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Coloro che reprimono il desiderio, lo fanno perché il loro desiderio è abbastanza debole da poter essere represso. William Blake
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Ricerca della verità e blocco della comunicazione

category Atri argomenti Alfonso Falanga 14 Giugno 2011 | 3,185 letture | Stampa articolo |
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L’esperienza quotidiana ci mostra, a volte, che la comunicazione tra le persone si ingarbuglia anche quando c’è disponibilità a dialogare e gli interlocutori hanno obiettivi in comune.

In sintesi, la conflittualità relazionale caratterizza, in alcuni casi, anche le relazioni significative. Quando ciò accade si sperimenta un forte senso di frustrazione, ci si sente demotivati, la mente è presa d’assalto da pensieri negativi su di sé e sull’altro.

Se succede tra genitore e figlio, ad esempio, il primo potrà pensare che non sa svolgere adeguatamente il suo ruolo di guida e di esempio oppure che i figli sono degli ingrati. Il secondo potrà sentirsi svalutato, non capito o, al contrario, potrà pensare di essere egoista, immaturo ed … ingrato.

Qualcosa di simile potrà verificarsi all’interno di una coppia. Oppure tra colleghi di lavoro o, ancora, tra amici. Non ci si capisce, pur desiderandolo o comunque avendone necessità, ed ognuno resta alla fine con i suoi pensieri e le sue emozioni negative chiedendosi dove ha sbagliato. Si entra così nel circolo vizioso, fuorviante ed improduttivo del “ … di chi è la colpa ? “

I motivi da cui traggono origine tali dinamiche sono molteplici e di varia natura. Riguardano, ad esempio, la struttura caratteriale di coloro che in esse sono coinvolti, ragioni di ordine più specificatamente sociale oppure esistenziale.

In genere, dal nostro punto di vista, le cause delle incomprensioni raramente possono rientrare in modo netto in una categoria o nell’altra, a meno che non si tratti di comportamenti derivanti da una chiara patologia psichiatrica e non è questo il caso di cui qui ci stiamo occupando.  In linea di massima la conflittualità relazionale trova alimento in un intreccio di elementi caratteriali, sociali, esistenziali e linguistici.

In più, a volte il blocco della comunicazione nasce dal fatto che i “ parlanti “, pur dichiarando di condividere gli obiettivi della relazione, di fatto agiscono inconsapevolmente su piani logici del tutto diversi. Sia chiaro che utilizziamo il termine “ inconsapevolmente “ non come sinonimo di inconscio bensì per indicare la distanza tra la percezione di ciò che si dice e si fa e l’effettiva azione verbale e non verbale compiuta.

Tale evento può verificarsi anche quando ci si dispone all’ascolto o ad essere ascoltati.

Non ci riferiamo ai professionisti dell’ascolto ed ai loro clienti/ pazienti bensì alle circostanze che vedono coinvolti persone normali nella normalità della vita quotidiana pur se nell’ambito di relazioni significative: genitori e figli, appunto, o moglie e marito oppure colleghi di lavoro o amici. A costoro aggiungiamo quelle figure semi–professionali che praticano l’ascolto nei confronti di individui che vivono spesso in condizioni di privazione materiale e morale come, ad esempio, gli Operatori volontari Caritas, Parrocchiali e Sociali in genere.

In alcuni casi queste persone lamentano una carenza di ascolto e non  ne sanno spiegare il motivo. Eppure sono spinti da una autentica motivazione a comprendere l’altro ed a farsi comprendere. Ma il risultato è insoddisfacente per tutti. “ Tu non mi capisci … “,  “ Io e te è inutile che parliamo tanto non mi capirai mai … “, “ Parlare con te è come rivolgersi ad un muro… “ e via di questo passo. Espressioni che denotano una chiara frustrazione e la messa in discussione di sé e dell’altro.

Indubbiamente le emozioni, i pensieri, i pregiudizi hanno il loro peso nell’orientare la comunicazione e può capitare che lo facciano in modo del tutto inaspettato ed indesiderato rispetto a quanto gli interlocutori avevano previsto.

In alcuni casi, però, l’esito lacunoso dipende dal fatto che chi ascolta si ostina a volere definire la verità dei contenuti narrati da chi ha di fronte piuttosto che impegnarsi a comprendere quel che la persona pensa di quei medesimi contenuti a prescindere se siano accaduti realmente o meno.

Un variante di questa distorta dinamica relazionale è quella in cui chi ascolta vuole stabilire se è vero quello che la persona sta pensando dei fatti narrati. La verità cercata, dunque, qui non riguarda gli eventi ma addirittura il pensiero stesso dell’interlocutore.

Certo, questa ostinata investigazione non è sempre consapevole ( usiamo il termine nell’accezione già precedentemente indicata ) e dunque non è una strategia tesa a svalutare, volontariamente, l’altro. Di fatto, però, è quello che accade, con tutti gli esiti negativi di cui abbiamo già detto.

A questo punto chiediamoci : che significa, in tale circostanza, accertare la verità e cioè che i fatti decritti siano accaduti realmente o meno?

Proviamo ad essere più chiari con alcuni esempi.

Immaginiamo che un bimbo, all’uscita dalla scuola, corra verso la madre gridando: “ Mamma, mamma, oggi la maestra è stata molto cattiva!”.

Oppure pensiamo al marito che, di ritorno dal lavoro, si lamenti con la moglie dicendo : “ In ufficio ce l’hanno tutti con me!”.

O ancora, chi confida all’amico : “ Con mia moglie non va … Non riusciamo più a comunicare “.

In ultimo, immaginiamo l’utente di uno sportello di ascolto Caritas che si rivolga così all’operatore volontario: “ E’ inutile che parliamo, tu non mi puoi capire!”.

In questi casi il bambino, il marito, l’amico e l’utente inviano, indirettamente e forse senza accorgersene, una richiesta. Chi cerca protezione, chi consiglio, chi solo di sfogarsi, chi un senso di identità. Ognuno dà per scontato che quello di cui parla, ed anche ciò di cui non parla, sia vero ovvero sia accaduto effettivamente e proprio così come ne sta parlando o comunque come ce l’ha in mente.

Nello stesso tempo, chi riceve questa richiesta diretta o indiretta che sia, generalmente reagisce in due modi: o svaluta oppure aderisce.

La madre, ad esempio, potrebbe affermare : “  Ma no, dai, la maestra non è cattiva. Forse siete voi bambini che l’avete fatta arrabbiare”  o, al contrario, “ Domani vengo io a parlare con quella! Ma come si permette ? “.

La moglie potrebbe ribattere al marito : “ Non essere paranoico “ oppure “ Nel lavoro è sempre così, bisogna guardarsi le spalle !”.

L’amico potrebbe uscirsene con affermazioni tipo : “ Come è possibile? Eppure vi volete bene “ o “ I matrimoni sono difficili. Devi impegnarti e vedrai che tutto si risolverà “.

Riguardo all’Operatore Caritas, possiamo immaginare una reazione del genere : “ Ci proverò lo stesso “ oppure “ Come fai a dirlo se ancora non mi hai detto niente? “.

Entrambi i tipi di reazione, dunque, presuppongono che il contenuto dello sfogo/ richiesta comprenda dei fatti accaduti effettivamente, nel senso che anche altre persone potrebbero confermarlo, e perciò veri oppure falsi nel senso che di essi non c’è alcun riscontro oggettivo nella realtà. Insomma non ci sono testimonianze e prove a favore del narrante, proprio come se si trattasse di un’indagine giudiziaria.

Da quel momento in poi, ossia dopo che l’ascoltatore ha negato o comunque svalutato il racconto oppure, al contrario, l’ha confermato, generalmente la comunicazione ha come obiettivo o cercare la verità o agire a partire da fatti ritenuti aprioristicamente veri. In un caso o nell’altro, insomma, non si prendono in considerazione, o lo si fa solo marginalmente, i motivi per cui un dato evento viene ritenuto vero da chi ne parla.

La mamma pensa, parla ed agisce, ad esempio, senza chiedere cosa sia accaduto a scuola per cui il figlio ritiene, e sente, la maestra cattiva.

Anche la moglie evita di interrogare il marito sulle ragioni di quell’affermazione. Così fa l’amico, dando per scontato che l’esperienza che gli è narrata rientri, aprioristicamente, in tutte le altre esperienze riguardanti i rapporti matrimoniali.

L’operatore, dal canto suo, reagisce dando per scontato che sia vera l’affermazione dell’utente o che possa essere vera solo dopo avere ascoltato i fatti.

In questi casi, insomma, che rispecchiano seppure sinteticamente forme diffuse di conflittualità relazionale, la comunicazione si svolge come se avvenisse all’interno di un’aula di Tribunale. La meta dei parlanti è definire verità e colpe. Nessuno si interroga, ed interroga, sui pensieri e sulle convinzioni che sono alla base di quelle stesse affermazioni. Ci si concentra sul mondo reale tralasciando il mondo emotivo/ percettivo/ cognitivo che definisce e vive, in un modo o nell’altro, quel medesimo mondo.

Una comunicazione che tende all’affermazione del vero può durare a lungo, può essere anche appassionata  e sincera. Eppure capita che risulti, dopo un po’, logorante, demotivante e frustrante. Parola dopo parola emerge, in chi ne coinvolto, la percezione del tempo che passa inutilmente mentre si sente che si allontana sempre di più il motivo per cui aveva avuto inizio il dialogo: chiedere sostegno, materiale ma principalmente immateriale. O semplicemente realizzare un momento di sfogo e di riequilibrio emotivo.

Alla fine del processo ci si sente inevitabilmente incompresi ed incapaci ad esprimersi, a chiedere e a dare sostegno.

Allora, quando siamo destinatari di uno sfogo ed in particolare da parte di una persona a cui teniamo, ricordiamo queste parole:

“ Un’esperienza è sempre in qualche modo  “ vera “. Sembra evidente piuttosto che vera o falsa non è tanto la mia esperienza, ma se mai l’opinione* che me ne faccio “ 1.

 

Alfonso Falanga

www.comunicascolto.com

info [@] comunicascolto [.] com

 

* corsivo dell’Autrice

 

1 D’AGOSTINI FRANCA : “ Introduzione alla verità “, Bollati Boringhieri,  2011, Torini, pag. 41

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