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La familiarità del superiore irrita, perchè non può essere ricambiata. Friedrich Nietzsche
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Sade e l’Apollinaire sadiano

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 17 Febbraio 2015 | 1,475 letture | Stampa articolo |
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El que abraza a una mujer es Adán. La mujer es Eva./ Todo sucede por primera vez.… Nada hay tan antiguo bajo el sol./ Todo sucede por primera vez, pero de un modo eterno./ El que lee mis palabras está inventándolas.” (Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva./ Tutto accade per la prima volta…. Non c’è nulla di antico sotto il Sole/ Tutto accade per la prima volta, ma in modo eterno/ Chi legge le mie parole, le sta inventando.) – da “La dicha” -La felicità -, ne “La cifra” (1981) di Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (1899-1986).

Chi legge versi ormai? Chi ha memoria delle origini? Chi s’è ricordato di Sade l’altro ieri? Probabilmente, se non ci fosse stato un interesse “curioso” o professionale, un’indagine psicoanalitica o di psicopatologia sessuale, forse neanche  Algernon Charles Swinburne (1837-1909), Charles Pierre Baudelaire (1821-1867), Arthur Rimbaud (1854-1891), e neppure Guillaume Apollinaire [pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky] (1880-1918) avrebbero scritto [L'Œuvre du Marquis de Sade, 1909, riproposto dall’Editore Elliot, con il titolo “Sade” , per la traduzione di Giovanna Rui, con un’introduzione di Giuseppe Scaraffia (Roma 2014)] dell’ideologica “divina spregiudicatezza”, e d’uno stile che trapela dalle lettere e dalle teorizzazioni molto più che dalle vicende politiche e giudiziarie che coinvolsero Donatien-Alphonse-François De Sade (1740-1814), rimasto poi indissolubilmente legato al fondamentale tema della perversione, del sesso, della pornografia.

In questa commistione di “follia e maledizione”, Maurice Blanchot (1907-2003) ha trovato, un po’ forzosamente, una qualche parentela nascosta con Lautréamont [Isidore Lucien Ducasse (1846-1870)]. Georges Bataille (1897-1962), ne “La Littérature et le Mal” (1957), avrebbe analizzato l’opera sadiana alla pari di quelle dello stesso Charles Baudelaire, Emily Brontë, Jules Michelet, William Blake, Marcel Proust, Franz Kafka e Jean Genet.

Quasi in qualità di teologo che incarna l’inquietudine dell’intellettuale europeo, e da mistico dell’erotismo dall’ascendenza nietzschiana e surrealista, Pierre Klossowski (1905-2001), formula un’esegesi singolare in “Sade mon prochain” (1947). Mentre, in “Sade Fourier Loyola” (1971), Roland Barthes (1915-1980), individua “des classificateurs, des fondateurs de langues” e accomuna quindi lo scrittore maledetto (langue du plaisir érotique), al filosofo utopista (langue du bonheur social) e al mistico e santo gesuita (langue de l’interpellation divine). Per Barthes l’«eccesso» sta nella scrittura, nel cui impeto individua l’intervento sociale d’un testo, mentre nell’impegno del contenuto ne intravede invece una  «caduta storica». La vera forza d’un testo allora la si va a misurare in quell’«eccesso» che consente d’oltrepassare le leggi a cui s’attengono società, ideologia, filosofia.

Jacques Lacan (1901-1981) considera l’etica sadiana complementare all’imperativo categorico (“Kant avec Sade”, 1963). Invece, Simone de Beauvoir (1908-1986), nel divin marchese, riconosce un anticipatore dell’esistenzialismo moderno (“Faut-il brûler Sade?Privilèges”, 1955).

In “Dialektik der Aufklärung” (1947), Max Horkheimer (1895-1973) e Theodor L. Wiesengrund-Adorno (1903-1969) hanno inquadrato Juliette quale incarnazione di quella filosofia che si è posta alla base dell’Illuminismo materialista. In “The Sadeian Woman: And the Ideology of Pornography” (1979), per gli ampi spazi lasciati all’azione d’una tale eroina, Angela Carter (1940-1992), in una lettura di taglio femminista, si predispone di conseguenza a un giudizio sostanzialmente positivo dell’autore, come d’un “pornografo morale”. Pur criticandolo come misogino, Andrea Rita Dworkin (1946-2005), paradossalmente, emula Sade, nel racconto  “Ice and Fire” (1986).

Non meno incisivi gli interventi di André Breton (1896-1966), tra i surrealisti (“Sade est surréaliste dans le sadisme”!), o di Jackie Élie Derrida (1930-2004) e Paul-Michel Foucault (1926-1984), negli anni 50 e 60 del secolo scorso. Più recentemente, William E. Connolly giudica Sade un elemento di rottura rispetto alla tradizionale posizione dei filosofi politici, e ai loro tentativi di riconciliare natura, ragione e virtù (“Political Theory and Modernity”, 1988).

 

Apollinaire amava il Settecento proprio perché “l’amore fisico regnava dappertutto. I filosofi, gli scienziati, i letterati, tutti gli uomini, tutte le donne se ne interessavano”.

Lo specchio dell’Illuminismo razionale s’è infranto nella riflessione sulla condizione umana (“Più difetti un uomo ha, più vecchio e meno amabile è, tanto più risonante sarà  il suo successo” diceva Sade), perpetrata quale cerniera tra epoche in cui la laicità cominciò a prendere il sopravvento sulla religione. Quell’ateismo del “divin marchese”, in cui la libertà individuale è assoluta, lo si rintraccia in seguito nell’esoterismo di Austin Osman Spare (1889-1956), nei princìpi thelemici di Aleister Crowley (1875-1947) e negli enunciati di Anton Szandor LaVey (1930-1997), in base ai quali non vi è altro dio che l’uomo stesso. Un anticlericalismo questo che assurge a simbolo della libertà assoluta e del puro nichilismo (“Nel silenzio delle leggi nascono le grandi azioni”), in efficace contrapposizione alla rigidità dogmatica del Cristianesimo (“Per l’uomo non c’è altro inferno che la stupidità o la malvagità dei suoi simili”), dalla quale finalmente vengono svincolate le coscienze.

La “Juliette” de “Les Prospérités du vice” (1801), ricalca la complessa figura di Lilith (“Una virtù non è altro che un vizio che s’innalza invece di abbassarsi; e una qualità un difetto che ha saputo rendersi utile.”), intrattenendo relazioni dissolute con uomini nobili e appartenenti al clero, tra cui lo stesso papa Pio VI, che aveva condannato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Provocatoriamente, “Les Onze Mille Verges” (1907) di Apollinaire gioca con l’assonanza, esistente in lingua francese tra “verge” (verga) e “vierge” (vergine), che rimanda indissolubilmente alle leggendarie “undicimila vergini”, accompagnatrici di Sant’Orsola al martirio, frutto dell’equivoca lettura di un “ad undecim milia” (oppure “ad undecim miliarium”)”, ovvero un luogo a undici miglia (o all’undicesimo miliario) dalla città di Colonia.

Uno dei 23 racconti della raccolta “L’Hérésiarque et Cie” (1910), ambientato nella Roma del 1878, sembra anticipare lo gnosticismo dei  Septem Sermones ad Mortuos (1916) di C. G. Jung. Padre Benedetto Orfei, sommo sacerdote di Alessandria, ha un sogno strano. Crede di essere in cielo, e qui vede “la santa schiera delle Vergini, delle Vedove, dei Confessori, dei Dottori, dei Martiri” adorare le tre croci del Golgota: non solo Gesù, ma anche i due ladroni al suo fianco. Orfei da questa visione deduce che la Trinità si è incarnata nei tre crocefissi, e non solo nel Cristo: un ladrone è in realtà il Padre e l’altro lo Spirito Santo.

L’Opus sadicum, al cui interno Apollinaire dice si trovino “les quelques idées, encore nouvelles”, gli psicologi analitici junghiani l’avrebbero immaginato piuttosto come un processo di deformazione alchemica, Opus contra naturam.

«Per servire la natura, il lavoro alchemico doveva deformare la natura. – asseriva James Hillman (1926-2011), in The Dream and the Underworld (1979) – Per liberare la natura animata, doveva fare male alla natura naturale (bollire, recidere, scuoiare, essiccare, putrefare, soffocare, affogare, ecc.)».

Il sogno, strumento per eccellenza del lavoro psicanalitico, non farebbe che agire in base agli stessi processi della deformazione alchemica. E rendere conscio l’inconscio è un Opus contra naturam.

Ma a implicare un doppio processo di deformazione e di consapevolezza, in Sade, sembra la medesima attività di scrittura. Il compito che si assegna lui stesso, in “Idée sur les romans” (1799), consiste nel «far vedere l’uomo non solo qual esso è o si mostra, ma quale può essere, quale può diventare di fronte alle mutazioni del vizio e ai contraccolpi delle passioni», perché «è la natura che deve afferrare, …il cuore dell’uomo, la più singolare delle sue opere». Il processo privilegiato di deformazione, attraverso il quale riesce a cogliere l’enigma del «cuore umano», in seno al più vasto enigma della natura, lo individua nella depravazione. In essa la natura oltraggiata rivela la chiave dei suoi più intimi segreti. Più d’un secolo dopo, C. G. Jung avrebbe confermato questa verità alchemica: «Opus contra naturam l’uomo stesso»!

 

Sull’opera di finzione di Apollinaire, Sade, molto presumibilmente, deve aver rappresentato un possibile innesto intertestuale. “Onze Mille Verges” viene annotata “Plus fort que le marquis de Sade!”, che suona come una rivendicazione rimarcata dallo stesso autore in un catalogo librario. Difatti, Apollinaire tende quasi a impossessarsi dello spirito del “divin marchese” anche qualora il personaggio “sadico” non si dimostri del tutto “sadiano”. Per esempio, il ladro Cornaboeux, promosso dal principe Vibescu al rango di cameriere personale, viene descritto come un bruto sanguinario, ma non un raffinato e apatico libertino.

Dirimente sarebbe forse quell’ammissione di complementarietà sado-masochista, su cui discetta Gilles Deleuze (1925-1995), nella sua “Présentation de Sacher-Masoch” (1990), inesistente in Sade. Un masochista racconta la sua storia fatta d’incontri con donne sadiche. La sola scena “sadiana” potrebbe essere considerata quella del cinesino vittima non consenziente. Per il resto, la convergenza tra i due scrittori sarebbe più tematica (sadica) e meno ideologica (sadiana), soprattutto in relazione all’inversione dei valori e al problema della natura, che invece si ritrova nell’episodio “Un beau film”, del racconto “L’Amphion faux messie”, inserito nella raccolta “L’Hérésiarque et Cie” (1910). In marcato anticipo sulla materia contemporanea della spettacolarizzazione della morte (“Snuff movies” et similia), il barone d’Ormesan vuol rappresentare un crimine davanti alla macchina da presa, facendo poi condannare un innocente privo di alibi. Crudeltà e assenza di scrupoli, ingegnosità dei mezzi adottati e prestigiosa ascendenza delle vittime richiamano de Sade, ma il desiderio del sensazionale sembra prevalere su di una volontà crudamente malvagia.

In “Apollinaire éditeur et critique de Sade” (Que vlo-ve?, 1987), Larry Lynch sostiene che Apollinaire avrebbe tentato innanzitutto di valorizzare gli aspetti “(im-)morali” e politici del marchese, alla stessa stregua di come avrebbe trattato alcuni dei passi d’interesse estetico, come l’episodio del vulcano, presso il quale Juliette e Lady Clairwil, eccitate dalla vicinanza del fuoco sterminatore, compiono gli atti più osceni e uno dei delitti più cerebrali, episodio inserito nell’Histoire de Juliette, ou Les Prospérités du vice. Oltre questa Histoire, per la precisione, prende in esame il contenuto di estratti proposti da Justine ou le malheurs de la vertu, la Philosophie dans le boudoir, Oxtiern, Zoloé et ses deux acolytes.

Adagiandosi sulla dedica dello stimato predecessore: “Mi rivolgo solo a coloro che sono capaci di capirmi, ed essi mi leggeranno senza pericolo”, Apollinaire manifesta l’intenzione di volersi appellare “au public averti et plus particulièrement aux gens de lettres, aux savants, aux historiens, en un mot à tous ceux qui sont préparés à lire des écrits qu’on ne voudrait pas voir entre toutes les mains, mais dont l’influence n’a pas été inféconde” (Catalogue de la Bibliothèque de Guillaume Apollinaire, 1987).

 

Certi aspetti della sua critica letteraria e delle procedure di scrittura ci rendono maggiormente conto dell’incontro di due “sensibilità” e di una modalità di approcciarsi con metodo analitico all’inalterato fascino di quello che ritiene un classico. Ossequioso nei confronti dei propri precursori, prima d’addentrarsi nei dettagli, comincia col trarre spunto dall’articolo di Jules Gabriel Janin (1804- 1874), “Le Marquis de Sade”, apparso sulla Revue de Paris, nel 1834.

Delle numerose e lunghe citazioni rivendica apertamente l’originalità di alcune. Arricchisce poi il testo di parafrasi, frutto di reminiscenze della versione originale, come nel caso dei ritratti dei personaggi delle Cent Vingt Journées de Sodome, ou l’École du libertinage. Rafforza la propria consuetudine di procedere ricorrendo ampiamente a dei collages montati tra articoli di critica letteraria, poemi, romanzi di finzione, che inevitabilmente lasciano largo spazio all’approssimazione.

A volte, sembra quasi che voglia chiedere scusa in anticipo per eventuali errori che possano essergli sfuggiti. E infatti, per esempio, Maurice Heine (1884-1940) avrebbe rettificato di tre anni la data del manoscritto de “Les Infortunes de la vertu” (1787; la seconda versione, Justine ou les Malheurs de la vertu, venne pubblicato nel 1791; la terza, La Nouvelle Justine, nel 1799); e, dopo l’approfondimento analitico dello stile di scrittura da parte di Gilbert Lely (1904-1985), non siamo più tanto sicuri che “Zoloé et ses deux acolytes” (1800) sia d’attribuzione certa e definitiva (“Vie du Marquis de Sade”, 1952-1957).

Su alcune interpretazioni esprime comunque dei dubbi. A proposito dell’Aumônerie, il villino di Arcueil, suppone: “aurait abrité, d’après la rumeur publique, des orgies dont la mise en scène, sans doute, devait être effrayante, sans qu’il s’y commît, je crois, de véritable cruautés”. Era, cioè, teatro di orge dalla coreografia terrificante, secondo la voce pubblica, senza che vi si commettessero però, secondo lui, vere e proprie atrocità.

Alcuni – riporta ancora nel saggio su Sade (Elliot, Roma 2014) - hanno avanzato l’ipotesi che avesse un aspetto effeminato e che fosse, fin dall’infanzia, un invertito passivo. Non credo che tali asserzioni si possano provare”.

Le temps, sans doute, n’est pas éloigné où, tous les matéraux ayant étérassemblés, il sera possible d’éclarcir les points encore mystérieux de l’existence d’un homme considérable sur lequel ont couru et courent encore un très grand nombre de légendes”.

Denunzia altresì quelle falsificazioni calunniatrici che avrebbero “snaturato”, se così si può dire in questo caso specifico, il personaggio. “Les récits de Jules Janin, l’anecdote rapportée par Victorien Sardou et qui représente le marquis de Sade se faisant apporter à Bicêtre des roses qu’il trempait dans la bourbe puante d’un ruisseau… apparaissent comme autant de légendes… transformées à plaisir par l’imagination de ceux qui, ayant lu Justine sans en comprendre ni le sens ni la portée, ne pouvaient imaginer son auteur autrement que comme un fou plein de manies criminelles et dégoûtantes”. I racconti del citato Jules G. Janin, l’aneddoto riferito da Victorien Sardou (1831-1908), ne “La Chronique médicale” del 15 dicembre 1902 (a pagina 808), che lo rappresenta nell’atto d’immergere nella melma fetida d’un rigagnolo alcune rose che s’era fatto portare a Bicêtre, non sarebbero che altrettante leggende liberamente trasformate dall’immaginazione di coloro che, avendo letto Justine senza capirne né il senso né la portata, non potevano immaginare l’autore se non come un pazzo in preda a disgustose manie criminali.

Rifiuta sdegnosamente ogni giudizio morale affermando la netta dissociazione tra etica ed estetica. Rivendica per sé soltanto l’esercizio lucido del senso critico, mentre alla valutazione letteraria affida la rappresentazione dell’eccesso, facendo sua la riflessione di Sade: “On trouvera peut-être nos idées un peu fortes… qu’est-ce que cela fait? N’avons-nous pas acquis le droit de tout dire?” (Si dirà forse che le mie idee sono un po’ troppo forti… ma che importa? Non abbiamo forse conquistato il diritto di dire tutto?). Aggiungendo profeticamente: “il semble que l’heure soit venue pour ces idées qui ont mûri dans l’atmosphère infâme des enfers de bibliothèques, et cet homme qui parut ne compter pour rien durant tout le XIXeme siècle pourrait bien dominer le XXeme”.

 

Gli aspetti di maggior rilievo e particolarmente rappresentativi dello spirito “sadiano” li indica nella nozione di libertà: “Le marquis de Sade, cet esprit le plus libre qui ait ancore existé”!

La libertà amata, reclamata e perseguita da Sade ha sia natura morale, che politica e filosofica. Anzi, il suo sistema ideologico testimonia d’una passione per quel gusto dell’arbitrio e dell’affrancazione di cui per molto tempo fu privato.

Per quel che riguarda la condizione femminile, oppone un’antiquata Justine a una ben più moderna ed emancipata Juliette, a proposito della quale scrive: “représente la femme nouvelle qu’il entrevoyant un être dont on n’a pas encore idée, qui se dégage de l’humanité, qui aura des ailes et qui renouvvellera l’univers”. Una donna in possesso della stessa forza che la struttura sociale di quel tempo conferisce ai libertini.

A proposito di tale nuova situazione femminile, e dell’audacia che la contraddistingue, riconosce a Sade persino il dono profetico dei vati: “c’est au poète d’imaginer [des fables] nouvelles que les inventeurs puissent réaliser à leur tour” (“L’Esprit nouveau  et les Poètes” (1917).

L’alleanza di libertà, novità e rinnovamento la ritrova un po’ in tutta la letteratura erotica, per implicita caratteristica, sovversiva e marginale, scelta quale tribuna inedita dalla quale, in ogni caso, decidere di poterla continuare a ribadire. “Les Exploits d’un jeune Don Juan” (1910) riprenderebbe un anonimo viennese (“Kinder-Geilheit oder Geständnisse eines Knaben”) del 1891, come parodia d’un romanzo (“Les Vacances d’un jeune homme sage”, apparso nel 1903) del poeta simbolista Henri-Francois-Joseph de Régnier (1864-1936).

Oltre all’autore “maledetto” di testi fortemente provocatori, Apollinaire ricerca l’uomo reale, per evocarne la fisicità, quasi che i segni esteriori possano fisiognomicamente suscitare qualcosa di quel mistero da svelare, trovando però evanescenti testimonianze nel ‘Portrait Fantaisiste’ du Marquis de Sade par H. Biberstein (d’après la reproduction publié en frontispice de la Correspondance de M.ma Gourdan, 1866; Monument à D.A.F. de Sade di Man Ray apparirà in Le Surréalisme au service de la révolution, nel 1933). Pur interessandosi sia al drammaturgo che al pornografo, distingue innanzitutto la persona dal personaggio, il pensiero dalle opere. “Les sensations qui proviennent du langage des mots sont très puissantes”.

Il talento, abbiamo visto, lo riconosce nella descrizione dei quattro libertini delle Cent Vingt Journées: “Cet peinture n’est pas embellie par des couleurs menteuses, les traits qu’elle offre sont naturales”. Dando quindi credito all’avvertenza posta nella Ventitreesima lettera (Déterville a Valcour) di “Aline et Valcour, ou le Roman philosophique” (1793): «Sfortunatamente devo descrivere due libertini; aspettati perciò particolari osceni, e scusami se non li taccio. Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti; offrirle con tratto gentile è farlo amare, e tale proposito è lontano dalla mia mente

Insiste sull’erudizione, lo stile, il gusto, l’assoluta mancanza di crudeltà, confermata dall’opposizione netta e decisa alla pena di morte, che addirittura, il 6 dicembre 1793, gli vale un arresto. Incontestabile prova d’umanità e di buon senso trova nel testamento olografo (“Non voglio che per nessuna ragione il mio corpo venga sezionato…”) e in altri documenti autografi («Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino», Lettera alla moglie del 20 febbraio 1791).

Accorda parecchia importanza al teatro sadiano che attesta una realtà letteraria assolutamente non pornografica. Lo giudica pure come attore portato piuttosto per i ruoli teatrali di “amoreux”. Perfettamente in linea con la simpatia dimostrata verso Nietzsche, in un contributo del gennaio 1910 al libro di Daniel Halévy (1872-1962), “La vie de Frédréric Nietzsche”.

 

Tuttavia non intesse un’apologia estetica, rimarcando piuttosto l’apporto ideologico e il corrispondente valore culturale, poiché la sua analisi è pur sempre fortemente soggettiva, in quanto la scrittura critica adottata, in un incessante passaggio da un genere all’altro, risente notevolmente della sua spiccata personalità di poeta.

Il romanzesco trapela dalle supposizioni: “il n’est pas impossible que ce soient les appels du marquis… qui… aient déterminé l’effervescence populaire et provoqué finalement la prise de la vieille fortesse”. In un concorso di circostanze, presume possa essere avvenuto il paradossale incontro tra un avvenimento storico e la provocazione d’un carcerato, azzardando l’ipotesi: “le marquis de Sade cause du 14 juillet”!

In un “canevas romanesque”, che riproduce una sorta di relazione di causa psicologica ed effetto comportamentale, all’origine della dissoluzione morale di Sade ravvisa una delusione amorosa: “celle qu’il amait ayant été mise dans un convent, il éprouva un grand dépit, un grand changrin et se livra à la débauche”. Innamorato della cognata, Anne-Prospère, fu costretto a sposare la figlia maggiore di Madame de Montreuil, Renée-Pélagie.

Lamentando, di alcuni testi, non poter comunicare che la lettera e non lo spirito, lascia allora fuoriuscire prepotentemente dal commento critico quei ritratti parafrastici delle Cent Vingt Journées, che gli consentono d’irrompere di peso sulla struttura descrittiva romanzesca, confondendo la sua voce di critico con quella dell’autore, alla cui immaginazione rende pertanto omaggio. Altrove, in una commistione tra informazioni biografiche e descrizioni romanzate, continua ad avventurarsi nella scrittura di finzione. “On dit que dans son enfance, son visage était si charmant que les dames s’arrêtaient pour le regarder…”.

Questi due livelli orientati in modo contrapposto, senza diventare contraddittori, si vanno concretizzando quando in una presa di distanza dalle leggende, ma con una interpretazione soggettiva, quando in un sincero desiderio di obbiettività e di veritiera, o quanto meno verosimile, ricomposizione biografica. L’analisi critica subisce dunque la tentazione del romanzo, senza peraltro restarne contaminata del tutto. Daniel Delbreil (L’Actualité dans l’oeuvre de fiction d’Apollinaire, in “Apollinaire en son temps”, 1990) mette adeguatamente in evidenza questa costante oscillazione nel corso di un narrare che da cronaca si fa finzione e viceversa.

Il saggio critico di Apollinaire bibliofilo travalica dunque le informazioni storiche per insistere appunto su riflessioni personali di tipo erudito. Ma, nel ripensare i rapporti tra l’opera sadiana con la morale, ricompare quale procedura riabilitativa dello scrittore il più profondo e sincero riconoscimento della sua genialità.

Come suggerisce M.me Laurence Campa (Apollinaire et Sade, nei Cahiers de l’Association internationale des études francaises, 1995), il “divin marchese” probabilmente corrisponde a una sorta di punto di “soggettivazione” per lettori come Apollinaire che siano anche scrittori. E questo forse proprio perché, soprattutto nell’erotismo, come scriveva Luis Borges: “…Todo sucede por primera vez, pero de un modo eterno./ El que lee mis palabras está inventándolas”.

Nel suo saggio critico, insomma, Apollinaire ha esercitato tutto il suo personale narcisismo e, ripercorrendo quasi lo stesso “rencontre mystique avec Sade” di Gilbert Lely (o di Maurice Heine, che dichiarava: “un texte du marquis de Sade devait être traité avec le même respect qu’un texte de Pascal”), nello svolgere questo lavoro interiore di indebita appropriazione e inconsapevole immedesimazione, ha finalmente trovato quella ricercata tribuna dalla quale esprimere più compiutamente se stesso.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Apollinaire G. Sade, (trad. di Giovanna Rui, introduzione di Giuseppe Scaraffia), Elliot, Roma 2014

Boudar G. Catalogue de la Bibliothèque de Guillaume Apollinaire, Éditions du centre national de la recherche scientifique, Paris 1987

Campa L. Apollinaire et Sade, Cahiers de l’Association internationale des études francaises, Volume 47, Numéro 47, pp. 391-404, Année 1995

Delbreil D. L’Actualité dans l’oeuvre de fiction d’Apollinaire, Apollinaire en son temps, Actes du 14eme colloque de Stavalot réunis par M. Décaudin, Publications de la Sorbonne nouvelle, Paris 1990

Deleuze G. Présentation de Sacher-Masoch, Editions de Minuit, Paris 1990

Douchet C. Sade à l’époque romantique, in Le Marquis de Sade, Centre aixos d’études et des recherches sur le XVIIIeme siécle, Colin, Paris 1968

Helpey [L. Perceau] Bibliographie du roman érotique au XIXe siècle: donnant une description complète de tous les romans, nouvelles et autres ouvrages en prose, publiés sous le manteau, en français de 1800 à nos jours, et de toutes leurs réimpressions, G. Fourdrinier, Paris 1930

Hillman J. The Dream and the Underworld, Harper & Row, New York 1979

Ierace G. M. S. I signori della mano sinistra… , Primordia, XXIII, XLV, 4-7, Equinozio d’Autunno 2014

Ierace G. M. S. Trittico, la morte come spettacolo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/trittico-la-morte-come-spettacolo/8708/

Ierace G. M. S. La patrona dell’umanità come spettacolo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/la-patrona-dell%E2%80%99umanita-come-spettacolo-il-pensiero-come-terapia/8750/

Janin J. Le Marquis de Sade, Revue de Paris, IXeme, nouvelle série, Paris 1834

Lely G. Vie du Marquis de Sade, Mercure de France, Paris 1989

Lynch L. Apollinaire éditeur et critique de Sade, Que vlo-ve?, 2eme série, 24, oct-dec. 1987

Perceau L., Apollinaire G. et Fernand Fleuret L’Enfer de la Bibliothèque nationale, Mercure de France, Paris 1913

Sade Les Infortunes de la vertu, introduction de J. Paulhan, Edition du Point du Jour, Cherbourg 1946

 







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