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Psicologia del Futuro (?) (dal Prana alla respirazione olotropica)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 25 Gennaio 2016 | 2,077 letture | Stampa articolo |
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Sembra che a coniare il termine “psicologia transpersonale” sia stato Roberto Assagioli [cognome adottato da Roberto Marco Greco (1888-1974)], il quale avrebbe inoltre avuto il grande merito di oltrepassare per primo i limiti della “psico-analisi” classica, proponendo per contrapposizione una “psico-sintesi” che consentisse al singolo di sfondare i suoi confini di essere umano fin verso la realizzazione di un Sé che si sarebbe quindi rivelato “transpersonale”.

Questo “spostamento” d’interesse (ma meglio sarebbe parlare di “ampliamento”), nei processi dinamici della mente, “trascende” definitivamente in una dimensione “spirituale”, che va a completare quell’unità di componenti bio-psicologiche, in grado di sviluppare un orientamento “volitivo” di dominio sul proprio mondo inconscio, soprattutto dopo averlo conosciuto appieno.

Il contributo della Psicosintesi

Another specific contribution made by Psychosynthesis, is its reaffirmation of the importance and value of the will, drawing attention to its special position as being different from that of other psychic functions. One might say that the will is the Cinderella of modern psychology. Since William James it has been almost entirely neglected, not only by academic psychologists, but also by the leading exponents of dynamic psychology… The man of weak will is like a cork on the ocean tossed by every wave… he is a slave, not only of the will of others, and all external circumstances, but also of his drives and desires” (Un altro specifico contributo da parte della Psicosintesi, consiste nel suo riaffermare l’importanza e il valore della volontà, attirando l’attenzione alla sua particolare posizione differente da quella delle altre funzioni psichiche. Si potrebbe dire che la volontà è la Cenerentola della psicologia moderna. Dopo William James è stata quasi del tutto trascurata, non solo dagli psicologi accademici, ma anche da esponenti della psicologia dinamica … L’uomo di debole volontà è come un tappo di sughero nell’oceano sballottato da ogni onda … è uno schiavo, non solo della volontà di altri, e di tutte le circostanze esterne, ma pure dei suoi desideri e pulsioni. “The act of will”, 1973).

Dalla “Terza” a una… “Quarta” forza

Nell’attivare una tale sfera superiore di “coscienza” ancora ignota, lungo un percorso esistenziale sostanzialmente limitato, promosso dalla “psicologia umanistica” di Abraham Harold Maslow (1908-1970), l’incompletezza dell’uomo si protende inevitabilmente verso una “realizzazione” che potrebbe non mostrare mai il suo traguardo, ove cioè l’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung (1875-1961) sconfinerebbe con l’essenza cosmica, di cui non sarebbe che un pallido riflesso. Così, la cosiddetta “Terza Forza” di Maslow  risulterebbe in ultima analisi precaria e transitoria, ossia un prologo a una “Quarta” forma di psicologia ancora più “elevata”, incentrata addirittura sul cosmo, anziché su bisogni e interessi mondani, un sistema trans-umano e “trans-personale” che oltrepassa la condizione individuale di sicurezza, appartenenza (identità), stima e autorealizzazione.

Per primo Maslow aveva posto l’accento su d’un aspetto “evolutivo” della psicologia che, insieme con “la soddisfazione graduale dei bisogni” e la relazione tra “persona e persona” nel rapporto terapeutico, ammetteva uno “sviluppo delle potenzialità”,  nonché l’esperienza mistica, quali momenti fondanti di un percorso non più incentrato alla sola guarigione dei sintomi psicopatologici.

 

Il pioniere William James (1842-1910) non esitò a inserire le esperienze mistiche quali eventi tanto psicologici quanto religiosi. E in “The Varieties of Religious Experience: A Study in Human Nature” (1902), le considera come un impulso naturale e sano, a fondamento d’ogni richiesta ed esigenza di sacralità.

Quell’Uberpersonliche di Jung

Inizialmente C. G. Jung si era limitato a definire l’Inconscio Collettivo “Uberpersonliche” (appunto, transpersonale), sia in quanto artefice di quella interconnessione di ogni psiche individuale, sia perché popolato dagli archetipi che costituiscono la base stessa di ogni esperienza di questo tipo. Attraverso i simboli, i rituali, le favole, i sogni, li approcciamo in maniera indiretta, mentre le esperienze mistiche consentono un accesso immediato a questo mondo archetipico, con conseguente fuoriuscita dalle nevrosi, e proprio mediante una risolutoria esperienza spirituale.

Un “graduale risveglio” della coscienza

La struttura della personalità umana, in cui, oltre a un’area centrale sede del sé e dei contenuti di coscienza, per Assagioli, si ritrova una più vasta zona inconscia, suddivisa in inferiore (identificabile con l’inconscio classico), centrale e superiore, nel postumo “Lo sviluppo transpersonale” (1988) e ancor prima in “Psychosynthesis: a manual of principles and techniques” (1965), viene descritta alla stregua del pellegrinaggio dantesco indicante le tappe fondamentali di questa esplorazione grazie a un “graduale risveglio” della coscienza, che inizia negli Inferi e prosegue con l’ascesa lungo il monte del Purgatorio, arrivando al cospetto della divinità nell’immersione finale dentro l’illuminazione.

Coscienza, memoria, evoluzione, morte

In “L’homme sans frontières: Les états modifiés de conscience” (1988), Pierre Weil (1924-2008) individua una serie di margini demarcanti la visione del mondo interiore. La conoscenza e la trascendenza di tali confini sono la principale prerogativa per lo sviluppo del processo transpersonale, poiché queste barriere esistono soltanto nella mente dell’uomo. La coscienza infatti è un flusso incessante e ininterrotto, la memoria va oltre la filogenesi per risalire lungo il trascorso evoluzionistico fino alla fonte stessa dell’energia vitale primordiale, e la medesima evoluzione dell’individuo non si cristallizza in uno stato morboso, né nell’intelletto puro e semplice, ma procede verso delle più elevate qualità di consapevolezza, saggezza, umiltà, compassione, amore…

Persino la morte è solo un passaggio, giusto un’occasione per attingere a nuove dimensioni dell’essere.

 

L’esorcismo freudiano

In questa specie di contingentamento sarebbe da inserire forse la prematura preoccupazione di Sigmund Freud (1856-1939) di andare alla ricerca, quando ancora non aveva compiuto neppure cinquantacinque anni, d’un suo successore individuato fin troppo precocemente nello psichiatra svizzero.

Una prospettiva, probabilmente in chiave negazionista, contrassegnava anche la natura, regressiva e incestuosa, del primitivo cenacolo psicoanalitico, spingendone il “pater familias”, nel 1912, dopo il dissidio con Jung, che ancora presiedeva però l’associazione internazionale, a comporre attorno a sé una specie di “cerchio magico” (Männerbund), impostato sulla simbologia settaria del settenario. Del “comitato” segreto, infatti, facevano parte Karl Abraham (1877-1925), Max Eitingon (1881-1943), Sándor Ferenczi (1873-1933), Ernest Jones (1879-1958), Otto Rank (1884-1939) e Hanns Sachs (1881-1947), a ciascuno dei quali venne consegnato un anello la cui incastonatura era contraddistinta da una pietra intagliata, a mo’ di cammeo gnostico, proveniente dalla collezione privata di antichità greco-alessandrine dello stesso Freud.

Una questione di genere?

Ad analizzare l’aspetto maschilista della società iniziatica che avrebbe dato vita a quella cerchia ancor più ristretta, fu la moglie di Jung, Emma Rauschenbach (1882-1955), la quale essendo una donna e non partecipando alle riunioni sociali, non era neppure coinvolta nelle medesime dinamiche di gruppo.

Mi sembra quasi che Lei a volte dia troppo:… – scrisse francamente al grande maestro – Non succede spesso di dare parecchio perché si vuole trattenere parecchio?” (Eli Zaretsky, 2005).

Per contrasto, il gruppo di appoggio della scuola di Zurigo era invece composto dalle cosiddette “valchirie” o “menadi”, e, con un gioco di parole fortemente allusivo per il doppio significato di fanciulle e di donne del capo, “Jungfrauen”. Tra di loro, a ronzare come “api attorno a un barattolo di miele”, secondo l’ammissione di Aniela Jaffé (1903-1991), che pur vi era compromessa, spiccava l’altra amante del vate di Bollingen, dopo Sabina Naftulovna Spielrein (1885-1942), ma quasi una seconda moglie “more danico”, Antonia Anna Wolff (1888-1953), la quale, magari proprio in virtù di questa esperienza intima, avrebbe potuto classificare gli aspetti della psiche femminile in amazzone, madre, médium ed etera o cortigiana. A causa però della perplessità nell’interessarsi di alchimia, sarebbe stata sostituita, almeno intellettualmente, da una più giovane Marie-Louise von Franz (1915-1998), che, assieme a Jolande Jacobi (1890-1973), Barbara Hannah (1891-1986), Mary Esther Harding (1888–1971), Kristine Mann (1873–1945), quali “vestali”, per Mary Bancroft (1903-1997), esclusa da quel novero di elette, custodivano la “sacra fiamma” della psicologia complessa (Bishop, 1995).

Nel 1913, per stemperare il clima di tensione che s’era accumulata nel corso del Congresso psicoanalitico di Monaco di Baviera, Ernest Jones se ne uscì con una salace battuta sessista: “Perché alcune donne vanno da Freud e altre si rivolgono a Jung? Perché le prime sono Freudenmädchen (prostitute) e le ultime Jungfrauen (illibate)” (McLynn, 1996).

 

One Taste ed Everything

Dopo la concezione del “vero Sé” di Karen Danielsen Horney (1885-1952), la nozione di “auto-trascendenza” e la ricerca di significato  da parte di Victor Frankl (1905-1997), l’idea di “potere spirituale trascendente”, quale funzione caratteristica della persona, di Carl Ramson Rogers (1902-1987) e l’influenza dello Zen nell’elaborazione della Gestalt da parte di Friedrich Salomon (Fritz) Perls (1893-1970), Ken Wilber ha fatto ricorso alla terminologia Buddhista, “One Taste”, per indicare la coscienza cosmica, o unitaria, che va a completare questo spettro. Il suo modello di sviluppo della coscienza permette di integrarne le varie sfaccettature cognitive, morali, psicodinamiche e spirituali.

Con “A Theory of Everything” (2000), si è poi posto l’obiettivo di aggiungere, non solamente le scienze e la spiritualità, bensì anche la politica e l’economia, nella teoria Spiral Dynamics di Cristopher C. Cowan e Don Edward Beck, i quali, a partire dal lavoro epistemologico di Clare W. Graves (1914-1986), allargano la scala di applicazione della psicologia all’ambito sociale, organizzativo ed evolutivo, prevedendone inevitabili ricadute sulla salute umana.

Se la psicologia “esistenziale” e quella “umanistica” avevano evidenziato un dato incontrovertibile, che l’Io cioè  non s’esprime semplicemente allo scopo della conservazione dell’individuo, quale meccanismo arginante gli impulsi contrastanti di Es e Super-Io, ma costituisce un centro autonomo di coscienza, e di volontà (secondo la sottolineatura di Assagioli), capace e responsabile di libere scelte che diano significato all’esistenza (per come delineato da Frankl), la psicologia transpersonale, nella definizione di Charles T. Tart, si adopera al fine della promozione delle qualità più genuinamente umane di ogni individuo, per il “risveglio” della sua natura spirituale e la realizzazione del Sé, fin dove possa giungere e qualunque essa sia.

Il moto interiore non si esaurisce nella spinta in direzione di una banale ricerca del piacere, o di potere, secondo la restrittiva visione di Alfred Adler (1870-1937), perché la caratteristica più intima dell’Io non è se non una continua tensione ad andare oltre sé stessi in un processo di auto-trascendenza. Ma come se non bastasse questo traguardo terzoforzista, l’ulteriore progressione della Quarta Forza arriva ad affermare una sostanziale unità sottostante l’apparente molteplicità. Cosicché ogni singolo Io (o Sé) personale va inquadrato come lo smunto riflesso d’un centro di coscienza che tutto trascende, un Sé transpersonale, in cui tutto trova principio costitutivo, origine e compimento.

Da unità bio-psichica inferiore e microcosmica, l’essere umano si scopre un insieme aperto e, nella sua realtà più intima e profonda, collegato alla superiore dimensione “spirituale”, macrocosmica.

Una nuova teoria di “Positive double binds”

L’esplicito recupero dell’aspetto “mistico” dell’esistenza non implica alcuna fideistica adesione a un credo dogmatico, né ad alcuna particolare rivelazione o tradizione religiosa. L’approccio scientifico prende avvio da una ricerca sistematica, attenta anche agli stati di coscienza “non-ordinari”, classicamente considerati “alterati”. La ricerca psicologica si apre alla comparazione etnoantropologica, da cui trae quell’arricchimento esperienziale fornitore a ciascuno d’un’identità forte, in grado di trascendere la struttura della personalità, senza perdere, però, il contatto con la propria individualità.

Roberto Assagioli diceva che ognuno deve acquisire la consapevolezza d’essere “cittadino di due mondi” e di predisporsi a vivere “coi piedi per terra e la testa alta verso il cielo“.

 

Mentre il cileno Claudio Naranjo [allievo di Fritz Perls e amico di Carlos Castañeda (1925-1998), il quale usava il termine “nagual” per descrivere quella parte della percezione appartenente alla sfera del "non conosciuto", in connessione alla "realtà non ordinaria"], iniziava a fornire il proprio  contribuito al movimento underground dell’enteogenia con l’introduzione dell’uso dell’armalina, MDA e ibogaina nel gruppo pionieristico di terapia psichedelica di Leo Zeff (1912-1988), il ceco Stanislav Grof, insieme con la moglie Christina (1941-2014), dopo aver sperimentato l’LSD come mezzo per alleviare le sofferenze dei malati terminali, si concentrò nell’elaborazione d’una mappa dell’esperienza interiore, d’un conseguenziale modello di approccio psicodinamico e d’una coerente metodologia psicoterapeutica.

“Olotropia”

I coniugi Grof si sono particolarmente soffermati sul potenziale euristico degli stati non ordinari di coscienza, convinti che “meritino d’essere distinti dal resto e collocati in una categoria speciale” (“Psicologia del Futuro”, trad. di M. Gancitano e A. Colamedici, Spazio Interiore, Roma 2015). Pertanto hanno coniato per essi l’aggettivo “olotropico”, un termine composito dal greco hòlos, intero, e tropein, andare verso, quindi con il significato letterale di “mosso nella direzione della completezza”, ovvero, “orientato nel senso della totalità”.

Un esempio di coinvolgimento olotropico è costituito da quegli eventi rituali che gli antropologi, seguendo Arnold van Gennep (1873-1957), definiscono come “riti di passaggio” (rites de passage), fisiologicamente coincidenti con le grandi transizioni sociali, dalla circoncisione per i maschi al parto per le femmine, dalla pubertà al matrimonio per entrambi i generi.

Le profonde trasformazioni psico-spirituali perseguite dalle società iniziatiche, non necessariamente “urhorde” di tipo freudiano né tiaso junghiano, sono il risultato di specifiche tecnologie del sacro che producono un collegamento con le dimensioni numinose dell’esistenza.

Core shamanism

L’antropologo Michael J. Harner denunzia quanto la psichiatria occidentale sia pericolosamente polarizzata in maniera etno-centrica, cogni-centrica e pragma-centrica, escludendo le osservazioni, le conoscenze e le esperienze che non appartengano strettamente allo stato “ordinario” di coscienza, nel reputare la propria Weltanschauung superiore alle altre e perfino l’unica davvero corretta.

La ricerca comparativa avrebbe permesso ad Harner di identificare dei principi e dei metodi quasi universali, e comuni ai vari tipi di sciamanismo, che definì “core shamanism”. Poi, come mezzo per modificare lo stato di coscienza e compiere il viaggio sciamanico, s’è occupato di sperimentare il tambureggiamento monotono, senza fare ricorso alle tradizionali droghe psicoattive, come l’ayahuasca.

Christina e Stan Grof hanno sviluppato invece un approccio all’auto-esplorazione terapeutica che induce potenti stati olotropici mediante uno sbloccaggio emozionale dei residui bioenergetici, con musica evocativa, e accelerazione della respirazione.

Prana

Risale a Wilhelm Reich (1897-1957) l’osservazione secondo cui le difese e le resistenza psicologiche sono rafforzate e compromesse da una respirazione “limitata”.

Tutte le malattie, sia fisiche che mentali, – scrive David Frawley nella prefazione al libro di Atreya: “Prana. I segreti dell’energia vitale” (Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 2002) – riflettono uno stato di crisi dell’energia pranica, cioè debolezza, depressione e turbamenti emotivi, che indicano uno squilibrio del prana. Per questo motivo qualsiasi malattia può essere curata attraverso il prana”.

E il sistema tradizionale di guarigione naturale Ayurveda si basa proprio su questa scienza (veda) dell’Ayur (vita), che altro non è se non un sinonimo di tale “forza”.

Nella letteratura sanscrita, infatti, l’aria, il respiro e l’essenza della vita vengono espressi da questa parola. E Pranayama è detta l’antica scienza indiana che induce profondi cambiamenti dello stato di coscienza, attraverso sia l’alternanza di opposti ritmi di iperventilazione e trattenimento dell’aria respirata, sia con la legatura in un ciclo continuo di inspirazione ed espirazione, oppure grazie ad altre pratiche specifiche di respirazione intensa o di sospensione della stessa, inclusi quali parti integranti di diverse tecniche di meditazione, da quella sufi al vajrayana tibetano, dal siddha al kundalini yoga, le cui finalità coincidono nel procurare un accesso diretto a ciò che i coniugi Grof hanno definito con il neologismo “olotropico”. Il cui significato, “in breve, suggerisce che nel nostro stato quotidiano di coscienza ci identifichiamo solo con una piccola parte di ciò che siamo veramente- spiega Stan Grof, riprendendo per molti versi il pensiero di Assagioli a proposito di un “Positive double binds”- Negli stati olotropici siamo in grado di trascendere gli angusti confini dell’ego e reclamare la nostra piena identità”.

Senza perdere il contatto con la realtà, e dunque rimanendo ben presenti a noi stessi, ma predisponendosi a vivere “coi piedi per terra e la testa alta verso il cielo“, si concede al campo di coscienza d’essere “invaso da contenuti provenienti da altre dimensioni dell’esistenza”, in modo da poter sperimentare quell’assagioliano divenire cittadini “di due mondi“.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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