell’orribile senso di disperazione che, prima o poi, almeno una volta nella vita,  assale quanti vengono lasciati dal compagno, si dice adesso potrebbe essere attutito dall’estratto dai frutti esotici di un albero che cresce in Costa d’Avorio, il Griffionia simplicifolia. Quest’antidoto universale, arrivato dal continente nero in Austria, a Villach in Carinzia, è stato recentemente propagandato quale rimedio miracoloso per il popolo dei traditi, degli abbandonati, dei malati d’amore, per quanti hanno subìto un evento funesto.
Nel corso delle fasi “difficili” della vita si sente sempre più spesso il bisogno di ricorrere ad un qualche “integratore” che agisca su quei messaggeri chimici direttamente partecipanti ai processi psicologici del cervello responsabili degli stati d’animo. “… La pillola va giù” e subito tutto si risolve come per incanto, scompaiono gli attacchi di panico, i singhiozzi si spengono, si chiude il rubinetto delle lacrime; basta con i fastidiosi sintomi di disagio, niente più ansia: “keine angst”!
Chi non riesce a dimenticare, ovvero si sente fallito, oppure soffre di pene d’amore, o ancora dei dolori dell’adolescenza, è piuttosto frequente che somatizzi mal di testa, emicrania, difficoltà respiratorie, vertigini, ansia, depressione, apatia, insonnia, dolori muscolari… Il rimedio, se c’è, deve funzionare “positivamente”, cioè senza effetti collaterali, non avere controindicazioni e non creare dipendenza. Può essere un innocuo placebo, a volte la dolceamara cioccolata, ma in altre circostanze rivelarsi pericolosamente l’alcool, o, se non sono gli psicofarmaci, potrebbe addirittura essere una droga.

Madamina,  della Tavola Rotonda “il catalogo è questo”:  12, ma non tutti Cavalieri
“Noi siamo ciò che facciamo finta di essere, e dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere.” (Kurt Vonnegut in Madre Notte).
L’amore in fondo è una kermesse, una fiera, una giostra, un torneo, una tavola rotonda.
A chi piace intrattenere rapporti in cui l’affinità intellettuale superi qualsiasi altra ed ognuno possa conservare un proprio spazio, dovrebbe rivolgersi alla tipologia di persona che Rosario Alfano, in “Manuale per donne lasciate: come uscire in fretta e senza danni da una storia finita” (Edizioni “Il Punto d’Incontro”, Vicenza 2009), definisce “mentale”, le cui caratteristiche principali sono l’introversione, la profondità, la sensibilità, ma anche la timidezza e la fragilità, oltre che un’ eccessiva paura di essere rifiutato. Molto probabilmente, non essendosi sentito accettato pienamente sin da bambino e riscontrando freddezza ed ostilità nei propri confronti, prende le distanze dalla corporeità e si riorganizza operando uno spostamento su un altro piano che non sia quello dei sensi. Per la prossemica questo tipo psicologico manterrà sempre una certa distanza di sicurezza, mentre nella comunicazione verbale farà ricorso spesso al condizionale.
La morfopsicologia di Louis Cormann
Per la legge di dilatazione-ritrazione, basata sulle forze di espansione, crescita e sviluppo dell’infanzia in contrasto con quella di conservazione, protezione e difesa tipica della vecchiezza, le forme rotonde verrebbero, con l’età, sostituite progressivamente da quelle appiattite ed allungate. La morfopsicologia di Louis Cormann, pertanto, descrive il volto del “mentale” con una fronte spaziosa, a forma di triangolo capovolto.
Reazione del cadavere
Un’estremizzazione di questa personalità si potrà intravvedere  in chi ha come nota costante della propria postura le spalle rialzate nell’espressione di continuo timore, le labbra serrate a reprimere gli istinti, gli occhi piccoli ed infossati della diffidenza e lo sguardo che evita il contatto visivo. Nel modo di parlare usa le formule impersonali e nell’intimità soffrirà molto l’ansia da prestazione. Le sue reazioni sono quelle tipiche degli animali che per sfuggire ai predatori si fingono morti.
Il più femminile tra gli uomini
Chi invece del rifiuto ha percepito l’assenza emotiva dei genitori, si dimostrerà disponibile per indurre negli altri un debito affettivo. L’incapacità parentale di comunicare affetto o la trascuratezza nel prestare attenzione ha generato un vuoto da colmare con la considerazione suscitata  negli altri. Pertanto questo tipo “dipendente” si occuperà di volontariato, praticherà attività di squadra o che prevedano il contatto fisico. “Tra gli uomini – dice Alfano – è quello con una psicologia più femminile, nel senso che non si fa problemi a parlare di sentimenti, emozioni, fragilità e paure”. La spontaneità con cui non cerca di nascondere debolezze ed emozioni sembra il suo miglior strumento di seduzione. Quest’indice di sentimentalità, in chiave morfopsicologica, si tradurrebbe in una carnosità del naso e delle labbra, che manifestano il buon rapporto con gli istinti. Per la prossemica, predilige le distanze ravvicinate. La voce avrà sempre la tonalità dell’emozione in gioco. Attratto dal seno, sessualmente si dimostra altruista ed appassionato.
L’estremizzazione di questa tipologia equivale ad una sorta di “evitamento” della solitudine,  col rendersi indispensabile, ma pure con il paradosso che, superando una certa intensità, si verifichi una fuga. Amplifica le emozioni che prova con lo sguardo e con il tono di voce. Nell’intimità è impaziente di sapere cosa si provi con lui.
Più di un armistizio, la resa
Il “sottomesso” è molto accondiscendente, senza richiedere nulla in cambio se non la semplice accettazione; sempre disposto ad assecondare gli altri, capace di ascolto, socievole, umile, remissivo, ed assai mite. L’indice dell’assenza di aggressività si esprime in un mento rientrante.
L’estremizzazione della tipologia del “sottomesso” è intrisa di pessimismo, umore cupo , sarcasmo; tutto quello che potrebbe desiderare per sé lo fa sentire in colpa; la fronte sarà quella verticalizzata della persona problematica.
Est modus in rebus
Al carattere del “misurato” appartengono ovviamente la moderazione, il contegno, il controllo; il suo sarà sempre un comportamento disciplinato e composto, anche se distaccato, restio ad ogni eccesso di confidenzialità ed insistenza. Discrezione, eleganza, sobrietà saranno le sue qualità più evidenti.
All’estremo, il timore di perdere il controllo lo farà essere scrupoloso nel seguire pedissequamente degli schemi prefissati, che non  sopportano imprevisti. Abitudinario e squadrato, difficilmente si lascerà andare. La rigidità psicologica si concretizza in una schiena ed un collo dritti, il controllo degli istinti in labbra sottili, la precisione in occhi piccoli, dallo sguardo attento, ma freddo. Nell’intimità si esprimerà meccanicamente.
Lotta continua
Il tipo “combattente” si è fornito di corazza protettiva, memore dei soprusi subiti durante l’infanzia da parte di un padre ipercritico. Le ferite inferte  hanno attribuito angolosità al suo carattere forte e guardingo. Coraggioso, autonomo, leale, affidabile, ma burbero, diffidente, imbronciato, serioso; sarà irruento nell’intimità.
All’eccesso diviene permaloso, aggressivo, fiero, litigioso, privo di ironia, ma pieno di rancore, rabbia e sfida, che manifesterà nello guardo. Gesticolerà puntando l’indice all’insù in modo accusatorio. Possessivo nell’intimità.
Il piacione
L’accattivante propositivo è sempre stato sollecitato ad eccellere. Insegue il successo  e fa di tutto per affascinare. Si atteggia in ogni caso. Occhi allungati che si innalzano verso l’angolo esterno, sguardo di tipo felino. Si propone a distanza ravvicinata, ma non è spontaneo.
All’ estremo l’apparire sarà più importante dell’essere. L’egolatra ostenta sempre, sino all’antipatia. Si gratifica del godimento del partner; ama guardare gli altri, così come si attarda a specchiarsi.

Gli uomini… che mascalzoni!
Da pretendenti, gli uomini sono un po’ tutti come i Proci, un pluralismo informe raggruppabile all’interno di categorie tipizzanti che li suddividono secondo una tassonomia approssimativa, senza attribuire loro particolare dignità. Quando abbandonano le loro occasionali compagne, assurgono agli altari quali eroi compianti che abbiano incarnato lo spirito di Ulisse, Enea, Agamennone, Giasone, Ippolito, Teseo… Il luogo comune vuole che gli uomini, per piacere alle donne, siano dei “mascalzoni”, addirittura dei bastardi. Nella tipologia di chi tronca una relazione non mancano infatti quelli il cui narcisismo spinge ad attribuire, ingiustamente, tutte le colpe al partner, o maschera da “buoni samaritani”, che si sacrificano per l’altrui felicità. E qui si sprecano i: “Non ti merito più”, “Lo faccio per il tuo bene”.
“Message in a Bottle”
Poi, ci sono i codardi che non hanno il coraggio di fornire giustificazioni e, o scompaiono senza preavviso, oppure affidano alle onde un “messaggio dentro una bottiglia”. Esistono anche quanti riescono a razionalizzare con distacco le motivazioni di una decisione assunta con calma e freddezza che si materializza in una civile separazione priva di risentimenti e rimpianti. Ma, anche qualora le giustificazioni dovessero essere valide, i sentimenti onesti, la relazione rispettosa, la persona degna, come scrive Rosario Alfano, in “Manuale per donne lasciate: come uscire in fretta e senza danni da una storia finita” (Edizioni “Il Punto d’Incontro”, Vicenza 2009): “L’Amore è qualcosa che va sentita in due, allo stesso modo e con la stessa intensità. Non puoi amare chi non ti ama. Non può essere il ‘tuo’ uomo se tu non sei la ‘sua’ donna”.
Anche di Henriette ti dimenticherai
I segnali dell’incubazione della fine di una storia dovrebbero essere colti per tempo, anche perché, parafrasando il poeta francese Miguel Zamacois: “L’amore non è che sia proprio cieco, semmai presbite, e comincia a intravvedere quel che non va nella relazione, assieme ai difetti dell’altro, man mano che si allontana”. Se da una certa situazione provengono soltanto sensazioni negative, il più delle volte vanno colte per quello che sono “messaggi in bottiglia”, codardamente affidati alle onde dell’oceano dei sentimenti.
Nelle Memorie di Casanova, risulta illuminante l’episodio di lui che, nel corso dei suoi viaggi, quand’era ancor giovane, incontra una ragazza francese, scappata di casa travestita in abiti maschili, di  nome Henriette. Si tratta della prima fanciulla francese che abbia modo di conoscere, in tutti i sensi, anche quello biblico; quell’avventura  con questa prima “jeune file spirituelle”, si colora, nei suoi ricordi, di una freschezza che rasenta delle qualità estatiche, mai raggiunte in precedenza, ma neppure ripetute in seguito nel corso di tutta la sua vita travagliata. Il racconto che Casanova fa di quest’episodio è stato giudicato come una delle storie d’amore più suggestive della letteratura di tutti i tempi. Quando, infine, a Ginevra, sono costretti a separarsi, il “messaggio nella bottiglia”, che Casanova s’accorge che la ragazza ha lasciato impresso col suo diamante sul vetro della finestra, nella loro accogliente stanza, di una pur squallida locanda, è: «Anche di Henriette ti dimenticherai».
Vivere di ricordi
L’aspetto più struggente della storia è che Casanova torna veramente in quella locanda che è un uomo di mezza età, non più baciato dalla fortuna, e con una imbarazzante infezione venerea. Ma soprattutto ha davvero dimenticato di essersi già trovato lì. Quando gli balenò il ricordo di quel che era stato tredici anni prima, «sentii rizzarmisi i capelli sulla testa… Caddi su una sedia, sbigottito… Paragonando ciò che ero adesso a ciò che ero stato allora, dovetti riconoscere che ero meno degno di possederla. Sapevo ancora amare, ma capii di non avere più la delicatezza che avevo in quei tempi giovanili, non i sentimenti che giustificano veramente il trasporto dei sensi, non le stesse maniere tenere, né infine una certa probità che si estende perfino alle debolezze di un uomo; ma ciò che mi terrorizzò fu il dovere riconoscere che non avevo più lo stesso vigore».
Dare un senso alla vita
Casanova forse scrisse le sue Memorie per aiutarsi a fornire un senso alla vita, senza rinunciare a riconoscere quelle ritmiche ricorrenze che il carattere aveva riprodotto nel suo destino.  Le sue avventure sembrano sempre diverse, eppure rappresentano continuamente lo stesso immancabile accadimento. Giunto in un posto nuovo, riesce ben presto ad affermarsi, risulta brillante in società, compie magistrali imprese, specialmente con il gentil sesso, presso il quale i suoi doni e le sue qualità migliori sono accolte di buon grado, ma poi gli capita di eccedere in qualcosa, oppure un errore di calcolo, un accidente, una banale antipatia e Casanova è costretto ad abbandonare il campo.
“non mi pento di nulla” (se non di quello che non ho fatto!)
Gli scritti del celebre veneziano rivestono molta importanza per il rilievo che danno alla funzione mnesica, esercitata in chiave molto moderna. In una lettera, infatti, datata 20 febbraio 1792, chiarisce: “Dico tutto, non mi risparmio e tuttavia non posso, da uomo d’onore, dare alle Mie Memorie il titolo di Confessioni, perché non mi pento di nulla e senza il pentimento voi sapete che non si può venire assolti. Credete che mi vanti? Niente affatto. Racconto all’aria per eccitarmi al ridere…”. Da questa facoltà di ricordare emergono tutte quelle metamorfosi che il tempo produce, le molteplici personalità che un uomo potrà manifestare a seconda delle circostanze in cui si trova, le tante imprevedibili situazioni in cui la vita ci mette. Ed è questa varietà a rendere unico ed insostituibile ognuno di noi.
Il piacere della memoria
“So di aver vissuto – diceva Giacomo Casanova – perché ho avuto delle sensazioni”. Eppure le sue avventure rispettano uno schema coerente di implicita delicatezza nello spegnersi senza brusche fratture e senza lasciare cicatrici che non si manifestino come dolci e serene rimembranze. “La memoria – sentenzia Lydia Flem in “Casanova ou l’exercice du bonheur” (Seuil, Paris 1995; trad. it. “L’uomo che amava le donne, davvero”, Fazi, Roma 2006) – non prende solo il posto del piacere, lo rinnova, perché oltre il piacere c’è ancora la felicità”.

La fine di una storia
Forse è proprio una cognizione errata di come si debba intraprendere la “ricerca della felicità” che non fa cogliere le avvisaglie degli scampoli di un “romanzo” di coppia. Se si proiettano i propri ideali sul partner si rischia di perdere di vista la concretezza, e la sua verità, o di trovarsela davanti senza riconoscerla. Ed invece, in una relazione occorre rispecchiarsi nella sincerità, almeno quanto nella dignità, poiché conoscere l’amore è come conoscere la verità, ed è ciò che rende liberi (Giovanni 8:32).
Leggi questa mano, zingara
A volte un certo malcelato masochismo spinge ad allontanare un “amaro calice”, rimandando il momento della resa dei conti, ma questo non fa che prolungare la sofferenza. Illuminante l’aneddoto, citato da  Rosario Alfano, della zingara che predice un incidente di cui lei stessa sarà vittima, per accorgersi dell’inutilità di predisporre qualcosa per un tempo che non verrà, o che è già trascorso, anche se non ce ne siamo accorti.
La Panoplia
Per tentare di sfuggire all’angoscia dell’abbandono, alla depressione di una perdita o ad un dolore insopportabile, ci si potrebbe rifugiare in un’altra (seconda, falsa) identità . Se si accetta di soffrire subito, probabilmente si riesce anche a soffrire meno. Evitare di affrontare, o di non esprimere, qualsiasi emozione negativa, equivale a riproporla pari pari sul piano psicosomatico, in termini certamente più problematici, perché rischiano di coinvolgere l’intero organismo, procurandogli danni fisici. In questo caso, i meccanismi di difesa della negazione e della rimozione si rivelano altamente pericolosi. Nutrire la paura della sofferenza è più deleterio della sofferenza stessa. Temendo le disavventure della vita, si dimostra di avere sfiducia, di arrendersi ancor prima di aver intrapreso una lotta. L’apatia facilmente si associa al pessimismo, un pessimismo che si struttura addosso come una pesante armatura che ci frena in una passività senza imprevisti.
L’amore genera odio?
“Che cosa disprezzi? È da questo che ti si conosce veramente.” (Frank Herbert in Dune)
Quest’armatura può essere rotta da una rabbia incontrollata che agirà ambiguamente per interrompere un atteggiamento innaturale. Lo scontro avverrebbe tra un’aggressività interiore ed un atteggiamento orientato verso l’esterno altrettanto aggressivo. Un amore che genera odio, inevitabilmente deve esaurire tutto il risentimento prima di poter ricominciare ad esprimersi. Anche l’ira esercita una funzione protettiva, essendo un impulso direttamente connesso all’istinto di conservazione. Evita il pericolo di ricadere nella sofferenza.
Se porgi l’altra guancia…
Sforzarsi di perdonare piuttosto non è normale, soprattutto perché non allontana il rischio della somatizzazione. Il perdono equivale ad un’inibizione di ciò che morale, pudore, convenzioni sociali, giudizi altrui reprimono, in quanto manifestare collera e sdegno compromette le relazioni con le persone e ne stimola delle reazioni altrettanto aggressive.
“dies irae dies illa solvet saeclum in favilla”
Nel contenere l’ira, i muscoli del viso, in particolare delle mascelle, si sono contratti, quelli delle spalle e delle braccia si sono irrigiditi, all’addome ed alle gambe sono tesi, i pugni sono serrati. La funzione respiratoria ha subìto un arresto cercando così di rallentare le emozioni. Nel tentativo di reprimere la rabbia però si irrita la pelle, la pressione sanguigna si innalza, pure lo stomaco viene coinvolto con la pirosi, e l’attività epatobiliare è compromessa a tal punto che anche linguisticamente lo sdegno si designa con l’espressione “rodere il fegato”. La voce cambia tono, il parlare si fa più asciutto; il cipiglio conferirà un aspetto severo, corrucciato, costantemente contrariato. Un primo segno di turbamento sarà proprio l’increspamento della fronte. Il sonno diverrà meno profondo e ristoratore, assalito com’è dagli incubi alimentati dalla collera diurna non smaltita. L’ira conviene allora prenderla di contropiede e cercare di gestirla in senso proficuo, dal punto di vista terapeutico, costruttivo in maniera creativa.
bioenergetica
Alexander Lowen nella bioenergetica ha fatto confluire esercizi respiratori e di stretching per lenire le tensioni psicofisiche, reintegrare le emozioni bloccate, offrendo loro sfogo espressivo. Tutto quello che letteralmente farà bruciare il risentimento andrà bene. A volte potrebbe bastare scaricarsi di quelle energie accumulate in eccesso, a volte è sufficiente lavorare sulla mimica facciale facendo roteare gli occhi e muovendo la mandibola avanti, indietro e di lato, oppure mordere della frutta, con impeto; e poi sbriciolare con le dita, lanciare oggetti, persino semplicemente correre: sono tutti semplici atti che liberano dalla tensione gli arti, le spalle, o gli avambracci. Altre volte bisogna pure compiere lo sforzo di auto osservarsi dall’esterno, in modo distaccato e neutrale possibilmente, per individuare le capacità venute meno, e quindi svilupparle, nonché i  desideri raggiungibili ed allora realizzarli. Non bisognerebbe sempre e solo far di tutto per comprendere gli altri, spesso è meglio capire se stessi per migliorare le cose, affrontandole con grinta e determinazione.
Quando uno è poco e due sono troppi
Una coppia raffigura un’immagine di completezza. Il senso di solitudine che deriva dalla separazione non si colma con la compagnia ma con sentimenti profondi di proposizione, con una ricerca di occasioni, cancellando le assenze insieme con le insicurezze ed il pessimismo. Freud diceva che “l’attesa speranzosa e fiduciosa costituisce una forza attiva che dobbiamo senz’altro tenere in considerazione in tutti i nostri tentativi di terapia e guarigione”.
Meglio soli che…
La solitudine dovrebbe essere colta come un’occasione per rigenerarsi, conoscersi meglio, per approfondire l’insight, tirare le somme, raccogliere le idee, capire cosa si vuole effettivamente; giammai dovrà risultare un “evitamento” difensivo da temuti coinvolgimenti procacciatori di ulteriori sconfitte sentimentali. La rinascita interiore non può prescindere dal ricorso alle forze emotive sane.
Imperfezione o incompletezza
Chi non sa godere della solitudine non saprà neppure tenere compagnia ad altri. Se si prova disagio a star soli con se stessi vuol dire che qualcosa non va nella propria capacità di amarsi e di amare, nell’accettazione della propria intima sufficienza. Non bastare a se stessi corrisponde ad una perdita d’identità, ad un deprezzamento della propria individualità. Salute mentale è accettarsi per come si è, con tutti i limiti e le debolezze proprie dell’essere umani e dunque imperfetti. Lo sforzo di migliorarsi non deve essere superato dal rimprovero astioso di non esserci ancora riusciti.

La passione acceca
La provocazione è una strada, forse accidentata, forse antipatica, ma percorribile al fine di dirimere i tranelli in cui ci fa precipitare un’elaborazione precipitosa del pensiero. Spesso si è indotti erroneamente a confondere tra loro sentimenti ed emozioni e quando si hanno interessi in comune, gusti affini, o ci si appassiona alle stesse cose, si condividono esperienze ed impressioni, oppure ci si sente sicuri, si prova amicizia ed affetto, o ancor più semplicemente si ha un’intesa sessuale, si ritiene di aver trovato l’amore, il vero “Amore”, quello con la “A” maiuscola, senza però vedere le cose per come sono. Innamorarsi spesso equivale ad una parziale cecità, e vedere solo quello che si vuole. In questi casi si manifesta la considerazione di La Rochefoucauld: “il piacere dell’amore è di amare, e si è più felici per la passione che si nutre che per quella che si ispira”, alla quale fa eco l’aforisma di  Wilson Mizner: “alcune delle più incredibili storie d’amore che io conosca hanno avuto un protagonista solo”.
Primo: non illudere!
Allo sceneggiatore statunitense si attribuiscono anche questi altri precetti: “Non parlate di voi. Lo faranno gli altri appena ve ne sarete andati” e “Chi sa ascoltare non soltanto è simpatico a tutti, ma dopo un po’ finisce con l’imparare qualcosa”, che dovrebbero essere rammentati da quelli tendenzialmente portati ad illudere gli altri. Anteponendo alla relazione un’immagine di appetibilità, non si propongono per quello che sono, bensì divengono spacciatori di una falsa moneta con cui non compreranno mai nulla. Illudere qualcuno, senza avere il coraggio di confessare debolezze e difetti, sacrificare la spontaneità nascondendola dietro una maschera di “qualcun altro” che attrae e piace di più, equivale a barare.
“La donna è mobile”
Se non si vuol dare importanza alle storie da vivere, senza particolari coinvolgimenti, occorre appartenere ad una caratterologia che lo consenta. Se non si è sorretti a stare sopra le righe da una sufficiente esaltazione euforica, si rischia di non ricavare alcun appagamento emotivo da tanta eccitazione, anzi: se l’occasione fa l’uomo ladro, rende la donna “leggera”. La trasgressione a tutti i costi può trasformare in noioso e fastidioso tutto il resto. Rincorrere la distrazione non colma il vuoto e non attribuire una gradazione di importanza alle proprie conoscenze rischia di rendere ogni cosa piatta, uniforme, priva di sfumature. E’ la vittoria che conquista, la “cacciatrice” si limita ad uccidere le proprie prede, le quali da parte loro possono nutrire aspettative, provare sentimenti, intessere legami. L’avventura passeggera li distruggerebbe emotivamente, ed il danno in qualche modo ricadrebbe su chi lo ha compiuto, quando il senso di colpa è in agguato. In caso di avvicendamenti repentini e superficiali, l’autostima non sarebbe ben tarata dall’ipomania.
Le mitiche vicende, vissute sopra le righe, di Didone, Clitemnestra, Fedra, Medea… dovrebbero essere di monito. Solo  Arianna ci avrebbe guadagnato dall’essere stata lasciata da un eroe, convolando a nozze con un dio!

La tela di Penelope
La tela di Penelope non corrispondeva prosaicamente soltanto al sudario del padre di Ulisse, ma, già in questo contesto, era uno strumento magico per prolungare con modalità scaramantiche la vita al vecchio; l’alibi per posticipare le nozze, in attesa di un auspicabile ritorno del reduce, non le impediva di “tessere” relazioni diplomatiche di giorno, per analizzarle, ripensarle, e disfarsene con l’oscurità dell’inconscio; il lavoro al telaio rappresenta il tormento dell’esitazione per la figlia di Icario, che il padre voleva dare in sposa ad Eurimaco, di fronte alla nostalgia del marito disperso, ma pure all’allettante seduzione di Antinoo, e degli altri Proci che non gli erano da meno.
Pubbliche virtù vizi privati
Panelope, madre di Pan, alterna le diurne pubbliche virtù a notturni vizi privati; l’etimologia pre-greca che la vuole tessitrice non sembra del tutto convincente ed opportune modifiche la renderebbero “a tutti sfuggente”. Del resto anche Ulisse sembra abbia titubato non poco tra la moglie spartana e la cugina di lei, Elena, per sorvolare sulle perplessità nei confronti di Circe, Calipso e le altre.
Dubito ergo sum
Il dubbio di per sé non è un elemento negativo, Lautreamont lo definiva “un omaggio alla speranza”, e Gibran “l’inizio della conoscenza”. A guardar bene, non troppo superficialmente, anzi dovrebbe corrispondere ad un momento di libertà in cui si rende possibile una scelta almeno tra due (du-bium deriva da du-e) vie d’uscita. “Ci ho messo tutta la vita a capire che non è necessario capire tutto” asserì da politico assai responsabile René Coty. Ebbene, una cosa la si può comprendere facilmente e corrisponde all’acclarata conclusione a cui giunge il simbolista Henri de Regnier: “l’amore è eterno finché dura”.
Giuseppe M. S. IERACE
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Bibliografia essenziale:
Alfano R.: “Manuale per donne lasciate: come uscire in fretta e senza danni da una storia finita”, Edizioni “Il Punto d’Incontro”, Vicenza 2009
Flem L.: “Casanova ou l’exercice du bonheur”, Seuil, Paris 1995 (trad. It. “L’uomo che amava le donne, davvero”, Fazi, Roma 2006)
Ierace G.M.S.: “La manipolazione affettiva…” su www.nienteansia.it
,,            ,,     : “L’elefante nella cristalleria…”, su www.nienteansia.it
,,            ,,      : “… ma mi faccia il piacere…”, su www.nienteansia.it
,,            ,,      : “meccanismi di difesa… la negazione…”, su www.nienteansia.it
Punset E.: “Alla ricerca della felicità”, Fazi, Roma 2009







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